La situazione economica nell’Europa Continentale
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di E. VARGA
L’«Internazionale Comunista» pubblica nei suoi ultimi numeri un poderoso studio di E. Varga – il valente economista che fu Commissario del popolo per l’Economia popolare nella Repubblica Ungherese dei Soviet – sulla crisi economica del capitalismo. Di tale studio riportiamo qui l’introduzione nella quale è contenuto un’esame preliminare delle cause generali della crisi economica. L’intiero studio potrà essere noto ai lettori italiani quando verranno pubblicati a cura del Partito Comunista i fascicoli dell’ «Internazionale Comunista».
Due anni son già passati dalla fine della guerra mondiale. Ma la ricostruzione dell’economia capitalistica è tutt’ora un sogno. Per spiegare il perché di tale fatto noi dobbiamo mostrare le profonde trasformazioni che il capitalismo ha subito durante la guerra.
L’accumulazione incessante di un capitale reale era la base di sviluppo del capitalismo moderno. La guerra interruppe improvvisamente questo processo al quale subentrò un processo contrario: quello dell’impoverimento progressivo del mondo capitalista in ricchezze materiali.
Si consumava durante la guerra molto di più di quello che si produceva. La struttura particolare dell’economia capitalistica permetteva però di mascherare quest’impoverimento reale creando miliardi e miliardi di capitale fittizio. Ai proprietari delle ricchezze reali che si consumavano, lo Stato dava in compenso un capitale fittizio, che si presentava sotto un duplice aspetto. Innanzi tutto sotto la forma dei prestiti di guerra che assicuravano il possesso di una parte del soprapiù da prodursi dalle generazioni future. In tal modo, le entrate nominali del mondo capitalista lungi dal diminuire, indicavano un rialzo, sul quale ritorneremo in seguito, e l’impoverimento continuo del mondo capitalista in guerra era ad un tempo dissimulato agli occhi di ogni capitalista considerato isolatamente ed agli occhi dell’intera classe capitalista. La seconda forma di creazione del capitale fittizio consisteva nell’emissione per centinaia di milioni di moneta fiduciaria che nulla garantiva. Questa cartamoneta differiva, dal punto di vista economico, dalla cartamoneta dell’epoca anteriore in ciò che essa era emessa non per facilitare gli scambi e la conclusione di reali operazioni capitalistiche, ma per compensare formalmente il consumo di ricchezze reali fatto durante la guerra.
L’impoverimento di ricchezze effettive si stendeva anche ai mezzi di produzione, nello stretto senso della parola.
II suolo si esauriva per insufficienza di cure e per il lavoro trascurato. I trasporti erano rovinati. Le macchine si consumavano e non venivano rimpiazzate. In altre parole non erano soltanto le ricchezze che diminuivano rapidamente durante la guerra: la base materiale della produzione si deteriorava rapidamente. Altri fattori s’aggiunsero a questi. Innanzi tutto l’industria non produceva in larga misura che per la guerra, per cui la sua produttività cessava d’essere economicamente utile; in seguito -e ciò era un fattore assoluto di regresso, – delle ricchezze erano distrutte sul teatro delle operazioni militari; infine e questo fattore doveva essere ricordato in primo luogo la capacità di lavoro della mano d’opera non cessando di diminuire, la produzione continuava irresistibilmente a cadere. La perdita di mano d’opera era in parte temporanea (milioni d’uomini mobilitati erano strappati al lavoro produttivo) in parte definitiva, quando si trattava di morti, mutilati o lavoratori resi invalidi, nelle retrovie, per le privazioni e l’insufficiente alimentazione.
II regresso continuo della produzione determinò, fin dai primi anni della guerra, un’impoverimento economico generale. Questo fatto coincidente con i prestiti di guerra il cui sistema impediva la diminuzione delle entrate nominali, generò nel mondo intero il rialzo dei prezzi. Ad una quantità sempre minore di prodotti dell’industria corrispondeva un’entrata nominale rimasta fissa od aumentata per i benefici di guerra. La scarsità dei prodotti offriva a sua volta un largo campo d’azione alla speculazione e provocava così un nuovo aumento delle entrate nominali. L’altezza dei prezzi raggiunse naturalmente un grado corrispondente all’utilità dei prodotti, dei quali i più indispensabili, come quelli dell’agricoltura e le derrate alimentari, furono i più cari. Nel mondo intero, negli Stati belligeranti in prima linea, e sopratutto in quelli dell’Europa Centrale, che si trovavano completamente tagliati fuori dai mercati del mondo, si manifestò una crisi degli approvvigionamenti senza precedenti. Ne risultò una trasformazione radicale nei rapporti di forza fra la città e la campagna. Mentre nel periodo normale di sviluppo del capitalismo la città domina la campagna, l’Europa industriale domina le regioni agricole, la deformazione economico-militare del capitalismo portò a questo risultato, che le campagne sfruttarono le città e le regioni agricole si emanciparono nella più larga misura dall’egemonia economica dell’Europa industriale.
Questa trasformazione economica fu facilitata dal fatto che tutti gli obblighi della campagna riguardo alla città sono genericamente fissati in moneta: affitti, interessi su prestiti, imposte ecc. Il rialzo dei prezzi d’altra parte significa discesa del valore della moneta. Si comprende che la campagna, i cui obblighi verso la città si esprimono in unità monetarie nominali, non dovette ormai pagare che la decima o la trentesima parte di ciò che pagava per il passato. Ciò fu la causa d’una nuova diminuzione dell’approvvigionamento delle città e delle regioni industriali, diminuzione che noi constatiamo ancora oggi.
La conseguenza ulteriore di questa situazione fu l’azione reciproca di elevazione dei prezzi e delle entrate nominali: l’una determinò il crescer dell’altra e viceversa. II rialzo dei salari, essendo stato nel mondo intero fortemente distanziato dall’aumento del prezzo dei viveri, le vittime di questo stato di cose furono gli operai. L’impoverimento si manifestò nettamente col ribasso del livello di benessere della classe operaia. Se in regime capitalistico l’enorme accumulazione dei mezzi di produzione abbreviava sempre più la durata del lavoro dell’operaio e se, per tale fatto, il livello dell’esistenza di quest’ultimo, poteva elevarsi – per quanto molto lentamente – o per lo meno non abbassarsi, avvenne durante la guerra che le condizioni d’esistenza del proletariato peggiorarono bruscamente in proporzioni terribili1.
L’abbassamento del benessere materiale dell’operaio, abbassamento provocato dalla diminuzione della produzione, fu a sua volta la causa di una nuova diminuzione della produzione. Mal nutriti, gli operai non potevano adempiere il loro compito come prima. Delle cause psicologiche, quali il malcontento suscitato dalle cattive condizioni d’esistenza ed una guerra assurda aggravarono ancora la crisi della produzione.
L’economia militare si sviluppò in modo tale entro un circolo vizioso, che esso fu ed è tutt’ora, dopo la fine della guerra, un problema insolubile entro i limiti del capitalismo. Gli operai, nel mondo intero, esigono un aumento del livello medio della loro esistenza che li riporti, per lo meno, alle condizioni di prima della guerra.
La diminuzione delle forze produttrici nel mondo intero e la diminuzione della produttività della stessa classe operaia non permettono di soddisfare a queste rivendicazioni in regime capitalista, anche se i capitalisti rinunciassero temporaneamente ai loro benefici, postulato evidentemente impossibile. Questa esigenza potrebbe essere soddisfatta solo se si potesse prima accumulare di nuovo i mezzi di produzione a restaurare cosi l’industria. Ma l’accumulazione reale è ora impossibile, il rendimento inferiore del lavoro, in regime capitalistico, non permette in rapporto al consumo giornaliero, alcuna sopraproduzione.
Questi aspetti generali della crisi del capitalismo non si manifestano gli stessi in tutti i paesi. E’ una delle particolarità del capitalismo del dopoguerra quello che, in seguito ai differenti gradi di deformazione economica-militare, non c’è più un’economia capitalistica mondiale unica.
II mondo capitalistico s’è smembrato: le Sue parti non hanno più un’unità economica. La crisi del cambio è la manifestazione este- riore di questo smembramento.
Tempo fa la moneta – equivalente realizzato del tempo di lavoro dell’operaio – aveva in regime capitalista un valore generale, mondiale. Vale a dire che le monete dei diversi Stati capitalistici, all’infuori delle minime oscillazioni economiche, erano stimate al loro valore nominale, quello dell’oro che esse rappresentavano.
Attualmente non si può più parlare propriamente di moneta che abbia un valore mondiale. L’oro insomma, la base monetaria mondiale – è, nella maggior parte degli Stati, uscito dalla circolazione, e la moneta fiduciaria subisce in tutti i paesi grandissime variazioni di valore che trasformano tutti gli scambi commerciali internazionali in speculazione. Se si considera da questo punto di vista, il mondo capitalista quale è attualmente, si divide in cinque vasti raggruppamenti economici : 1) L’Inghilterra ed il suo impero coloniale; 2) Gli Stati Uniti e le Repubbliche sud-americane che hanno meno sofferto dalla guerra; 3) L’Europa centrale; 4) La Russia : 5) 11 gruppo cino-giapponese di grandi potenze.
Nostra intenzione è di studiare nei seguenti articoli la situazione generale di queste vaste regioni economiche, incominciando dall’Europa centrale, come quella in cui la deformazione economica militare raggiunge il grado più elevato. Esamineremo in seguito la vita economica Inglese, sulla quale abbiamo maggior copia di dati materiali.
- La letteratura scientifica del mondo non possiede statistiche degne di fiducia sulle condizioni di vita dell’operaio. Ma il consumo degli alimenti di prima necessità, pane, zucchero, caffè. burro in Francia ed in Inghilterra ad esempio, mostra che livello di benessere della classe operaia s’era un po’ elevato durante la seconda metà del XIX secolo. ↩︎