[RG-16] La logica del sindacalismo fascista e del sindacalismo tricolore: la difesa del Capitale Pt.2
Categorie: CGL, Fascism, Italy, PCd'I
Articolo genitore: La logica del sindacalismo fascista e del sindacalismo tricolore: la difesa del Capitale
Questo articolo è stato pubblicato in:
- Comunismo 6 ()
Traduzioni disponibili:
Sindacati e Corporazioni nell’ordinamento fascista
Diamo ora uno sguardo alla natura reale delle Corporazioni e dei Sindacati e alla loro funzione giuridica. È indispensabile per mettere in evidenza la sostanziale continuità storica fra corporativismo totalitario fascista e corporativismo collaborazionista democratico.
L’assetto definitivo delle Corporazioni avvenne nel ’34 con la legge del 5 febbraio, che tracciava le linee essenziali per l’organizzazione e la sistemazione giuridica di questo ente e dei sindacati.
Alla base del criterio di costituzione delle Corporazioni vi è il «grande ramo di produzione» articolato in base al ciclo produttivo, cioè abbracciante vari processi (cicli) produttivi relativi a prodotti che presentano caratteri di affinità produttiva (cereali, tessili, chimici, ecc.) per i quali si pongono problemi fra loro strettamente connessi e coordinati.
In ogni Corporazione vengono così ad essere rappresentate e collegate le varie categorie scaglionate nei cicli dei vari prodotti del ramo, dalla produzione della materia prima al consumo del prodotto finito. Così, ad esempio, la corporazione dei prodotti tessili comprende l’ovicoltura e la gelsibachicoltura, le diverse industrie tessili (semi e bachi, trattura e torcitura della seta, industria del rajon, del lino, della canapa, della juta, tintura e stampa dei tessuti, ecc.) e le imprese commerciali dei prodotti corrispondenti.
Così, in base a questo criterio, le 22 Corporazioni costituite si dividevano in tre grandi gruppi, appunto secondo le caratteristiche del ciclo produttivo: 8 erano le corporazioni a ciclo produttivo agricolo, industriale e commerciale, 8 quelle a ciclo industriale e commerciale, 6 le corporazioni per le attività produttrici di servizi. Al vertice erano unificate dal Consiglio nazionale delle Corporazioni.
Le Corporazioni erano praticamente preposte al coordinamento dei processi produttivi e distributivi di tutta l’economia nazionale.
Sarebbe troppo lungo descriverne la composizione in forma dettagliata in senso verticale e orizzontale, che del resto variava notevolmente a secondo del tipo di Corporazione. È importante tuttavia sottolineare brevemente i criteri con cui erano organizzate. Ogni Corporazione comprendeva rappresentanti delle amministrazioni statali, del PNF, del capitale, dei lavoratori, nonché rappresentanti “tecnici” specializzati nel settore. In esse erano rappresentati tutti i gruppi di attività omogenee e ogni gruppo era impostato sulla pariteticità di rappresentanza tra capitalisti e lavoratori. Nelle Corporazioni erano pertanto rappresentati tutti gli interessi economici del ramo di produzione, sia nel senso degli interessi di classe, sia in quello dei rapporti economici tra i vari capitalisti o società operanti nel settore in cui si articolava la vita della Corporazione.
Le Corporazioni erano strutturate quindi in modo tale da incorporare tutta la struttura produttiva capitalistica nazionale sotto l’egida dirigistica dello Stato, per comprimere tutte le spinte e gli interessi particolari, di classe e di settore produttivo, verso il fine dell’interesse generale del capitalismo nazionale. Costituivano di fatto l’incontro istituzionalizzato tra Capitale e Lavoro, la collaborazione di classe elevata a principio giuridico in funzione produttiva. Ovviamente, essendo la produzione capitalistica impossibile da programmare e inquadrare seriamente verso fini uniformi e armonici, seppure anche di natura capitalistica, chi subiva realmente tutto il peso soffocante delle Corporazioni era il proletariato, inchiodato per legge alle esigenze della nazione.
Esse costituivano di fatto l’incontro istituzionalizzato tra capitale e lavoro, la collaborazione di classe elevata a principio giuridico in funzione produttiva.
È importante tuttavia notare come Corporazione e Sindacato fossero due organizzazioni distinte, e separate non solo formalmente ma anche giuridicamente. I Sindacati di categoria, associazioni collegate alla rispettiva Corporazione, divenivano autonomi dalla relativa Confederazione, ma continuavano ad aderire ad essa. In altre parole i Sindacati non emanavano dalle Corporazioni, ma mantenevano vita propria, distinta non solo da esse ma anche da quelli padronali, che anche erano organizzativamente autonomi dalle Corporazioni.
Queste ultime, infatti, avevano funzione normativa prevalentemente di carattere economico, nel senso della regolazione dei rapporti tra tutte le branche dei settori interessati e inquadrati dalla Corporazione.
In materia di rapporti di lavoro tra operai e padronato le Corporazioni erano investite soltanto di “competenza accessoria”, ossia funzionavano da regolatrici dei contratti di lavoro di categoria stipulati tra sindacati dei lavoratori e associazioni padronali. L’art. l0 della legge 3 aprile ’26, poi ripreso integralmente dalle norme del decreto legge del ’34, prevede infatti che «gli organi centrali di collegamento possono stabilire, previo accordo con le rappresentanze dei datori di lavoro e dei lavoratori, norme generali sulle condizioni di lavoro nelle imprese a cui si riferiscono. Tali norme hanno effetto rispetto a tutti i datori di lavoro e a tutti i lavoratori della categoria a cui le norme si riferiscono e che le associazioni collegate rappresentano».
Per poter emanare norme riguardanti i rapporti di lavoro, la Corporazione aveva bisogno dell’investitura da parte dei Sindacati fascisti e delle organizzazioni padronali.
Questa distinzione organizzativa tra Corporazioni e Sindacati fascisti è importante in quanto sottolinea come lo stesso fascismo, pur nella sua concezione ferocemente gerarchica e “autoritaria” dell’inquadramento sociale da parte dello Stato, ha tenuto a distinguere tra associazione sindacale, comunque riflettente in una qualche misura gli interessi particolari degli associati, lavoratori e capitalisti, e organo statale di controllo e coordinamento dell’attività economica nazionale, e dunque di asservimento del proletariato agli interessi del capitale.
L’importanza di questa distinzione del fascismo, che è poi la stessa attuata e continuata dal regime democratico-resistenziale post-fascista, anche se in forme diverse, appare ancora più evidente se considerata sul piano giuridico, che rappresenta la formalizzazione istituzionale dell’essenza politica dei due organismi.
È interessante al riguardo riportare per esteso l’analisi di un giurista dell’epoca, Amleto Di Marcantonio, in un suo ampio testo sulla “Natura e funzioni della Corporazione”:
«Gli istituti di natura giuridica pubblica possono rivestire nello Stato o la figura di organi o quella di persone giuridiche pubbliche. I primi formano la categoria degli strumenti di azione diretta, le seconde quella degli strumenti di azioni indiretta; gli uni sono inseriti completamente nell’organizzazione statale e servono alla costituzione e all’attuazione della volontà dello Stato (e non hanno pertanto personalità giuridica), le altre hanno natura autarchica: hanno cioè interessi propri e propria capacità di governarli, ma poiché tali interessi riguardano anche lo Stato, la loro azione deve esser tale da armonizzare gli interessi propri con quelli dello Stato (funzione pubblica). A tale fine è stata loro riconosciuta la personalità di diritto pubblico, che contiene implicita la responsabilità di svolgere quella funzione. Dei due istituti fondamentali dell’ordinamento corporativo, il sindacato è stato inquadrato fra le persone giuridiche pubbliche, la corporazione fra gli organi dello Stato.
«La ragione per cui la corporazione è stata inquadrata nella categoria degli organi dello Stato anziché in quella delle persone giuridiche pubbliche si può dire discenda da questi due elementi: a) lo scopo per cui essa è stata istituita (disciplina unitaria e sviluppo della produzione che è interesse dello Stato); b) la sua struttura politica e tecnica economica, stabilita in vista del raggiungimento di tale scopo.
«Anche il sindacato – si noti – che pure non è un organo dello Stato, raggiunge in definitiva, con la sua azione, l’interesse generale, giacché è tale l’equa regolamentazione dei rapporti di lavoro realizzata con l’incontro (collaborazione) delle volontà delle associazioni. Ma gli interessi che si riflettono nel sindacato e, in conseguenza, l’azione di questi, hanno una fisionomia del tutto particolare che determina una costituzione dell’istituto tale da individuarlo come persona avente propria volontà e proprio fine.
«Il sindacato nasce per volontà dei componenti una categoria e per tutela degli interessi della categoria stessa, interessi che in gran parte sono relativi alle condizioni di lavoro o al capitale, o a necessità assistenziali ecc., in altri termini a un fattore della produzione.
«Pertanto l’istituto si presenta con quell’autonomia propria di ogni associazione che raggruppi individui svolgenti una stessa attività (nel nostro caso lavoratori o datori di lavoro), e quindi aventi interessi comuni, diversi e spesso contrastanti con quelli di altre analoghe associazioni.
«Tale autonomia non può scomparire neppure se l’istituto è portato sul piano del diritto pubblico. Infatti, pur se la maggior parte degli interessi del sindacato riguardano, in regime fascista, anche lo Stato, essi non cessano di esser propri della categoria; lo Stato è al di sopra, e siccome gli preme che gli interessi dei sindacati antagonisti si armonizzino, ottiene tale scopo inquadrando i sindacati stessi fra le persone giuridiche pubbliche. Non li può lasciare fuori della sfera del diritto pubblico, perché non può ammettere che la loro attività possa contrastare con l’interesse generale; d’altra parte non li potrebbe neppure inquadrare fra i propri organi perché gli interessi dello Stato non possono allo stesso tempo identificarsi con quelli dei sindacati aventi spesso fra loro fini contrastanti.
«La capacità giuridica del sindacato comporta che l’azione di tutela che svolge l’ente si rilevi in un primo tempo distinta nei confronti dell’azione del sindacato antagonista. La collaborazione viene attuata ma in un secondo momento e all’esterno, quando con il contratto due dichiarazioni di volontà stabiliscono il ponte fra il sindacato dei datori e quello dei lavoratori. In questo momento il nuovo fine raggiunto dai due sindacati – mediante la collaborazione – viene a coincidere con quello dello Stato, ma non con esso si identifica, come pure non si identifica la volontà dello Stato con quella dei sindacati.
«Deve infine notarsi che, quantunque il riconoscimento giuridico di diritto pubblico implicitamente comporti per il sindacato il dovere di attuare la collaborazione, non è tuttavia escluso, almeno teoricamente – e proprio a causa dell’autonomia caratteristica del sindacato – che tale collaborazione non si realizzi: ciò prevede, del resto, la legge che ha fornito il mezzo per giungervi per altra via (magistratura del lavoro che può, fra l’altro, dettare norme in materia di lavoro; corporazioni, che hanno una funzione analoga).
«Tutt’altro avviene per la corporazione. Lo scopo cui essa è destinata riguarda la disciplina unitaria delle forze produttive, le quali si pongono in molteplici relazioni che hanno vaste e complesse ripercussioni su tutta la scala del processo economico. Qui l’interesse dello Stato, è diciamo così, più diretto e immediato: lo Stato non si trova di fronte ai rapporti di lavoro, semplici e circoscritti, per i quali è sufficiente un regolamento attuato dai sindacati stessi purché non nocivo agli interessi generali: ma si trova di fronte a rapporti complessi, che interessano nello stesso tempo datori e lavoratori, tecnici e consumatori, Stato e Partito, in sostanza la collettività, anche se i problemi sono relativi a un ramo di produzione. Posta la necessità di regolare in maniera unitaria questi rapporti, lo Stato crea all’uopo (non riconosce) un istituto – la corporazione – nel cui seno chiama, per una più idonea valutazione dei problemi e perché possa attuarsi la necessaria collaborazione, gli elementi delle categorie nonché quelli delle istituzioni interessate alla disciplina di quei rapporti. Avviene così che in un solo istituto (collegio) vengono a trovarsi elementi vari che di conseguenza non riflettono gli interessi di un fattore della produzione, bensì gli interessi più diversi, in altri termini gli interessi della produzione, che sono interessi generali; la volontà di tali elementi o rappresentanti, ridotta a volontà unitaria, non è mezzo per un fine proprio (il collegio, appunto in quanto tale, non ha fine proprio). La fisionomia della corporazione non è quindi uguale a quella del sindacato, né a quella degli altri enti pubblici che hanno un proprio fine, e non poteva pertanto consigliare il suo inquadramento fra le persone giuridiche pubbliche.
«I vari e spesso contrastanti interessi che si riflettono nella corporazione le fanno perdere infatti ogni carattere particolaristico e la rendono direttamente esponente degli interessi economici generali: non si dimentichi a questo proposito che lo Stato e il Partito non sono al di sopra né tanto meno al di fuori della corporazione, ma sono dentro la corporazione, come il sangue che circola nell’organo e gli dà vita. Gli elementi designati dalle categorie rappresentano gli interessi di queste e li fanno valere in seno alla corporazione, ma la composizione dei vari interessi, cioè la collaborazione, avviene all’interno dell’istituto stesso, non all’esterno, nel momento, cioè, in cui si incontrano le diverse volontà che si fondono nella volontà unica che deve manifestarsi. Gli angoli si smussano sotto la superficie, si contemperano le varie esigenze, gli interessi vengono ad equilibrarsi e si produce così la convergenza dei fini verso quell’unico fine che è costituito dall’interesse unitario della produzione; avviene, in altri termini, un’operazione interna che si traduce in atto unilaterale di volontà».
Al di là dell’artificiosa armonia d’insieme con cui è qui esposta la questione, che come sempre riflette la stridente contraddizione tra il preteso equilibrio razionale delle espressioni giuridiche borghesi e la dura e ben diversa realtà dei contrasti d’interessi che caratterizzano tutti i settori sociali ed economici della società capitalistica, è comunque evidenziato con estrema chiarezza il ruolo del sindacato quale “strumento di azione indiretta” dello Stato; ossia, nel nostro linguaggio marxista spoglio dalle finzioni giuridiche borghesi, mezzo di cui la classe dominante si serve in forma indiretta per asservire il proletariato alle esigenze della propria economia. La Corporazione invece è strumento diretto dello Stato, è infine una sua istituzione vera e propria, appartiene organicamente ad esso, ne costituisce un nerbo strutturale di funzionamento e, in questo ambito, i sindacati svolgono la loro funzione collaboratrice di indirizzo antiproletario; ma svolta in forma autonoma, in quanto formalmente essi rappresentano una precisa classe sociale avente propri interessi antagonistici a quelli degli istituti rappresentanti propriamente gli interessi del padronato.
Il fascismo caratterizzò l’organizzazione statale quindi non per aver dato vita a sindacati misti di operai e padroni, come spesso erroneamente si crede, organi che furono, come abbiamo visto, teorizzati dai rossoniani nel periodo barricadiero del sindacalismo fascista, ma che non hanno mai avuto né avranno mai alcuna possibilità pratica di attuazione proprio per l’inconciliabilità d’interessi delle due classi, il cui antagonismo naturale non potrà che essere sempre in qualche modo riconosciuto da qualsiasi Stato capitalistico, ma per aver dato una configurazione precisa all’opportunismo sindacale collaborazionista, averne, in poche parole, istituzionalizzato il ruolo storico con la forza dell’organizzazione dello Stato, averne fatto non tanto un organo dello Stato nel senso proprio del termine, ma in senso improprio, per avergli conferito la veste di personalità giuridica dello Stato, ossia di organizzazione che, pur rappresentando e gestendo interessi propri, svolge la sua azione in modo tale da armonizzare i propri interessi con quelli dello Stato.
Analogia di sostanza fra regime fascista e democratico
Non diversamente nella sostanza si presenta la questione nel regime democratico post-fascista dei tempi nostri. Esso ha copiato e sviluppato il criterio di organizzazione corporativa della società, svolgendolo in forma confacente con le esigenze dell’inganno democratico, proprie dell’organizzazione “pluralistica” dello Stato democratico.
Anche in democrazia si costituisce e agisce il classico triangolo corporativo sindacati-padroni-governo. In democrazia, come nel fascismo, lo Stato è rappresentato come il sintetizzatore delle istanze sociali proprie dell’antagonismo naturale tra proletariato e borghesia, i cui interessi propri sono in entrambi i regimi rappresentati dalle rispettive organizzazioni sindacali: i sindacati tricolore per i lavoratori, la Confindustria, la Confagricoltura e le altre associazioni padronali per i capitalisti. L’unica differenza tra i due regimi sta nell’inquadramento giuridico dei sindacati operai, ai quali il regime democratico non riconosce personalità giuridica pubblica, ma li contempla come associazioni di fatto cadenti sotto il vincolo della giurisdizione privata e delle leggi di “pubblica sicurezza”. Ma i sindacati tricolore sono essi stessi emanazione dei partiti che costituiscono l’ossatura politica del regime e nei loro statuti vige l’assoluta fedeltà alle leggi dello Stato e alla Costituzione Repubblicana. In questo modo è ugualmente garantito il loro ruolo di “strumenti indiretti” dello Stato nella sua opera di compressione e asservimento della classe operaia agli interessi dell’economia nazionale.
Anzi, la loro natura formale di organizzazioni indipendenti e non vincolate dalle istituzioni statali, unitamente al richiamo esteriore alla tradizione dell’associazionismo classista sulla quale si costruirono nell’immediato dopoguerra, e quindi la loro influenza opportunista sulle masse operaie, influenza di cui certamente non godevano i sindacati fascisti, costituiscono la miglior garanzia verso lo Stato, molto più efficace di qualsiasi vincolo giuridico, che avrebbe sicuramente l’effetto di allontanare dalle sue file lo strato di proletari più combattivo e più sensibile alla difesa dei reali interessi della propria classe.
La differenza tra sindacalismo fascista e sindacati tricolore del regime democratico appare qui in tutta la sua evidenza di pura forma giuridica confacente alle diversità formali tra i due regimi politici, ma che non investe assolutamente il campo della collocazione del sindacato come strumento indiretto del regime, fascista o democratico che sia, e quindi la sua natura di “sindacato di regime”.
Tuttavia è ovvio che le due organizzazioni non sono esattamente la stessa cosa, non fosse altro perché i sindacati del regime democratico godono, o per lo meno hanno goduto, di un seguito e di una credibilità certamente non paragonabili a quelli dei sindacati fascisti.
È proprio questa considerazione, unitamente al fatto di tener conto della situazione sociale in campo proletario venutasi a verificare nel periodo della ricostruzione postbellica e del successivo “boom” economico, che ha portato il nostro partito ad assumere nei confronti della CGIL tricolore un atteggiamento tattico diverso da quello seguito dai comunisti nei confronti dei sindacati fascisti.
Analoghe considerazioni ci hanno portato poi a ritornare verso l’atteggiamento di allora.
Limitiamoci per ora a rilevare che in questi ultimi anni il grado di asservimento e di collaborazione delle centrali sindacali tricolore ha visto raggiungere livelli insperati dagli stessi sindacati fascisti. In nessun periodo della storia dell’Italia borghese la simbiosi tra apparato statale, governo, sindacati, e associazioni padronali si è espressa in forma compiuta e squisitamente corporativa come ai giorni nostri, e questo processo di progressiva integrazione dei sindacati nell’apparato statale è destinato ad accentuarsi con l’approfondirsi della crisi e l’avvicinarsi della soluzione catastrofica finale della guerra mondiale.
Se è vero che non esistono più le Corporazioni strutturate come durante il fascismo, è pur vero che i sindacati sono inseriti a pieno titolo di rappresentanza in tutti i principali organismi istituzionali della cosiddetta programmazione economica, come il CNEL, e in molti istituti politico-economici a livello regionale e provinciale. L’adesione delle rappresentanze federali e confederali del sindacalismo tricolore agli organi dello Stato borghese è una chiara eredità del fascismo ed esprime coerentemente la funzione opportunista e disfattista dei sindacati nazionali, ormai vere e proprie organizzazioni antioperaie nel seno del proletariato, fenomeno questo che ormai caratterizza, con sfumature formali diverse, tutti i principali paesi a capitalismo avanzato e anche quelli cosiddetti “in via di sviluppo”. A questo punto è ovvio che il riconoscimento giuridico formale dei sindacati quali enti investiti a pieno titolo di diritto pubblico ha un’importanza sempre meno rilevante ai fini pratici del ruolo che essi sono chiamati a svolgere all’interno della società capitalistica.
Non bisogna dimenticare che la stessa Costituzione democratica prevede il riconoscimento giuridico dei sindacati.
La capitolazione della Confederazione Generale del Lavoro di fronte al fascismo
Ritornando al periodo fascista è opportuno dire qualche parola sull’atteggiamento della CGdL nei confronti del sindacalismo fascista e del governo più in generale.
Abbiamo già accennato come i sindacati rossi siano stati progressivamente emarginati con la violenza dal terreno della rappresentatività operaia nei confronti del padronato. Di fronte all’offensiva delle camicie nere i confederali non seppero opporre alcuna seria resistenza di classe. La direzione riformista della CGdL influenzò tutta l’azione dei sindacati di categoria nei confronti del governo fascista e contribuì con le forze della reazione allo smantellamento completo di tutta la struttura organizzativa costruita in più di vent’anni di attività. Di fronte alla violenza delle camicie nere contro le Camere del lavoro e le rappresentanze operaie nelle fabbriche, la direzione della Confederazione subì l’attacco senza mai rispondere sul piano dell’azione di difesa classista. Lo stesso atteggiamento pacifista e remissivo dei socialisti e, al di là delle parole, dei massimalisti, non poteva non riflettersi anche sul piano sindacale. Coerenti alla loro natura collaborazionista gli alti papaveri confederali non disdegnarono neppure di offrire al governo fascista la loro collaborazione. Lo stesso Mussolini, facendo tesoro del suo passato di battaglie contro i riformisti nel PSI, aveva presente questo spirito rinunciatario che anima da sempre il socialriformismo, nella sua azione sul quotidiano piano sindacale, e tentò di lanciare l’amo della collaborazione dall’alto della carica di Capo del Governo per avvicinare al sindacalismo fascista la parte più destra della CGdL. Non ne ebbe infatti un deciso rifiuto. Anche se timidamente sconfessati dalla direzione del PUS, D’Aragona e Colombino si dichiararono sensibili all’appello. Contrari si dichiararono i massimalisti della Confederazione, ma era risaputo che alcuni di loro non disdegnavano l’eventualità di una qualche collaborazione, in considerazione del fatto che era divenuto ormai difficile per i sindacati rossi svolgere una qualsiasi attività tra le file dei lavoratori e solo l’offerta di consensi al sindacalismo fascista avrebbe potuto creare una situazione di maggiore tolleranza da parte di questo ultimo, e quindi dare maggior possibilità di vita alla Confederazione. Anziché lottare a viso aperto contro il nemico sul suo stesso terreno, della violenza e del confronto armato, si preferiva dichiararsi sconfitti e piatire comprensione in cambio di un po’ di collaborazione.
Comunque, al di là di certe resistenze, i contatti tra dirigenti confederali e i rappresentanti del governo fascista continuarono nel ’23 fino a che il 25 luglio una rappresentanza della CGdL, composta da D’Aragona, Azimonti, Buozzi, Colombino e Cabrini, fu ricevuta da Mussolini. Il colloquio fu “franco e cordiale”, come lo definì la stampa borghese di quei giorni, e dopo di esso la tendenza collaborazionista dei capi confederali si accentuò. Già nelle prime fasi delle trattative, alcuni deputati socialisti di origine sindacalista dichiararono: «Abbiamo l’impressione che l’onorevole Mussolini voglia saggiare le nostre anime, compiere una revisione in mezzo a noi.
Ebbene vogliamo affermare che ai concetti della collaborazione noi aderiamo pienamente a patto che: 1) le nostre forze non siano frantumate o assorbite dal sindacalismo fascista; 2) si istituisca fra i due sindacalismi una piattaforma di equilibrio e un minimo comun denominatore sul quale collaborare per la risoluzione dei problemi fondamentali; 3) non si costringano né i deputati confederali, né la CGdL, né le molteplici organizzazioni annesse ad abbandonare il partito socialista, di cui sono state e sono un’unica energia».
D’Aragona poi aggiunse che compito della CGdL, semmai, doveva essere quello di guidare il Partito, in modo da far dipendere la politica da pratici e realistici interessi economici,
«per la prosperità sempre più grande della nazione di cui tutti – socialisti e fascisti, rossi e bianchi – siamo viva e palpitante espressione».
Infine Azimonti precisò, su «Battaglie sindacali» che un simile atteggiamento «non era soltanto necessario, ma indispensabile per la difesa dei diritti del lavoro da svolgersi in via diretta nei confronti del padronato e a mezzo dei delegati confederali nei corpi consultivi dello Stato e negli organi delle assicurazioni sociali (…) La Confederazione è intenzionata a partecipare direttamente con tutte le sue energie alle elezioni e all’attività del parlamento o Consiglio nazionale se il Governo – come ha ripetutamente promesso – si deciderà ad istituirlo».
Le spinte collaborazioniste proseguirono per un po’ di tempo finché ad arginarle insorsero gli stessi sindacati fascisti, preoccupati che questo atteggiamento finisse per mettere in ombra la loro funzione di fronte al governo. Si unirono ad essi quasi tutte le componenti del fascismo, dai nazionalisti, appena entrati allora nel fascismo, agli ultradestri di Farinacci, ai cosiddetti “revisionisti”, che facevano capo a Giuseppe Bottai e alla rivista Critica Fascista. Tutti proclamarono impossibile la collaborazione tra sindacati fascisti e “sindacalisti rossi”, così da interrompere praticamente le trattative in corso con il governo. È da attribuire quindi alle stesse forze del fascismo se la CGdL non si macchiò di tanta infamia. La vicenda la diceva lunga sulle reali intenzioni dei bonzi riformisti e sulla loro disponibilità ad assimilare i concetti di fedeltà alla nazione e all’economia, statale e privata, sbandierata dal sindacalismo fascista.
Votati per vocazione storica alla collaborazione di classe, i dirigenti confederali manifestarono apertamente la propensione a collaborare con i loro stessi aguzzini, tracciando così le linee dorsali del futuro sindacalismo tricolore resistenziale post-bellico sulla falsariga della fedeltà alla nazione e, in chiave democratica, al popolo italiano.
Sul piano dell’azione i sindacati rossi manifestarono in pieno tutta la loro debolezza. Vincolati alla politica del pacifismo aventiniano dei socialisti, in nessun caso, nemmeno nel vivo della lotta, i sindacati di categoria della CGdL riuscirono ad esprimere un’azione di risposta classista al padronato e alla naturale riluttanza dei sindacati fascisti a schierarsi sul terreno dello scontro diretto con i capitalisti e il loro Stato. Questo è tanto più grave quando si pensi che, nonostante le persecuzioni delle camicie nere, l’influenza delle federazioni della CGdL nelle fabbriche permaneva molto alta e nei punti principali dello schieramento proletario, come alla FIAT, pressoché totale. Eppure anche nei momenti che si sarebbero meglio prestati all’azione contro i sindacati fascisti, il sostanziale pacifismo e collaborazionismo della maggioranza riformista impedirono una drastica presa di posizione classista, nonostante la decisa battaglia dei comunisti impostarono dal suo interno.
Così fu per le agitazioni che, nell’autunno del ’24, interessarono i metallurgici milanesi in cui sia la FIOM sia i sindacati fascisti avevano presentato proprie rivendicazioni. Dopo alcuni incontri tra FIOM e industriali andati a vuoto, improvvisamente il 29 settembre questi ultimi stipularono con le Corporazioni un concordato ben lontano, nei contenuti, perfino dalle rivendicazioni dei sindacati fascisti. La FIOM, sotto la pressione dei comunisti, si oppose all’accettazione del patto, spontaneamente respinto dalla stragrande maggioranza degli operai delle officine meccaniche di Milano e della provincia.
Sulle posizioni della FIOM si schierarono anche il sindacato cattolico SNOM e l’anarchica Unione Sindacale Italiana. Ma questo fronte unico proletario si immobilizzò al momento decisivo dell’azione. I comunisti spingevano per saldare l’azione dei metallurgici alle altre lotte operaie allora in corso, per allargare il raggio della lotta e conferirle un significato politico di azione d’attacco diretto non solo al padronato, ma al suo governo fascista. La FIOM invece, fedele alle direttive rinunciatarie della CGdL, smorzò l’agitazione sul nascere, non ritenendo utile, come sentenziò il solito D’Aragona, «una lotta a fondo che, in questo delicato momento politico, spaventi la Corona», nell’intervento della quale speravano i riformisti e tutti i partiti dell’Aventino per porre freno all’imperversare delle bande fasciste! La questione si trascinò così stancamente per alcune settimane senza mai passare direttamente all’azione, finché il 7 novembre la FIOM diede ordine a tutte le officine meccaniche di Milano, Sesto S. Giovanni e Monza di sospendere il lavoro alle 16, raccomandando agli operai di allontanarsi dalle fabbriche «nel più perfetto ordine, senza manifestazioni di sorta, silenziosamente. Non fermatevi neppure – esortò – nei pressi delle officine e recatevi nelle vostre case. Respingete qualsiasi invito che non sia stato emanato dalla vostra organizzazione». Nonostante questo appello disfattista, l’astensione fu plebiscitaria, ma a quest’azione non ne seguirono altre e l’intera agitazione rifluì nel giro di pochi giorni.
Riprese con vigore nel gennaio del ’25 in seguito al drastico aumento del costo della vita in quel periodo. Abbiamo già visto per sommi capi lo svolgersi di questa agitazione, che può senz’altro essere considerata la più poderosa del periodo fascista, e il ruolo disfattista che vi giocò la FIOM. L’agitazione, indetta dai fascisti sotto la spinta della base operaia più combattiva, fu poi condotta dai riformisti, spinti dai comunisti, e stroncata poi dalla stessa FIOM quando lo sciopero stava prendendo un’ampiezza impressionante. In questo senso l’atteggiamento rinunciatario e disfattista dei riformisti veniva a coincidere con l’azione disgregatrice e antioperaia del sindacalismo fascista.
Giustamente ebbe a dire un delegato italiano nel suo intervento al VI Esecutivo Allargato dell’Internazionale Comunista nel marzo ’26: «La storia del sindacalismo fascista è anche la storia dei tradimenti dei riformisti. La politica sindacale di capitolazione è stata alla base della politica sindacale riformista».
L’atteggiamento della Sinistra Comunista
I comunisti combatterono una feroce battaglia sul fronte antiriformista e antifascista, usando nei confronti della CGdL una diversa tattica a seconda della diversa situazione. Di fronte alla distruzione delle strutture organizzative del sindacato in fabbrica e fuori, i comunisti lanciarono la parola d’ordine della “ricostruzione dei sindacati rossi”. Nel portarla avanti si scontrarono non solo con la ovvia reazione violenta delle camicie nere, ma anche contro i caporioni della Confederazione che, al di là degli strilli rivendicanti una maggiore libertà d’azione e la cessazione della violenza nera, finivano per sottomettersi alla volontà dei fascisti contribuendo allo scioglimento delle organizzazioni periferiche colpite dai neri, come a Torino nel dicembre del ’22, quando la Confederazione sciolse la Camera del Lavoro di quella città e la Federazione locale dei metallurgici perché il suo capo, Ferrero, era stato ucciso dai fascisti.
Del resto in più occasioni i riformisti boicottarono apertamente la ricostruzione dei sindacati ad opera dei comunisti, cacciandoli dall’organizzazione, come a Torino in occasione delle elezioni della Cassa Mutua nelle officine FIAT e delle elezioni delle Commissioni Interne, quando i riformisti procedettero all’espulsione di numerosi comunisti dal sindacato, colpevoli di aver presentato delle liste di classe contro il fascismo, liste che, tra l’altro, ottennero la maggioranza schiacciante.
I riformisti poi procedevano allo scioglimento delle organizzazioni sindacali dirette dai comunisti, e ne sciolsero perfino qualcuna diretta dai massimalisti, anche se costoro non facevano altro che mascherare con una vuota fraseologia rivoluzionaria il loro comportamento fiancheggiatore dei riformisti classici.
Il terreno dell’azione sindacale era considerato vitale dalla Sinistra Comunista; era infatti il campo d’azione in cui si misurava fino in fondo la capacità del Partito Comunista ad esplicare con coerenza rivoluzionaria e con correttezza la sua indispensabile funzione di guida e direzione delle masse operaie in movimento. Naturale quindi che la Sinistra attribuisse alla tattica sindacale un’importanza rilevante, perché determinante ai fini del corretto funzionamento di quella famosa “cinghia di trasmissione” tra il Partito e la classe che dovevano essere i sindacati. Ovvio che facesse dell’atteggiamento da tenere nei confronti della direzione riformista della CGdL una questione di importanza tale da essere sottoposta al vaglio e alla discussione dell’Internazionale Comunista.
La Sinistra, come sempre, nell’affrontare la questione poneva l’analisi obiettiva della situazione quale presupposto indispensabile alla scelta della tattica corretta. Posta l’esclusione del lavoro nei sindacati fascisti, perché organi basati statutariamente e praticamente sulla collaborazione di classe e sull’asservimento degli interessi dei proletari a quelli “superiori della nazione”, si poneva il problema della ricostruzione dei sindacati liberi e classisti, contro i tentennamenti e i tradimenti dei riformisti. Dal rapporto della Sinistra al VI Esecutivo Allargato dell’I.C. la questione viene svolta con preciso rigore marxista.
Come abbiamo visto, la storia del sindacalismo fascista si può dividere in due periodi. Il primo, in cui il sindacalismo fascista tenta invano di affermarsi in concorrenza con le altre organizzazioni sindacali; l’attività sindacale della CGdL è ancora permessa, anche se si esprime con estrema difficoltà nella furia devastatrice delle camicie nere e nella sostanziale capitolazione dei riformisti. Il secondo periodo vede il fascismo ormai arbitro totale della situazione, fallito il tentativo di strappare ai “rossi” l’influenza e il controllo del proletariato urbano delle grandi fabbriche. Con leggi eccezionali che investono i sindacati fascisti dell’esclusivo diritto di rappresentanza dei lavoratori e dichiarano pertanto sciolte le Commissioni Interne, l’attività degli altri sindacati, anche se formalmente era previsto il diritto alla loro esistenza, diveniva impossibile.
A due situazioni diverse dovevano quindi corrispondere due tattiche diverse e così la Sinistra, in polemica con i centristi che ormai controllavano il Partito, pone la questione di fronte all’Internazionale Comunista, anch’essa ormai controllata dagli stalinisti.
Era tanto più corretta l’impostazione della Sinistra, che considerava i residui ancora esistenti della vecchia CGL come residui aventi una lunga tradizione di classe alle spalle, e dunque suscettibili di attrarre tra le loro file il grosso dei lavoratori quando si fosse profilata una situazione più favorevole al lavoro sindacale, se si pensa che, dopo l’avvento delle leggi sindacali eccezionali, i riformisti a capo della Confederazione si orientarono sempre più verso la totale cessazione di qualsiasi attività.
Non passò un anno infatti che, nel gennaio del ’27, i riformisti sciolsero la CGdL, rimandando a tempi migliori la sua ricostruzione. L’uscita della Sinistra dalla direzione del P.C.d’Italia, conseguente al definitivo assetto della nuova direzione stalinista, rese del tutto impossibile la ricostruzione di un minimo di organizzazione sindacale classista. Le organizzazioni sindacali libere non ricomparvero che dopo la caduta militare del fascismo, ma su basi completamente diverse da quelle dei sindacati liberi pre-fascisti.