Partito Comunista Internazionale

La situazione in Italia (Pt.1)

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(dalla ROTE FAHNE di Berlino)

Di KRISTO KABAKCIEF

I.

II Congresso dei Partito Socialista Italiano, tenutosi a Livorno dal 15 al 21 gennaio, mise capo alla scissione. I centristi (gruppo Serrati) e i riformisti (gruppo Turati), respinsero la mozione dei comunisti che chiedeva l’espulsione dei riformisti. Dopo la votazione, in cui i comunisti riportarono 58 mila voti, i centristi 98 mila e i riformisti 14 mila, i delegati dei comunisti abbandonarono dimostrativamente il Congresso e in altro locale tennero il primo Congresso di fondazione del Partito Comunista Italiano. I centristi e riformisti rimasero uniti, e chiusero il Congresso in quella stessa seduta, dopocché i comunisti ebbero abbandonato la sala. E così Serrati, il leader dei centristi, in nome dell’unità del Partito da lui agitata come bandiera, provocò la scissione di 58 mila comunisti, per conservare l’unità con 14 mila riformisti!

Ma il vero trionfatore del Congresso non fu Serrati, cui tutta la stampa borghese italiana ed europea dedicò corone d’alloro e canto inni di lode. II vero vincitore di Livorno è il nuovo Partito Comunista d’Italia. I centristi dovettero la loro prevalenza numerica ad una serie di circostanze, che esamineremo da presso, e che provano come la separazione di Livorno non solo sia stata una necessità, ma anche rappresenti il primo e decisivo passo verso la preparazione della dittatura proletaria in Italia. 

La guerra imperialista ha gettato l’Italia in una grave crisi economica e finanziaria, che si inasprì con singolare rapidità dopo la cessazione della guerra. I sintomi esterni della crisi sono il crescente rincaro dei viveri, la relativa discesa delle mercedi operaie, la crescente disoccupazione, il deprezzamento della valuta italiana. L’Italia; come quella che era la potenza meno forte dell’Intesa, uscì dalla guerra esaurita più delle altre, e conseguì la parte minore del bottino. La guerra non fu popolare in Italia: e dopo la cessazione di essa svanì presto il fumo della vittoria artificialmente alimentato dalla borghesia. La crisi e la conseguente miseria del proletariato e del piccolo contadiname inasprirono ancor più la lotta di classe, mai cessata del resto neppure per tutta la durata della guerra. 

Questi sono i motivi, che dopo la cessazione della guerra gettarono immediatamente l’Italia in una permanente agitazione rivoluzionaria. 

II dominio di classe della borghesia italiana uscì profondamente scosso dalla guerra. La borghesia solo con grande fatica manteneva il potere statale, e la disorganizzazione, la demoralizzazione e l’impotenza avevano attaccato tutti gli organi dello Stato. Nel medesimo tempo si alzava e rafforzava l’intrattenibile corrente dell’indignazione popolare, i cui flutti coprirono tutto il paese. Alla testa di questo movimento, che assumeva come suo programma le formule della rivoluzione russa ed era un grande movimento rivoluzionario, stava il proletariato italiano. Tale movimento, assunse forma molto accentuata ed ampiezza colossale, come si può provare col solo accenno ad alcuni dei più importanti momenti di esso. Nell’estate del 1919 la lotta contro il rincaro si esplicò in grandi agitazioni, che si estesero per tutto il paese e si spinsero tanto oltre, che la borghesia, sentendo la propria impotenza e atterrita dalla potenza del proletariato rivoluzionario (in molti luoghi furono costituite guardie rosse operaie), consegnò alle Camere del Lavoro le chiavi delle sue fabbriche, dei suoi magazzini, delle sue botteghe, delle sue banche. Contemporaneamente s’iniziava un movimento di scioperi, che s’andò continuamente allargando, e che, limitato dapprima a sole richieste di aumenti di salari, nel suo ulteriore sviluppo doveva inevitabilmente avviarsi sempre più allo stabilimento del controllo sulla produzione e alla occupazione delle fabbriche. Questo movimento, già poderoso nell’aprile 1920, si esplico nel settembre dello stesso anno in grandiose azioni rivoluzionarie, e porto all’occupazione delle fabbriche per opera degli operai di Milano, di Torino e di molti altri luoghi. 

Mai come in quest’ultimo periodo la lotta rivoluzionaria del proletariato italiano prese tanta ampiezza ed acutezza. La borghesia non solo rifiutò di accogliere le domande degli scioperanti, ma attuando il boicottaggio, il trafugamento di capitali e di macchine all’estero, mostrò di esser decisa a sabotare la produzione, e a condannare alla fame milioni di lavoratori e di loro famiglie, pur di salvare i suoi profitti e il suo dominio di classe. Rimaneva al proletariato un solo mezzo di difesa, un mezzo rivoluzionario occupare le fabbriche, prendere la produzione in sue mani e trasformare i mezzi di produzione da proprietà privata in proprietà pubblica. 

E infatti il proletariato italiano nel settembre 1920 aveva cominciato a battere questa strada. Esso inizio questo assalto rivoluzionario con impeto irresistibile e su un fronte che cresceva con smisurata rapidità. Varie centinaia di aziende industriali, le maggiori dell’Italia settentrionale, caddero nelle mani degli operai. Su molte centinaia di fabbriche sventolarono le bandiere rosse della rivoluzione proletaria. La guardia rossa operaia difendeva le fabbriche e preparava la difesa dei rioni operai. L’armamento del proletariato procedeva rapidamente. Esso utilizzava le sue esperienze di guerra per respingere gli assalti della borghesia, che, arretratasi in un primo momento, ritornava ora impetuosamente all’offensiva. 

Questo poderoso movimento rivoluzionario terminò con la sconfitta dei lavoratori, perché i Sindacati e il Partito Socialista, guidato da riformisti e da centristi, rifiutarono di spingerlo fino al suo grande scopo finale – la conquista del potere politico ma invece si dichiararono contrari a tale scopo e pugnalarono alle spalle il proletariato rivoluzionario. 

Nel medesimo tempo scoppiava la rivolta dei semiproletari e dei piccoli contadini in Sicilia, nell’Italia meridionale e in varie parti dell’Italia settentrionale. Questo movimento tendeva all’occupazione dei latifondi e alla spartizione del suolo tra chi non ne possedeva o ne possedeva poco, e in molti luoghi mise capo all’occupazione delle terre dei grandi proprietari. Neppure questo movimento fu sostenuto dal Partito. Anzi i riformisti e i centristi prevalenti nel Partito qualificarono tale movimento come reazionario, lasciarono che esso fosse sfruttato dai partiti borghesi; e in tal guisa, nel momento più decisivo, quando le masse dei contadini erano in rivolta e venivano in aiuto al proletariato urbano anch’esso insorto, quando il massimo compito e dovere del Partito era quello di fondere questi due movimenti rivoluzionari e rivolgerli arditamente allo scopo ultimo, all’abbattimento del dominio capitalista in città e in campagna, alla conquista del potere statale e all’instaurazione della dittatura proletaria, in questo momento decisivo il Partito tradì e disperse le forze della rivoluzione. 

II poderoso e brillante movimento rivoluzionario, per l’occupazione delle fabbriche e della terra da parte del proletariato e dei contadini terminò come tutte le altre lotte rivoluzionarie d’Italia dalla fine della guerra in poi. II proletariato e i contadini poveri sono attirati nella marea rivoluzionaria che si solleva e s’allarga per tutto il paese; ma, per difetto di direzione conscia e fedele, che rivolga il movimento rivoluzionario verso scopi generali, lo organizzi e lo fonda, a motivo del tradimento dei riformisti e dei centristi, che predominano nel Partito e nei Sindacati, ogni volta questo movimento si manifesta in lotte e rivolte singole, che non si collegano in un tutto e quindi terminano con la sconfitta e la strage dei lavoratori. II grande movimento di occupazione delle fabbriche e della terra fu paralizzato dalla Confederazione del Lavoro. Questa dichiarò che il movimento non aveva scopo politico e indusse i lavoratori ad un accordo con la borghesia, dal quale i lavoratori non hanno avuto un bel nulla, ma che diede tempo al Governo di armarsi fino ai denti e di riprendere il sopravvento. Benché la maggioranza della direzione del Partito Socialista fosse composta di comunisti ed avesse riconosciuto il carattere politico del movimento, e il diritto del Partito a dirigerlo, tuttavia il Partito stesso non era in grado di assumere la direzione, perché i riformisti e centristi avevano nelle loro mani tutti gli organi e mezzi del Partito, lo dominavano completamente e adoperarono questa potenza ad ostacolare la lotta rivoluzionaria degli operai e dei contadini. 

Questa era la situazione in Italia alla vigilia del Congresso di Livorno, ed essa spiega benissimo l’asprezza delle discussioni e della lotta tra i comunisti da un late e i riformisti e centristi dall’altro, lotta cominciata già alcuni mesi prima del Congresso. 

II

La situazione rivoluzionaria, creata in Italia dalla profonda crisi economica e finanziaria, diede un poderoso impulso allo sviluppo del Partito Socialista. Nel Congresso di Bologna (fine del 1919), il Partito contava 1981 organizzazioni, con 91.469 inscritti, 47 deputati e 350 Consigli Comunali, in quello di Livorno esso possedeva 4567 organizzazioni con 219.327 inscritti, 156 deputati e 2200 Comuni. Questo grande incremento del Partito è una prova della intensità con cui in Italia andava salendo il movimento della rivoluzione proletaria. 

Ma tale incremento non fu accompagnato da un corrispondente aumento della capacità combattiva del Partito. Questo non si è dimostrato pari al suo compito storico, e si è chiarito incapace di assumere la direzione delle grandi lotte rivoluzionarie, scoppiate alla fine della guerra ed allargatesi con fulminea rapidità. Anche le Camere del Lavoro e le Cooperative crebbero con la stessa rapidità, ma tuttavia anziché favorire il movimento rivoluzionario del proletariato, ne ostacolarono e paralizzarono lo sviluppo. Quali erano le cause per cui il Partito, i Sindacati e le Cooperative, nonostante il loro gigantesco sviluppo, non furono in grado di assolvere la loro missione storica, di assumere la direzione della lotta rivoluzionaria del proletariato? 

Le cause sono quelle che passiamo ad esporre. 

Il Partito Socialista Italiano per effetto delle particolari condizioni in cui esso si era trovato durante la guerra e continuò a trovarsi per qualche tempo anche dopo la fine di essa, rimase sotto la influenza dei riformisti, che da soli e con l’aiuto dei centristi (comunisti unitari), dominavano il Partito e ne determinavano la politica. I riformisti, con Turati alla testa, non avevano osato dichiararsi apertamente per la guerra essi non dimenticavano l’esempio di Bissolati, espulso dal Partito per aver dato man forte alla borghesia durante la guerra libica. In Italia furono contro la guerra imperialista non soltanto Turati, ma anche Giolitti e il Papa. Dopo la disfatta subita dalla politica imperialista a Tripoli, la massima parte del popolo italiano era contrario alla guerra, sicché i riformisti non osarono mettersi apertamente contro la generale opinione popolare, e il Partito Socialista fu unanime contro la guerra. 

Ma tale unanimità non era che superficiale apparenza. Ben presto sorsero nel Partito dissidi e conflitti tra il proletariato rivoluzionario combattente contro la guerra e gli opportunisti prevalenti nel Partito. A Torino e in una serie di altre città industriali nel 1915 e 1917 e in altri momenti scoppiarono insurrezioni rivoluzionarie contro la guerra. Nel 1917 il proletariato torinese lottò eroicamente per vari giorni sulle barricate, offrendo in sacrifizio 500 morti e più di 2000 feriti gravi. Il Partito non fece niente per allargare queste insurrezioni proletarie isolate, e dirigerle tutte ad un unico scopo, la fine della guerra. Questo contrasto tra la politica opportunista del Partito e la tattica rivoluzionaria del proletariato fu accuratamente celato sotto il pretesto della «unità». 

Dopo la guerra i contrasti si fecero sempre più gravi, frequenti ed aperti. E tuttavia il Partito non volle combattere i riformisti, che sotto il pretesto dell’unità vi rimasero, onde poter continuare a fornire nell’interno del Partito il loro proditorio lavoro contro la rivoluzione proletaria che si sviluppava in Italia. A Bologna il principale apostolo dell’unità fu Serrati. Con la formula dell’unità e col cosiddetto «programma massimalista» egli riusci a salvare Turati e i riformisti. Ma il bel «programma massimalista» si trasformo in una semplice piattaforma elettorale: per virtù di esso il Partito conseguì le sue grandi vittorie dapprima nelle elezioni politiche e poi anche in quelle amministrative. Il Partito conquistò 156 mandati parlamentari e alcune migliaia di Comuni. Ma la maggior parte di questi rappresentanti fin dall’indomani delle elezioni dimenticò il programma rivoluzionario di Bologna, diventando alleati e duci della politica degli opportunisti, e rafforzando così nel Partito l’influenza del riformismo. 

Ma la burocrazia del Partito, del Parlamento e dei Comuni, diventata interprete della politica opportunista della frazione di Turati, non ebbe il coraggio di passare apertamente nel suo campo. II proletariato italiano, nonostante la tattica del Partito di occultare le divergenze di principio, capiva il giuoco dei riformisti capeggiati da Turati, e quindi questa frazione rimase nel Partito insignificante minoranza. Ma comparvero altri ad assumere l’incarico di difendere, estendere e rafforzare l’influenza dei riformisti – e furono i «comunisti unitari», i centristi. La burocrazia del Partito, del Parlamento e dei Comuni nella sua grande maggioranza si schierò sotto la bandiera del «comunismo unitario». 

Serrati, che fino al Congresso di Mosca non aveva manifestato la sua ostilità all’Internazionale comunista, dopo il Congresso si mise alla testa della frazione dei «comunisti unitari», la quale costituì il riformismo dapprima in tono minore, ma poi con aperta spavalderia. 

Intorno al centro serratiano si raccolse non soltanto la burocrazia di partito, del Parlamento e dei Comuni, ma anche quella delle organizzazioni sindacali e delle cooperative. Tutti gli elementi semiriformisti e riformisti del Partito, che non osavano schierarsi apertamente con Turati, si schierarono intorno alla bandiera unitaria di Serrati. II tradimento di Serrati, non è soltanto un caso personale e coloro che si occupano tanto della persona di Serrati e ricercano nella sua psicologia la spiegazione della parte da lui avuta nel Partito Socialista italiano, non conoscono lo sviluppo interno e le lotte di questo Partito. Serrati fu sempre una personalità di second’ordine tanto nella politica che nel giornalismo. Egli deve la sua influenza alle formule della rivoluzione russa, di cui fece propaganda fino al Congresso di Mosca, ma anche Turati fece la lotta elettorale sotto il simbolo della repubblica russa dei Soviety. Serrati rappresentava appunto quella opportunista burocrazia del Partito, dei Sindacati e delle Cooperative, la quale non era ancora in grado di capire i nuovi metodi rivoluzionari di lotta, e per disposizione d’animo e interesse è ostile alla rivoluzione proletaria. Essa è troppo vile per porsi apertamente dalla parte dei riformisti, ma ne subisce sempre più l’influenza, ne difende la causa e in pratica si identifica con essi. 

Contro i riformisti dichiarati e i semiriformisti si schierarono i comunisti. Questi ultimi hanno con sé la parte più evoluta, cosciente ed attiva del proletariato italiano. Non è un caso che il proletariato torinese sia stato il primo ad alzare nel Partito la bandiera della lotta risoluta contro l’opportunismo. Esso era già stato tradito più volte dal Partito, guidato dai riformisti. Già nell’aprile del 1920 la sezione di Torino si dichiarò contro la tattica del Partito, e la sua mozione fu dimostrativamente accolta nelle tesi della I. C. come giusta critica contro il Partito, e corretta tattica rivoluzionaria. L’opposizione comunista si allargò presto in tutto il Partito, e trovò vigoroso appoggio di larghe masse operaie. Il contegno di Serrati dopo il 2° Congresso della I.C., la creazione della frazione dei «comunisti unitari», la lotta disonesta da lui condotta contro la I.C. tutto ciò aprì gli occhi ai lavoratori e rafforzò la frazione comunista giorno per giorno. Prima del Congresso di Livorno le tre frazioni riformisti, centristi e comunisti tennero le loro separate adunanze. Già da queste conferenze era apparso chiaro, da un lato che i centristi si staccavano completamente dal programma e dalla tattica della I. C. e stavano sul terreno dei principi riformisti, dall’altro che il distacco dei comunisti e la formazione di un nuovo Partito comunista era l’unica via per salvare il proletariato italiano dalla politica di tradimento dei riformisti e dei centristi. 

Ma i comunisti non poterono ottener subito la maggioranza nel Partito. Questo, che non solo aveva sciupato lunghi anni nella convivenza coi riformisti, ma si trovava ancora sotto la loro influenza e direzione, non poteva liberarsi così d’un tratto dell’inganno riformista. E tanto più ciò riusciva difficile, quando si consideri che Serrati e i suoi amici sotto la maschera di difendere la I.C., in realtà difendevano i riformisti e con l’ingannatrice formula della «unità», in realtà lavoravano affinché essi rimanessero nel Partito. Col motto della «unità» la frazione Serrati ottenne la maggioranza nelle elezioni per i delegati al Congresso. Ma ora, dopocchè Serrati ebbe preferito la «unità» con 14 mila riformisti a quella con 58 mila comunisti, la sua parola di «unità» ha perduto l’antico valore magico. Serrati ha dato la prova di essere il capo di una tendenza che nei riguardi politici e tattici difende il riformismo e si identifica sempre più con esso, e ciò è peggiore e più pericoloso del riformismo genuino, giacché tale tendenza cela il suo vero essere ed ha con sé tutta la numerosa schiera dei burocratici del Partito, dei sindacati e delle cooperative. La liberazione del proletariato italiano da questa corrente era non meno necessaria della sua liberazione dalla tendenza riformista. La frazione comunista, coll’impegnare la lotta contro queste due correnti reazionarie esistenti in seno al Partito italiano e conducendo tale lotta fino alle sue ultime conseguenze, compì un atto di grande importanza storica per l’avvenire della rivoluzione proletaria in Italia. 

(Continua).