Le convulsioni della siderurgia italiana
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Le convulsioni dell’industria siderurgica non accennano a scemare, ultimo sintomo i licenziamenti, in parte già eseguiti (700 unità), in parte preventivati per il 1953 (1300 unità) cui tocca stavolta alla Terni di mettere mano.
La causa ultima della « crisi » della Terni, perfettamente uguale. Quanto a origine e obiettivi. a quella dell’Ilva di Bolzaneto, dell’Elba, di Torre Annunziata, e in genere dell’intero ramo siderurgico è da ricercarsi nel processo di riorganizzazione centrale delle aziende consociate della Finsider, iniziato dopo la fine della guerra, e che va sotto il nome di Piano Sinigallia, intitolato appunto col nome del presidente del Consiglio di Amministrazione della Finsider. Inevitabilmente ogni trasformazione nella organizzazione delle aziende capitalistiche deve incidere ferocemente nella carne dei lavoratori, dato che i miglioramenti del processo produttivo, essendo volti unicamente al ribasso dei costi di produzione, non possono che risolversi in perenne sostituzione della mano di opera con sempre più automatici mezzi meccanici. L’industria siderurgica italiana non poteva fare eccezione alla inderogabile legge, superiore persino alla volontà e all’arbitrio dei Consigli di Amministrazione, che è la legge della concentrazione dei mezzi di produzione. Secondo la comoda tesi di politica estera dei cominformisti, tutti guai della siderurgia italiana dipenderebbero dalla sua adesione al Piano Schuman per il carbone e l’acciaio. Se non erriamo, il Piano Sinigallia è anteriore al Piano Schuman, segno questo che, anche in assenza della comunità carbo-siderurgica, che del resto non è ancora disceso dal mondo delle idee, la Finsider sarebbe stata costretta a mandare avanti il Piano Sinigallia. Il capitalismo non può marciare su altri binari che non siano appunto quelli della indefinita concentrazione del Capitale. Solo illusioni attendono chi vede un diverso « progredire » capitalista.
Evidentemente non basta innalzare invalicabili barriere protezionistiche per assicurare alla siderurgia una « efficienza produttiva a costi di concorrenza ». Dato che i prodotti siderurgici servono di base alla industria meccanica, a sua volta suddivisa in molteplici settori, si comprende agevolmente che gli alti costi di un complesso siderurgico invecchiato e disperso si ripercuotono inevitabilmente sui costi dei prodotti finiti, tarpando le ali a gran numero di merci di esportazione. Di qui la necessità di procedere al « ridimensionamento » degli impianti della Finsider. Coloro che hanno firmato a suo tempo l’accordo per lo sblocco dei licenziamenti, legittimando il successivo operato della Confindustria, leggendo quanto scriviamo, sicuramente direbbero che giustifichiamo le decisioni dei magnati della Finsider. Eh, cari compari, non si tratta qui di giustificare, siccome fate voi da anni, ma di capire. Innanzitutto capire. Solo così si può evitare di predicare il progresso dell’economia nazionale, pretendendo nello stesso tempo che esso non avvenga secondo le leggi di sviluppo del capitalismo, cioè accumulando capitale ad un polo e miseria al polo opposto. Bisognava sapere fin da quando democristiani e staliniani presero a sbandierare la parola della ricostruzione nazionale, che essa si sarebbe fatta sulla pelle del proletariato, e noi abbiamo dimostrato di saperlo attirandoci accuse di sabotatori.
Tutti i partiti rappresentati a Montecitorio hanno applaudito e applaudono al progresso della produzione siderurgica nazionale. La loro ipocrisia nel ritenere e far credere che il piano Sinigallia avrebbe potuto esplicarsi in un senso diverso da quello seguito, e cioè accompagnare la centralizzazione e concentrazione della produzione siderurgica (prima dispersa territorialmente e tecnicamente) in pochi capisaldi produttivi (Bagnoli, Piombino, Cornigliano) e conservare contemporaneamente lo stesso carico di lavoro. L’una cosa, in regime capitalista, esclude l’altra, e ben lo sanno i Padreterni della Finsider e dell’I.R.I. Per non saperlo, i proletari vengono continuamente fregati con le storielle del progresso pacifico.
Tipico esempio di concentrazione della produzione è quello offerto dalla Ilva, che come è noto, insieme con la « Dalmine », la « Terni », la « SIAC », la « Siderurgica Commerciale », la « Cornigliano » fa parte del gruppo « Finsider ». La Ilva con i suoi 15 stabilimenti costituisce il più grande complesso industriale nel settore siderurgico, essendo stato il suo apporto alle produzione nazionale nel 1951 del 60 % per la ghisa, del 25 % per l’acciaio, del 23 % per i prodotti derivati. Le somme investite in impianti dopo la guerra ammontano a oltre 26 miliardi di lire fino al bilancio 1951; esse supereranno 30 miliardi col bilancio 1952, secondo quanto si ricava da una lettera del presidente dell’Ilva alla Banca di Credito Finanziario « Mediobanca », scritta in occasione del lancio del Prestito Obbligazionario Ilva di lire quattro miliardi. Ebbene, tali somme sono state impiegate: 1) per la ricostruzione dell’Acciaieria Thumas e l’installazione di due potentissimi laminatoi continui di costruzione U.S.A. in Bagnoli di Napoli: 2) per la nuova grande Acciaieria e il nuovo laminatoio sbozzatore elettrificato, a Piombino. Uno dei laminatoi di Bagnoli è entrato in funzione fin dallo scorso settembre: ha una capacità di 120 t/h ed è il più potente laminatoio esistente in Italia. Presto entrerà in esercizio il secondo colossale laminatoio continuo. Tali notizie non possono non riempire di gioia i patriottici salvatori dell’industria nazionale. La Ilva, grazie a Di Vittorio, è piu che salva, anzi ha operato giganteschi salti in avanti sul piano della produzione, ma in che modo? In quello inscindibile dalla dinamica capitalistica. Migliaia di ex operai dell’Ilva; sostituiti con vantaggio economico enorme dal treno « billette » United ed altre innovazioni tecniche, si trovano ora sul lastrico, gettati via come scorie. In ogni pagina di Marx c’è almeno un accenno ai fenomeni sociali che accompagnano la concentrazione dei mezzi di produzione, cioè l’unico progresso pensabile del capitalismo. Nulla dunque di nuovo nell’inferno capitalista.
Ma intanto ci sono 700 operai licenziati dalla « Terni » per i quali già appare lo spettro della fame. Che fare per essi! Tremendo interrogativo. I rappresentanti del Governo e della stampa ad esso infeudata, non esitano a dire chiaro e tondo che c’è nulla da fare. Estremamente ipocrita, la stampa staliniana mostra di appoggiare gli scioperi e le agitazioni che quelle tormentate maestranze portano avanti. L’ultima proposta che han saputo fare è la sospensione dei licenziamenti… fino alle elezioni. Vuol dire che anch’essa è convinta dell’impossibilità di revocare i licenziamenti. Ecco come finiscono i salmi cantati sugli altari della ricostruzione dell’economia nazionale. Governo ed opposizione concordemente, da sette anni, non hanno saputo fare altro che invocare investimenti e investimenti come soluzione della « questione sociale ». Gli investimenti sono venuti, e come! Una vera pioggia di miliardi, come il caso dell’Ilva dimostra, ma le condizioni di vita degli operai non sono affatto migliorate, anzi sono peggiorate. Segno questo che gli interessi di classe del salariato stanno altrove, stanno nello scardinamento del potere politico della borghesia, dopodiche ogni riordinamento dell’apparato produttivo, poichè non dovrà farsi in vista del mercato e dei costi di produzione, potrà avvenire senza scosse sociali.