Partito Comunista Internazionale

Settembre 1920-Settembre 1928

Indici: Questione Sindacale

Categorie: Occupazione delle Fabbriche, Union Activity, Union Question

Questo articolo è stato pubblicato in:

Otto anni solamente e quale torrente di avvenimenti in così breve tempo, quale capovolgimento nella posizione dei rapporti tra le classi!

Nel 1920 il proletariato si impadroniva delle fabbriche, i contadini delle terre, mentre le masse lavoratrici sentivano che l’ora della liberazione era scoccata e marciavano alla battaglia. L’esercito, la polizia, tutte le istituzioni di difesa del dominio del capitalismo erano devastate da una crisi profonda che annullava ogni disciplina ed autorità, capovolgeva i rapporti interni piombando ufficiali e « superiori » in una posizione di umiltà e di condiscendenza verso i proletari in divisa che ardevano dalla volontà di raggiungere nella battaglia i loro fratelli i quali avevano annullato il despotico potere del padronato e prendevano nelle loro mani la gestione della produzione. Nel 1928 l’arroganza delle forze di difesa del capitalismo ha raggiunto una baldanza spietata. Le `organizzazioni proletarie sono a terra, gli operai che combatterono nel 1920 sono all’ ergastolo ove si trovano a centinaia gli altri proletari che vollero difendere e rispondere con la violenza alla violenza della reazione. A migliaia coloro che hanno  malgrado tutto continuato la lotta sono condannati nelle isole, nelle prigioni od all’ esilio ed il capitalismo moltiplica le forze di difesa del suo regime per renderlo invincibile e per condannare gli operai alla schiavitù.

La parole impallidiscono il contrasto fra le due date mentre lo strazio del paragone prova di per sé stesso che il crollo non è  definitivo, che in realtà si tratta di una battaglia perduta, di una battaglia che non ha eliminato le ragioni del combattimento giacchè i vincitori devono ancora otto anni dopo rincrudire e rafforzare la loro lotta contro il nemico insopprimibile, contro il proletariato che non arresta di fronte al terrore, la preparazione della sua battaglia rivoluzionaria.

Otto anni dopo la sconfitta del proletariato la situazione economica non ha fatto il minimo passo in avanti nella via della ricostruzione, ne ha fatti mille invece nella via delle complicazioni e del peggioramento.

Nella storia della lotta delle classi in Italia, l’occupazione delle fabbriche ha rappresentato certamente il punto culminante. Il socialdemocratico Treves, per occultare le responsabilità terribili del suo partito ha trovato da tempo che la « tragedia di quell’ epoca consisteva nel fatto che la classe borghese non era più capace di mantenere il suo potere, mentre il proletariato non aveva forze sufficienti per conquistare la direzione della società ». Questa formula esteriore e superficiale comincia a trovare seguaci anche nel seno del partito comunista ove le ultime vicende della lotta rivoluzionaria hanno fatto nuove reclute fra i capi che vogliono nascondere a loro stessi ed al proletariato le responsabilità cui conduce inevitabilmente una linea politica che altera i programmi marxisti della classe proletaria.

Une classe che occupa le officine, le terre, che avvia la produzione e raggiunge dopo pochi giorni di gestione e malgrado il sabotaggio degli elementi piccoli borghesi (impiegati e tecnici) – е supera il margine che si otteneva sotto il padronato, una classe che fa la prova di sapere difendere con le armi le officine occupate, non è immatura per prendere il potere. Chi fa difetto allora è l’organo Centrale direttivo del movimento che invece di spingere la battaglia al fondo, impiega mille espedienti per falsificarne gli scopi e per tradirlo. Tutta la tragedia dell’ occupazione delle fabbriche risiede nella incapacità dimostrata dal partito socialista di condurre le masse alla rivoluzione. Dal punto di vista obiettivo l’occupazione fu un anello della catena di avvenimenti che nel dopo guerra marciavano secondo la linea dell’ offensiva proletaria; essa ha certamente rappresentato il momento culminante di queste offensiva e, come in tutte le grandi tormente rivoluzionarie fallite, essa ha anche rappresentato il momento culminante del fallimento dello strumento che in questa situazione rappresentava l’elemento risolutivo, del partito socialista.

Un anno prima, al Congresso di Bologna, il compagno Bordiga aveva inutilmente proposto alla frazione ordinovista che oggi detiene la direzione del nostro partito, di addivenire ad un accordo sulla base della posizione fondamentale della costruzione di un partito comunista attraverso l’espulsione dell’ ala riformista dal partito socialista. Le forze della frazione astensionista non erano sufficienti per determinare uno schieramento di organizzazioni proletarie capaci di rispondere ai compiti decisivi di quelle situazioni. Gli ordinovisti erano allora ossessionati dall’ idea (che ancor oggi non rinnegano sebbene non rivendichino completamente) che bastasse lo sviluppo graduale del potere proletario nelle fabbriche per giungere alla liberazione del proletariato. L’occupazione delle fabbriche ha dato una risposta eloquente anche a questa questione: allora il potere nelle fabbriche si era realizzato e pur tuttavia si ebbe la più colossale delle disfatte perchè il proletariato non fu condotto alla conquista del potere politico..

Fallito quest’ accordo fra la frazione astensionista e la frazione dell’Ordino Nuovo, il partito socialista era trascinato sulla via inesorabile del tradimento del 1920. Le esperienze della Comune ungherese e quelle molto più calzanti della vita interna del nostro partito ad otto anni di distanza, possono farci concludere che seppure gli ordinovisti non avessero rifiutato la proposta del comp. Bordiga, la disfatta si sarebbe avuta egualmente giacchè per dirigere uno stato proletario vittorioso è indispensabile un partito che abbia precedentemente liberato le sue fila dai corpi estranei al proletariato rivoluzionario rappresentati nell’ ideologia socialdemocratica di cui l’ordinovismo è una degna filiazione.

Ma l’occupazione delle fabbriche esprime luminosamente degli insegnamenti che devono essere tenuti presenti nel corso di queste situazioni che precedono e maturano le battaglie di domani. Non basta che il proletariato combatta, non basta che alla direzione del partito si trovino « uomini » di sinistra (nel 1920 la Direzione del partito socialista era nelle mani di elementi che aderirono poi al movimento che capeggiato da Bordiga porto’ alla costituzione del partito comunista); ma è indispensabile una organizzazione di ferro che sappia dare la sola parola rivoluzionaria che puo’ condurre alla vittoria, che sappia dirigere la battaglia glia per la conquista violenta del potere politico e per instaurare la dittatura proletaria.

In quell’ occasione l’astuto rappresentante degli interessi del capitalismo italiano « viaggiava ». Giolitti, di fronte alla paralisi degli organismi di difesa dello stato, comprese che in quel momento il risultato di una battaglia frontale con i proletari armati sarebbe stata indubbiamente quello di fracassare la tragicommedia del Consiglio Nazionale di Milano ove per giorni si discuteva del modo migliore di porre fine al movimento. Egli comprese ottimamente che gli interessi della borghesia erano in quel momento magnificamente difesi dalla socialdemocrazia che poteva fare pesare l’ « influenza » di capi ed organizzazioni quando l’impiego della forza avrebbe avuto per risultato di forzare gli avvenimenti.

E la battaglia fu perduta. E questa disfatta spiega da sola tutti gli avvenimenti che l’hanno seguita. Due mesi dopo si avevano i fatti di Bologna e le invasioni fasciste.

LA CONTROFFENSIVA CAPITALISTA

Engels in una penetrante analisi della natura dello stato capitalista ne espone i tratti fondamentali provando che lo stato capitalista eretto per dominare le contraddizioni di classe, e per difendere il dominio della classe borghese, deve procedere ad una organizzazione della divisione del lavoro che si realizza attraverso la pressione violenta delle forze di difesa dello stato ed attraverso la mobilitazione ideologica e politica che si ottiene con la stampa, i parlamenti, le organizzazioni sindacali. A differenza della società patriarcale che organizza la difesa contro le sollevazioni degli schiavi con una polizia di clans, lo stato capitalista ha bisogno di esercitare un complesso lavoro politico, attraverso le istituzioni di cui esso dispone e secondo i metodi che vengono imposti dalle situazioni.

A contraddistinguere i diversi metodi di governo non basta il criterio crudo della violenza. Difatti lo stato imperialista tedesco esercito’ la violenza spietata contro il movimento spartachista mentre erano al governo gli « antidestri », gli « antifascisti », i socialdemocratici. Un metodo di governo è piuttosto contraddistinto dal modo che impiega il capitalismo per operare una organizzazione della disciplina del lavoro senza cui alcun regime puo’ vivere per qualche anno

In Germania — dato l’alto grado raggiunto dalla industrializzazione e la conseguente differenziazione operatasi nel seno della classe operaia con la formazione di una aristocrazia operaia (in molti casi aristocrazia operaia significa semplicemente  « strato meno miserabile » il che non cessa di avere la sua significazione nella dinamica delle forze di classe, sovratutto in periodi rivoluzionari), questa divisione del lavoro si è effettuata, e si effettua attraverso la manovra operata dal capitalismo delle organizzazioni sindacali e dello stato maggiore della socialdemocrazia. In Italia questa divisione del lavoro si è effettuata nella direzione dell’ organamento fascista per la prevalenza dell’ economia agraria nel complesso della situazione italiana.

Tutto questo non ha affatto un valore categorico ma serve solamente a dare una spiegazione alle vicende degli ultimi anni dal punto di vista marxista e contro le nuove teorie opportuniste prevalse nel seno del partito comunista. Ma la ragione essenziale del fascismo risiede solamente nel fatto che la borghesia non poteva evitare la conseguenza inevitabile della sconfitta del 1920 nel caso che il proletariato trovasse la possibilità di profittare della tremenda esperienza per costruirsi un partito capace di guidarlo alla rivoluzione. La borghesia doveva fare ricorso alla violenza per allontanare la realtà che malgrado tutto matura, per allontanare cioè il domani che vedrà un partito proletario degno dei combattimenti che il proletariato ha mille volte scatenati.

Il comp. Bordiga ha una volta scritto che « occorre mettere in risalto e precisare il fatto che non si puo’ nemmeno parlare di classe quando non esista una minoranza di questa classe tendente ad organizzarsi in partito politico ». La  fondazione del partito comunista in Italia ha rappresentato il primo esperimento nella storia della lotta di classe in Italia per la comparsa cosciente e risoluta della classe proletaria nel gioco delle forze della società italiana.

Lo abbiamo già scritto: la fondazione del partito comunista ha precipitato il corso degli avvenimenti avvicinando il giorno della vittoria rivoluzionaria. Fino ad allora il capitalismo aveva potuto manovrare nel seno della classe proletaria per farla deviare dai suoi scopi. Fino ad allora-  secondo la frase di Giolitti – Marx era in soffitta. Da allora in poi la dottrina marxista  ridiventava la guida dell’ azione del proletariato. Otto anni dopo l’occupazione delle fabbriche, la situazione è delle più oscure nel seno dello stesso partito comunista ove si giunge a presentare come rivendicazione programmatica « il controllo sulle fabbriche » che durante l’occupazione offri’ il cammino al tradimento socialdemocratico. E questo non ha nulla a vedere con il fatto che tale rivendicazione (che non è mai stata una parola d’ordine per la conquista del potere politico) sia stata presentata dal partito bolscevico nel periodo precedente all’ Ottobre 1917. Si trattava allora di una indicazione offerta all’ azione concreta delle masse in movimento per esercitare in modo positivo il controllo, mentre il « programma » del potere politico del proletariato non veniva affatto annacquato e restava quello della socializzazione dei mezzi di produzione.

Otto anni dopo la socialdemocrazia, che voleva consegnare la fine dell’ occupazione delle fabbriche alla « meno peggiore » soluzione della repubblica (oggi sostenuta anche dal partito comunista) è sbaragliata anch’ essa e contro di essa si esercita la violenza del fascismo. E’ certo che se la situazione mondiale fosse diversa da quella che fortunatamente è; se fossimo cioè in un’ epoca diversa da quella mortale del capitalismo, la social-democrazia italiana avrebbe una sorte ben diversa. Come dopo la Comune di Parigi si assisterebbe ad una pacifica stabilizzazione del potere della borghesia. Ma oggi le cose vanno altrimenti: la borghesia italiana è minacciata costantemente dal pericolo rivoluzionario, ed essa segue le situazioni cui è costretta a dare le soluzioni provvisorie che i rapporti fra le classi impongono.

A nulla è valso il fatto che la socialdemocrazia abbia giustamente rivendicato il merito di essere stata la vera autrice della disfatta proletaria del 1920, a nulla è valso il tentativo da essa fatta di confondersi con il fascismo nella primavera del 1921 attraverso il patto di pacificazione, a nulla è valso l’invio di Buozzi da Mussolini nel 1923 per concordare una collaborazione, a nulla è valso il passaggio al fascismo dello stato maggiore confederale nel 1927. Malgrado tutto cio’ la borghesia, momentaneamente presceglie Mussolini e non vuole cambiare il suo personale di governo. Ma cio’ non toglie affatto che in una situazione internazionale di rapporti fra le classi mutata (e la Russia Sovietista entra in prima linea in questa disposizione di forze), la socialdemocrazia riesca a prendere il potere nel nome e per gli interessi della borghesia.

Il partito comunista si fondo’ in Italia sulla base della formula seguente nell’ esame della situazione italiana: « equivalenza del fascismo e della socialdemocrazia ». Otto anni dopo una conferma migliore non si poteva avere al Congresso delle Trade Unions di Swansea, il principio della « collaborazione fra le classi » e’ stato sancito come il nuovo principio del socialismo. Lo stesso principio è quello che dirige i sindacati fascisti.

Il fondamentale, nell’ esame dei rapporti fra socialismo e fascismo in Italia non è quello che si desume dalle vicende personali dei socialisti nei confronti dei fascisti. Il fondamentale si ricava solamente applicando l’analisi marxista che ci fa giungere alla conclusione che il fascismo non rappresenta una classe diversa « arretrata » rispetto al capitalismo.

E se il fondamentale non ispira l’azione del partito comunista, la deviazione è inevitabile e si cade nelle secche dell’ « antifascismo » e della « rivoluzione popolare ». Lenin di fronte al presunto dilemma Kerensky-Korniloff, non ha sacrificato un lembo dei programmi comunisti. Malgrado la mancata vittoria dell’ azione del luglio 1917, Lenin mantenne integralmente il programma comunista come scopo dell’ azione del proletariato. Quello che egli fece in presenza di quella situazione fu l’esame marxista dei rapporti fra le classi per concludere contro il lancio immediato della parola dell’ insurrezione.

Analogamente ha sinistra sostiene nei confronti della situazione italiana: nessuna concessione di programma; propaganda netta sulla base del nostro programma per preparare la situazione nella quale sarà possibile lanciare l’appello diretto per l’insurrezione e per la lotta armata anche contro le forze politiche che sosterranno i programmi dell’ antifascismo, per la rivoluzione comunista.

Questo è l’insegnamento capitale della disfatta dell’ occupazione delle fabbriche. La sinistra lavora perchè l’incrocio delle situazioni che verranno salvino al proletariato l’organizzazione che esso ha fondato a prezzo di tanti sacrifici, la sinistra lavora per liberare il partito comunista dalle stesse ideologie che contribuirono alla sconfitta del 1920 e che ci porterebbero ad una nuova disfatta.