Attende il verdetto padronal-statale il sindacato dei portuali di Montreal
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41 miliardi di dollari di merci ogni anno passano per il porto di Montreal. La capacità di bloccare questo snodo dà una forza notevole ai portuali che vi lavorano. Questa è la ragione per cui poterono ridere della serrata padronale del 2010 che in cinque giorni vide gli imprenditori in ginocchio.
Il 2 aprile dello scorso anno, di fronte all’approvazione dello sciopero, le aziende del porto di Montreal si sono appellate al Tavolo per le Relazioni Industriali del Canada perché dichiarasse le attività portuali “servizio pubblico essenziale”. Un passo che in Italia il regime borghese ha compiuto 30 anni fa, con la legge 146 del 1990, favorita da Cgil, Cisl e Uil che dalla fine degli anni ‘70 avevano promosso i cosiddetti “codici di autoregolamentazione”.
A Montreal il sindacato ha rimandato lo sciopero in attesa della decisione del Tavolo istituzionale. Una decisione che potrebbe rivelarsi alquanto grave per i lavoratori implicando la limitazione della libertà di sciopero per tutti i portuali canadesi e per una larga porzione dei lavoratori della logistica.
Questo attacco alla libertà di sciopero ha luogo in una fase di riposizionamento del porto di Montreal e della catena logistica che lo circonda lungo la costa orientale. Sono previsti investimenti per 1,65 miliardi di dollari per la costruzione di una nuova infrastruttura portuale per il carico e scarico dei container e di altre per il transito delle compravendite online.
Onde assicurarsi che gli investimenti siano adeguatamente profittevoli, visto l’acuirsi della competizione con i porti di New York e del New Jersey, la borghesia del Quebec si sta appoggiando alle sue relazioni con quella francese, ed anche all’Unione Europea. Inoltre pretende adeguate garanzie circa il costo del lavoro, affinché sia ridotto o per lo meno mantenuto stabile. Il quadro va completato tenendo conto del crescente ruolo svolto dalla logistica nel processo di riproduzione del capitale, il cui termine finale, la vendita dei beni d’uso sul mercato, è sempre più affidato agli ordini e alle consegne online.
L’argomento padronale per ottenere una restrizione della libertà di sciopero è che nei porti transitano anche strumentazioni e prodotti medici e che gli scioperi minaccerebbero il funzionamento del sistema sanitario, quindi la salute dei pazienti. Una giustificazione che i portuali sanno bene essere falsa e strumentale, giacché durante gli scioperi hanno sempre scaricato il materiale medico e nessun ospedale ha mai sofferto a causa loro.
Se il Tavolo delle Relazioni Industriali desse soddisfazione ai padroni creerebbe un precedente estendibile anche a tutto il settore dei trasporti. Si tratta insomma di un attacco alla libertà di sciopero dei lavoratori quale premessa ad una futura offensiva alle loro condizioni di vita e d’impiego.
Non sorprende che la borghesia voglia strappare dalle mani della classe operaia la sua fondamentale arma di lotta, lo sciopero. Il problema per i portuali è però il loro sindacato che da nove mesi attende pazientemente il verdetto delle istituzioni borghesi e non indice lo sciopero.
I lavoratori più combattivi devono prendere su di loro la gestione dello sciopero, nella consapevolezza che il solo modo per difendere l’arma dello sciopero è quello di impiegarla, e di farlo nel modo più esteso possibile.
In questo senso occorre andare oltre i limiti del posto di lavoro e della categoria. Per i portuali un passo naturale dovrebbe essere quello di coinvolgere nelle loro lotte i lavoratori della logistica. Un piccolo esempio in tal senso si è avuto a Genova, dove un gruppo di portuali del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali, con alcuni delegati e iscritti alla Cgil, ha recentemente partecipato a diversi scioperi promossi nei magazzini logistici dal SI Cobas.
Vedere uno dei più potenti sindacati canadesi non fare altro che attendere il verdetto della legalità borghese rende evidente la necessità che la classe lavoratrice anche in questo paese ricostruisca i propri organismi sindacali di classe.