Partito Comunista Internazionale

Natura dello Stato Proletario

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   «Lo Stato proletario, dotato dei caratteri manifesti di dittatura di classe, non conterrà la distinzione tra lo stadio esecutivo e legislativo del potere, che saranno esercitati dagli stessi organi, poiché tale distinzione è propria del regime che dissimula la dittatura di una classe e la protegge sotto una struttura esterna policlassista e polipartitista. «La Comune non fu una corporazione parlamentare, fu un organismo di lavoro” (Marx)» (Dittatura proletaria e partito di classe, 1951).

Contro questa nozione di Stato proletario, che il comunismo rivoluzionario rivendica per intero, si è sollevata l’ideologia borghese ed opportunista non solo nello scontro teorico, ma nella pratica storica, dallo schiacciamento della Comune di Parigi alla guerra civile, che vide le armate bianche e la reazione internazionale degli Stati borghesi contro il governo sovietico di Mosca.

Si è gridato al ritorno nudo e crudo allo Stato assolutistico di segno feudale, che non conosceva la distinzione borghese dei poteri e la balance of power secondo le classiche tesi di Montesquieu, ma nonostante il dogma della santissima trinità applicato al potere, la pratica storia di quasi due secoli di potere della borghesia ha costantemente oscillato tra una interpretazione della superiorità del legislativo sull’esecutivo e la necessità dell’affermazione dell’esecutivo nei momenti eccezionali, pena il deperimento del principio di classe. Ancora oggi il potere borghese protegge, dove è possibile, la sua dittatura di classe con la struttura esterna della democrazia formale e del «pluralismo» politico.

L’opportunismo militante predica la necessità della «ricomposizione del potere», polemizza contro «i pezzi di Stato» che si pretende impazziti e incapaci di disciplinarsi alla logica dello Stato democratico e popolare, e, affermando la universalità della democrazia liberale e dei suoi istituti, anzi sostenendo la necessità della loro sopravvivenza perfino in regime socialista, di fatto contribuisce ad abbellire e mascherare meglio la dittatura sostanziale del regime borghese.

Sostenendo l’eternità dei valori democratici ed anzi la loro espansione nell’immagine di socialismo che propone, l’opportunismo dimostra di avere sempre respinto le lezioni dell’esperienza rivoluzionaria del proletariato, di privilegiare e riportare in auge proprio gli aspetti nefasti che impediscono la vittoria rivoluzionaria.

Trotski, ne «Gli insegnamenti della comune di Parigi», facendo il parallelo tra la Comune e la rivoluzione russa, mostra la superiorità dell’organizzazione del partito e l’insufficienza del principio elettivo per dotare il proletariato di una direzione politica e militare capace di riportare la vittoria. «Il comitato centrale della guardia nazionale era di fatto un consiglio di delegati operai armati e di piccolo-borghesi. Un simile consiglio, eletto immediatamente dalle masse rivoluzionarie, può essere un brillante strumento d’azione, ma nello stesso tempo riflette tutti i lati deboli delle masse, più i lati deboli che i lati forti». Dopo aver sottolineato che «nel momento stesso in cui la sua responsabilità era immensa (il governo era fuggito a Versailles), la Guardia Nazionale, democraticamente costituita, si dichiarò sciolta da ogni responsabilità» e invece di agire rivoluzionariamente «inventò le elezioni legali alla Comune», mostra come «questa passività e mancanza di decisione si appoggiarono all’occorrenza sul sacro principio della federazione e dell’autonomia», riflettendo il «lato incontestabilmente debole d’una frazione del proletariato francese di allora», cioè l’ostilità riguardo all’organizzazione centrale, eredità dell’idea piccolo-borghese di autonomia. È dunque partendo dai fatti che si dimostra la superiorità di una organizzazione «che si appoggi su un passato storico e capace di prevedere teoricamente la via dello sviluppo», una organizzazione che non sia «un apparecchio che usi le pratiche parlamentari, ma il proletariato organizzato e temprato dall’esperienza».

Così pure, passando dalla questione politica a quella militare, Trotski dice «per sbarazzarsi del comando controrivoluzionario la eleggibilità era il mezzo migliore, perché la maggior parte della guardia nazionale si componeva di operai e di piccolo-borghesi, ma la rivendicazione dell’eleggibilità non mirava a dotare l’armata di un buon comando, soltanto a sbarazzarsi dei comandanti al servizio della borghesia (…) Il comando eletto è nella maggior parte del tempo ormai debole sul piano tecnico. Dopo che l’armata si è sbarazzata del vecchio comando bisogna darle un comando rivoluzionario in modo da espletare il suo dovere. Ora questo compito non può essere assolto dal semplice meccanismo della eleggibilità. L’eleggibilità è un feticcio, non è una panacea universale, una potente direzione del partito è indispensabile».

La differenza di qualità della struttura esterna del potere statale proletario in rapporto allo Stato borghese nella sua forma classica è sostanziale; lo Stato borghese, coerente ad una ideologia individualistica che la finzione teorica estende nella stessa misura a tutti i cittadini, riflesso mentale della realtà dell’economia basata sulla proprietà privata, monopolio di una classe, non volle ammettere fra il suddito isolato e il centro statale legale altre organizzazioni intermedie se non le assemblee elettive costituzionali. Tollerò i clubs e i partiti politici, necessari nella fase insurrezionale, in forza dell’affermazione demagogica del libero pensiero e come puri raggruppamenti confessionali ed agenzie elettorali. In una seconda fase la realtà della repressione di classe costrinse lo Stato a tollerare le organizzazioni degli interessi economici, i sindacati operai, di cui diffidava come «uno Stato nello Stato» (la legge Le Chapelier del 1791 in Francia vietava le organizzazioni e le associazioni in nome della libertà individuale).

Infine, il sindacato dei padroni da una parte divenne una forma di solidarietà adottata dai capitalisti per i loro fini di classe e dall’altro lo Stato intraprese, sotto il pretesto di riconoscerli legalmente, l’assorbimento e la sterilizzazione dei sindacati operai, privandoli di ogni autonomia per impedirne la direzione ad opera del partito rivoluzionario.

Nello Stato proletario, in quanto sopravvivono datori di lavoro, o almeno aziende impersonali i cui operai sono sempre dei salariati pagati in denaro, i sindacati di lavoratori si manterranno per proteggere il livello di vita della classe lavoratrice, la loro azione essendo in questo parallela all’azione del partito e dello Stato.

I sindacati delle categorie non operaie saranno invece proibiti. Infatti, sul terreno della distribuzione dei redditi con le classi non proletarie o semi proletarie, il trattamento dell’operaio potrebbe essere minacciato da considerazioni diverse dalle esigenze superiori della lotta generale rivoluzionaria contro il capitalismo internazionale.

Questa ultima possibilità, che sarà a lungo presente, giustifica il ruolo di secondo ordine del sindacato in rapporto al partito politico comunista, avanguardia rivoluzionaria internazionale, formante un tutto unitario con i partiti comunisti che lottano nei paesi ancora capitalisti e avente come tale la direzione dello Stato operaio.

Queste sono le linee fondamentali dello Stato sovietico contro le quali, in nome delle libertà borghesi e della democrazia operaia o proletaria, borghesi ed opportunismo, ancora oggi, sabotano ogni lotta reale per il potere proletario.

Da Kronstadt alla Polonia 1980 le correnti opportuniste, recalcitranti al potere centralizzato del partito di classe, hanno giustificato e giustificano forme di “partecipazione” o di “gestione” incompatibili con il potere sovietico.

In «Terrorismo e Comunismo» Trotski confuta i difensori della democrazia operaia contro la dittatura del partito Bolscevico:

     «Ci si accusa di aver sostituito alla dittatura dei Soviet quella del partito. Ed allora si può affermare, senza rischiare di cadere in errore, che la dittatura dei Soviet non è stata possibile che grazie alla dittatura del Partito. Grazie alla chiarezza delle sue idee teoriche, grazie alla sua forte organizzazione rivoluzionaria, il partito ha assicurato ai Soviet la possibilità di trasformarsi, di informare i parlamenti operai che erano uno strumento di dominio dei lavoratori. In questa sostituzione del potere del partito al potere della classe operaia non c’è niente di casuale e in fondo non c’è alcuna sostituzione.
     «I comunisti esprimono gli interessi fondamentali della classe operaia. È del tutto naturale che in un’epoca che mette questi interessi all’ordine del giorno in tutta la loro estensione i comunisti divengano i rappresentanti della classe operaia nella sua totalità. Ma chi vi garantisce, ci domandano i maligni, che è precisamente il vostro Partito ad esprimere le esigenze dello sviluppo storico?
È sopprimendo e rigettando nell’ombra gli altri partiti che vi siete sbarazzati della rivalità politica, fonte di emulazione, è attraverso ciò che vi siete privati della possibilità di verificare la vostra linea di condotta! Questa considerazione è dettata da un’idea puramente liberale della marcia della rivoluzione. In un’epoca in cui tutti gli antagonismi si dichiarano apertamente, nella quale la lotta politica si trasforma rapidamente in guerra civile, il partito dirigente ha, per verificare la sua linea politica, ben altri materiali e criteri indipendentemente dalla tiratura possibile dei giornali (dei suoi avversari).
     «In ogni caso, il nostro compito consiste non tanto nel valutare in ogni momento come una statistica l’importanza dei gruppi che rappresentano ogni tendenza, ma al contrario nell’assicurare la vittoria della tendenza della dittatura proletaria, tra i diversi attriti che si oppongono al buon funzionamento del suo meccanismo interno, un criterio sufficiente per verificare il valore dei nostri atti».

In termini di «pura teoria politica», che sta tanto a cuore al formalismo borghese, ma che è insufficiente o comunque unilaterale criterio in rapporto alla natura del potere statale proletario, Trotski afferma a Brest-Litowsk: «Ogni Stato è fondato sulla forza».

Questa affermazione, citatissima anche dai teorici borghesi per convalidare il valore del “realismo politico”, viene rimproverata alla teoria marxista che cadrebbe nella contraddizione tra il voler perseguire un regime sociale senza classi e la necessità del ricorso alla violenza per la sua realizzazione.

Lo stesso M. Weber, celebrato come il Marx della borghesia, riconosce che «in realtà è giusto che sia così». Se ci fossero soltanto organismi sociali in cui fosse ignota la forza come mezzo, il concetto di Stato sarebbe scomparso e al suo posto sarebbe subentrato ciò che in questo senso particolare della parola potrebbe chiamarsi «anarchia».

Di qui la distinzione tra il «monopolio della forza legittima» e «il monopolio del potere ideologico», che Weber attribuisce al gruppo ierocratico distinto dal gruppo politico, cosa che è storicamente accaduta nella separazione tra Stato e Chiesa o meglio nella separazione dei compiti tra Stato e Chiesa.

Ora la natura del potere proletario è tale che rifiuta di ricalcare la giustificazione del suo monopolio in nome di nuove categorie transitorie più o meno camuffate, ma afferma apertamente, contro ogni deteriore machiavellismo, il suo potere dittatoriale e dispotico di violenza, di ideologia e di spessore politico.

Altrimenti la sua giustificazione non farebbe che ricalcare le forme del potere borghese, con le sue interne e necessarie contraddizioni, con i suoi irrisolti e irresolubili conflitti.

Lo Stato proletario non può essere animato che da un solo partito e non ha alcun senso che vada oltre la congiuntura concreta la condizione che esso organizzi nei suoi ranghi e riceva nelle “consultazioni popolari”, vecchia trappola borghese, l’appoggio di una maggioranza statistica.

Fra le possibilità storiche c’è l’esistenza di partiti politici che sembrano composti di proletari, ma che subiscono l’influenza delle tradizioni controrivoluzionarie o dei capitalismi esterni.

Non si può ridurre la soluzione di questo contrasto, il più pericoloso di tutti, a diritti formali e a consultazioni in seno ad una astratta “democrazia di classe”.

Sarà anche questa una crisi da liquidare sul terreno del rapporto di forza.

Non v’è gioco statistico che possa assicurare la buona soluzione rivoluzionaria; questa dipenderà unicamente dal grado di solidità e chiarezza del movimento rivoluzionario comunista nel mondo.

Ai democratici ingenui di un secolo fa in occidente e di mezzo secolo fa nell’impero zarista, i marxisti ebbero ragione di contestare che i capitalisti ed i proprietari sono la minoranza e quindi il solo vero regime di maggioranza è quello dei lavoratori. Se la parola democrazia significa potere dei più, i democratici dovrebbero mettersi dalla nostra parte di classe.

Ma la parola democrazia, sia in senso letterale (“potere del popolo”) che per lo sporco uso che sempre più se ne fa, significa “potere non appartenente ad una classe, ma a tutti”.

Per questo motivo storico, come respingiamo con Lenin la «democrazia borghese» e la «democrazia in generale», dobbiamo escludere politicamente e teoricamente la contraddizione nei termini di «democrazia di classe» e di «democrazia operaia» .

Nell’esperienza storica del proletariato, comunque, lo Stato proletario non consiste in queste regole del dover essere, ma è stato una realtà provata e verificata. Dalla Comune di Parigi allo Stato sovietico, il marxismo rivoluzionario ha sempre rivendicato la tendenza storica alla dittatura proletaria, secondo la scoperta di Marx che indicava in essa lo sbocco inevitabile e necessario per la emancipazione della classe operaia.

La critica che Trotski porta all’esercizio della dittatura della Comune è rivolta agli errori e alle titubanze proprie delle preponderanti forze piccolo-borghesi in essa rappresentate, ma non certo alla sua esperienza di reale ricomposizione del potere, alla sua natura di organismo di lavoro contro il modello delle corporazioni parlamentari borghesi.

Così, ancora oggi, gli stessi detrattori e nemici dichiarati dello Stato dei Soviet del 1917 attaccano il principio dell’unità del potere e vedono in essa la vera caratteristica che oppone lo Stato proletario al criterio della separazione dei poteri.

     «L’ideologia sovietica considera meramente formale la garanzia che la divisione dei poteri dovrebbe assicurare: afferma che si tratta di una pseudo garanzia vantaggiosa solo per la classe dominante in una società composta da classi antagonistiche, ne rileva l’inutilità nell’ambito dello Stato socialista; di conseguenza afferma che principio connaturale all’ordinamento socialista è quello dell’unità del potere, caratterizzato dalla molteplicità di organi esercitanti contemporaneamente la medesima funzione sovrana, nonché dalla ripartizione della misura del potere che corrisponde, nella sua efficacia, al grado o dimensione dell’organo che esercita il potere stesso» (Mortati).

L’altra questione che provoca ancora dolorosi mal di testa ai nemici dichiarati dello Stato dei Soviet e agli opportunisti alla ricerca del cavillo giuridico è il «criterio della legalità».

«Nello Stato dei Soviet il criterio della legalità non ha un valore assoluto superiore al fine rivoluzionario che lo Stato socialista persegue e difende: gli organi supremi del potere statale non sono quindi necessariamente soggetti al rispetto del principio di legalità il quale è semplicemente un principio strumentale (“un metodo d’azione”) non una regola assoluta nello Stato socialista» (Mortati).

Naturalmente la facilità con la quale i legulei della borghesia si strappano le vesti di fronte ad un concetto così fluido di legalità, non vede come le costituzioni rigide (come quella italiana) dell’occidente, dopo aver proclamato in norme generali i principi informatori, demandano agli organi dello Stato e alle leggi ordinarie (quelle sì dotate di forza) la disciplina concreta delle singole materie e attribuzioni, facendo largo uso del riferimento alla discrezionalità nell’applicazione di esse; mille miglia lontane comunque da una interpretazione omogenea e tali da non poter evitare conflitti di competenze e di giurisdizione.

Non c’è giurista più o meno gonfio di sé che non si lamenti giornalmente della crisi del diritto e della incertezza sempre più evidente dello Stato di diritto, che dovrebbe appunto qualificarsi per la osservanza rigida di precise disposizioni di legge, non soggetta all’arbitrio ed alla lettura critica del giudice o del potere esecutivo.

La prova che il criterio di “legalità” del potere dei Soviet fuoriesce dall’ottica borghese e dalla sua scienza del diritto naturale sta nell’affermazione costante della superiorità del fine rivoluzionario che lo Stato socialista persegue. Come già la costituzione borghese uscita dalla rivoluzione francese fu preceduta dalla dichiarazione dei diritti del cittadino, anche la costituzione sovietica del 1918 è preceduta dalle “dichiarazioni dei diritti del popolo lavoratore e sfruttato”. Si vuole contrapporsi nettamente alle dichiarazioni dei diritti delle rivoluzioni liberali, è escluso che si sia dato vita ad una costituzione codificata e permanente: essa è infatti esclusa dal programma comunista; la convenienza di adottare regole scritte non ebbe nulla di intangibile e mantenne un carattere strumentale e transitorio, facendo a meno delle facezie sull’etica sociale e sul diritto naturale.

Naturalmente queste caratteristiche peculiari “del diritto statuale proletario” sono oggi come non mai sottoposte ad un severo giudizio da parte della “dottrina” borghese ed opportunistica, che porta a prova della loro negatività il fallimento della rivoluzione e il dispotismo staliniano, che sarebbe la sua espressione culminante.

Noi comunisti rivoluzionari respingiamo nettamente tale interpretazione, perché sosteniamo che la degenerazione dello Stato proletario non consiste nell’affossamento del concetto di legalità borghese e della sua presunta razionalità, ma nella vittoria complessiva delle forze storiche nemiche. Il diritto nella concezione marxista, applicata come è necessario anche allo Stato dei Soviet, nasce dopo. Ecco perché la nostra visione della questione esclude che possano essere i formalismi giuridici a “garantire” una realtà storica o un determinato assetto delle forze sociali in movimento.

La certezza del diritto rispecchia una fase storica di relativa stasi sociale o di assestamento di forze: allora è stato possibile alla stessa scienza del diritto della borghesia proteggere e dissimulare la propria dittatura di classe con una struttura esterna di tipo giuridico fondata sulla tripartizione dei poteri e sul concetto rigido di legalità.

Trotski e l’opposizione non cede a Stalin per mancanza di democrazia e di rispetto della “legalità socialista” come lo stesso credette. Una tribuna per la discussione garantita da Lenin non era un diritto formalizzato, ma una necessità ed un merito del modo complessivo di vita del partito bolscevico. Con ciò, senza pretendere col senno del poi di fare un comodo riferimento al centralismo organico rivendicato dalla Sinistra Comunista, vogliamo dire che gli statuti hanno avuto un significato ed un valore per disciplinare la vita interna del Partito, ma neghiamo che siano stati essi a “garantire” la vittoria d’Ottobre.

La stessa rivoluzione francese, nonostante la dichiarazione dei diritti del cittadino e la promulgazione della costituzione, passò per la via obbligata della sospensione di tutte le garanzie dei diritti individuali ed instaurò il Terrore: i soloni del senno del poi non possono pretendere di identificare la borghesia con l’idea che se ne sono fatta idealizzandola.

La Sinistra Comunista, di fronte alla degenerazione dello Stato sovietico e delle regole di convivenza all’interno del partito mondiale della rivoluzione, non si illuse mai di ripristinare la normalità e di garantirsi una tribuna di discussione rivendicando più democrazia, legalità e rispetto dello statuto; svolse la sua opera entrando, proprio contro le eccezioni di “costituzionalità interna”, nel merito delle questioni aperte, proponendo il suo giudizio e le sue tesi distinte sullo stato delle forze antagoniste, borghesi e proletarie a livello generale, difendendo il programma comunista e i cardini di esso, che da sempre non prevedevano la teoria del socialismo in un solo paese.

Per questo, contro tutte le falsificazioni, rivendichiamo la natura genuinamente proletaria dello Stato uscito dalla rivoluzione d’Ottobre, respingiamo l’idea che la degenerazione di esso nello stalinismo altro non sia che lo sviluppo inevitabile della sua “natura perversa”, sosteniamo anzi che lo Stato cosiddetto “operaio” sotto Stalin è il cambiamento di segno più netto che si possa immaginare tra compiti e relazioni tra Partito comunista e Stato.

Per dire questo non abbiamo atteso 50 anni di ponzature, ma l’abbiamo detto in faccia a Josif Vissarionovič, abile nel maneggio degli articoli dello statuto più, eccome, del sottile Palmiro, che nel 1926 s’ingegnò, e non poco, a diplomatizzare l’intervento della Sinistra, nel tentativo di assecondare il dittatore che non voleva si entrasse nel merito del partito russo e dello Stato russo, sua personale riserva di caccia.

Se fosse possibile, vorremmo dire, contro tutti, che troppa democrazia e l’abuso della interpretazione dello statuto permisero l’ascesa del Segretario Generale; i suoi appelli alla maggioranza del partito erano per lui la prova della sua giusta linea.

Pur non avendo mai preteso che lo Stato proletario fosse privo di strutture burocratiche, non abbiamo mai scambiato l’elefantiasi burocratica dello Stato post-sovietico con un difetto di democrazia operaia, ma abbiamo identificato in essa il potere reale, e non semplicemente un simbolico pericolo dei nep-men, della nuova borghesia russa, cioè di una ben precisa classe sociale. E di che cosa veniva e viene ancora oggi accusata questa struttura dello Stato russo se non di rigidezza e di crudele impersonalità, oltre che di arbitrio e di ostentazione di forza? Degli stessi pregi e difetti, come si vede, che si attribuiscono da sempre agli apparati burocratici, senza curarsi di approfondire a che cosa corrispondono sul terreno politico dei rapporti reali delle forze in campo.

La razionalità dello Stato borghese è intesa dal citato Weber come «l’esercizio del potere legale in conformità a norme generali astratte, che da un lato, da parte del funzionario, escludono l’azione arbitraria e come tale irrazionale, dall’altro, da parte del cittadino, permettono la prevedibilità dell’azione, quindi la sua calcolabilità in base al nesso mezzi-fini, che caratterizza appunto ogni azione razionale secondo lo scopo».

Così lo Stato degenerato di Stalin accoppia in un solo momento gli aspetti negativi dello Stato borghese, cioè l’arbitrio tipico dei momenti d’eccezione, e la prevedibilità nota, e come nota, specialmente agli ex-compagni bolscevichi, che avrebbe comportato la fine di ogni anche fisica possibilità di agire da comunisti.

Il secondo elemento caratterizzante la “costituzione” dello Stato dei Soviet del 1918 è rappresentato dal regime elettorale, regolato in base ad un principio che vuol essere l’analogo opposto del corrispondente principio dello Stato liberale: afferma infatti il cosiddetto censo del lavoro, cioè un criterio di discriminazione quanto al diritto di voto, che vuole contrapporsi a quel criterio censitario basato sulla cultura e sul possesso economico, tipicamente liberale e fatto valere nella costituzione francese nell’anno I (1791).

In base a questo principio sono esclusi dal diritto di voto tutti i membri della classe “borghese”, (commercianti, proprietari terrieri, nobili redditieri) nonché tutti gli antichi funzionari e gli ecclesiastici (in quanto strettamente legati all’organizzazione zarista, in applicazione del principio cesaro-papista allora dominante).

Altra caratteristica di tale regime di suffragio è il voto diseguale e plurimo, in considerazione della preminenza degli operai sui contadini, in ragione di 5 a 1. Tale disuguaglianza di voto, di tipo indiretto, comporta due gradi di scrutinio per la città, quattro per la campagna. Ultima caratteristica la pubblicità del voto.

Niente dunque di questi criteri deve spartire con la “democrazia” operaia o popolare. Noi rivendichiamo la “Costituzione” del 1918 come tipicamente sovietica e la contrapponiamo a quella del 1936, che reintroduce le classiche formule delle forme elettorali borghesi, eliminando il criterio discriminatorio del censo del lavoro, sostituendo il principio della elezione diretta a quello dell’elezione indiretta, sancendo all’art. 134 il principio del suffragio universale, eguale, diretto e a scrutinio segreto.

L’elezione avviene sulla base di una lista unica presentata dal partito “comunista” e dal cosiddetto gruppo dei senza partito (candidature isolate possono essere presentate, in base all’art. 141 della costituzione, anche dai sindacati, cooperative, organizzazioni giovanili, società culturali).

Gli stessi costituzionalisti occidentali definiscono la nuova costituzione del 1936 come «in niente differente dalle contemporanee costituzioni occidentali, presentando anzi un accentuato carattere di democraticità» (Mortati).

Dunque, c’è da stare certi, niente a che vedere con lo Stato sovietico.

Tenuto conto che essa elimina il congresso dei Soviet nella sostanza, mentre l’aggiornamento del 1956 lo elimina anche formalmente, in nome del suffragio universale. Ormai il Soviet supremo dell’URSS composto da due camere, il Soviet dell’Unione e il Soviet delle Nazionalità, eletto in ragione di un deputato ogni 300.000 abitanti, non è che un organo di rappresentanza del “popolo”.

Ma poiché non abbiamo intenzione di svolgere un trattato costituzionale, essendo il nostro compito di partito quello di riconoscere nell’esperienza complessiva e capitale della Rivoluzione d’Ottobre le basi irrinunciabili e valide in ogni tempo e spazio per l’esercizio corretto della dittatura proletaria (non è sufficiente riconoscere formalmente la sua necessità, è necessario saperla esercitare correttamente), quello che definisce la degenerazione dello Stato sovietico in Stato russo, con tutte le inevitabili ripercussioni nell’organizzazione mondiale del proletariato, è il rovesciamento dei rapporti che si stabiliscono tra Partito e Stato.

Considerando la composizione sociale del partito russo Trotski notava:

     «Il proletariato realizza la sua dittatura attraverso lo Stato sovietico. Il partito comunista è il partito dirigente del proletariato e, per conseguenza, del suo Stato. La questione principale sta nel realizzare questo potere nell’azione senza fonderlo nell’apparato burocratico dello Stato (…) I comunisti si trovano raggruppati in maniera diversa secondo che essi sono nel partito o nell’apparato dello Stato. In quest’ultimo essi sono disposti gerarchicamente gli uni nei rapporti degli altri e dei senza partito. Nel partito essi sono eguali in ciò che concerne la determinazione dei compiti e dei metodi di lavoro fondamentali».

Naturalmente questa eguaglianza va intesa per la Sinistra Comunista come non impedimento a ciascun militante di dare il contributo, nell’ambito del programma comunista, secondo le sue forze, le sue capacità.

D’altro canto lo stesso Trotski precisa:

     «Lo strumento storico più importante per il compimento dei nostri compiti è il partito. Evidentemente il partito non può sradicarsi dalle condizioni sociali e culturali del paese. Ma, come organizzazione volontaria dell’avanguardia, degli elementi migliori, i più attivi, più coscienti della classe operaia, esso può ben più dell’apparato dello Stato preservarsi dai pericoli del burocratismo».

Ma sfugge alla critica di Trotski che le ragioni che comportano l’infiltrazione della pratica burocratica giornaliera dello Stato sovietico nel partito non sono di tipo formale; il rovesciamento dei ruoli è l’espressione materiale del potere della classe borghese e della sconfitta del partito, il cui ruolo dirigente in senso rivoluzionario comunista si adegua alle necessità dello Stato borghese.

È evidente per la Sinistra che la direzione esercitata dal partito cede il posto all’amministrazione degli organi esecutivi (comitato, ufficio, segretario). In questa concezione della direzione la superiorità del partito, la sua esperienza collettiva passa in secondo piano.

L’eresia della pretesa “edificazione del socialismo in un solo paese” comporta il primato dell’amministrazione sulla direzione, sulla visione d’insieme dei rapporti generali tra le classi, che non sono puramente russi, ma internazionali. La superiorità del partito, non confuso con l’organizzazione dello Stato, fosse anche proletario, il partito come organizzazione di combattimento, sarà necessario finché esisteranno nel mondo resti di capitalismo. Potrà, inoltre, aver sempre il compito di depositario e propulsore della dottrina sociale, della visione generale dello sviluppo dei rapporti tra la società umana e la natura materiale.

Nell’edificazione del “socialismo in un solo paese” la “burocratizzazione” del partito, cioè la sua “divisione in compartimenti stagno”, non è l’adeguamento ai compiti amministrativi che rispecchiano la divisione del lavoro: la compenetrazione e la fusione di organizzazioni non escludono il permanere della capacità del partito di vedere nell’insieme. Ma quest’insieme non si eleva al di là degli interessi precipui della nazione russa. Il “socialismo” è ormai identificato con i destini dello Stato russo, ed allora la burocratizzazione non è più un’anomalia formale, ma un cambiamento profondo di sostanza.

Le lezioni dell’esperienza e della vita dello Stato sovietico dopo l’Ottobre ci hanno permesso di codificare, proprio sulla base della degenerazione, la futura carta d’identità della dittatura proletaria: la dittatura, preconizzata dal marxismo, non temerà di apparire la dittatura di uomini o gruppi di uomini che abbiano assunto il controllo governativo e si sostituiscano alla classe proletaria; proclamerà apertamente di essere necessaria; che l’unanimità della sua accettazione è impossibile; che la maggioranza dei suffragi, se fosse seriamente constatabile, non sarebbe una condizione in mancanza della quale la dittatura avrebbe l’ingenuità di abdicare.

Alla Rivoluzione occorre la Dittatura, e sarebbe ridicolo subordinarla al 100%, o al 51%.

Dove si esibiscono queste cifre, la rivoluzione è stata tradita. La costituzione del 1936 con il suo suffragio universale e la sua base democratica ne è un esempio.