[RG-19] Il capitale mondiale in convulsa rincorsa dei declinanti profitti
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Mentre le classi dominanti e i reggicoda opportunisti celebrano i loro saturnali rintronando a tutto volume le peggiori superstizioni di questa preistoria, dell’individualismo liberista, del progresso continuo e della solidarietà fra le classi, benché le classi oppresse ancora soffrano totale sottomissione alle consegne pacifiste dei partiti operai borghesi, la riproduzione del capitale snoda le sue intime catastrofiche leggi, quelle di sempre da quando si affermò come modo di produzione dominante, insensibile alle opinioni, le idee, la volontà, l’onestà o la corruzione di chiunque.
Per la terza volta nell’ultimo decennio la recessione produttiva sta colpendo il capitalismo mondiale confermandolo inabissato nella fase stagnante del suo storico ciclo semisecolare, periodo di convulsioni, crisi e distruzioni.
La dialettica storica del marxismo rivoluzionario svela nel grandeggiare mondiale delle produzioni, del mercato e della finanza la decadenza esplosiva del dirompente e instabile modo di produzione capitalistico.
L’accentuazione dei contrasti sociali di un’umanità sfruttata in crescente immiserimento e minacciosamente sempre più numerosa, schiavi moderni che il capitale sempre più difficilmente può mantenere, condanna la irrazionalità della produzione aziendale e dello scambio mercantile. Pure se ancora troppo recente è nelle metropoli imperialistiche l’effetto dell’oppio consumistico del benessere da Stato-riviera sul proletariato industriale più evoluto perché questo rintracci la sua propria essenza di classe nella scienza, nel programma rivoluzionario e nell’organizzazione di guerra sociale del partito comunista, è dall’odierna crisi confermato che in quest’ultimo quinto del secolo il capitalismo mondiale darà ampia estensione all’esercito dei propri becchini, dileguando le condizioni di illusione e mistificazione dei reali rapporti fra le classi.
La ciclica crisi dell’accumulazione
Anche stavolta è stato il capitale statunitense a precedere di quattro-sei mesi la generalizzazione della crisi a scala mondiale: il fondo della recessione sembra si sia verificato nel trimestre maggio-luglio con una contrazione della produzione industriale rispetto all’anno precedente dell’8%, meno profonda del minimo nel maggio ’75 di -11%, ma più accentuata del minimo del novembre ’70 di –6% e del minimo del luglio ’67 di 0%. In crescendo la durata dei cicli: in mesi 40, 54, 62, tanto che l’ultimo è stato il più lungo periodo di ininterrotta espansione dell’economia americana dopo le oscillazioni degli anni trenta. Ma molto grave è la crisi in particolari settori produttivi più attaccati dalla concorrenza estera: l’auto e la siderurgia. Nell’acciaio la recessione è stata decisamente la peggiore del dopoguerra manifestando nettamente i tratti caratteristici della sovrapproduzione; la produzione è infatti crollata dal luglio ’79 al luglio ’80 del 39%, ma prendendo a confronto la produzione del massimo storico americano, risalente addirittura al lontano 1973 al culmine della fase espansiva imperialistica durata tutto il dopoguerra, la contrazione è dell’enorme 45%, anche maggiore del 32% del luglio ’75. Il disinvestimento nel settore è quindi quasi della metà. Le industrie dell’auto hanno subito perdite definite colossali dagli stessi commentatori americani. Il fatto però che non si sia arrivati alla sospensione dei pagamenti e del credito e alle dichiarazioni di fallimento, tipo ’29, e gli operai siano sì stati allontanati dalla produzione a centinaia di migliaia, ma il regime possa mantenerli con una buona assistenza inattivi, dimostra che l’apparato economico nazionale non ha esaurito nel suo insieme i margini per ripartire perdite settoriali attraverso la solidarietà capitalistica nazionale.
Non siamo in presenza, insomma, di una vera e propria crisi economica generalizzata di sovrapproduzione di capitale, il sistema creditizio ha continuato a funzionare, il commercio dimostra solo segni di stanchezza, ma piuttosto all’interno che all’estero. Per ora anche questa recessione non provocherà eccessivi traumi alla società americana e, specie nei settori più in crisi, permetterà un radicale rinnovamento degli impianti, riduzione di personale ed aumento della produttività del lavoro. Nonostante la fase storicamente discendente sul teatro mondiale del capitalismo statunitense rispetto ai più giovani industrialismi, la guerra commerciale degli Stati Uniti sul mercato imperialista è tutt’altro che definitivamente persa, in particolare nei confronti dei concorrenti europei: nel campo dell’acciaio, per esempio, i costi americani sono sì superiori a quelli giapponesi, ma sempre inferiori a quelli inglesi.
A spingere in avanti le merci americane nel mondo è e sarà il maggiore sfruttamento della classe operaia, diretta e succube della politica imperialistica della propria borghesia: i salari reali medi orari nell’industria, secondo i dati borghesi, sono attualmente diminuiti già del 7% dal massimo del 1977, tornando ai valori del 1969; intanto, in nome della solidarietà patriottica, il sindacato dei lavoratori dell’auto UAW accetta la revisione al ribasso del contratto prima della sua scadenza. La disoccupazione è alta, 7,6%, ma nettamente minore del 9,1%, corrispondente a più di dieci milioni di disoccupati, del 1975.
La crisi USA, fin dal 1967, marcia di pari passo con quella inglese, anche quest’ultima già profondissima a metà dell’anno appena trascorso: molto forti sono infatti i legami monetari e finanziari fra i due paesi anglosassoni. Ad ottobre la produzione industriale inglese crollava a -10% rispetto all’anno prima. Drammatica la cifra dei disoccupati, aumentati dall’8,4% in novembre al 9,1% in dicembre, in numero 2 milioni e 200 mila; è il massimo, sia in assoluto sia in percentuale, verificatosi dalla crisi degli anni ‘30.
Anche per la Gran Bretagna si rileva, nonostante la gravità della situazione attuale per il proletariato inglese, che nel 1933 la percentuale dei disoccupati fu più del doppio dell’attuale, quasi un quinto della forza lavoro. Aggiungiamo però che, mentre l’economia americana da luglio in poi ha manifestato segni di ripresa, anche se contraddittori e incerti, la crisi inglese ad oggi sembra tutt’altro che arrivata al fondo, anche grazie alla politica governativa non favorevole agli interessi del capitale industriale.
Sfasati in ritardo stanno affondando nella crisi gli altri capitalismi, europei e giapponese: fra i peggio messi il francese, con contrazione del 6% a settembre della produzione industriale e con la sua massima quota di disoccupati di tutto il dopoguerra.
I capitalismi d’oriente, d’Europa e Russia, continuano ad accompagnarsi al capitalismo mondiale nella sua fase depressa, smentendo, se ce ne fosse ancora bisogno, ogni originalità dell’economia e della società d’oltre cortina rispetto al dichiarato capitalismo occidentale: né proprietà statale dei mezzi di produzione, né pianificazione centralizzata (di fatto solo formale) possono per nulla domare le incoercibili perturbazioni del tessuto mercantile e capitalistico. Mentre i tassi globali medi di tutte le produzioni denotano una inesorabile tendenza al rallentamento, tipica di ogni capitalismo, ma più accentuata nell’ultimo decennio di crisi mondiale, i valori delle produzioni specifiche per la prima volta nella storia delle statistiche ufficiali russe indicano brusche oscillazioni e anche regressi come nel caso della industria dell’acciaio.
La crisi sociale, come il capitalismo, sarà fenomeno unico mondiale; è l’opportunismo che cerca di rinchiudere il proletariato all’interno della soluzione nazionale, locale, aziendale, fatto perfino gettito del richiamo propagandistico al falso socialismo di marca moscovita, pechinese o peggio.
Grandi manovre della guerra commerciale
Se nel complesso nel 1980 l’accumulazione ha proceduto, per la solo parziale sincronizzazione delle crisi nazionali, il commercio estero ha segnato un ritmo di crescita molto minore rispetto a quello delle produzioni. Si è ripetuta, e maggiore dimensione assumerà il fenomeno nell’anno in corso, la regola che in tempo di crisi è il commercio a segnare le manifestazioni prime e più evidenti della recessione, tanto che apparentemente la sovrapproduzione appare fatto proveniente dalla distribuzione invece che dalla essenza della produzione capitalistica. Nel 1975, mentre la produzione si contraeva mediamente dell’1%, il commercio mondiale regrediva del 3%.
Protagonista nel 1980 è stato lo scontro commerciale triangolare: Stati Uniti – Europa occidentale – Giappone. Nel corso dell’anno si è assistito ad una modificazione dei rapporti di concorrenza fra i tre gruppi. Gli Stati Uniti arrivano alla fine del 1980 dimostrando capacità di recupero sulla bilancia commerciale, in parte sfruttando la sfasatura della crisi nei paesi occidentali e compensando il contrarsi del mercato interno con accresciute esportazioni. Nei confronti della CEE, vedi il caso delle fibre, l’esportazione americana ha potuto contare sulla divisione politica dell’Europa. Ma il principale fattore di forza del capitalismo americano è stata la disponibilità di materie prime e di eccedenze alimentari che rende la propria economia complementare con quella del concorrente giapponese. I tipici squilibri del commercio del Giappone ne fanno un necessario concorrente di paesi europei, ugualmente fondati sull’industria di trasformazione, mentre si rende possibile un interscambio con gli USA che infatti nel 1980 hanno esportato in Giappone per un terzo materie prime e per un quinto prodotti alimentari. L’Europa invece può esportare proprio quelle merci che in Giappone sono meno concorrenziali e infatti, nel 1980, hanno perso terreno su quel mercato. In conclusione si è assistito ad un diminuito protezionismo del mercato USA nei confronti delle merci provenienti dal Giappone e di accentuate difficoltà frapposte contro le merci CEE.
Le cifre della sconfitta europea nei confronti del Giappone e degli Stati Uniti sono catastrofiche: il deficit commerciale con gli USA è aumentato dai primi nove mesi del 1979 allo stesso periodo del 1980 da 5,5 a 13,7 miliardi di dollari; il deficit commerciale con il Giappone ha avuto dal ’75 questa progressione (in miliardi di dollari) 2,3 -3,6 -4,5 -5,0 -5,1 per arrivare solo nei primi 10 mesi di quest’anno al record di 7,1. Nel solo mese di luglio le importazioni dal Giappone sono aumentate rispetto all’anno precedente del 43%, contro un aumento delle esportazioni verso quel paese del 2%. Le reazioni europee per contrastare questa vera e propria invasione di merci a basso prezzo, che fanno il viaggio inverso a quello percorso dalle merci prodotte dal nascente imperialismo inglese, sono state sul piano politico e comunitario del tutto inadeguate, dimostrando ancora una volta la debolezza diplomatica della comunità cui si sostituiscono le concorrenti iniziative dei singoli Stati. Del tutto a vuoto anche il pellegrinaggio a Tokyo degli industriali dell’auto europei, gentilmente invitati a sottostare alle leggi sublimi del libero mercato, come sostanzialmente fallito l’accordo europeo per la limitazione delle produzioni di acciaio, sabotato con successo dagli industriali della Repubblica federale.
La Germania infatti, essendo il paese industrialmente più solido, tiene posizioni contrarie al protezionismo nonostante il passivo che quest’anno ha gravato la sua bilancia commerciale per il rincaro del petrolio. Stretto dal problema di sempre degli sbocchi commerciali, già esasperato dall’Inghilterra, oggi dagli USA, il capitalismo tedesco cerca sfogo verso est: in un anno l’interscambio fra le due Germanie è cresciuto del 34%; il commercio con la Russia è il maggiore di tutto l’occidente ammontando a 7,5 miliardi di dollari, davanti ai 4,5 degli USA e ai 4,4 del Giappone; questo è cresciuto di otto volte in dieci anni mentre l’insieme del commercio estero tedesco è cresciuto di 3 volte.
Altro terreno che l’imperialismo rinato tedesco tende a conquistare è quello dei mercati latino-americani, per le sue merci e per i suoi capitali; ma nel sub continente si trova in diretta concorrenza con il capitale giapponese il quale ugualmente cerca investimenti anche al di fuori della sua tradizionale zona di caccia del sud-est asiatico. La contesa in Sud-America è appena alle prime ficche ed è evidente che elemento risolutore dello scontro sarà l’atteggiamento assunto dalla potenza, enorme nella zona, dell’imperialismo statunitense che potrà giocare a favore dell’uno o dell’altro dei contendenti o, se avrà la forza di affrontarli uniti, contro entrambi.
L’ingombrante eccedenza di capitale mondiale
I commentatori borghesi hanno rilevato che il 1980, come già il precedente 1974, è stato l’anno in cui i movimenti speculativi di capitale, gli inspiegabili andamenti irregolari dei prezzi e delle quotazioni dei titoli hanno assunto dimensioni molto superiori alla normalità capitalistica. Che in periodo di crisi si accentuino, fino ad esasperarsi, i movimenti finanziari e la caccia frenetica dei migliori investimenti, anche se privi di ogni corrispondenza con una reale produzione di plusvalore, è fatto confermato dall’esperienza di tutte le crisi, anche settoriali e del solo commercio, della storia del capitalismo. La crisi di sovrapproduzione è prima di tutto sovrapproduzione di capitale, impossibilità di allargare la massa della produzione materiale per riutilizzare come capitale le quantità crescenti di profitto che una immiserita umanità è interdetta dal consumare. Enormi masse monetarie si raccolgono nelle mani delle banche e dei privati che si gettano alla ricerca di un interesse che, per quanto alto in tempo di crisi, tende a non compensare i rischi crescenti del prestito. Esempio gigantesco di questo fenomeno è quello del cosiddetto riciclaggio dei petrodollari: l’eccedente dei conti correnti dei paesi esportatori di petrolio, annullato per la stabilità del prezzo nel ’78, torna a crescere nei due anni successivi con l’aumento del prezzo e più ancora nell’anno in corso a seguito degli ultimi aggiustamenti (questo nonostante la riduzione della domanda, oggi al minimo dal 1976 e contrattasi dell’11% nei primi otto mesi dell’anno. Comunque il prezzo del petrolio resta allineato a quello corrente dell’oro).
Mentre i paesi occidentali in buona parte riescono a equilibrare le loro bilance dei pagamenti nei confronti dei paesi esportatori di petrolio con inverse esportazioni di manufatti, costruzioni di impianti, infrastrutture, ecc., i paesi poveri schiacciati dalla rapina imperialistica si trovano in una situazione debitoria sempre più grave: il deficit corrente di questi paesi è cresciuto l’anno scorso a 60 miliardi di dollari mentre l’indebitamento all’estero arriva a 500 miliardi. Queste masse monetarie enormi trovano crescenti difficoltà a ritrasformarsi in capitale: la soluzione in astratto razionale di un investimento da parte dei paesi produttori di petrolio nei paesi poveri contrasta con gli insufficienti profitti e gli altissimi rischi di tali investimenti in paesi super indebitati e politicamente in balia dei capricci delle centrali imperialistiche.
Avviene quindi che i surplus petroliferi vengano investiti sul cosiddetto euromercato finanziario, come dire banche che hanno sede in Europa e trattano in monete non nazionali, dollari, marchi, yen. Queste banche hanno infatti il grande pregio per i capitalisti di essere meno vincolate dalle regolamentazioni nazionali del credito, messe a punto sull’onda della grande crisi ’29-33. Ma l’internazionalismo del capitale evita qualsiasi impaccio e bardatura legale: l’unica legge è il tasso del profitto. Gli esportatori di petrolio divenuti grandi capitalisti hanno la forza politica di esigere dalle banche occidentali alti interessi e termini di vincolo dei loro prestiti molto brevi, sì da rapidamente poter inseguire le oscillazioni degli interessi e dell’inflazione, differenziati nei diversi paesi e nel tempo.
Le banche occidentali di fronte al declino, storico e congiunturale, della domanda interna di capitali industriali sono costrette a rinnovare i prestiti ai paesi poveri sia per finanziarsi le proprie esportazioni, sia perché questi possano ripagare i debiti sui prestiti precedenti (il creditore deve mantenere in vita il debitore); si tratta ovviamente in questo caso di concessioni di credito a lunga scadenza e di incerto ritorno per cui, per il contrasto fra tipo della raccolta e tipo della collocazione dei capitali, ne segue una miscela esplosiva che solo il regime di rappezzata pace imperialistica riesce a stento a tenere in piedi.
Altro fenomeno che ha causato forti movimenti di capitali è stato l’eccezionale innalzamento del tasso di interesse negli Stati Uniti con andamento alterno: dal minimo di 4,75% nel 1972 al 12% nell’anno di crisi 1974 per ridiscendere al 6% nel ’76 e risalire nell’aprile scorso al record del 20%, ridiscendere al 10,75 nell’agosto e puntare al 21,5% nel dicembre. Il tasso di interesse cresce in proporzione all’insicurezza dell’investimento di capitale: aumenta in tempo di crisi economica come nel ’74 o di crisi politica, come in coincidenza con la minacciata invasione russa in Polonia degli scorsi mesi. Capitali americani investiti in Europa nel corso dell’anno facevano ritorno in patria mentre capitali tedeschi si trasferivano in gran quantità oltre Atlantico: si vendono marchi per acquistare dollari, in quantità tale che la quotazione del marco, la più forte della comunità europea, diventa la più debole, al limite inferiore della banda di oscillazione consentita dall’accordo monetario europeo (che per ora regge), mentre il franco francese si trova al massimo superiore. Il dollaro si rafforza al di sopra di qualsiasi previsione raggiungendo il cambio con due marchi e rafforzandosi molto anche sulla lira. Il marco tedesco risulta quindi, per motivi esclusivamente finanziari, molto svalutato nei confronti per esempio della sterlina, specialmente tenendo conto della grande differenza fra l’inflazione nei due paesi.
Anche i privati, i cosiddetti risparmiatori, si sono fatti prendere dalla frenesia dando nuova vitalità alle borse titoli e in genere riducendo ulteriormente i depositi bancari. Negli Stati Uniti, come ovunque, il mercato monetario extra bancario è grandemente cresciuto, permettendo i fondi di investimento collettivi l’accesso al gioco finanziario anche dei piccoli: questa raccolta che nel 1974 raggiungeva i 49 miliardi di dollari nel 1979 arrivava a 115. L’effetto è un ulteriore indebolimento del sistema bancario e un aumento dell’anarchia, emotività, sregolatezza del meccanismo della circolazione del capitale monetario, del resto sue caratteristiche ineliminabili. Vanno quindi riproducendosi le premesse, sia a grandissima sia a minima scala, del generale tracollo del credito tipico di tutti i momenti di crisi economica, che noi comunisti sappiamo certa e confidiamo sveli, col fallire di ogni apparato di regolamentazione e addomesticamento del mostro imperialista, la goffaggine e la paralisi anche difensiva di un fradicio ordine sociale di fronte al rinnovatore assalto distruttivo proletario.