In Italia il proletariato aveva occupato le fabbriche…
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L’occupazione delle fabbriche nella memoria di un militante
Quando venne l’ordine dell’occupazione delle fabbriche, negli ambenti proletari era matura la consapevolezza dell’importanza di questo grande movimento e gli operai, con slancio, sfondarono le porte delle officine per impadronirsi di esse.
Ricordo in quale circostanza mi fu comunicato l’ordine della Federazione Metallurgica. I padroni, avendo avuto conoscenza dell’ordine, chiusero le porte dell’officina, provvedendo le diverse entrate di guardie armate. I primi operai che si recavano al loro abituale turno dalle 6 alle 14 trovarono i battenti chiusi. In quei momenti gli operai non discutevano troppo. C’era l’ordine dell’organizzazione: mezzi non ve ne erano, ma vi era la volontà ferrea, la furia dello sforzo proletario: con un paracarro in pietra la prima porta del n.35 di Corso Dante cedette alla volontà combattiva del proletariato torinese.
Questo fu il segnale: immediatamente dopo gli altri operai fecero altrettando e ben presto le porte erano tutte abbattute e le guardie padronali vennero disarmate e rimpiazzate con le guardie proletarie.
Gli operai nelle officine, come prima manifestazione, si riunirono in un grande comizio nel corso del quale furono dati pieni poteri alla Commissione Interna per l’organizzazione della fabbrica.
La Commissione Interna si trovò nella necessità di raddoppiare il numero dei suoi componenti per fare fronte a tutti i problemi che si ponevano di fronte agli operai nella loro lotta contro il padronato.
I lavori erano immensi sovratutto per il funzionamento tecnico data l’assenza quasi completa della categoria degli impiegati. Malgrado ciò si addivenne rapidamente ad una divisione di lavoro nel senso della Commissione Interna. Questa ripartì così il suo lavoro: Direzione tecnica, Direzione amministrativa, Difesa dell’Officina, Collegamento fra Camera del Lavoro ed officina, Collegamento con le altre officine.
La Commissione Interna, per assicurare la costante presenza degli operai nell’officina, stabilì tre turni di otto ore e con ciò veniva provveduto efficacemente alla difesa dell’officina.
La Commissione Interna, come primo atto politico, “stabilì” che tutto il suo operato dovesse essere controllato dai Commissari di Reparto. Ciò rese stabile anche il collegamento fra la massa degli operai e la Commissione Interna.
Una delle difficoltà che si presentò subito fu la sistemazione del lavoro. Le forgie fabbricavano spade e lancie. Il Reparto Esperienze blindava un camion fornito di mitraglie che era ancora in deposito presso la FIAT. Negli altri reparti, chi più chi meno, tutti gli operai si ingegnavano nella costruzione e nella riparazione delle armi, non esclusa la costruzione delle bombe.
I tecnici tentarono di svolgere il loro lavoro controrivoluzionario. La sostituzione degli impiegati con gli elementi proletari più colti e con gli studenti volontari non assicurava la difesa contro il lavoro controrivoluzionario dei tecnici. In conseguenza i proletari di avanguardia intervennero e neutralizzarono questo pericolo sottoponendo i tecnici ad uno stretto controllo della Commissione Interna e dei Commissari di Reparto.
Contemporaneamente si provvedeva alla formazione di un reparto speciale per l’armamento il che valse a rassicurare la massa, ed a procedere quindi ad un regolare funzionamento dell’officina.
Dal punto di vista della produzione, gli operai -malgrado l’assenza degli impiegati, ed il mascherato sabottaggio dei tecnici, riuscirono in breve tempo a superare il quantitativo che si produceva prima, quando i padroni comandavano e dirigevano. E questo, malgrado il fatto che la mano d’opera era diminuita perché gli operai avevano dovuto provvedere alla difesa dell’officina ed a tutto il lavoro direttivo.
Si provvide alla redazione di un giornale interno intitolato “il Marciapiede” il quale conteneva le notizie riguardanti il movimento, lo svolgersi degli avvenimenti nelle altre officine, i deliberati della Commissione Interna etc. etc.
Il primo compito dell’Ufficio di Direzione proletario fu quello di impossessarsi degli archivi. Si poté così vedere con quale accortezza i proprietari dell’officine seguivano le vicende interne dell’organizzazione proletaria e come essi furono bene informati. Furono infatti trovate molte copie dei verbali della Sezione Socialista di Torino. Furono inoltre trovati anche degli schedari individuali con segni convenzionali relativi alla compilazione dei certificati di lavoro. Gli operai che abbandonavano la fabbrica venicano muniti di un “buon servito” ove un semplice punto esclamativo serviva a volte per indicare se si trattava di un sovversivo, o un punto interrogativo serviva a precisare che l’elemento era poco “piacevole” per i padroni. Queste rivelazioni furono argomenti di molti commenti da parte degli operai i quali continuavano a lavorare con tale assiduità che la produzione aumentava tutti i giorni. Mi ricordo che un ottimo risultato si ebbe con la nomina di Commissioni Tecniche composte di operai e di tecnici e che andavano a controllare i reparti per assicurare un continuo perfezionamento tecnico. I metodi di lavoro ne risultavano sempre migliorati ed i successi ottenuti in questo campo venivano rapidamente generalizzati a tutte l’officine.
La difesa era organizzata in un modo perfetto. Le sentinelle erano rigorosissime nell’imporre il rispetto alla loro consegna. Le squadre di ronda di notte erano composte dei migliori giovani, decisi ad entrare in azione non appena il bisogno lo avesse richiesto.
Difatti una notte una pattuglia di guardie rosse sequestrò quattro individui che erano nei pressi dell’officina, li portarono nell’interno della fabbrica e riuscirono, dopo un lungo interrogatorio, ad accertare che essi erano quattro ex ufficiali venuti in perlustrazione per organizzare un colpo contro gli operai. La punizione decisa consistette nell’obbligo di lavorare nei forni (a mettervi il carbone) per ventiquattro ore. Immaginarsi quei figli di papà che non avevano mai lavorato!
Dopo questa punizione fu chiesto a questi ufficiali se gli operai che lavorano nelle condizioni da essi provate avevano o no il diritto di dichiararsi i padroni della fabbrica. Questi messeri risposero allora che gli operai avevano ragione perché il lavoro costava molta fatica. Dopo la fine della punizione gli ufficiali furono rimessi in libertà.
Nei reparti l’entusiasmo era altissimo. Gli operai avevano decorati i muri con insegne e scritti proletari.
Si attendeva di giorno in giorno che gli operai delle altre organizzazioni si impadronissero dei mezzi di produzione ma questo non avveniva, mentre la situazione economica di molte famiglie cominciava ad aggravarsi. Fu allora che la Commissione Interna decise di sfondare le Casseforti per potere fare fronte ai bisogni degli operai. I fondi trovati erano limitati e vennero presto distribuiti. Si procedete ancora alla vendita della produzione delle automobili per potere fronteggiare tutte le difficoltà e per assicurare il fabbisogno delle famiglie. Con un deposito di rame, che la vecchia Direzione aveva acquistato, fu proposto di fare delle monete che vennero messe in circolazione al valore corrispondente al prezzo del rame in esso contenuto. Furono chiaramente gli incisori e così si fecere campioni di queste monete: da una parte c’era la “falce e martello” dall’altra una dicitura ricordante “il Soviet della Fiat”. Questa proposta di fabbricare delle monete fu portata alla Camera del Lavoro la quale la sconfessò.
Malgrado tutto questo gli operai non si stancarono e la produzione marciava sempre. Fu organizzato lo scambio di materie prime fra le singole officine per potere regolarizzare tutto il movimento.
Quando sopraggiunse l’ordine della Confederazione del Lavoro per la resa delle fabbriche gli operai insorsero contro questo tradimento. Per tre giorni ancora essi restarono nelle officine; essi non volevano cedere.
L’esperienza avuta, cioé la prova fatta sulla superiorità della quantità e della qualità della produzione sotto l’ordinamento proletario, aveva approfondito e fortificato la coscienza delle masse. Ma tutto ciò non valse. Dopo il tradimento dei socialdemocratici che allora erano alla direzione delle organizzazioni operaie, la Commissione Interna dovette organizzare la resa dell’officine ai padroni gongolanti di gioia.
Mai i reparti erano stati tenuti con tanta cura e pulizia; i quattro capi della vecchia amministrazione borghese passarono in mezzo a due cordoni di proletari i quali portavano all’occhiello della giubba un garofano rosso. Gli sguardi di questi operai facevano capire ai capitalisti che presto o tardi gli operai saranno capaci di impadronirsi per sempre di ciò che è loro e che il tradimento dei capi non sarà capace a salvare la borghesia.
La situazione dell’esercito durante l’occupazione delle fabbriche
Durante l’occupazione delle fabbriche erano ancora sotto le armi le classi 1898 e 1899 le qua,li avevano conosciuto le stragi della guerra e si attendeva di giorno in giorno l’ordine del congedo.
Gli avvenimenti proletari erano seguiti con grande attenzione dai soldati i quali erano ben decisi a mettersi a fianco del proletariato del quale erano parte integrante.
Gli ufficiali avevano perduto quasi completamente la loro autorità sui soldati e, quando al mattino si ebbe la notizia che gli operai avevano occupate le officine, un grande entusiasmo si sollevò fra i militari e noi, che eravamo nella Caserma Lamarmora la quale si trova quasi dirimpetto alla fabbrica “Itala”, ammiravamo dalle finestre il movimento degli operai i quali sulle terrazze dell’officina si affrettavano a preparare la difesa costruendo – con dei sacchi a terra- le trincee che dominavano tutto il corso vinzaglio ed Orbassario.
I soldati dalle finestre sventolavano fazzoletti rossi e gli operai nelle fabbriche facevano altrettanto.
Oramai più nessuno aspettava il congedo e tutti si era convinti che il giorno della liberazione definitiva di tutto il proletariato era finalmente venuto.
Per due giorni solamente i soldati poterono usufruire della libera uscita, e tutti, quzando entravano in caserma riportavano qualche notizia raccolta negli ambienti proletari.
Subito dopo – per opera del Comando – tutta la truppa fu consegnata. Ma ciò non valse perché i soldati trovarono egualmente il mezzo per mettersi al corrente con il proletariato.
Tutti i giorni gli ufficiali facevano delle conferenze, ma i soldati se ne infischiavano altamente. Le perquisizioni alla porta erano rigorosissime e frequenti per coloro che erano autorizzati ad uscire perché domandati in servizio speciale. Ricordo che molti soldati furono trovati in possesso di giornali o manifestini e per questo vennero messi in prigione.
Le perquisizioni venivano fatte anche negli zaini della truppa e molti libri e giornali furono trovati non esclusa qualche tessera della Federazione Giovanile Socialista.
I fucili vennero ritirati ai soldati e furono messin in un apposito magazzeno sottoposto ad una speciale sorveglianza.
La ronda di soldati che doveva circolare di notte nella città fu, una volta trovata a complottare con un gruppo di operai che conseguentemente fu passata completamente alle prigioni.
Ricordo che un giorno un ufficiale si prese il gusto di strappare un manifesto operaio che era affisso ad un albero davanti all’entrata principale dell’Itala. Gli operai che erano di guardia sul tetto della fabbrica e che avevano visto questo gesto, tirarono sull’ufficiale due o tre colpi di fucile che andarono a vuoto. Dopo questo episodio gli ufficiali non potevano passare più davanti alle officine perché gli operai li avrebbero ben pagati. In conseguenza il comando aveva organizzato una divisione di soldati in due gruppi: uno di caserma e l’altro nel borgo di Orbassano. Questo allo scopo di fare accompagnare gli ufficiali dai soldati per porre gli operai nell’impossibilità di agire quando il reparto si avvicinava all’officina. Se essi si fossero decisi all’azione, avrebbe dovuto colpire anche i proletari in divisa che servivano di scudo agli ufficiali.
Ci fu un ufficiale che ebbe la spavalderia di affermare che se egli avesse trovato altri dieci soldati della sua tempra, avrebbe senz’altro proceduto all’assalto dell’Itala per scacciarne gli operai. questo ufficiale ebbe una bella lezione. Una sera un gruppo di operai – conoscevano le sue smarginssate – lo conciarono come si meritava e per una quarantina di giorni egli se ne dovette stare all’ospedale.
Ma un vero e proprio stordimento lo ebbero gli ufficiali quando furono trovati nel cortile e nelle scale dei manifestini antimilitaristi che incitavano i soldati a solidarizzare con il proletariato in lotta. Questi manifestini venivano letti con orgoglio dai militari. Come risposta a questi manifestini si ebbe il fatto che tutta la marmaglia dei gallonati fu mobilitata ed alle dieci del mattino stesso fu tenuta una grande conferenza di tutta la truppa. Parlò prima un capitano, ma, il “pezzo” forte fu rappresentato dal discorso del colonnello Lanzia, comandante in capo del 4° Reggimento bersaglieri. Questo messere cerco di essere abile; non fece la minima minaccia ai soldati perché egli aveva visto come venivano trattati tutti gli spavaldi. Egli fu molto umile e riconciliante e finì col dire che se la storia dovesse vedere i militari col berreto rosso, per i bersaglieri non vi sarebbe stata alcuna modificazione giacché essi avevano di già il berretto rosso.
Un giorno dopo le cose cambiarono. Le fabbriche venivano lasciate dagli operai dietro gli ordini dei capi della Confederazione del Lavoro e con la diretta complicità dei dirigenti del partito socialista.
Il proletariato era ancora una volta tradito!
Nella nostra caserma vennero subito una ottantina di guardie regie con autoblindate e questo allo scopo di impedire che gli operai venissero a liberare noi che eravamo imprigionati nelle caserme.
Lo stroncamento di questo grande movimento ebbe una enorme ripercussione nelle fila dell’esercito: i sodlati tutti ne furono commossi e desolati.
Alla Lancia di Torino
Questa officina contava allora 3500 operai. Al mattino i padroni avevano provveduto alla chiusura della fabbrica ma la massa non era certamente disposta a subire.
Un gruppo dei più decisi scavalcò il cancello e si diresse verso la casa del portinaio ed il luogo ove risiedevano le guardie notturne. Non appena trovate le guardie notturne fu chiesto loro che venissero aperti i cancelli di entrata. Le guardie risposero che esse dovevano obbedire ad un ordine della direzione e che non potevano aprire. I compagni insistettero. Le guardie per tutta risposta cominciarono a minacciare. Ma gli operai estrassero risolutamente le rivoltelle ed allora i servi fedeli, i cani da guardia del capitalismo, si decisero ad aprire i cancelli.
Gli operai entrarono in massa. La Commissione Interna fece noto che l’organizzazione sindacale aveva deciso l’occupazione dell’officina. Fu tenuto un comizio annunciando la libertà di uscire dalla fabbrica per coloro che non accettavano di seguire il movimento dell’occupazione. Non più di una decina di operai uscirono.
Si procedette quindi immediatamente alla difesa materiale in mezzo all’entusiasmo generale, quando la febbre dell’azione dominava. Le disposizioni furono eseguite con una rapidità meravigliosa e la sera stessa le opere di difesa erano ultimate: reticolati, ridottini con sacchi di sabbia osservatori; tutto era pronto. Alcune squadre di giovani frattanto avevano compiuto un lavoro enorme preavvisando anche tutte le famiglie degli operai.
L’organizzazione del lavoro fu ordinatissima: la produzione si intensificava ogni giorno sotto la sorveglianza diretta della Commissione Interna. Gli operai comprendevano esattamente tutta l’importanza di questo grande movimento che provava il loro alto grado di coscienza di classe. Furono organizzate le cucine interne e la paga a mezzo di buoni che potevano essere spesi alla Alleanza Cooperativa Torinese.
Questo grande movimento di classe non poteva che sbloccare nella logica suprema. Ma i dirigenti non vollero la lotta finale, ma la soffocazione del movimento e vi riuscirono.
Dopo circa un mese di lotta gli operai dovettero abbaondanare le fabbriche non perché costrettivi dalla forza nemica, ma perché l’ordine era venuto dai capi che avevano tradito. Gli operai abbandonarono le fabbriche cantando. Ma in quel canto vi era il rimpianto della battaglia perduta. La borghesia per contro sogghignava di gioia per i grandi vantaggi ottenuti.
Ricordi del settembre 1920
Le fabbriche sono occupate. La borghesia ha mobilitato tutte le sue forze nelle più differenti forme.
Cosa fanno i proletari? Essi si preparavano per quella che dovrebbe essere la battaglia suprema. Scarsi i mezzi, sovrabbondante la volontà e la fiducia.
Un punto debole rimane: la fiducia. Non la scarsa fiducia; ma al contrario la eccessiva fiducia, questo fu il “tallone d’Achille” del proletariato. La fiducia da esso posto nei capi sarà delusa dalla corruzione, leva possente del regno del capitale.
Ma prima che ciò avvenga cosa si constata?
Il massimo spirito di sacrificio e di solidarietà. I ferrovieri per esempio sono fuori dalla lotta attiva, cioé non aderiscono al movimento, ma partecipano efficacemente al movimento.
La direzione delle ferrovie, reazionario beninteso, emana ordini e restrizioni, di emanazione padronale. L’”Arma” può molto sui poteri statali. In ferrovia è azienda statale. Ma il Sindacato Ferrovieri, organizzazione veramente proletaria supera ogni aspettativa.
“Non si deve introdurre, né uscire dagli stabilimenti occupati né un vagone, né un collo”. Questo è l’ordine della Direzione:
“Non si deve fare soffrire penuria di materiale, né incaglio di traffico agli stabilimenti occupati” questo è l’ordine dell’organizzazione. Ed allora si vedono degli umili lavoratori dei trasporti assumersi serenamente la responsabilità rivoluzionaria della solidarietà del movimento e nonostante i fulimini governativi; assicurare il normale flusso e riflusso delle merci e delle materie prime così l’occupazione regge per diecine di giorni.
Il tradimento dall’alto doveva ancora una volta frustrare il buon valore ed il sacrificio della massa.
Torino Dora, dove allora era capostazione uno dei peggiori reazionari di origine borbonica – un tale Baroni – aveva bene organizzato d’accordo col figlio una delle prime squadre di camicie nere di Piemonte d’accordo coi varii sottocoda dell’amministrazione delle diverse officine della zona. Ma a nulla valsero le più astute e le più draconiane misure. Il personale seppe con vera perizia tecnica eludere ogni restrizione ed ogni colonna in manovra riuscì sempre a “vettovagliare” i varii stabilimenti.
E non per nulla Torino Dora dette l’80 per cento di licenziati dopo l’avvento del fascismo al potere, naturalmente per… “scarso rendimento”. Ricordiamocelo!
Le condanne del tribunale speciale
Il 9 agosto tre operai milanesi, per diffusione di manifestini e stampa clandestina, venivano condannati: Augusto Zanasi a 6 anni, Guido Martelli a 4 anni ed Elena Masetti a un anno.
Il giorno seguente, altri due comunisti, sorpresi a Bologna con due valigie contenenti opuscoli e giornali comunisti, furono ferocemente condannati: Delfo Mannini a 12 anni e 6 mesi, e Bruno Menterumici a 7 anni e 10 mesi. Lo stesso agosto altri tre operai, non imputati: Virgilio Sciocco a 3 anni, Ambrogio Bollini a un anno, 8 mesi e 7 giorni e Vagliardo Quotino a un anno.
Il 21 agosto si è svolto un altro processo: due operai, Bramante Franchi da Serravalle Ferrarese e Luigi Codegasa da Trivulzio imputati di essere esponenti del Partito Comunista a Milano, sono risultati invece soltanto vittime di risentimenti personali dei loro accusatori, tanto che il Pubblico Ministero ne chiedeva l’assoluzione. Il Tribunale condannava invece il Codegasa a 2 anni e 6 mesi e il Franchi a 2 anni e due mesi.
Il 24 agosto l’operaio Giovanni Battista Merlini, accusato di aver costituito una cellula comunista a San Benedetto del Tronto e di aver svolto attività sovversiva, fu condannato a 3 anni e 6 mesi.
II 28 agosto si è avuto una delle solite esecuzioni in massa. La mattina del 22 agosto dell’ anno scorso a Borgomanero venivano trovati affissi sui muri dei manifestini per « Sacco e Vanzetti » e delle copie del giornale delle Confederazione del Lavoro «”Battaglie Sindacali”.
La polizia ha fatto una retata degli elementi sovversivi del luogo: il Tribunale Speciale ha sanzionato l’opera dei poliziotti con una condanna complessiva a 20 anni distribuita agli otto imputati: Silvio Bertone a 5 anni, Antonio Tozzini e Bartolomeo Pagani a 3 anni, Gaudenzio Pagani a due anni e 6 mesi, Antonio Maioni a 2 anni, Giovanni Maioni, Vittorio Tozzini e Bartolomeo Giacometti a un anno e 6 mesi.
II 31 agosto tre comunisti di Santerno (Ravenna) per aver svolto attività sovversiva e perchè tenevano presso di sé corrispondenza con fuorusciti e opuscoli sovversivi, furono condannati: Luigi Fuschini e Giacomo Chinibaldi a 3 anni ciascuno, Annita Montanari a 2 anni.
Il 3 e il 4 settembre altri operai milanesi, accusati di appartenere al Partito Comunista di aver svolto attività sovversiva, di aver diffuso stampa comunista e il giornale confederale Battaglie Sindacali sono stati condannati: Manlio Moretti a 3 anni e 6 mesi, Tullio Bergamaschi a 2 anni e 6 mesi, Giuseppe Gazzei a 2 anni e un mese, e Pietro coni a un anno.