Partito Comunista Internazionale

Le idee organizzative del P.C.R.

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Di Karl Radek

II Partito Comunista Russo è l’organismo di partito più forte, più solido, più potente che il mondo conosca. Ogni nemico del comunismo rivoluzionario, comunque esso ammanti la sua avversione contro la dittatura del proletariato, è costretto ad alzare la visiera, quando si tratta del suo atteggiamento di fronte al nostro partito. I Dittmann ed i Hilferding sono riusciti per un anno a dare d’intendere che essi erano per la dittatura del proletariato, per la Terza Internazionale. Ma tutti i loro tentativi naufragarono, quando l’Internazionale comunista pose come condizione preliminare per la loro ammissione l’accettazione delle idee fondamentali, sulle quali si basa l’organizzazione del Partito Comunista Russo. Ciò dimostra come i nostri problemi di organizzazione si riconnettono coi fondamentali problemi di esistenza della dittatura proletaria, come questa dittatura è inconcepibile senza il severo sistema militare, che rappresenta il nostro partito.

Ciascuno di noi deve riflettere profondamente sulle basi della nostra politica di organizzazione, sul suo nesso colla dittatura proletaria, quando riesce ad uno difficile a compiere i doveri imposti dalla disciplina del partito o quando si rendono evidenti lati deboli nell’organizzazione del partito. 

Una breve esposizione della storia delle idee organizzative del nostro partito è assai utile, non soltanto per i compagni occidentali nelle loro discussioni sullo Statuto dell’Internazionale comunista c sulle condizioni per l’entrata nelle sue file, ma anche per noi, membri del partito comunista russo, in un periodo, nel quale la conferenza del partito, in vista di una dura lotta e di nuovi cimenti, dovrà mettere ordine nelle file del partito. 

L’organizzazione bolscevica ebbe il suo inizio 16 anni fa. Nel libro «Che fare?» di Lenin, pubblicato nel 1902, nel quale troviamo tutte le idee organizzative fondamentali del Bolscevisino, è contenuta la seguente interessante osservazione : «La mancanza di una aperta coesione e tradizione di partito significa una differenza cosi enorme fra la Russia e la Germania, da diffidare ogni socialista ragionevole da una cieca imitazione». II punto di partenza nella lotta di Lenin e dei suoi amici per la creazione di un partite comunista russo costituiva lo stesso fenomeno, che attualmente forma il maggiore ostacolo dell’attività rivoluzionaria nell’occidente: le forze rivoluzionarie non erano organizzate ed il compagno Lenin, guardò con invidia sulla potente organizzazione del proletariato tedesco. La necessità di dover creare un’organizzazione del proletariato venne riconosciuta da tutti i socialdemocratici di allora. L’ala destra della socialdemocrazia, dalla quale si cristallizza più tardi il partito menscevico, intendeva creare questa organizzazione, imitando ciecamente la potente socialdemocrazia tedesca. I menscevichi sognavano la creazione di un grande partito operaio, nelle file del quale la massa operaia poteva trovare il campo per la sua attività autonoma.

Un siffatto partito doveva accettare chiunque aderisse al suo programma ed intendesse appoggiarlo materialmente e moralmente. Questo partito doveva essere diretto democraticamente e trovare la sua strada rivoluzionaria in libera critica ed in libera discussione. Contro questa idea allettatrice Lenin diresse tutte le sferzate della suo critica. Sotto lo stivale ferrato dello zarismo il partito doveva condurre un’esistenza illegale. In queste condizioni esso non poteva abbracciare nei quadri della sua organizzazione le grandi masse. Un grande partito operaio era una pura illusione. Questa illusione nascondeva però un enorme pericolo opportunistico. Se ognuno, che aderiva al programma, poteva diventare membro del partito, si lasciava adito, data la situazione in cui si trovò  la Russia prima della prima rivoluzione, e dato il fermento rivoluzionario fra gli intellettuali che ogni intellettuale che odiava lo zarismo e simpatizzava colla classe lavoratrice poteva influenzare la tattica del partito operaio. 

Vale a dire che gli elementi meno resistenti della rivoluzione, i più tentennanti, avrebbero conquistato un’influenza decisiva sul partito del proletariato. Nel noto primo punto dello Statuto del partito presentato da Lenin al Congresso, egli riassume il suo punto di vista nella seguente formulazione «Come membro del partito viene riconosciuto ognuno, che approvi il suo programma ed aiuti il partito sia materialmente, che colla sua partecipazione personale in una delle organizzazioni del partito». Nel progetto di Martoff bastava dare al partito un appoggio personale regolare sotto la guida di un’organizzazione del partito, per diventarne socio. Queste differenze suscitarono tutto il dissenso e condussero alla scissione fra menscevichi e bolscevichi. Grande fu l’ilarità dei socialisti europei, perfino di quelli appartenenti all’ala rivoluzionaria, quando appresero che la socialdemocrazia russa si era divisa per causa di un paragrafo dello Statuto. Alcuni mesi dopo la scissione però, si vide chiaramente che Lenin aveva ragione quando egli formulo le differenze che condussero alla scissione, non soltanto con criterio organizzativo, ma con criterio politico. Già nel dicembre 1904, prima degli avvenimenti del gennaio, risultò, che tutti gli elementi che intendevano creare una organizzazione su larga base, erano propensi a marciare colla borghesia liberale e non coi contadini rivoluzionari. L’organizzazione strettamente circoscritta, il di cui progetto fu allora condannato come piano di un’organizzazione di congiurati dalla stessa marxista rivoluzionaria Rosa Luxemburg, così vicina alla rivoluzione russa, comprese tutti i rivoluzionari coerenti delle sfere dell’intelligenza e della classe operaia e formò con essi i primi nuclei rivoluzionari per la prima rivoluzione russa. Le esperienze della prima rivoluzione confermarono pienamente l’affermazione di Lenin, sostenuta nel suo scritto edito nel 1902 e nel suo opuscolo «Un passo avanti, due passi indietro», pubblicato due anni dopo, che soltanto una rigida organizzazione di rivoluzionari proletari, animati da una comune idea fosse in grado. di trascinare con sé le masse nell’ora della riscossa, poiché una tale rigidezza garantisce un indirizzo di partito costantemente rivoluzionario, mentre un partito su larga base rappresenta una massa di elementi antagonistici, significa eterne discussioni ed un continuo corso di zig-zag nella politica. II «cospiratore» Lenin ed i suoi seguaci dimostrarono di essere il partito della massa proletaria. I propugnatori dell’idea di una vasta organizzazione operaia, i menscevichi, apparirono come una vasta organizzazione di elementi tentennanti della piccola borghesia e degli operai arretrati, disposti a sopportare la mancanza di principi e la politica dondolona dei menscevichi.

L’idea di un partito rivoluzionario, che nel momento della vittoria della controrivoluzione deve essere un’organizzazione strettamente circoscritta di carattere «cospirativo», ebbe ancora una volta bisogno di essere difesa da Lenin, dopo il crollo della prima rivoluzione, negli anni, in cui trionfava la controrivoluzione di Stolypin.

I menscevichi protestarono contro un’organizzazione rivoluzionaria illegale, perché essa non sarebbe stata capace di inquadrare le masse proletarie risvegliate, che convergevano verso l’organizzazione. Essi sostenevano che una siffatta organizzazione rivoluzionaria sarebbe asfissiata nella sua opera di talpe. Che sarebbe necessario creare vaste organizzazioni operate di carattere politico e senza determinata struttura, le quali costituirebbero più tardi il partito operaio. Questo partito non potrebbe formulare le idee rivoluzionarie del proletariato nell’intera loro chiarezza, per riguardo alla legalità stolypiniana. Ma in compenso esso avrebbe dietro di sé le masse. I bolscevichi risposero: le larghe masse del proletariato, la classe più sfruttata, non si possono condurre che con parole d’ordine nettamente rivoluzionarie, rispecchianti il loro ardente desiderio di liberazione. Soltanto un’organizzazione rivoluzionaria illegale poteva diventare la fucina di queste parole d’ordine rivoluzionarie. 

Poco importa se essa è strettamente circoscritta. Nell’ora della rivoluzione essa condurrà con sè le masse, se essa non ridurrà le parole d’ordine, non perderà il contatto colle amorfe e vaste organizzazioni operaie. Appena trascorsi gli anni del rilassamento delle energie operaie, già nel 1902 era evidente che la parte bolscevica della socialdemocrazia russa aveva pienamente ragione. Mercé la loro rigida organizzazione rivoluzionaria i bolscevichi assunsero la direzione dei Sindacati e delle Cooperative legali, non soltanto, ma anche delle masse operaie non organizzate. 

II piano d’organizzazione di Lenin, sul quale si basava la prassi del partito bolscevico, conteneva ancora un’altra cosa che provocò furiosi attacchi da parte degli avversari. E questo era l’idea di una centralizzazione del partito. l’idea della subordinazione assoluta dei membri del partito all’organo centrale da loro creato ciò che ora chiamiamo disciplina militare era già l’idea centrale della nostra organizzazione in un tempo, in cui essa non aveva ancora l’onore di dirigere la lotta della prima repubblica operaia del mondo. 

II partito bolscevico nacque alla vigilia della rivoluzione, vale a dire alla vigilia della guerra civile. L’organizzazione bolscevica, che dava ai problemi della guerra la massima importanza, aveva bisogno di una struttura militare. L’armata del proletariato, la sua avanguardia rivoluzionaria non riceve i suoi conduttori dall’alto. Essa li elegge, li sceglie, ma una volta eletti, essa deve sottomettersi incondizionatamente ai loro ordini, da un Congresso all’altro, perché durante la battaglia non v’è tempo per discussioni ed un piano di guerra anche erroneo, purché eseguito a fondo non cagionerà tanto danno, quanto un tentativo di raggruppamento durante la battaglia. Tutte le obbiezioni elevate contro le cattive conseguenze di una simile organizzazione militare, di un simile potere dei duci crollano di fronte il semplice fatto che in una lotta non si può fare a meno di una direzione.

Se nell’occidente valenti marxisti come Antonio Pannekoek, per non parlare di chiacchieroni letterati tipo Rühle, Schrôder, vedono in ciò un dominio dei dirigenti sulla massa, ciò dimostra che essi non hanno ancora penetrato le necessità della lotta rivoluzionaria. Finché gli operai rivoluzionari, appartenenti all’ala sinistra comunista non hanno compreso la necessità della funzione direttiva del partito e dell’esistenza di un organismo centrale che dirige il partito, essi dimostrano che la loro esperienza rivoluzionaria è rimasta di gran lunga dietro le necessità della lotta rivoluzionaria. Noi siamo convinti che la campagna condotta dagli indipendenti di destra, i Dittmann e Hilferding, contro la disciplina militare del partito comunista russo, aiuterà gli operai di sinistra a comprendere i loro errori. 

Se le idee organizzative del centralismo rivoluzionario si sono dimostrate giuste durante la guerra civile, è evidente che esse corrispondono in misura infinitamente maggiore alla necessità, quando la vittoria rivoluzionaria del proletariato lo pone dinanzi al compito di governare un enorme Stato, di creare un esercito, e di condurlo alla lotta. Senza il centralismo del partito comunista russo, senza l’illimitato potere del Comitato Centrale del partito da un Congresso all’altro, la Russia sarebbe già cento volte perita. Senza la creazione di un simile partito centralizzato, senza che il partito impari a subordinarsi al suo organismo centrale, non potrà mantenersi nessuna rivoluzione operaia in nessun paese. S’intende da sé che il nostro organismo centrale potrà fare mille errori non solo nella distribuzione delle forze, ma anche nelle sue risoluzioni politiche. Ma senza questo organismo centrale il proletariato rimane senza mani.

Esso sarà costretto a discutere invece di combattere e verrà sconfitto dal nemico durante le votazioni. E’ naturale che nessuno accetti volentieri deliberazioni che sembrano sbagliate, non soltanto, ma che possono essere realmente erronee. In questi casi il nostro individualismo si ribella contro la ferrea disciplina, che c’impone il partito. Basta però pensare che i soldati dell’armata rossa hanno il dovere della subordinazione incondizionata, non soltanto quando si tratta di sopportare disagi ed incomodità ma anche quando si tratta di vita o di morte, e si comprenderà che non si possono ammettere infrazioni alla disciplina. L’indisciplina è un risultato dei residui dell’individualismo borghese e della mancanza di organizzazione delle masse. La disciplina richiede da noi dei sacrifici; ma è possibile che la lotta del proletariato e la sua liberazione si compia senza sacrifici?

Il problema, che occupa negli ultimi tempi il partito, il problema della «corruzione» in varie parti del partito, può essere risolto sul terreno di idee organizzative fondamentali, nelle quali è diventato grande il nostro partito. La pretesa di prerogative, che non sono motivate dalla necessità del lavoro, è soltanto possibile là dove la nostra organizzazione non compie un’opera vivente fra il proletariato, ma dove si contenta di un lavoro burocratico di ufficio. La corruzione che si può constatare qua e là nelle file del nostro partito non è tanto un sintomo di decomposizione morale, poiché i privilegi che un comunista può realmente ottenere purché esso non sia un farabutto e questi bisogna escludere non oltrepassano mai il limite degli agi che prima della rivoluzione erano raggiungibili per ogni piccolo borghese, ma piuttosto un sintomo di peccati politici di determinate sfere del partito. Quando un’organizzazione di partito lavora fra le masse, le aiuta ad organizzarsi, a formarsi gli organi dei consigli, a crearsi una nuova vita, le sostiene nella lotta colle privazioni, quando, insomma essa esercita la sua funzione storica, non può esservi nessuna ragione per il suo distacco dalle masse. II proletariato dà alle sue forze lavorative volentieri tutto quanto esse abbisognano, per non soccombere nella lotta, anche se esso patisce la fame ed è costretto a sopportare le più grandi privazioni. II punto di gravitazione della nostra lotta contro le tendenze dissolvitrici in certe parti del nostro partito non va posto in un’azione moralizzatrice, poiché noi, membri degli organi supremi delle istituzioni dei consigli non viviamo peggio, ma meglio dei nostri collaboratori nella provincia (in quanto non abbiamo da fare con farabutti). II fulcro della questione sta nel combattere le tendenze burocratiche che scaturiscono dall’incomprensione del fatto, che noi non possiamo edificare se non colle mani, i cervelli, i cuori, del proletariato. Sulla base delle sue idee organizzative il partito non ha soltanto superato un giorno la valutazione della funzione dell’organizzazione rivoluzionaria, che trovava la sua espressione nel movimento dei «liquidatori» ma ha pure superato la supervalutazione di questa funzione, che trovò la sua incarnazione nell’ideale del terrorista socialrivoluzionario, che credeva di poter salvare il popolo col sacrificio della sua persona, o del «otsowista» che si illuse di poter fare la rivoluzione in altra maniera, che non mediante il graduale risveglio delle energie rivoluzionarie delle masse. Noi abbiamo vinto perché non eravamo una banda di cospiratori staccati, dalla massa: anche questa volta riusciremo a domare le tendenze burocratiche che vogliono sostituire la forza creatrice delle masse operaie col salvataggio di un ufficio ben diretto.

Causa la guerra, che chiama le migliori forze del proletariato sul campo di battaglia, o le costringe ad andare da un’estremità della Russia all’altra per assolvere i vari compiti della ricostruzione economica, soffre fortemente la forma sviluppata della dittatura, la vita pulsante nei Consigli locali. Ma chi sostiene che questa è la prova della mancanza di una democrazia operaia presso di noi, una prova che alla dittatura della classe operaia si è sovrapposta la dittatura del partito, colui vede soltanto l’apparenza e non l’essenza. Ciò non mi fu mai tanto chiaro che durante il mio soggiorno al fronte, durante il mio viaggio a Balen. Chi dirige gli enormi lavori nel campo dell’organizzazione dell’approvvigionamento delle armate? Chi dirige il trasporto della nafta? Chi anima il nostro esercito? La Russia soviettista migrante, le parti di organizzazioni soviettiste provenienti da centinaia di città e villaggi, che, staccate dalla loro dimora, operano dappertutto per la Russia dei Soviet. 

Noi riusciremo a dominare il crescente pericolo, il terreno del quale forma spesso la necessità di una forma velata della dittatura operaia. Per questa ragione sarà forse necessario di creare un organo che colleghi meglio questa Russia soviettista migrante coll’organismo centrale, che non lo possa fare la stampa del partito, che giunge molto irregolarmente nelle mani dei nostri compagni. E necessario un settimanale, diffuso fino negli angoli più remoti della Russia che deve raggiungere i compagni viaggianti con missioni economiche e militari. Bisogna giorno per giorno suscitare in loro la convinzione che noi abbiamo assunto il potere come avanguardia del proletariato e che il significato di questo potere sta nel nostro dovere di chiamare i più larghi strati della massa operaia a partecipare alla ricostruzione. Centinaia e migliaia di membri del nostro partito combattono su tutti i fronti della Russia soviettista. e non v’è ragione alcuna di rimproverare loro qualche morbosità. Ma se in qualche luogo si dovesse manifestare qualche decomposizione, la elimineremo, la supereremo, poiché soltanto le nostre idee politiche e sociali corrispondono agli interessi del proletariato, ma anche le idee organizzative del nostro partito, di un’organizzazione di combattenti proletari, di un’organizzazione centralizzata, che allontanerà ogni membro malato dal suo corpo, sono nel massimo grado giuste. E venuto il tempo in cui trionfano le nostre idee rivoluzionarie nel movimento proletario di tutta l’Europa, non solo, ma in cui devono anche essere realizzate le idee organizzative, sulle quali si basa la forza del nostro partito, di un partito che lotta contro tutta la borghesia mondiale ed i suoi agenti. Nella consapevolezza della sua funzione direttiva. del suo enorme compito, il nostro partito non eviterà soltanto il pericolo di una decomposizione, ma esso temprerà nella lotta le sue forze e rafforzerà la sua organizzazione, come avanguardia, come stato maggiore della rivoluzione mondiale.

L’opera del partito si sviluppa attualmente in due direzioni fondamentali, dalla giusta comprensione delle quali dipende la prosperità ed il consolidamento del nostro partito stesso la prima è il lavoro soviettista e di organizzazione, la seconda è il lavoro di partito e di educazione, l’attività di propaganda. Vogliamo dare rilievo alla prima, la quale viene al momento maggiormente discussa.

La prima direzione concerne l’enorme opera che incombe al partito come guida della vita statale. Nell’epoca della dittatura del proletariato in cui noi viviamo, il partito comunista si presenta come l’organizzazione che incarna questa dittatura del proletariato nel modo più completo ed integrale che sia possibile.

II nostro partito è il partito dominante nella Russia soviettista questo è un fatto che bisogna senz’altro constatare. Ciò determina il carattere dell’opera del partito. II partito partecipa non soltanto alla politica, ma anche all’organizzazione dello Stato. II partito ha collocato i suoi membri in tutti gli angoli del paese, negli uffici d’ogni genere, esso mobilita i suoi membri per il fronte interno ed esterno, in qualsiasi momento, appena lo richiede la causa. Da ciò consegue: «i comunisti, che lavorano nei Soviet fanno anche lavoro pel partito. Ma purtroppo questa deduzione con tutte le conseguenze che ne seguono, non viene sempre tratta né dai compagni che lavorano nei Soviet, né da quelli che esplicano la loro attività nelle organizzazioni del partito».

Questa concezione non è altro che un residuo di quella antica concezione. Si considera generalmente questo lavoro, come ” occupazione accessoria burocratica ufficiale, che considera il lavoro per lo Stato come assolutamente differente dal lavoro per il partito. Nell’ordinamento della società borghese questa concezione era affatto giustificata, poiché lo Stato era contrapposto alla vita pubblica. Nella società soviettista però la cosa è ben differente. Con queste concezioni bisogna farla finita. Non importa se i lavoratori soviettisti comunisti occupino un posto di responsabilità e di considerazione o se compiono un lavoro umile, essi sono sempre gli esecutori d’un lavoro  comunista importante per la costruzione di tutta la società. La loro opera, bene o mal fatta è opera per il partito.

  1. Riteniamo necessario di fare della preparazione dei comunisti per il servizio soviettista, uno dei prossimi compiti del partito. A tale scopo è necessario promuovere lo studio dell’attività soviettista e dei metodi comunisti di organizzazione ed amministrazione nei vari campi dell’attività soviettista, e di preparare nuove forze per gli uffici soviettisti. L’attualità di questo problema risulta dal fatto che in molte importanti istituzioni centrali sono impiegati 2-3 per cento di comunisti fra migliaia di non comunisti. I posti più importanti sono spesso occupati da non comunisti. Perciò i nostri segreti vengono così spesso traditi dal nemico.
    Lo studio del lavoro di organizzazione degli uffici governativi deve diventare obbligatorio. Soltanto in questo modo potremo sbarazzarci dal «burocratismo», dal «separatismo» e da altri fenomeni estranei al comunismo.
  2. La distribuzione e l’organizzazione dei collaboratori comunisti per le singole istituzioni soviettiste deve essere compito del partito. Nell’ambito panrusso ciò viene realizzato dal Comitato Centrale, ma nei singoli Governatorati la cosa è molto peggiore. Uno sfruttamento adeguato delle forze comuniste non può avvenire che sulla base di una giusta distribuzione ed organizzazione di queste forze. Facendo questo non basta assegnare i lavoratori ai gruppi ed organizzarli per gruppi, ma bisogna anche sapere utilizzarli come «materiale comunista» nella massima misura. Lasciare che un «lavoratore responsabile» sacrifichi una grande parte del suo tempo alla cellula comunista, significa perderlo per lavori maggiori. Questa è una dispersione di forze antieconomica. Esso deve essere sopratutto impiegato come organizzatore, propagandista, scrittore e via dicendo.
  3. Gli organi direttivi del partito devono essere avvicinati al lavoro di partito delle istituzioni soviettiste.

Attualmente prevale l’abitudine di far gravare tutto il lavoro sui Gruppi Comunisti delle istituzioni e perciò la colpa non ricade su essi quanto sulle organizzazioni del partito le quali mettono questo o quell’operaio su un posto e poi lo dimenticano semplicemente perché credono che egli potrà da solo sbrigare il lavoro.

In ultima sia detto: Non basta che i lavoratori soviettisti siano tenuti al lavoro di partito ma anche questo lavoro deve venir adattato al lavoro soviettista poiché ambedue formano i due lati di un solo processo della costruzione comunista della società.