[RG-18] Strategia militare dell’imperialismo
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L’accelerazione delle forze produttive nell’epoca imperialista comporta continui aggiornamenti della strategia militare. Ciò non inficia la nostra tesi fondamentale, nota perfino all’oscuro capitano prussiano Jahns, citato da Engels nell’Antidühring, che si sintetizza nella formula: “la base della guerra è in primo luogo la forma economica generale dei popoli”.
Il fattore tempo diventa nel modo di produzione capitalistico essenziale: la produzione delle merci si svolge in un periodo più breve della sua circolazione. La dannazione del capitalista privato e pubblico, oggi degli Stati nella competizione imperialistica, è quella di lottare contro il tempo, per produrre merci nel più breve tempo possibile per abbassare i costi unitari e di metterle in circolazione con i mezzi più veloci ed efficienti perché riconducano profitto nelle tasche dei detentori dei mezzi di produzione.
Nella nozione marxista di imperialismo questa lotta contro il tempo non avviene nell’ambito di una pacifica e indolore gara per il primato, ma provoca tensioni e lotte, che nelle fasi più acute culminano nella guerra generale, di cui il primo conflitto mondiale fu un primo terribile esempio.
Contro questa classica ed elementare tesi non hanno cessato di urtare le interpretazioni pacifistiche della moderna esperienza storica, né gli aggiornamenti più recenti brillano per originalità.
La teoria e la tentata pratica della guerra-lampo (Blitz-Krieg) è l’espressione militare della contraddizione generale dell’epoca imperialistica: un numero sempre più ristretto di Stati giganti si contende il controllo delle materie prime e dei mercati di sbocco alla propria super produzione relativa. Quanto più il ciclo della produzione si accorcia in virtù dei miglioramenti tecnologici che accelerano a loro volta il meccanismo produttivo, tanto più si fa difficile la collocazione delle merci, nonostante le migliorate e accelerate tecniche di trasporto e di transazione nell’ambito del mercato mondiale.
La guerra è la dimostrazione più fragorosa che i tentativi di conciliare questa contraddizione di fondo si sono manifestati sempre più impotenti; la guerra si è imposta sempre più come lo strumento capace di azzerare il contenzioso tra le opposte frazioni del capitale mondiale e di permettere la ripresa della produzione e della vita sociale poggiante sulla lotta delle classi.
Un fenomeno che s’impone alla attenzione della moderna esperienza storica è quello dell’intrecciarsi sempre più caotico e continuo tra i periodi di pace e di guerra: l’epoca imperialistica è contrassegnata dalla consapevolezza del fatto che l’umanità non riesce a raggiungere un equilibrio duraturo, per cui si considera che è destino rassegnarsi alla pratica della guerra e al ricorso ad essa come uno sfogo necessario alle tensioni sociali. Nella concezione marxista ciò non è un effetto di cause ignote ed indominabili, ma la fase suprema di un modo di vita sociale contraddittorio che abbisogna di essere rivoluzionato dal profondo.
Già i teorici della guerra avevano lucidamente codificato l’importanza della guerra intesa come aspetto culminante della volontà di assoggettamento da parte di forze antagonistiche: la teoria della guerra lampo, teorizzata e mai riuscita secondo i piani dei suoi padri, è l’aggiornamento della questione della durata della guerra: Clausewitz, tanto più ignorato quanto più citato, già poteva scrivere nella sua opera Della Guerra:
«Se, invece di considerare il combattimento in sé stesso, lo considerassimo in rapporto con le altre forme impegnate, la sua durata acquista speciale importanza. La durata di un combattimento ne costituisce, in un certo modo, un secondo risultato, subordinato. Per il vincitore, esso non è mai abbastanza presto terminato, per il vinto non dura mai abbastanza. Una vittoria rapida è una vittoria d’ordine superiore» (Cap. VI).
Tutti gli aggiornamenti che l’arte della guerra ha subito nella storia non fuoriescono dal quadro della “forma economica generale dei popoli”. Non ci scoraggia ripartire dalla scoperta della polvere da sparo che agli albori della borghesia rivoluzionò l’arte della guerra. Le forme della guerra subirono una eccezionale modificazione; gli eserciti, le forme di reclutamento, il loro rapporto con l’assetto sociale ebbero una potente spinta nella direzione di apparati sempre meno precari e discontinui, per diventare strutture essenziali e portanti dell’intera compagine sociale.
Ma perché quello che oggi viene definito “l’apparato industriale-militare” toccasse il culmine del suo sviluppo era necessario che il modo di produzione capitalistico raggiungesse la sua completa estensione in senso formale e materiale: la produzione per il plusvalore è legge che accompagna il capitalismo dalla sua origine ad oggi, ma la convivenza di tali forme di vita sociale con altre più vecchie e meno progredite ha permesso al capitale stesso di riprendere maggior vigore ogni volta che le sue contraddizioni lo hanno spinto alla guerra contro i suoi storici nemici, prima il mondo feudale e poi il proletariato costituitosi in classe autonoma con proprie forze combattenti per il suo fine specifico di classe.
Nell’epoca imperialistica il confronto con il proletariato ingigantito dallo stesso estendersi della forma capitalistica di produzione si è fatto mortale al punto che gli assetti nazionali e statali a cui ha dato vita la borghesia nel corso del suo incondizionato dominio sono diventati insufficienti e inadeguati a contenere la esplosività della guerra di classe.
La guerra sempre più si è imposta come un atto di forza che ha per scopo di costringere l’avversario a sottomettersi alla “nostra volontà”, solo che, al di là della definizione astratta, sempre più complesso è diventato lo sforzo per definire l’avversario: la guerra da fenomeno illuministico, con le sue regole matematiche e geometriche, si è trasformata in lotta che coinvolge non solo i cosiddetti eserciti regolari, ma le forze sociali dei singoli Stati, la popolazione “civile”, tutta la società.
Non solo, ma oltre che avere “alla sua base la forma economica generale dei popoli”, la guerra diventa l’espressione culminante di questa stessa base: l’apparato industrial-militare esprime la punta di diamante della produzione di plusvalore, poiché le merci destinate all’apparato militare sono l’espressione della più alta composizione organica del capitale.
Tra le tante, la dannazione più evidente del modo di produzione capitalistico è quella di dover attendere la metamorfosi materiale, e non puramente immaginaria, delle merci prodotte in profitto: ma questa trasformazione è possibile solo nel consumo del valore d’uso incorporato nelle merci: quale accelerazione più potente può subire il prodotto capitalistico di quello della distruzione violenta di esso?
Senza bisogno di inutili cifre quante volte il panciafichismo belante delle mezze classi e dell’opportunismo ha fatto il confronto tra il valore di un aereo da combattimento più sofisticato ed i beni alimentari o strumentali ad esso corrispondenti?
La produzione dei congegni più raffinati nel settore militare, se da una parte è una necessità imposta dalla “politica”, cioè dalla volontà mostrare la forza, o dalla preparazione di atti di forza necessari per sottomettere gli avversari alla “propria volontà”, dall’altro è il prodotto del livello raggiunto dalla forma economica della società.
A parità di composizione organica, cioè di evoluzione tecnologica, le apparecchiature destinate alla guerra in confronto ai pur sofisticatissimi strumenti per “la pace” (tecnologia applicata per strutture e infrastrutture di pace, i tanto decantati idoli del riformismo ufficiale: case, scuole, ospedali) hanno il vantaggio di poter essere smaltite e ricommissionate in breve tempo, se usate.
Ecco perché una sempre più alta percentuale della popolazione civile è entrata, nei paesi più sviluppati in senso capitalistico, a far parte integrante dell’apparato militare e perché ormai la guerra è l’affare più lucroso, specie se fatta da paesi lontani e disposti a combattere guerre per procura, data la loro soggezione e la loro interna arretratezza sul terreno della lotta di classe e della sua organizzazione cosciente, che prevede partito e forme economiche puramente operaie.
Che nel corso dell’epoca imperialistica tuttora vigente siano state le potenze con un retroterra economico reale e potenziale più debole a puntare sulla guerra-lampo, cioè su azioni belliche che contavano sul fattore sorpresa e determinazione per piegare non solo la volontà avversaria contingente, ma anche potenziale e di prospettiva, non fa che convalidare le nostre tesi.
Chi non ha sentito ripetersi dagli uomini di «esperienza» tradizionalmente ostili ai «teorici», come noi siamo considerati dai nemici politici, che con gli avanzi dell’esercito inglese e americano dell’ultima guerra si sarebbero sfamati tre eserciti tedeschi e italiani!
Tutte queste considerazioni non fanno che convalidare la teoria marxista in lungo e largo: che le potenze più deboli si dimostrino più aggressive può essere perfino spiegato dalla psicologia delle masse, tenuto conto che l’aggressività è ormai riconosciuta come una facoltà essenzialmente dettata dalla volontà di difendersi, sia pur preventivamente, ma generalmente con l’azione di sorpresa e nel tentativo di forzare la situazione. Il rapporto tra politica e base economica trova soltanto nella sintesi di cui è storicamente capace il partito di classe la sua composizione, oltre tutto mai senza contraddizioni e oggettive difficoltà.
Non abbiamo difficoltà a sostenere che nella moderna lotta delle classi e degli Stati le forze che hanno un retroterra economico e sociale favorevole non hanno interesse a scatenare conflitti pericolosi e capaci di mettere a repentaglio la propria superiorità complessiva, non solo economica e sociale ma strategica e militare, a meno che la loro superiorità non sia tale da permettere un dominio che non si identifica con l’atto di guerra tout-court, ma con la coniugazione di diverse forme di dominio, che vanno dal controllo pacifico all’intervento nelle possibili zone calde ove si verifichino focolai pericolosi e capaci di estendersi e congiungersi con altri.
Ciò dimostra come la lettura e soprattutto i comportamenti dei marxisti rivoluzionari prima e dopo il primo conflitto mondiale, considerato anche da noi come un punto d’arrivo (e di partenza purtroppo) della moderna epoca imperialista, è valido e ancora oggi vincolante: le forze “feudali e teutoniche”, “barbare e autoritarie” degli imperi centrali non meritavano alla nostra lettura un odio maggiore delle potenze democratiche dell’occidente evoluto, anzi; non per niente è su questa scelta del nemico peggiore che si ricordano le più clamorose sbornie dell’opportunismo di destra e di sinistra.
Il fascismo in incubazione degli interventisti e dei combattentisti dopo qualche esitazione scelse la patria del ’89, per poi, a vittoria “mutilata” conseguita, scatenarsi contro la plutocrazia e l’ipocrisia dei ricchi imperialisti inglesi, francesi e americani.
Come nell’ambito della lotta di classe noi bolliamo di infantilismo e di attivismo quei raggruppamenti politici che pretendono di forzare le situazioni con azioni disperate, così nella valutazione delle forze statali e nazionali, nonché delle alleanze imperialistiche, non abbiamo difficoltà a riconoscere la falsa risorsa dell’attivismo e del volontarismo. La Germania del Kaiser e quella di Hitler, in quanto potenze imperialistiche, erano allo stesso titolo dei loro nemici nel loro apparato l’espressione della forma economica dei loro popoli: la loro tanto decantata e temuta “volontà di potenza” fu il tentativo di forzare la stessa base della guerra. In termini di scontro militare tutti sanno che il retroterra economico di largo respiro, e capace di durata maggiore nella resistenza e nella produzione, ha comportato per due volte la vittoria delle potenze avversarie, Francia, Inghilterra e Stati Uniti, stando ad alcuni paesi più importanti che determinarono l’esito dei due conflitti mondiali. Eppure è facile spiegare, considerando la guerra non un atto di ostilità e di combattimento in sé, ma nei rapporti con gli altri aspetti della vita sociale, quali l’economia, la scienza ecc., come la guerra è stata per le potenze sconfitte la loro base di partenza (nell’ambito dei rapporti interimperialistici non stroncati dalla mancata vittoria della Rivoluzione comunista a livello mondiale) di successive ondate di sviluppo, di organizzazione e primato produttivo.
D’altronde, solo la protervia e lo schieramento borghese ed opportunista possono permettersi di sostenere l’inconciliabilità dei regimi autoritari e dittatoriali della borghesia con il regime democratico, pena poi soggiacere alla «ragione di Stato», che non si è mai tirata indietro nel rivendicare la continuità statale tra regime prefascista-fascista e post-fascista; ecco un esempio eloquente che dimostra come non è la guerra a definire un regime o un altro, ma un quadro di considerazioni e valutazioni, che inserisce il fenomeno guerra tra gli strumenti e gli atti volti ad affermare il potere.
Dopo tutto, quello che non ha potuto un’eventuale vittoria del Terzo Reich, lo ha potuto una Germania distrutta e l’assoggettamento dei popoli inferiori, slavi, mediterranei ed emergenti di vario colore, predicato dagli hitleriani, lo hanno realizzato le ferree leggi del mercato.
Tutto questo comporta che la teoria marxista, pur non avendo mai sottovalutato il valore e l’importanza dello studio dello strumento guerra, al punto di raccomandare lo studio e la giusta considerazione dei classici non solo borghesi, non ha mai commesso l’errore di trattare la questione militare da un punto di vista esclusivamente tecnico, incitando al contrario, come già fecero Marx ed Engels, a cogliere nell’opera dei teorici degli avversari di classe le letture utili per la rivoluzione proletaria.
Solo così è possibile spiegare come i grandi rivoluzionari comunisti, senza essere mai stati allievi di accademie militari siano stati in grado di condurre alla vittoria eserciti di proletari e di piegare alle necessità della lotta comunista tecniche e strumenti del nemico. Lenin, in «Il fallimento della Seconda Internazionale» (1915) poteva dire: «Applicata alla guerra, la regola principale della dialettica (…) apprendiamo che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi.
Questa è la formula di Clausewitz, uno dei più grandi scrittori di storia militare (…) Marx ed Engels si sono sempre giustamente tenuti a questo punto di vista, considerando ogni guerra come la continuazione della politica delle potenze interessate e delle differenti classi sociali in seno ad esse».
E ancora nel «Discorso sulla guerra», «la tattica politica e la tattica militare sono due domini confinanti, quello che in tedesco si chiama “grenzgebiete”, quindi i militanti del partito non studieranno infruttuosamente Clausewitz».
L’attenzione e la valutazione più corretta possibile delle forze in campo è il compito principale del partito, che senza mai affrontare la questione militare in astratto, non la relega mai ai momenti dell’azione o della insurrezione; infatti la lotta e la giusta polemica contro tutti i movimenti politici falsamente operai consiste proprio nel denunciare gli errori di prospettiva, quando non i tradimenti, di quelle correnti piccolo-borghesi che non sanno o si rifiutano per la loro formazione e ottica di considerare le forze rivoluzionarie come energie interagenti in un parallelogramma la cui risultante è il prodotto dialettico di una complessa serie di fattori, non solo militari, ma anche specificamente militari.
«Avere un atteggiamento serio verso la difesa del paese significa prepararsi a fondo e calcolare rigorosamente il rapporto di forze. Se le forze sono chiaramente poche il mezzo principale della difesa è la ritirata nel cuore del paese. Chi volesse vedere in questa frase una formula di circostanza, adatta esclusivamente nel caso in questione, può leggere nel vecchio Clausewitz, uno dei grandi scrittori militari, il bilancio degli insegnamenti della storia a questo proposito. Ma nei “comunisti di sinistra” non vi è il minimo accenno che essi comprendano l’importanza che ha il problema del rapporto delle forze» (“Sull’infantilismo di Sinistra e sullo spirito piccolo borghese”, 1918).
Il pensiero militare nella fase decadente e virulenta dell’imperialismo, contrariamente a tutte le valutazioni opportunistiche e pacifistiche, non ha saputo scoprire nessun altro aspetto concettualmente degno di importanza del fenomeno guerra, rinculando anzi costantemente verso una sorta di voluto occultamento del valore e del significato degli atti di guerra, sorretto e attratto in questo dall’inflazione di panciafichismo e sentimentalismo proprio delle mezze-classi accorse in aiuto del traballante cosiddetto «grande capitale».
Come i traditori del marxismo si ingegnano ad «aggiornare» la teoria di classe, così gli epigoni più o meno spuri della grande tradizione borghese oscillano tra gli estremi della esaltazione della guerra (basti pensare alle formule combattentistiche e mistiche della «guerra igiene dei popoli» o «lavacro di sangue») o del ripudio emotivo di essa senza preoccuparsi delle cause oggettive che la determinano.
Le stesse strategie militari borghesi non fanno che confermare il vuoto di pensiero di una classe in declino: la miseria della teoria della guerra imperialista è sotto gli occhi di tutti, non solo a causa degli orrori perpetrati dalla Comune di Parigi in poi, ma principalmente a causa della mancanza di prospettive storiche che ha patentemente dimostrato.
Abbiamo ricordato come nel corso del primo conflitto mondiale la Germania del Kaiser, aggressiva (secondo l’accezione che dicevamo) e velleitaria, sperò di risolvere la contesa attraverso una serie di operazioni belliche improntate alla celerità degli spostamenti e della forza d’urto delle artiglierie: ebbene tutti sanno che la tragedia del I° conflitto mondiale fu la guerra di trincea, di posizione, con tutte le suggestioni che tale atteggiamento tattico dette alle forze in campo, non solo dal lato strettamente militare, ma politico ed economico.
Fedele al motto esistenzialistico che la guerra non è mai «magistra di niente», nel 1939 Hitler, creata la Grande Germania, fatto un boccone della Polonia seguendo le teorie tradizionali dello stato maggiore tedesco, ai generali che si attendevano delle congratulazioni, domandò: «E ora?».
I generali cercarono di resistere, facendo notare al dittatore che la Francia non era la Polonia, che l’esercito francese era il più grande d’Europa. Alla fine si arresero. Tuttavia proposero di ricalcare fedelmente la strategia messa in atto nel 1915 e cioè il piano Schlieffen, in base al quale l’esercito tedesco aveva aggirato l’ala sinistra di quello francese. A Hitler la proposta non piacque. Nel 1915 il piano Schlieffen si era risolto in un fallimento: poi il fallimento sarebbe stato anche più completo, dato che i francesi sapevano cosa aspettarsi. Il Führer indicò sulla carta geografica le Ardenne e chiese: «su questo punto, possiamo sfondare?».
I generali risposero negativamente. Proseguiamo nella ricostruzione dello storico A. J. P. Taylor: «Poi sopraggiunse il maltempo e per tutto l’inverno di attaccare la Francia non si parlò più. Il generale Manstein, capo di stato maggiore dell’armata attestata al centro, non gradiva di essere scavalcato dal suo collega che comandava l’ala settentrionale dello schieramento tedesco.
Elaborò quindi un piano dettagliato per colpire i francesi nella zona centrale, ma lo stato maggiore respinse il piano: Manstein cadde in disgrazia e fu esiliato sul tranquillo fronte orientale. Durante il viaggio di trasferimento, il generale si fermò a Berlino e fece vedere il piano a Hitler, che ne fu entusiasta. Tra l’altro i piani strategici che ricalcavano quello di Schlieffen erano caduti nelle mani degli alleati, dopo che un aereo tedesco era stato costretto ad atterrare in Belgio. Così Hitler fece prevalere la sua volontà: Halder, capo di stato maggiore generale, dovette elaborare un nuovo piano secondo le indicazioni di Manstein. L’armata tedesca attestata sull’estrema destra dello schieramento, l’armata B, avrebbe invaso l’Olanda e il Belgio, inducendo così le forze alleate ad avanzare. L’armata del centro, l’armata A, avrebbe sfondato nelle Ardenne, prendendo gli alleati alle spalle.
Quando autorizzò questa strategia Hitler non si prefiggeva alcuno scopo particolare, tranne quello di consolidare le proprie posizioni ! Hitler non si prefiggeva mai obiettivi precisi, in partenza. Agiva e poi si regolava secondo le circostanze. L’aveva detto già Napoleone: On advance et puis on voit».
Questa affermazione assume un diverso ed emblematico valore nella bocca di Napoleone il Grande ed in quella di Hitler: in un certo senso è un circolo che si chiude; dalla aggressiva strategia militare della fase ascendente della borghesia si giunge alla politica improntata alla “volontà” di potenza della borghesia ossessionata dall’accerchiamento e dalla potenzialità del moderno proletariato: lì rappresenta un segno di sicurezza di sé e di ottimistica fiducia nell’imponderabile e nella fortuna, qui un velleitario e per certi aspetti schizofrenico desiderio di avventura e di totalità.
Ma, quello che più ci importa, è la constatazione che, se non fosse per le forzature della “base economica generale dei popoli”, gli stati maggiori, le accademie militari ove la guerra si pensa e si organizza, non si sono dimostrati “razionalmente” in grado di inventare un gran che di nuovo in rapporto all’insieme delle condizioni complessive nelle quali si ritrovava il fenomeno guerra dalla primaalla seconda guerra mondiale.
Non solo, ma nell’immediato secondo dopoguerra mondiale, l’inferno imperialistico si è illuso di passare al paradiso del benessere e della pace perpetua, illudendosi forse di aggirare l’incubo della guerra attraverso il raggelamento delle spinte aggressive provenienti dalle forze uscite insoddisfatte o frustrate dal conflitto: non per niente si è parlato di guerra fredda; ma in realtà si è semplicemente convalidata la tesi marxista e rivoluzionaria che in caratteri di fuoco afferma l’inevitabilità della guerra finché resterà in piedi l’apparato produttivo e sociale sostenuto dal capitalismo imperialistico.
L’equazione secondo la quale chi “ha ferro ha scienza”, che è marxista non tanto perché sia possibile attribuirla a qualche cranio pensante, sia esso Marx o Lenin, ma perché è vera anche se pronunciata da Blanqui nell’epoca della grande rivoluzione francese, è puntualmente convalidata.
Gli Stati Uniti, potenza emergente già dagli inizi del XX secolo, hanno potuto affermare per via militare, e sulla base di un potenziale economico e produttivo di eccezionale e universale imponenza, la loro superiorità, mentre il mito della invincibilità della scienza e della tecnica tedesca crollava o veniva manu militari a trovarsi sotto il controllo dell’America delle canzonette e del boogie-woogie.
Da questo momento la superiorità nella strategia militare passa ai pionieri della pax americana e dobbiamo dire che in quanto a «creatività» i nuovi padroni non si dimostreranno affatto geniali.
La preoccupazione dei generali americani fin dall’inizio della cosiddetta guerra fredda sarà quella di tenere a bada l’ex alleato russo e i pericoli di revanche degli ex nemici con l’arma «totale» atomica, dimostrativamente gettata sul capo dei già battuti giapponesi per intimidire ogni velleità di indipendenza o di iniziativa delle altre potenze.
Il compito di garantire la pax americana è stato attribuito alla minaccia di distruzione totale e alla teoria dullesiana del roll back, cioè alla tesi che qualsiasi tentativo di mettere in discussione la nuova spartizione del mondo avrebbe provocato la rappresaglia globale del nuovo vincitore.
Come si vede la fantasia è poca e la praticabilità di essa molto più pensabile che attuabile, eppure in grado di annichilire qualsiasi fremito rivoluzionario immaginabilmente riposto nel campo opportunista e stalinista.
La realtà era che un universo intero era caduto manu militari e in virtù della sconfitta del proletariato mondiale già consumata negli anni ’20; gli Stati Uniti avevano un “impero invisibile” specie agli occhi dei ciechi volontari, garantito da accordi finanziari, operazioni commerciali e programmi di aiuto militare ed economico e infine con la creazione di regimi clientelari.
Ma la grande America nel mentre ostenta il massimo della sua potenza imperiale sotto l’egida dell’atomica deve ammettere che espansione all’estero non è semplicemente importante, ma vitale.
Il Pentagono tiene una lista aggiornata di materie prime strategiche che sono vitali per la produzione di materiale di guerra. Oltre la metà delle varie materie prime di importanza strategica deve essere importata negli U.S.A. in misura che varia tra l’80% e il 100% del totale. Una commissione senatoriale concluse nel 1954 che se gli Stati Uniti non potessero avere più accesso a nazioni ricche di minerali «la sicurezza vitale di questa nazione sarebbe messa a repentaglio ad un grado di forte pericolosità».
Il passaggio dal cosiddetto deterrente all’antiguerriglia, dal new look alla “rappresaglia di massa” obbligava gli alti gradi a concentrare il potenziale bellico statunitense su una sola fascia dello spettro militare; la guerra totale nucleare ha potuto resistere solo un decennio, perché la pax americana doveva accorgersi che i pericoli alla sua super potenza non venivano di certo almeno sul momento dall’antagonista potenza russa, ma dalle lotte dei popoli neo-coloniali soggetti non solo allo strapotere americano, ma alla logica complessità dello spirito di Yalta, che relegava le spinte nazionali e l’insopportabilità del controllo e della pressione imperialistica alla via obbligata della guerriglia, saltati non da ora i collegamenti e la solidarietà attiva e rivoluzionaria del proletariato internazionale.
Il presidente Kennedy, questo “geniale” eroe della Nuova Frontiera, che un illuminista alla Russell non esitava a considerare più pericoloso di Hitler, doveva ben presto accorgersi che il potenziamento dell’arsenale nucleare statunitense era stato ottenuto a spese delle forze militari convenzionali del paese (specie della fanteria) e di conseguenza anche a spese della impossibilità di impegnarsi in conflitti situati all’estremità opposta dello spettro. Gli U.S.A. erano in una posizione di massima debolezza nel settore dei “conflitti a bassa intensità”, vale a dire guerra limitata, guerriglia e azioni di controllo poliziesco su piccola scala, da “gendarme del mondo” per intendersi.
La presunta grande svolta nella strategia militare americana nascerebbe da questa considerazione, che ancora una volta non fuoriesce dalla constatazione raggiunta dai governanti americani tra mille tragedie esistenziali, che un prevedibile lungo ciclo economico capitalistico garantito dall’arma atomica non li avrebbe però garantiti, nonostante la spartizione di Yalta, dalla necessità dei popoli coloniali lasciati a se stessi di reagire alla pressione e alla stretta dell’imperialismo mondiale.
Come scrisse il corrispondente del pentagono John Tompkins: «Dalla fine della seconda guerra mondiale e per tutti gli anni ’50, ogni crisi, ogni colpo di Stato, ogni sollevazione venivano visti come possibili stratagemmi per distogliere l’attenzione degli U.S.A. dalla terza guerra mondiale, quel grande duello tra Est e Ovest che si era sicuri che si stesse avvicinando.
La bomba poteva essere inadatta a tali frangenti locali, ma avrebbe fatto vincere agli U.S.A. la terza guerra mondiale.
Poiché esiste una certa confusione sul significato di «guerra limitata», «guerra convenzionale» e «attività belliche non convenzionali», è bene darne le rispettive definizioni.
Una «guerra limitata» secondo Robert Osgood «viene generalmente concepita come una guerra che si prefigge un obiettivo molto minore inferiore alle risorse militari complessive dei belligeranti, che ne lasci la popolazione civile e le forze armate in gran parte intatte e che porti infine ad una soluzione negoziata del conflitto».
Naturalmente (traiamo da Michael T. Klare «guerra senza fine») «una guerra che è limitata per un contingente può essere totale per quell’altro, come nel caso che una super-potenza impieghi meno del proprio potenziale totale per assoggettare un paese arretrato.
Una guerra convenzionale viene combattuta con armi non nucleari dalle forze armate regolari di una nazione, tale guerra può essere limitata o, come nel caso della II guerra mondiale, implicare la mobilitazione generale delle forze dei belligeranti.
Un’attività bellica non convenzionale di solito denota operazioni condotte da unità militari irregolari (guerriglieri, commandos, quadri dello spionaggio), dotate di armamento leggero e in certi casi di armi vietate dalle convenzioni internazionali, come agenti chimici o biologici, e implica un livello di conflitto che si trova al disotto delle ostilità vere e proprie. Le tipiche operazioni non convenzionali comprendono il sabotaggio, l’assassinio, le imboscate, gli attacchi (con sganciamento immediato di avamposti isolati), nonché le campagne clandestine di propaganda».
Ma al di là delle definizioni tecniche rimane il fatto nel corso dell’epoca imperialistica contrassegnata da due conflitti generali, tali cioé da coinvolgere il potenziale bellico ed economico di tutte le grandi potenze e i sistemi di alleanze, che la società divisa in classi è la chiave di lettura e la causa efficiente degli antagonismi tra stati e nazioni; anche le potenze non militariste non avrebbero potuto impedire la corsa agli armamenti e strutturarsi secondo il sistema prussiano del Landwer (guerra di popolo).
Il vantaggio delle potenze imperialistiche nei confronti delle medie e piccole potenze, oltre che sui piccoli Stati usciti «sovrani» dopo la cosiddetta «decolonizzazione», sta appunto nella capacità di opporre un potenziale economico produttivo e militare in grado di intraprendere guerre locali e regionali senza impegnare il loro mastodontico sistema globale. I popoli soggetti costretti alla mobilitazione generale, ad una loro «guerra totale», nel corso del tempo hanno dimostrato di produrre sotto sistemi di sub imperialismi regionali odiosi e opposti che impediscono ogni possibilità di solidarietà delle classi sfruttate e degli stessi popoli sfruttati. L’esempio del Viet Nam e della guerra contro la Cambogia ne sono un paradigma d’impressionante eloquenza. In questo modo l’ipocrisia «accademica» e tecnica di far distinzione tra diverse forme di guerra dimostra che possono convivere nel tempo e nello spazio imperialistico tutte le forme di conflitto. Per intenderci, le bombe atomiche lanciate in Giappone, nella definizione classica, sono da catalogarsi come parti integranti della guerra convenzionale generale, nella guerra non convenzionale nucleare, o nella guerra non convenzionale regionale, seppur nucleare?
Ciò convalida ancora una volta la nostra classica tesi marxista e comunista che, seppur non sottovaluti la differenza tra le varie gradazioni della guerra, riconduce sinteticamente la ragione fondamentale di essa alla lotta delle classi, alla inevitabilità dello scontro tra i nullatenenti della terra ed i detentori degli strumenti di produzione, e dunque di scienza e di ferro, tutti sostanzialmente, secondo la vecchia e abusata formula, «guerrafondai», producano essi cannoni e missili, o burro e miele.
Questa potente sintesi e memoria storica vive nella sua semplicità nell’istinto dei proletari e degli sfruttati soltanto in quanto è conservata nell’organo partito, capace di parlare il linguaggio diretto e immediato della classe, e nello stesso tempo di smontare una per una le mistificazioni del nemico. Oggi solo il partito di classe, nella babele delle voci e delle lingue, è in grado di ripetere l’appello di sempre: guerra alla guerra, guerra agli agenti della guerra. Per il resto la conoscenza delle tecniche militari del nemico e la capacità di approntare tecniche utili e adatte alla guerra civile contro la borghesia ed i suoi manutengoli è strettamente connessa e subordinata alla ripresa della lotta delle classi a livello generale; l’organizzazione militare del proletariato non s’inventa in un giorno, non è una sezione del lavoro del partito che può sempre vivere al fianco con gli altri suoi compiti fondamentali.
Il partito di classe non ha abbandonato d’una virgola la sua nozione corretta di guerra e del modo di far leva sulle contraddizioni che scoppiano nel conflitto tra gli Stati e le nazioni: sarà proprio il personale mobilitato dalle nazioni borghesi a costituire il materiale esplosivo della rivolta alla guerra imperialistica: fu così per l’elefantiaco esercito russo, dovrà esserlo perché la rivoluzione si compia, per gli eserciti ben più sofisticati del terzo conflitto mondiale.
La Landwer (guerra di popolo) quanto più appare una formula ottimale per la borghesia nella sua pretesa di coinvolgere tutta la realtà sociale nella sua guerra, tanto dovrà essere e sarà il terreno esplosivo in cui le classi prenderanno ciascuna il suo posto di combattimento: questa almeno è la condizione senza la quale non si potrà parlare né di liberazione dei popoli oppressi, né di socialismo.
Dal campo militare automatizzato teorizzato da Westmoreland durante la guerra del Viet Nam alle figure più modeste di guerra di popolo, magari autogestita e partigiana dei falsi paesi socialisti, il campo di battaglia generale in cui le classi antagonistiche si contendono la vittoria è segnato dalla tendenza all’esplosione.
L’illusione del più grande imperialismo mai apparso sulla faccia della terra, la potenza U.S.A., non ha saputo fornire come estrema strategia militare che un sistema altamente tecnologizzato chiuso, uscito sconfitto relativamente dalla mobilitazione totale d’un paese in via di sviluppo: ma la sua esistenza consiste nei rapporti sociali di produzione di forma capitalistica che hanno le loro radici nell’economia mondiale, di cui il campo automatizzato non è che l’iceberg armato.
Ancora una volta, al di là degli schematismi illuministici-metafisici, sta nelle condizioni generali della vita sociale, economica e produttiva, la matrice della guerra e il cordone ombelicale da tagliare per vincere la guerra di classe.