La crisi nel mondo borghese e la situazione italiana.
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II grosso della corrente opinione pubblica borghese italiana dimostra nei suoi orientamenti -se così meritano di essere chiamati – una ingenuità senza pari.
Sullo sfondo permanente della sua apatia e della sua adattabilità, si è verificato il passaggio dal pessimismo all’ottimismo solo perché sono mutati gli aspetti e i rapporti della vita sociale nazionale: ieri la quasi rassegnazione all’imminente avvento rivoluzionario, oggi la sicurezza compiaciuta che la rivoluzione è scongiurata definitivamente, per sempre.
Siccome è già molto che i borghesi italiani che si occupano di politica – parliamo della massa, non di una élite di occhiuti governanti che non crediamo del tutto inabili al loro mestiere – guardino al di là del proprio naso e degli occhiali di cui si servono per leggere i quotidiani in voga, non è da stupirsi che essi non tengano alcun conto, né dei caratteri meno superficiali della crisi che l’Italia attraversa, né di quanto si va svolgendo nel resto d’Europa e in tutto il mondo – e si appaghino, per concludere allegramente alla sconfitta definitiva del socialismo, delle ultime cronache delle imprese condotte trionfalmente a termine dal fascismo.
L’incendio e la devastazione delle sedi proletarie, l’aggressione e l’oltraggio agli uomini che dirigono il movimento della classe operaia, ed il fatto, innegabile anche da noi, che questa non trova le energie per una immediata e adeguata risposta ecco quanto basta per consolare questa Italia borghesuccia… che già si disponeva a consolarsi facilmente della proclamazione della repubblica soviettista.
I borghesi e con essi i rivoluzionari pessimisti e scoraggiati o rinunciatari di quest’ora, che indubbiamente si reputano tra i più faciloni e ottimisti di qualche tempo addietro mettono il problema su di un terreno falso, o per lo meno ne vedono solo un aspetto; quando si pongono la questione se sia più forte la borghesia nel difendere le sue istituzioni o il proletariato nell’assalirle. La risposta a questa sola domanda non può, certo, essere altra che quella: la situazione, dal punto di vista rivoluzionario, è molto peggiorata nel breve giro di alcuni mesi.
Ma il problema deve essere portato su basi più vaste. Riescono le attuali istituzioni, la classe dominante attuale, a dare un assetto qualsiasi alla situazione di dissesto e di squilibrio economico, sociale, politico, prodotto dalla grande guerra?
Per poco che si guardi a questo interrogativo semplice, deve concludersi che, se la situazione dimostra come sia complicato ed aspro il processo della rivoluzione proletaria, essa dimostra al tempo stesso che le condizioni generali divengono sempre più rivoluzionarie, e allontanano ogni altra soluzione e sistemazione che non sia il passaggio della direzione della società nelle mani delle classi lavoratrici.
Mentre anche gli Stati vincitori sono in preda a gravissima crisi della produzione e dello scambio e il più potente di essi, l’Inghilterra, ha l’Impero in rivolta ed il proletariato della madre patria in gigantesca agitazione; in tutto il territorio degli Stati vinti, nell’Europa Centrale, nei Balcani, e verso l’Oriente ottomano vive un caos spaventevole; e tutto è scomposto e dissestato, etnicamente, socialmente, politicamente.
La potenza degli Alleati vittoriosi non solo non viene a escogitare ed attuare sistemazioni, ma, con ogni suo intervento, accende nuovi contrasti e semina nuovo scompiglio mentre le onde di questo mare in tempesta vengono a frangersi ai piedi del colosso soviettista russo, che, quale rude blocco granitico regge all’imperversare della bufera, nè cede alle raffiche ed alle folgori di essa.
Sarebbe dunque l’Italia borghesemente beneficiata di una eccezione a questa regola di sconvolgimento, sì da dare alle classi privilegiate il diritto di trarre il fiato e dire: «è passata»?
Guardatevi intorno. L’industria attraversa uno stadio di decomposizione e rovescia sulle piazze torme di senza lavoro. Il problema agrario si rizza dinanzi a tutti come una incognita sempre più paurosa. Le stesse classi intermedie sono lungi, molto lungi, dal liberarsi dal senso di soffocamento che dopo la guerra le ha prese. La macchina dello Stato geme sotto i carichi che la generosità degli alleati grava ogni giorno più, e stride in tutti i suoi ruotismi malgrado il lubrificante giolittiano.
La borghesia vera non può ostentare la serenità e l’ottimismo dei poveri politicantucci da farmacia. Le gesta delle sue bande bianche, le danno fremiti di soddisfazione, ma la sua psicologia illividisce in quella del brigante che aggiunge delitto a delitto; quale unico espediente per sfuggire alla sanzione penale dei primi, ma vive senza speranza e senza riposo.
La situazione sfugge dalle mani della classe dominante, e tuttavia questa infierisce sulla classe dominata, l’attacca sulle piazze e nelle posizioni già conquistate, e la sconfigge quasi dovunque.
Vi è in questo una contraddizione? Certo, ma è di quelle contraddizioni di cui vive il processo storico che sbocca nelle rivoluzioni. Tutte le classi che sono al sommo della scala sociale evolvono da rapporti tollerabili e quasi patriarcali coi loro sudditi e dipendenti, sino a forme di prepotente arbitrio che, rendendosi intollerabili, accelerano la reazione della classe dominata.
La questione rivoluzionaria delle masse e l’infierire dei loro sfruttatori, sono in rapporto diretto, ma non crescono parallelamente e continuamente, in modo esteriormente dosabile, misurabile. I loro rapporti sono definiti da tutto il complessa gioco della tattica di lotta della classe proletaria. Molte volte questa tattica ha agito, non come il fattore che, dal malcontento che a disagio economico suscita, elabori precise coscienze e forze rivoluzionarie, ma sventuratamente nel senso opposto, come elemento temperatore di contrasti e sedatore di ribellioni.
La vera linea di azione rivoluzionaria il proletariato mondiale la va affannosamente cercando, attraverso il mondo borghese che paurosamente rovina. Le delusioni lo aiutano a trovarla.
Chi gli ha fatto smarrire molte volte la via è la insidiosa predicazione democratica e, peggio, socialdemocratica, che gli additava vie illusorie di pacifica evoluzione, e molte volte lo ha consegnato smarrito all’avversario, proprio nel momento in cui questo deponeva la sua maschera di umanità e liberalità.
Il meccanismo di queste influenze è stato in Italia molto più difficile a scoprire, solo mille roboanti proclamazioni pseudo-rivoluzionarie, e solo oggi, nel contegno del partito socialdemocratico, esso si va rivelando alle masse.
E’ qui in gran parte la causa del disorientamento proletario. Ma la reazione bianca colle sue imprese, mentre non traccia nessun piano di ricostruzione o di riparazione del presente edifizio sociale, registra si passeggere vittorie su di un avversario che paga la colpa della sua impreparazione, su di un esercito che sconta i delittuosi errori dei suoi condottieri, ma uccide la illusione democratica e liberale, e demolisce l’influenza della socialdemocrazia sulla massa, mostrando l’inanità delle pacifiche e civili sue conquiste, corporative od elettorali che siano.
La socialdemocrazia china il capo e l’animo sotto i colpi, e risponde invitando ancora le masse ad impegnarsi nello stessissimo circolo vizioso che oggi si risolve nel disarrno dei loro slancio rivoluzionario.
Il Comunismo, mentre dove può argina le offensive avversarie combattendo con onore, si ritempra nella forza della sua fede, e vede venire la sua ora – l’ora del proletariato.