Gli affari del capitalismo, Banche e petrolio
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In tutto il mondo i gazzettieri stipendiati della borghesia, e anche i loro concorrenti socialdemocratici, si sgolano acclamando all’«iniziato risanamento dell’economia capitalistica». Ha fondamento tale affermazione? Nemmeno per sogno. Tutti gli sforzi fatti, mediante una serie interminabile di conferenze, per «restaurare l’economia mondiale» (capitalistica), sconvolta dalla guerra, sono sostanzialmente falliti. Nonostante alcuni successi iniziali, affatto parziali, il risanamento non s’è avuto. Tanto il disordine della valuta, quanto il continuo aumento della disoccupazione, mostrano che la decadenza del capitalismo prosegue inesorabilmente, interrotta solo apparentemente da brevi soste, che presto cedono il posto a una nuova discesa tanto più rapida e profonda. Il capitalismo ha bensì recuperato la direzione e la sicurezza di sè nel campo politico, ma non come effetto di un sano processo di rafforzamento economico, bensì grazie allo stato transitorio d’incertezza e di disunione del suo avversario naturale, della classe lavoratrice.
E così, il capitalismo imperialista dei trusts e delle grandi banche può vantare ancora, in apparenza, brillanti successi: ma essi non significano affatto che il capitalismo come tale sia sulla via della guarigione, bensì soltanto che esso, sebbene mortalmente e inguaribilmente malato, tuttavia vive, e finchè vive deve seguire le sue leggi naturali di vita, manifestantisi in forme apparentemente grandiose di concentrazione della ricchezza e della produzione superstiti.
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Le grandi banche, dominatrici dell’industria in tutti i paesi capitalisticamente sviluppati, continuano a signoreggiare l’economia e quindi la vita di tutto il mondo, ponendo uno sterminato potere nelle mani dei loro capi, di questo piccolo gruppo di «re senza corona», come li chiama R. Starr in un recente articolo sul nostro giornale inglese, The Communist, dal quale rileviamo i dati seguenti. Le cinque grandi banche inglesi nel 1921 hanno pagato i seguenti dividendi:
| Banche | % |
| London County Westminster & Parrs | 20 |
| London Joint City & Midlands | 18 |
| Lloyds | 16.66 |
| National Provincial & Union | 16 |
| Barclay’s Azioni A | 10 |
| Barclay’s Azioni B | 14 |
Si può calcolare che queste cinque banche in tutto abbiano pagato per dividendi non meno di cinquanta milioni di sterline (circa quattro miliardi e un quarto in lire). E ciò senza contare le forti somme immobilizzate nelle riserve!
Naturalmente, i baroni bancari sono alla testa dell’ offensiva capitalistica contro i salari operai. Il sig. Mac Kenna (London City and Midland) e il sig. Goodenough (Barclays) l’anno scorso lanciarono l’appello per la diminuzione dei salari, e quest’anno si vanno affaticando al successo della grande offensiva iniziata dal capitalismo inglese con la serrata dei metallurgici. Essi sostengono che è urgentemente necessario fare economia in tutto, naturalmente, fuorché nel pagamento dei dividendi.
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Più che mai la grande banca domina e dirige l’industria imprimendole il suo caratteristico tono imperialista. Questa connessione e questo carattere si mostrano all’evidenza nella lotta mondiale che si combatte attualmente tra l’alta finanza degli Stati Uniti e quella dell’ Inghilterra per il monopolio del petrolio, lotta che racchiude in sé i germi di una nuova più disastrosa guerra imperialista, se il proletariato rivoluzionario non interviene a tempo. I dati che seguono sono tratti specialmente da articoli di A. Friedrich (Rote Fahne di Berlino, n. 41) e di W. van Ravenstein Inprekorr n. 8).
E’ noto come negli ultimi anni il petrolio come combustibile sia andato sempre più soppiantando il carbone. Non soltanto il petrolio ha un potere calorifico varie volte superiore a quello del carbone, ma è anche di molto più facile accensione, ed offre altri vantaggi nei riguardi della facilità di trasportarlo, di caricarlo sulle navi, di convogliarlo mediante gigantesche tubature. Questi vantaggi assicurano al petrolio una decisa superiorità di fronte al carbone, come combustibile di uso generale. Infatti, dato il maggior potere calorifico del petrolio, questo dà alle navi che lo usano come combustibile un raggio d’azione superiore a quello delle navi a carbone; e in conseguenza è fortemente aumentato il numero delle navi a petrolio, che costituiscono già oltre la metà del numero complessivo delle navi. Anche nelle ferrovie si è parzialmente passati dal carbone al petrolio, specialmente negli Stati Uniti; e si annunzia ora che anche in Francia si procede a riadattare la Paris-Lyon-Méditerranée per il riscaldamento a petrolio. A dimostrare lo straordinario aumento d’ importanza assunto da questo combustibile liquido basta ricordare che la produzione mondiale di esso da 149 milioni di barili nel 1900 sali nel 1920 a 690 milioni di barili. Nel 1920 la produzione del petrolio si distribuiva così: Stati Uniti milioni di barili 443, Messico 160, Russia 30, Indie olandesi 18, India inglese 9,5, Romenia 7. Persia 6, altri paesi complessivamente 17.0. Si può dire che il petrolio ha assunto nell’economia mondiale l’importanza già avuta dal carbon fossile. La sua applicazione come forza motrice gli dà un posto preminente anche nei riguardi militari. Per tutto ciò, esso è diventato il prodotto più importante per l’imperialismo.
E quindi da vari decenni si combatte tra i più potenti trusts finanziari mondiali una lotta accanita per l’accaparramento dei giacimenti petroliferi del mondo. Nel 1900 un potente trust americano, la banca Morgan e Rockfeller, fondò la Standard Oil Company, con un capitale di 150 milioni di sterline, salito già a 550 milioni di sterline nel 1915. La lotta che esso dovette sostenere nel 1906 con la «Deutsche Bank» e le imprese petroliere a questa facenti capo costituisce uno dei capitoli piú interessanti ed istruttivi della storia del moderno capitalismo (cf. Lenin L’imperialismo come più recente fase del capitalismo, p. 64 sgg. dell’ediz. italiana). Essa terminò con la vittoria di Rockfeller e con la completa sottomissione del gruppo tedesco. Oggi poi la Germania è affatto fuori combattimento in questo campo. Senonchè il monopolio americano ha trovato un altro ben più pericoloso avversario nel capitale inglese.
Già prima della guerra accanto ai concerti petrolieri americano e tedesco s’era venuto costituendo un gruppo inglese, che mirava sopratutto ad accaparrarsi i ricchi giacimenti delle Indie olandesi. Il trust petrolifero inglese Shell si fuse con l’olandese Società reale, dando origine ad un altro gigantesco trust, conosciuto in tutto il mondo col nome di Royal Dutch (olandese reale), che col gruppo Rockfeller condivide attualmente il controllo di quasi tutta la produzione petrolifera mondiale – esclusa quella degli Stati soviettisti. Tra i due colossi si combatte una lotta accanita il cui sbocco inevitabile sarà la guerra tra Stati Uniti e Inghilterra.
Come si vede dalle cifre su riferite, la maggiore produzione mondiale del petrolio è quella degli Stati Uniti, rappresentando essa sola il 60% dell’intiera produzione mondiale. Ma nonostante ciò, e nonostante che anche la produzione del Messico sia esportata quasi esclusivamente negli Stati Uniti, sicchè questi dispongono dell’ 87% di tutta la produzione mondiale del petrolio, tuttavia negli Stati Uniti si nutrono serie preoccupazioni di dover cadere in avvenire in dipendenza del trust anglo-olandese. Infatti, se è enorme la produzione petroliera degli Stati Uniti, è enorme anche il loro consumo di petrolio non solo per i dieci milioni di automobili che si contano nella Federazione, ma anche perchè questa usa già su larga scala il petrolio in tutti gli altri mezzi di trasporto e soprattutto nelle fabbriche. Nel. 1920 è stato calcolato da parte americana che il 40% delle riserve di petrolio degli Stati Uniti era già esaurito, e che i 7 miliardi di barili ancora esistenti si esauriranno in meno di venti anni. Sebbene verosimilmente tali calcoli sieno manipolati allo scopo di favorire presso l’ opinione pubblica americana le mire imperialiste dei baroni indigeni del petrolio, è innegabile che gli Stati Uniti si sentono minacciati. Non per il presente, giacché la produzione del trust americano è ancora tre volte superiore a quella del trust inglese; ma per l’avvenire, quando, come il Royal Dutch faceva dire orgogliosamente sul «Times» nel Marzo del 1921, «entro dieci anni gli Americani saranno costretti a importare 500 milioni di barili di petrolio per un miliardo di dollari». Anche nel campo dell’accaparramento delle materie prime si verifica insomma ciò che il Borchardt ha messo bene in rilievo su queste coronne relativamente all’ accaparramento dei mercati coloniali di spaccio dei prodotti industriali: non è la gelosia della prosperità attuale dei concorrenti la molla delle tendenze egemoniche e imperialiste, ma, il presentimento che il capitalismo ha nel suo complesso d’ aver raggiunto i limiti posti dalla natura al suo sviluppo normale, e quindi l’ansia di ciascun gruppo di procurarsi uno sfogo, di acquistare per sé un altro periodo di respiro respingendo da quei limiti tutti gli altri gruppi.
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La lotta cominciò appena cessata la guerra. Il «Royal Dutch» (Shell trust) nonostante la sua cattiva situazione finanziaria iniziò un’ attiva politica di espansione, abilmente sostenuta dalla diplomazia inglese. Uno scrittore borghese di Francia, F. Delaisi, in un libro pubblicato nel 1920 (Le pétrole: son influence sur la politique), ha rivelato le accorte macchinazioni, mediante le quali il trust inglese, sfruttando l’interesse privato della finanza francese, ha saputo attrarla nella sua sfera di interessi, impedendo in tal modo – deplora patriotticamente il D.- che sorgesse un indipendente gruppo petroliero francese, il quale avrebbe potuto disporre inizialmente di ricchi territori petroliferi in Affrica, e, dopo la pace, anche in Romenia, in Galizia, in Russia, in Oriente. Dal 1920 le cose sono alquanto cambiate: e anche su questo terreno il capitalismo francese ha incominciato ad entrar come concorrente, col recente accaparramento delle sorgenti petrolifere di Galizia e, in parte, di Romenia. – A sua volta, il Ravenstein nell’ articolo citato dà un esempio interessante e d’attualità di tali «macchinazioni», che crediamo di riportare integralmente per mostrare al proletariato con quali mezzi lavori il capitalismo imperialista, salvo poi a coprire le brutture del suo avido egoismo col mantello dell’«interesse nazionale», e anche della «difesa della patria», e perfino della «indipendenza dei piccoli popoli»!
Ecco dunque quanto dice il nostro compagno olandese. La «Società batava», che nonostante il suo nome olandese è semplicemente una filiazione del «Royal Dutch», nel 1915 riuscì ad ottenere dal Governo olandese il monopolio dei ricchi ed ancor intatti giacimenti petroliferi di Giambi (is. di Sumatra), estendentesi su una superficie di 1.746.000 ettari. Ma la cosa non riuscì per l’opposizione della stampa e del Parlamento, che per ragioni nazionaliste temevano di veder cadere un prodotto militarmente così importante in mani inglesi. Più tardi il Governo olandese fece un nuovo tentativo per giungere di sottomano allo scopo, ma anche questa volta senza successo. Ma il capitale trustistico non si diede per vinto, e continuò a lavorare silenziosamente: e nell’ Aprile del 1921 il Governo olandese presentò un terzo progetto all’approvazione del Parlamento, sebbene, come risulto, tutto fosse già stato deciso precedentemente nei corridoi ministeriali. Questa volta si procedette più accortamente. «La proposta ministeriale conteneva soltanto la fondazione di una società anonima, le cui azioni sarebbero state attribuite per metà allo Stato e per metà a persone private da designarsi prossimamente». Tuttavia il Governo presto fu costretto a confessare che quelle «persone private» non erano altro che la «Società batava», la filiale del Royal Dutch. In tutto l’ affare il Governo era incorso in una serie di «errori». Negli atti relativi era stato dapprima inserito per errore un foglio a tenore del quale si concedevano al trust non solo i campi petroliferi di Giambi, ma anche quelli di tutte le Indie olandesi. Il Governo olandese ebbe la faccia tosta di negare continuamente ciò ch’era noto a tutti, cioè che il «Royal Dutch» rappresenta essenzialmente il capitale inglese, sostenendo invece la spudorata menzogna ch’esso fosse una «intrapresa puramente olandese»! E tuttavia la proposta passò. Apparve in seguito che il Governo olandese aveva senz’altro nascosto una corrispondenza avuta al riguardo col Governo americano, e che sarebbe stata di sommo interesse per il giudizio di tutto l’affare. Infatti il Governo americano, spalleggiando a sua volta gli interessi del proprio trust, aveva chiesto la porta aperta per l’estrazione del petrolio nell’ India olandese, protestando continuamente contro il modo con cui si conducevano le trattative, mentre il Governo olandese fingeva di non saper nulla e non entrava mai nel vivo delle questione. Nonostante le proteste provocate da queste rivelazioni, il Parlamento olandese non accettò nessuna delle proposte fatte per ritornare sulla precedente deliberazione. Come è potuto avvenire tutto ciò? si domanda il Ravenstein – Ecco. «Anzitutto occorre rilevare che il capitalismo olandese s’inchina oggi davanti al capitalismo intesista precisamente come prima s’inchinava davanti a quello tedesco… Inoltre, del gruppo olandese che anteriormente voleva per sé le concessioni, è rimasto poco: uno di coloro, che a suo tempo avevano messo in guardia contro i disegni del Royal Dutch, nel frattempo è stato messo fuori combattimento come personalità politica dagli uomini di paglia del potente trust per pretesi motivi di «moralità» (!) politica. Ricordiamo inoltre che due ex ministri, già governatori delle Indie e ora capi di uno dei partiti di governo, Colyn e Idenburgh, durante le relative discussioni parlamentari furono nominati direttori prima della Batava e poi dello stesso Royal Dutch, mentre un altro ex-ministro, cognato dell’ attuale ministro degli esteri, ottenne un posto elevato nel trust. Inoltre già in precedenza facevano parte della direzione del Royal Dutch altre personalità che avevano coperto alte cariche nel governo delle Indie. Le tangenti di questi signori ascendono a milioni di fiorini ».
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Con questi metodi l’«onesto» capitale inglese, e la puritana diplomazia inglese, che non voleva «insudiciarsi» trattando coi «briganti bolscevichi», seppero silenziosamente accaparrarsi la maggior parte dei distretti petroliferi del mondo. Quando nell’Ottobre del 1919 la «Standard Oil» si mise alla ricerca di nuovi territori da sfruttare, trovò dappertutto le porte già chiuse. Il Royal Dutch controllava i 2/3 di tutte le sorgenti petrolifere dell’antico Continente, e dell’America centrale e meridionale. Allora intervenne lo Stato americano a proteggere gli interessi dei suoi capitalisti e da questo punto comincia a disegnarsi anche nel campo politico la rivalità tra Stati Uniti ed Inghilterra, solo provvisoriamente sospesa o meglio mascherata dal quadruplice accordo di Washington. Il diretto intervento dello Stato americano si manifestò con la costante opposizione di esso alla posizione privilegiata acquistata dall’Inghilterra in Mesopotamia, col trattato concluso nell’ Aprile del 1921 con la Columbia, avente l’esplicito scopo di attrarre nella sfera americana gli sterminati campi petroliferi che si suppongono esistenti in quel paese, con l’intervento negli affari interni dəl Messico allo scopo di stabilirvi il controllo politico americano e quindi il monopolio della Standard Oil. Questa con gli stessi metodi del trust rivale cerca di ottenere anch’essa concessioni non solo nel Messico, ma anche nell’America meridionale, nella Persia, nelle Indie olandesi. E sopratutto cerca di rovinare il rivale ricorrendo al supremo mezzo di potenza che il capitalismo possiede contro i concorrenti prima di ricorrere apertamente alle armi: cioè con la diminuzione artificiale del prezzo del petrolio, pericolosissima per il Royal Dutch già finanziariamente poco bene in gambe. Infatti il prezzo del petrolio negli Stati Uniti, il cui mercato è sotto questo rapporto dominato completamente dalla Standard Oil, da 24 1/2, cent. a gallone (4 litri) nel Gennaio del 1921, scese a 16 cent. nel Giugno, a 15 nel Dicembre, a 14 nel Gennaio del 1922. Con ciò il potente trust di Rockfeller conta non solo di battere il rivale inglese, ma anche di eliminare tutti i piccoli produttori di petrolio ancora esistenti negli Stati Uniti, e di perfezionare il proprio monopolio. Naturalmente, la conseguenza è una diminuzione della produzione: ed è in tal guisa che il capitalismo provvede alla «ricostruzione economica» e pretende che i lavoratori soffrano la fame per essa.
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La lotta per adesso si limita al campo politico-diplomatico. Una posizione importante sul terreno di essa è rappresentata dai ricchi giacimenti petroliferi russi, specialmente della regione caucasica. E’ una buona pedina che i nostri compagni russi potranno manovrare a Genova e dopo. La Russia dei Soviety ha la possibilità non solo di coprire il suo fabbisogno di petrolio indipendentemente dagli interessi di profitto dei grandi trusts petrolieri americano e inglese, e di sventarne quindi la politica monopolistica; ma, mediante accorte concessioni all’uno o all’altro gruppo, può servirsi della loro rivalità ai fini della propria indipendenza economica e politica.
Ma dentro i quadri del capitalismo la lotta per il petrolio è destinata ad assumere nei prossimi anni importanza sempre maggiore, e a diventare il focolare di conflitti politici e bellici. Dall’armistizio in poi si può dire che il petrolio abbia determinato il corso della diplomazia e abbia fatto la storia in senso letterale. Dietro gli uomini politici, in un mondo che sfugge completamente alla vista dei lavoratori, si combatte una lotta titanica: Shell-Royal Dutch contro Standard Oil, Sir Marcus Samuel e lord Cowdray contro Rockfeller, Gran Britannia contro Stati Uniti. E’ una guerra d’interessi finanziari nella quale popoli e Governi sono trascinati come dalla mano inesorabile del destino. A meno che, come speriamo e crediamo, il capitalismo non sia abbattuto a tempo, per tutta un’altra generazione la politica estera sarà determinata da questo giuoco di forza tra un mostro capitalistico e l’altro: e di fronte ad esso gli uomini di Stato saranno delle marionette, impotenti non meno dei popoli ch’essi dicono di rappresentare e tradiscono. I destini di milioni di uomini dipendono dall’esito di questa lotta; e noi navighiamo allegramente su un mare d’olio verso la nuova grande guerra «per la libertà e l’emancipazione delle nazioni sofferenti».
G. S.