Le affittanze collettive in Sicilia Pt.1
Categorie: Agrarian Question, Italy
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di A. Abbruzzese
Cenni intorno alla loro formazione e alla loro vita
Le affittanze collettive costituiscono, in Italia, una delle forme più recenti e caratteristiche del movimento agrario cooperativo. Infatti, la loro costituzione rimonta a poco più d’ un trentennio. Sono, esse, associazioni di lavoratori agricoli che si prefiggono lo scopo di procacciare ai soci il frutto della terra da essi coltivata, mediante contratti di affittanza di terreni appartenenti al Demanio o ai Comuni, alle Opere pie, e anche ai privati proprietari.
I primi esperimenti ebbero a fallire miseramente. Ma, in seguito, siffatta nuova forma di cooperazione s’estese notevolmente, in particolar modo nell’ Italia settentrionale e in Sicilia.
In Sicilia, le affittanze collettive si riconnettono intimissimamente col problema, d’importanza vitale per l’economia dell’ isola, del latifondo o, per meglio dire, del latifondismo.
Il che esige qualche fugace cenno sul maggior malanno ond’è afflitta l’esistenza stessa della Sicilia.
Il latifondo e il latifondismo siciliano
Da che cosa è caratterizzato il latifondo? Se dovessimo stare al significato letterale della parola, dovremmo dedurne soltanto il concetto geometrico d’una grande superficie continua, si che latifondo equivarrebbe a fondo lato, vasto. Poiché facilmente si comprende che codesto concetto di grandezza dei poderi nulla ha di assoluto, preferiamo ritenere che la sola vasta estensione dei fondi non è sufficiente a integrare ciò che, volgarmente, s’intende col nome di latifondo, in Sicilia. Il quale, pertanto, è vero che costituisce una più o meno grande estensione agraria formante un’unica azienda ma anche, e con più precipua accezione, ad esso va associata l’ idea di un particolar modo di esercitarvi l’industria agraria.
Per latifondi ormai è convenuto intendere quelle grandi estensioni di terreno coltivabile — per lo più ex-feudi — appartenenti, secondo le risultanze catastali, ad un solo proprietario o a anche a più pro indiviso, che superano i 200 ettari di estensione e che sono facilmente riconoscibili in catasto dall’imponibile relativamente grosso che li grava e dalla qualità delle colture, in prevalenza a grano e pascolo.
Secondo statistiche in massima attendibili, il numero dei latifondi di oltre 200 ettari di superficie risulta essere, per tutta la Sicilia, di 1400; e comprendono un’estensione totale di ettari 717.729.16 cioè il 29.7º, dell’ estensione catastale totale di tutta l’isola. Sì che ogni latifondo viene ad avere un’estensione media, in cifra tonda, di 512 ettari. Le province a maggior estensione di latifondi sono quelle di Caltanissetta (41,7%), di Palermo (35%), di Girgenti (35.2%), seguono Catania (30.7%), che è quasi uguale alla media dell’ isola, Siracusa (22.9%), Trapani (20.20%) e Messina (18.5%).
Quanto alla concentrazione reale della proprietà, non è prospettata esattamente e sinceramente nelle statistiche, secondo le quali 787 proprietari possederebbero quasi un terzo della superficie catastale di un’ isola abitata da circa quattro milioni d’abitanti; e quasi un sesto di esse sarebbe posseduto da soli 173 individui.
Codeste cifre, però, non tengono conto che dei proprietari di quei latifondi che hanno un’estensione superiore a 200 ettari, tralasciando sia i latifondi di minore estensione, sia le grandi proprietà, le quali pur avendo un’estensione superiore a 200 ettari, non vanno chiamate latifondi a causa della loro coltura intensiva, limitata però a zone ora più ora meno vaste.
Si può assumere come caratteristica fondamentale del latifondo siciliano e del complesso fenomeno che vi si svolge — il latifondismo — la mancanza di ogni opera miglioratrice permanente, soltanto se stabiliamo in rapporto a che cosa va messa siffatta deficienza: non già al solo fatto che l’azienda sia costituita da una grande superficie, sibbene in rapporto 1) ai sistemi di amministrazione — 2) ai sistemi di coltura—3) alla costituzione della proprietà.
Le quali costituiscono, appunto, quel complesso di condizioni sfavorevoli ond’è caratterizzato, nella sua essenza e nella sua manifestazione, il latifondo siciliano. Quanto ai sistemi d’amministrazione, è noto che tuttavia il latifondo siciliano è, in linea di massima, non amministrato direttamente dal proprietario, ma dato tutto intiero al gabellotto, il tipo sui generis dell’ affittuario siciliano, prodotto dell’assentismo dei latifondisti, solleciti soltanto di costituirsi o godere una rendita più o meno sicura dai loro fondi.
Il quale gabellotto, che offrendo una sicura garenzia al proprietario, ne ottiene in fitto il fondo, attende, poi, per suo conto, ad esercitarvi la più esosa speculazione che fa innalzare il prezzo della terra che, divisa, vien da lui concessa o a mezzadria—che, talora, equivale a una parte su sei—o in subaffitto. Tanto l’agricoltore, sul quale gravano le numerose e svariate condizioni contrattuali, sempre o quasi sempre usuraie ed angariche, costretto a prendere in fitto una data parcella di latifondo per un tempo limitato, quanto il gabellotto che ha solo interesse alla speculazione, sfruttano il povero terreno per guadagnarvi quanto più è possibile, sì che la produzione di anno in anno diminuisce. Per ciò che riguarda il raccolto, non potendo a lungo intrattenerci su quest’argomento, diremo soltanto che, giunta l’epoca di esso, quando ne sono compiute le numerose e svariate prelevazioni, al coltivatore resta poco o nulla.
Veniamo alla seconda caratteristica del latifondo, cioè i sistemi di coltura.
Premettiamo che l’economia rurale distingue due diversi sistemi di coltura: a) coltura intensiva – b) coltura estensiva. Parlando di coltura intensiva, non dobbiamo intendere soltanto e unicamente coltura di piante arboree o arbustive (che per la Sicilia sono, principalmente, agrumi, mandorli, pistacchi, noccioli, olivi, vite, sommacco, carrubi), poiché non è il genere delle piante coltivate che determina la maggiore o minore attività della coltivazione, chiaro essendo che una stessa pianta – arborea, arbustiva od erbosa che sia – può essere coltivata con maggiore o minore attività, cioè più o meno intensivamente. Pertanto, l’agricoltura intensiva rappresenta un’agricoltura economica, industriale, nella quale al prevalente influsso dei fattori naturali è venuto sostituendosi quello del lavoro e dei capitali per trarre il massimo vantaggio. Ne proviene un rapporto necessario fra il grado d’intensità e tutte le condizioni che esercitano la loro efficacia sulla formazione e sull’impiego del lavoro e del capitale. In altre parole l’intensità, e, quindi, l’attività maggiore o minore della coltura consiste nella maggiore o minore proporzione in cui sta il capitale d’ esercizio (capitale-scorte e circolante nel quale ultimo è compresa la retribuzione del lavoro) col valore della terra. Una semplice e pratica definizione è questa: il sistema di coltura intensiva è quello delle concimazioni e dei raccolti massimi, in cui predominano i grandi capitali e le forze artificiali; il sistema di coltura estensivo è quello dei raccolti medii e minimi, in cui predominano le forze spontanee della natura, l’esigua o nessuna concimazione, lo scarso impiego di capitali.
Quale di questi due sistemi viene praticato nel latifondo siciliano? -tenendo conto, a) del piccolo reddito lordo e netto, b) del predominio delle forze naturali sulle artificiali, c) delle scarse e quasi nulle concimazioni, d) del rapporto minimo fra il capitale d’esercizio e il capitale fondiario – risulta che il sistema adoperato è quello della coltura estensiva. Non solo, ma nella scala dei gradini che si possono percorrere per arrivare all’agricoltura propriamente detta(1) esso s’è fermato ai primi, in quanto non è ancor uscito, generalmente parlando, dal sistema pascolativo col maggese.
E accenniamo, infine, alla terza caratteristica del latifondo siciliano, la costituzione della proprietà.
Come abbiamo rilevato, il latifondo siciliano soggiace alla istituzione della proprietà concentrata in poche mani – la grande proprietà. Dall’accoppiamento della grande proprietà con l’esercizio della coltura estensiva derivano i più funesti effetti all’economia del latifondo; effetti che si fanno addirittura disastrosi, ove e quando – come avviene in Sicilia – coesistono la grande proprietà, la coltura estensiva e la piccola estensione delle unità colturali.
Ecco, in breve, il complesso delle condizioni, degli elementi e dei fattori sfavorevoli ond’è, fondamentalmente, caratterizzato il latifondo siciliano.
Ove esso fosse provveduto di tutti i mezzi necessarii per esercitarvi una coltura intensiva e questa si esercitasse davvero, fornita di sufficienti cognizioni tecniche e di proporzionati capitali, il latifondo vedrebbe diminuire la sua resistenza alle vicende storiche e ai progressi economico-sociali che, nei secoli, si sono venuti effettuando e, insieme, si perverrebbe a distinguere con bastante chiarezza quelli tra i suoi fattori che hanno caratteri d’ immanenza e quelli che invece sono modificabili.
Causa principale del sorgere delle attuali affittanze collettive
È noto che tra i fattori più deleterii e, nell’ istesso tempo, meno difficilmente eliminabili, sta il gabellotto, questo gran parassita delle campagne siciliane, formato da esigenze. ambientali e da tradizioni capitalistiche. Eliminare, nei rapporti fra il proprietario e i coltivatori, il gabellotto: ecco quale è stato il primo concetto onde furono promosse, in Sicilia, le affittanze collettive. Cinquanta, cento, duecento agricoltori, uniti in una Cooperativa per azioni, cercano di formare un determinato e sufficiente capitale da offrire come garanzia al proprietario del latifondo. Preso il latifondo in fitto, ne assegnano una quota ad ogni socio; risulta così costituita l’affittanza collettiva.
Come primo tentativo di affittanza collettiva, nel 1893, a Corleone (prov. di Palermo) per opera di Bernardino Verro, furono gabellati dei fondi ai contadini al prezzo della stessa gabella, aumentato solamente delle spese conseguenti.
Nel 1894 un’ altra ne sorse a Castrogiovanni (prov. di Caltanissetta) col nome La Madre terra – per opera dei socialisti: e nel 1898 prese in fitto dei fondi. – Nel 1900, don L. Sturzo ne creò un’altra a Caltagirone (Catania) col nome di Società Piccola Industria S. Isidoro. Nell’ istesso anno per opera del Prof. Tucci, direttore del R. Istituto Zootecnico di Paler-mo, a Falco sorse, con caratteri di neutralità politica (nè socialista nè cattolico), la Federazione agraria operaia. Nel 1901 il socialista avv. Montalto fondò a Paceco (prov. di Trapani) una Cooperativa agricola.
Ad opera dei socialisti e dei cattolici, dunque, venne, in Sicilia, diffondendosi il nuovo tipo dell’ azienda agraria denominata affittanza collettiva. A tutto il 1906 le affittanze collettive ammontavano, nell’ Italia continentale (settentrionale veramente) e in Sicilia, a 108; in sui primi del 1920 il loro numero s’accrebbe a 200.