Partito Comunista Internazionale

La lotta per il mercato mondiale Pt.2

Categorie: Economic Works, Imperialism

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di JULIAN BORCHARDT

III

Immediatamente prima dello scoppio della guerra, nel 1913, i diversi paesi erano ordinati nella serie seguente quanto a grandezza del rispettivo commercio estero (importazione più esportazione):  

1913Milioni di marchiPercentuale del commercio estero di tutta la terra
Gran Bretagna2863316.1%
Germania2254712.6%
S.U.d’America1797110.1%
Francia159879%

Questi quattro paesi distanziano di gran lunga col loro commercio estero tutti gli altri, e quindi a ragione vengono considerati come veri e propri popoli di commercio mon-diale. Ad essi tengon dietro, per ampiezza di commercio estero, i paesi che tipicamente fungono da intermediari commerciali:

Olanda119026.7%
Belgio109486.1%

Invece le altre grandi potenze stanno molto addietro alle quattro già indicate.

Austria-Ungheria55223.1%
Italia51412.9%
Giappone28601.6%

Un semplice sguardo mostra che solamente per i primi quattro Stati vi può esser questione di seria concorrenza sul terreno del commercio mondiale. Tuttavia è interessante ai fini della nostra dimostrazione di conoscere anche il commercio estero delle più importanti colonie e dei paesi semicoloniali. Tra questi vanno menzionati:

Canadà55223.1%
Argentina36652.1%
Australia31001.8%
Cina30981.8%
Brasile26491.5%
Straits Settlem.19801.1%
Affrica merid.14660.8%
Cuba12500.7%
Egitto12470.7%

Ci serviremo di queste cifre nel corso della nostra trat-tazione; e perciò le abbiamo ricordate. Ma per ora vogliamo limitarci alle quattro nazioni di commercio mondiale. 

La precedenza della Granbrettagna, che supera per ben un quarto il commercio estero della Potenza immediatamente successiva, cioè della Germania, aumenta in modo straordinario se a ciascuno Stato si aggiungono le sue colonie. Allora la parte dell’ impero britannico nel commercio mondiale sale al 22.4%, mentre le colonie degli altri paesi non hanno importanza. Lo stesso grande impero coloniale della Francia partecipa al commercio mondiale appena con l’1.3%. Infine, è noto che il Canadà, l’Australia, l’Affrica meridionale e la Nuova Zelanda stanno in rapporti particolarmente stretti con la Granbrettagna; e se si aggiunge il loro commercio estero, la parte dell’impero mondiale britannico sale al 28%. Sicchè, assai più di un quarto del complessivo commercio estero della terra apparteneva all’Inghilterra o a colonie e Stati con essa collegati; e solo a grande distanza seguivano la Germania (incluso le colonie) col 12.8%, gli Stati Uniti col 10.8% e la Francia 10.3%.

Tuttavia la prevalenza inglese non era incontrastata. Anche in questo campo la Germania di anno in anno andava avvicinandosi all’ Inghilterra; e sorte comune con quest’ultima avevano anche le altre grandi potenze commerciali di fronte allo sviluppo della Germania, che procedeva più rapidamente di tutte le altre. Confrontiamo infatti i dati per il 1900 con quelli per il 1913. Il commercio estero (esportazione più importazione) si ragguagliava a:

19001913
Mil.m.Percent. del comm. mon.Mil. m. Percent. del comm. mon.
Gran Bret.1790019.5%2863316.1%
Colonie52185.8%112786.3%
Dominions44714.8%100205.6%
Totale2758930.1%4993128%
Germania1108912.1%2254712.6%
Colonie590.1%3070.2%
Totale1114812.2%2285412.8%
Stati Uniti942710.3%1779110.1%
Cuba5340.6%12500.7%
Totale996110.9%1922110.8%
Francia920810%159879%
Colonie10891.2%23761.3%
Totale1029711.2%1836310.3%

Ci pare che questa semplice esposizione di cifre tolga qualsiasi fondamento alla ciarla della «gelosia di concorrenza». Giacchè in nessuna parte si può osservare un reale indietreggiamento. L’arretramento è soltanto apparente, e si esprime soltanto nelle cifre percentuali. In realtà durante questo periodo tutte e quattro le grandi potenze commerciali mondiali accrebbero fortemente il loro commercio estero. In maniera affatto particolare ciò si rileva dalle cifre della sola esportazione, che, escluse le colonie, ascendeva a:

Media 1901-1905 in mil. di m.1913 in mil. di m.
Granbrettagna593610485
Germania501610077
Stati Uniti597310202
Francia34945504

Ora: posto che in un paese l’esportazione aumenta di anno in anno; che gli si schiudono sempre nuovi mercati; che il numero dei suoi acquirenti esteri aumenta continuamente, e che aumentano proporzionatamente i guadagni ch’esso ritrae dal commercio estero; si può in generale supporre che tal paese dia di piglio alle armi per semplice «gelosia di concorrente», solo perchè in un altro paese l’incremento dell’ esportazione è ancor più rapido? – No. Le vere correlazioni si posson trovare soltanto allorchè si  ricercano le vie dell’esportazione, e si domanda dove sieno esportate le merci.

IV

Purtroppo qui non possiamo indicare tutte le sottili diramazioni, per le quali si opera il commercio d’esportazione. Ciò richiederebbe lunghe filze di cifre, che non solo sorpasserebbero di molto i limiti di questa rivista, ma alla maggior parte dei lettori causerebbero più confusione che non chiarezza. Invece vogliamo tentare di dare un quadro esatto a grandi tratti. 

Anzitutto risulta subito evidente, che per le quattro potenze commerciali mondiali aveva una parte assai varia dall’una all’altra il commercio con paesi del tutto o a metà coloniali. Se si ripartisse il loro commercio estero a seconda che esso si dirigeva su paesi capitalistici, o su paesi di carattere coloniale, si presenta il seguente quadro. L’esportazione in paesi puramente capitalistici, o per essere più esatti, in paesi che una data grande potenza non può considerare come sue colonie, dava le seguenti percentuali sull’esportazione totale:

Media 1901/19051913
Germania81.9%81.9%79.3%
Francia86.3%63.3%
Stati Uniti58.9%46.2%
Inghilterra31%* (media 1901/1904)28.5%

Si vede come per l’Inghilterra il commercio con le colonie avesse assai maggiore importanza di tutto il suo rimanente commercio estero. Negli Stati Uniti si aveva quasi l’equilibrio, in Francia soltanto un terzo circa dell’esportazione si dirigeva su paesi coloniali, in Germania soltanto un quinto circa. 

Come risulta dalle cifre, tra il 1900 e il 1913 questa situazione non subì mutamenti essenziali, finchè la si considera dal lato dei paesi esportatori. Che l’Inghilterra mandi in paesi capitalistici il 31% o il 28% della sua esportazione totale (e corrispondentemente una inaggiore percentuale in paesi coloniali), alla fin dei conti non cambia molto. 

Solo negli Stati Uniti la differenza è di maggiore rilievo. Ma affatto diversamente appaiono le cose, quando le consideriamo dal lato dei paesi importatori. Per i su accennati motivi di brevità vogliamo stabilire un solo calcolo, ad intendere il quale è necessario premettere quanto segue.

Nel gruppo II (paesi semicoloniali) la parte del leone spettava alla sola Germania. I numeri del gruppo I (paesi capitalistici) vanno apprezzati altrimenti, giacchè qui tra i clienti della Germania si trovano anche tanto l’Inghilterra quanto la Francia e gli Stati Uniti; e viceversa. Quindi occorrerebbe anzitutto ricercare quale parte avesse il reciproco commercio tra questi Stati, ciò che è irrilevante ai nostri fini. Inoltre, il carattere del mercato coloniale è diverso. Ciascun paese capitalista ne abbisogna ogni anno in misura maggiore, per esitare la sua crescente produzione di merci. Pertanto in questo campo l’espansione di un’altra potenza è veramente pericolosa, anche se il proprio commercio con le colonie si trova sempre sulla linea ascensionale. 

Sicchè la tabella ci offre un quadro pienamente concordante con la teoria di Rosa Luxemburg. La potenza mondiale inglese si sentiva minacciata non dal fatto che il commercio esterno della Germania aumentasse in sè e per sè -chè a ciò contribuiva anche ciò che la stessa Inghilterra acquistava dalla Germania, e che tuttavia non le poteva esser pericoloso, per il semplice fatto che la Germania produceva di più ma perchè vedeva che il mercato coloniale ancor rimasto libero le veniva sempre più ridotto dalla Germania. 

In un altro lavoro esamineremo come si concilii con la teoria di Rosa Luxemburg il corso degli avvenimenti svoltisi dopo la guerra.