Nel girone dell’imperialismo Pt.1
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La situazione política mondiale alla vigilia della Conferenza di Genova
La fase odierna dell’imperialismo
Il capitalismo, sebbene finito come forma storica della società per effetto della maturazione dei suoi intimi contrasti, tuttavia è riuscito a respingere il primo urto della rivoluzione mondiale, e in attesa che le successive ondate di essa lo travolgano definitivamente, continua ad esistere, ed, esistendo, a svolgere la propria specifica funzionalitá. Questa, nella fase attuale, è caratterizzata dall’imperialismo; ed infatti il mondo, almeno nella sua sovrastruttura esterna, è tuttavia dominato dall’ imperialismo.
L’imperialismo, come manifestazione politico militare della tendenza monopolistica sostituitasi nell’economia alla libera concorrenza, sorge dal fatto storico che l’avvenuta ripartizione e appropriazione di tutto il mondo da parte dei singoli gruppi capitalistici nazionalmente organizzati (Stati) ha chiuso la possibilità di allargare la complessiva base produttiva del capitalismo mediante l’attrazione nella sfera di azione di esso di sempre nuovi paesi non capitalistici, per cui ciascuno dei predetti gruppi cerca di assicurare a sé la più grande base di produzione accaparrando il maggior numero possibile di mercati e di sorgenti di materie prime, ad esclusione di tutti gli altri gruppi, allontanati con la violenza o con la minaccia di essa. Il termine logico di questo processo, se esso potesse svilupparsi indefinitamente senza trovare altra resistenza all’infuori di quella dei gruppi capitalistici minori minacciati di distruzione o di assorbimento, sarebbe il concentramento finale di tutta la produzione mondiale in potere di un unico gruppo, di quello rimasto vittorioso su tutti gli altri nella lotta: vale a dire l’organizzazione dell’ economia mondiale sotto la direzione di un più o meno grande grande gruppo capitalistico unitario organizzazione operante nell’ interesse del gruppo stesso e sorretta politicamente e militarmente dall’impero mondiale dello Stato rappresentante gli interessi di quel gruppo. Alla costituzione di tale impero mondiale unitario tende effettivamente ciascuna delle grandi potenze capitalistiche.
Prima della recente guerra, le grandi potenze capitalistiche le quali si contendevano il dominio economico del mondo erano: l’Inghilterra, la Germania, gli Stati Uniti d’ America, la Francia. Le altre cosidette grandi Potenze (Russia, Giappone, Austria-Ungheria, Italia), e a più forte ragione le potenze minori e i paesi semicoloniali e coloniali, partecipavano alla lotta solo in qualità di membri secondari e più o meno subordinati dell’uno o dell’altro dei quattro sistemi imperialistici.
Conseguenza della guerra è stata l’eliminazione dalla gara del sistema facente capo alla Germania. Tuttavia il numero dei concorrenti non è scemato, perché sempre più va delineandosi l’accessione del Giappone nel numero delle grandi potenze imperialistiche. Sicché la guerra non è neppure riuscita ad avviare la soluzione del problema dell’ unico impero mondiale, come ulteriore possibilità di esistenza del capitalismo, come nuova fase di esso. Il blocco capitalistico, risultato dal completo trionfo dell’Intesa e dalla scomparsa de l’antagonista tedesco, è spezzato, la Lega delle nazioni è una finzione giuridica, e la lotta tra i quattro grandi gruppi capitalistici nazionali superstiti, vulgo Inghilterra, Stati Uniti, Francia e Giappone, è più ardente che mai, inasprita dall’insuperabile crisi economica, cui ciascuno di essi tenta disperatamente di sottrarsi a spese di tutti gli altri.
Dopo tre anni dalla cessazione della guerra, è sempre in pieno corso la gara degli armamenti. La Lega delle nazioni ha dovuto impiegare ben due anni per giungere a nominare una Commissione incaricata di esaminare la questione della riduzione degli armamenti. Ma a questa Commissione soltanto il Belgio, l’Olanda e la Svizzera hanno fatto conoscere lo stato dei rispettivi armamenti; ed essa dopo dieci mesi di lavoro ha dovuto constatare che per ora non si può parlare di un trattato internazionale di disarmo; e senza dubbio al solo fine di giustificare la propria ulteriore permanenza ha deliberato di riunirsi nuovamente in Luglio per discutere intorno alle direttive di un piano generale di riduzione degli armamenti, che ciascuna delle potenze interessate si guarderà poi bene dall’attuare. Come vedremo, anche la parziale limitazione degli armamenti marittimi convenuta a Washington è semplicemente una lustra. Intanto, le spese militari delle quattro Potenze ascendono attualmente, in cifra tonda, a:
| Esercito | Flotta | Complessivamente | |
| Milioni lire | Milioni lire | Milioni lire | |
| Stati Uniti | 6000 | 11000 | 17000 |
| Inghilterra | 9000 | 7500 | 16500 |
| Francia | 6900 | ||
| Giappone | 4000 |
Queste cifre esprimono in maniera tangibile uno dei più gravi contrasti interni che rodono l’esistenza del capitalismo imperialista. Il mondo capitalista soffre per diminuzione della produzione, conseguenza della distruzione di ricchezze, di mezzi produttivi, operatasi nella guerra; ma le sue necessità imperialiste lo spingono ad accrescere ancor più lo sperpero dei mezzi di produzione, trasformandoli oggi in mezzi potenziali di distruzione, rinnovandone domani, nella nuova inevitabile guerra imperialista, la diretta distruzione.
La lotta imperialista tende oggi a polarizzarsi nel contrasto tra Inghilterra e Stati Uniti, sostenuti questi dalla Francia, l’Inghilterra dal Giappone. Ma anche nell’interno di ciascuno di questi due aggruppamenti rivali si determinano particolari attriti e contrasti, tra Stati Uniti e Francia da un lato, tra Inghilterra e Giappone dall’altro, che mostrano già come, anche se la prossima guerra imperialista portasse all’eliminazione degli Stati Uniti o dell’Inghilterra dal campo della concorrenza, la lotta per il dominio del mondo risorgerebbe subito tra i superstiti e altri gruppi frattanto rafforzatisi. Da ciò nasce un’altra contraddizione del capitalismo moribondo, del capitalismo imperialista: mentre lo sviluppo tecnico assunto dalle forze produttive sotto il capitalismo esige l’organizzazione di esse su scala internazionale, il formarsi e il rafforzarsi continuamente, anarchicamente, di nuovi gruppi capitalistici nazionali o plurinazionali rende sempre di nuovo impossibile la concentrazione unitaria della produzione mondiale, l’organizzazione di essa nei quadri capitalistici.
Infine l’imperialismo, concentrando nelle mani dei gruppi capitalistici predominanti nel mondo sempre più ingenti mezzi di potenza, permette loro di intensificare proporzionatamente lo sfruttamento delle classi lavoratrici, esasperando un altro dei contrasti tipicamente insiti nel seno dell’ordinamento capitalista della società, vale a dire la lotta di classe tra i due elementi sociali che nel detto ordinamento concorrono nel processo produttivo, tra imprenditori e lavoratori.
Di quest’inasprimento della lotta di classe sono manifestazione, nell’attuale periodo storico, dal lato capitalista la dittatura borghese e il terrore bianco instaurati più o meno in tutto il mondo, dal lato proletario l’avvenuta cristallizzazione delle avanguardie coscientemente e costruttivamente rivoluzionarie nei Partiti comunisti e nella loro Internazionale, e il loro incessante sviluppo a spese delle tendenze pacifiste superstiti dal periodo storico precedente. Nel momento attuale, la lotta di classe del proletariato mondiale è rafforzata dal possesso di una poderosa arma. l’organizzazione statale dei Soviety; e inoltre dalla resistenza che il capitalismo imperialista trova anche in campi non proletari, residuati da periodi storici precedenti, vale a dire le classi contadine e in generale piccolo-borghesi, nell’interno stesso delle formazioni statali capitaliste, e le borghesie dei paesi coloniali e semicoloniali che compiono la prima fase del loro sviluppo e quindi restano fuori e contro la tendenza monopolistica dell’evoluto capitalismo delle grandi potenze imperialiste.
Questi i caratteri generali dell’evoluzione storica al momento in cui si riunisce la Conferenza di Genova. Tentiamo ora di individuarli nei singoli Stati ed aggruppamenti di Stati capitalistici.
Stati Uniti
Il capitalismo degli Stati Uniti è stato il vero vincitore della guerra imperialista, avendo nel corso e per virtù di essa acquistato una posizione predominante, di monopolio, nell’economia mondiale. Il capitalismo nordamericano è quello che oggi mostra maggiore spirito di disciplina e senso di realtà. Esso ha compiuto e va compiendo con la massima rapidità e interezza il processo di concentrazione della produzione nelle mani di pochi potentissimi trusts, completamente dominati dalla grande banca. Infatti, nella guerra il capitale finanziario ha potuto vincere definitiva-mente il capitale industriale e sottometterselo senza restrizioni. I piccoli intraprenditori industriali autonomi scompaiono con crescente rapidità. La concentrazione capitalistica si estende sempre più anche alla campagna. Negli Stati Uniti il capitale finanziario è riuscito a sopprimere l’indipendenza acquistata durante la guerra dai farmers, e a ristabilire il dominio della città, della banca, sulla campagna. Senza dubbio, tra tutti i gruppi capitalistici nazionali, quello degli Stati Uniti presenta oggi le maggiori capacità di resistenza e di vitalità. Esso si è straordinariamente ingrandito durante la guerra, ampliando senza confronti il proprio apparato produttivo. Da nazione debitrice, gli Stati Uniti sono diventati nazione creditrice di tutto il mondo. Gli Stati dell’Intesa debbono loro circa 10 miliardi di dollari (185 miliardi di lire). Metà dell’oro esistente in tutto il mondo è concentrato negli Stati Uniti. Questi hanno sviluppato la loro flotta mercantile, da un milione di tonnellate nel 1913 a 10 milioni nel 1920, la loro esportazione da 2, 5 miliardi di dollari nel 1913 a 7, 4 miliardi nel 1919, e hanno conquistato alla produzione americana, immensamente cresciuta, tutta una serie di nuovi mercati, tra cui perfino alcuni tra i più importanti dominions inglesi, come l’Australia e il Canadà. Gli Stati Uniti senza dubbio rappresentano oggi il maggior accumulamento mondiale di mezzi di produzione: denaro, impianti tecnici, mezzi di trasporto, prodotti alimentari, materie prime.
Senonchè, proprio questa grandiosa concentrazione di mezzi produttivi ha spinto il capitalismo americano in una profonda crisi, che se ha aspetti e origine diversi da quella che imperversa in altri paesi, non è perciò meno grave né pericolosa per l’ordinamento sociale esistente. Gli Stati Uniti soffrono più di ogni altro gruppo capitalistico del mondo di eccesso di mezzi produttivi, che non possono essere integralmente messi in azione in modo da assicurare il profitto capitalistico. Gli Stati Uniti sono troppo ricchi in un mondo impoverito. La massa sempre crescente di prodotti, che l’ingrandito apparato produttivo nordamericano è in grado di lanciare sui mercati, non trova più smercio, e quindi deve restringersi la produzione. Diminuisce l’esportazione, si chiudono fabbriche o se ne riduce l’attività, le imprese meno forti falliscono, la disoccupazione dilaga.
Quali le cause di questa crisi di inaudite proporzioni che colpisce la produzione del più ricco e capitalisticamente sviluppato paese del mondo?
Sono note. Se è vero che la guerra ha procurato agli Stati Uniti nuovi mercati, è anche vero che molti dei mercati, antichi e nuovi, per vari motivi diventano sempre meno capaci di assorbire la produzione americana. L’Europa centrale, devastata e immiserita dalla guerra e più ancora dalla pace, con una valuta sempre più deprezzata, non può comprare la merce americana. La Russia, vale a dire un sesto della superficie e un decimo della popolazione di tutta la terra, è violentemente esclusa dal mercato; e inoltre anche senza ciò si trova anch’essa in condizioni di immiserimento. Tra Russia, Europa centrale e paesi balcanici, sono circa 300 milioni di uomini, un quinto della popolazione terrestre, ai quali è venuta a mancare ogni capacità d’acquisto.
Durante la guerra alcuni paesi capitalistici, come il Giappone, hanno sviluppato la propria industria, che ora su numerosi mercati fa concorrenza a quella americana e ne restringe lo spaccio; e sopratutto alcuni paesi, che prima della guerra presentavano ancora un’economia precapitalistica, come l’America meridionale, la Cina, l’India, hanno creato una propria industria capitalistica, che naturalmente restringe ancora il campo di espansione del prodotto estero. La concorrenza dei paesi industriali a bassa valuta, come la Germania, l’Austria, la Cecoslovacchia ecc., strappa numerosi mercati all’industria americana, specialmente nel Messico e nell’America del Sud, e la minaccia seriamente perfino nel territorio stesso dell’Unione, ad onta di tutta i provvedimenti restrittivi. Infine, come effetto e ad un tempo causa concomitante della crisi, sta il fatto che dal 1921 è fortemente diminuita la capacità d’acquisto della massa della stessa popolazione degli Stati Uniti, specialmente degli operai e dei medi e piccoli coltivatori agricoli. Secondo calcoli dell’Ufficio economico dell’ Università di New York, la diminuzione della forza d’acquisto è stata di circa il 40% per la popolazione rurale, di circa il 12% per la campagna.
In quest’evoluzione si rispecchia nitidamente la contraddizione esasperata e improrogabile, che investe tutta la funzionalità del capitalismo imperialista. Questo, mentre non può impedire durevolmente che sul terreno dell’anarchia produttiva che è propria del regime sorgano altri centri capitalistici in luogo di quelli eliminati nella lotta, rinnovando così incessantemente le premesse e la necessità di quest’ultima, d’altra parte non può conseguire l’allargamento della propria base di produzione se non con la rovina violenta, mediante la guerra, dei paesi capitalistici concorrenti, i quali però allora cessano anche di essere acquirenti, e quindi la base produttiva si restringe per effetto della lotta imperialista, anzicchè allargarsi.
Il capitalismo americano è ricorso a tutti i mezzi « pacifici » per superare la crisi. Per suo conto lo Stato ha elevato altissime barriere doganali: ma queste, mentre non son riuscite ad eliminar neppure dal mercato interno la concorrenza tedesca, ed anche inglese e francese, rincarando per contraccolpo tutti i generi hanno aumentato le spese di produzione e diminuito la capacità di concorrenza dell’ industria indigena e d’acquisto delle masse, concorrendo ad aggravar la crisi anzicchè ad attenuarla.
E cosi, il capitalismo nordamericano continua a dibattersi nella sua caratteristica crisi, che non è propriamente di sovraproduzione, ma di sproporzione tra i mezzi produttivi di cui esso dispone, tra le forze produttive da esso sviluppate, e la capacità di consumo del mondo capitalistico quale è uscito dalla guerra. Le affrettate speranze di risanamento, espresse dalla stampa borghese americana sulla base dell’elevamento della produzione ultimamente verificatosi, per ragioni affatto speciali e transitorie, in singoli rami industriali, in complesso alla stregua dei fatti si sono mostrate illusorie. La situazione reale dell’economia degli Stati Uniti è ben lungi dal permettere rosee illusioni al capitalismo. Il numero dei fallimenti da 10 mila nel 1920 salì a 20 mila nel 1921, e i rapporti ufficiali lasciano prevedere un ulteriore aumento di essi nei mesi prossimi. Nel 1920 le ferrovie erano in deficit. Nel 1921 presentarono un avanzo, ma solo sulla carta. Infatti esso fu ottenuto in parte a spese del materiale (si ha il 23% delle locomotive fuori uso invece del 10% dei tempi normali, e il 15% dei carri-merci invece del 4%), e in parte con la riduzione dei salari e degli stipendi del personale, ciò che ha già provocato e provocherà nuovamente tra breve aspre lotte, aumentando la disorganizzazione dei servizi. Anche peggiori sono le condizioni della navigazione; e i rapporti ufficiali delle imprese armatrici riconoscono non esservì il minimo indizio di miglioramento. Su 1500 piroscafi in acciaio, sono realmente in esercizio soltanto 300; il lavoro nei bacini scema di mese in mese; e allo scopo di ridurre la produzione le più grandi ditte armatrici si vanno concentrando in consorzi trustistici. La produzione del ferro accusa una fortissima diminuzione: 15,7 milioni di tonnellate di ferro greggio e 20 di acciaio nel 1921 invece di 36, 7 e 42 rispettivamente nel 1920. L’industria siderurgica degli Stati Uniti produce oggi soltanto il 20% di ciò che potrebbe produrre; e benché la produzione mondiale del ferro sia calata del 30%, tuttavia la parte spettante in essa agli Stati Uniti dai, ch’era nel 1920 è scesa nel 1921 alla metà. Fortemente diminuita è anche la produzione del carbone e del rame; e così pure quella degli articoli fabbricati, com’è dimostrato dalle cifre dell’esportazione:
| 1920 | 1921 | |
| Miliardi di dol. | Miliardi di dol. | |
| Derrate alimentari | 2,5 | 1,7 |
| Materie prime | 1,9 | 1,3 |
| Articoli di fabbrica | 3,8 | 1,2 |
| =7,2 | =4,2 |
L’esportazione nordamericana ha dunque subito una diminuzione complessiva del 42%, che sale al 58% per i fabbricati. Gli Stati Uniti ridiventano, come prima della guerra, a preferenza esportatori di materie prime; e la loro industria di prodotti lavorati, nonostante i rigori delle tariffe doganali, è battuta dalla tedesca, specialmente negli articoli di rame, di elettrotecnica, nei giuocattoli ecc. L’abbassamento dei prezzi, e quindi della produzione, è stato nell’agricoltura ancor più forte che nell’industria. Il prezzo del grano è diminuito del 50%; quello del cotone da 43 cents a libbra nel 1920 a 16-17 nel 1921. E ciò nonostante la sistematica riduzione della produzione, che è preveduto doversi intensificare nell’anno in corso.
Anche la situazione finanziaria degli Stati Uniti, nonostante le apparenze, e nonostante che la Banca federale abbia una copertura aurea del 71% circa, è tutt’altro che rosea, e contrasta stranamente con le illusioni nutrite dalla naufraga borghesia europea di poter esser salvata da quella degli Stati Uniti mediante la rinunzia ai crediti vecchi e l’apertura di nuovi. La finanza statale americana è gravata da un enorme debito interno. Per fare la guerra e finanziare gli alleati, lo Stato ha contratto coi capitalisti indigeni debiti per 24 miliardi di dollari, il cui solo interesse annuo ammonta ad 1 miliardo d. (18 miliardi di lire). Il bilancio da 1,1 miliardi nel 1916 è salito ad oltre 4 miliardi d. (72 miliardi di lire). Tanto le maggiori spese statali, quanto gli interessi del debito interno naturalmente son coperti dalle imposte: e così la popolazione degli Stati Uniti soffre sotto un enorme peso tributario, causa di largo malcontento: le masse popolari recalcitrano contro le imposte sui consumi, le banche e i trusts contro le imposte patrimoniali. D’altra parte, gli Istituti di credito sono bloccati da crediti congelati, immobilizzati, il capitale fluido è poco abbondante, e per i crediti all’estero vige un tasso medio dell’8%. I capitalisti che diedero i miliardi allo Stato ne esigono il rimborso e il pagamento degli interessi, per dar aria agli affari.
Questa situazione ha causato negli Stati Uniti la scissione del blocco borghese formatosi durante la guerra. L’entrata degli Stati Uniti nel conflitto imperialistico tra Inghilterra e Germania segnò la vittoria del capitale bancario sul capitale industriale sin allora prevalente. I due gruppi furono riconciliati dalla guerra, che mentre favoriva l’alta finanza coi prestiti allo Stato e agli alleati, dava un immenso impulso allo sviluppo industriale. Espressione di questo blocco fu la sconfitta di Wilson nelle elezioni presidenziali e la vittoria del partito repubblicano con la presidenza di Harding, l’uomo di paglia della « Standard Oil Company ». Il domínio politico del grande capitale significò all’interno la dittatura borghese nella sua forma più aspra e all’esterno la più netta politica imperialista, la tendenza ad utilizzare la posizione di monopolio dei mezzi di produzione acquistata attraverso la guerra e il nuovo apparato militare creato durante la guerra allo scopo di dominare economicamente e politicamente il mondo. Abbiamo già visto come gli Stati Uniti ormai tengano il record delle spese militari. Le aumentate forze produttive nordamericane esigevano una sempre più vasta area di azione. Quindi l’imperialismo nordamericano adottò la formula delle mani libere nei paesi coloniali e semicoloniali, che in realtà significa libertà per gli Stati Uniti di combattervi oggi il monopolio altrui e di stabilirvi domani il proprio, così come all’interno l’altra formula della libertà nelle fabbriche significa semplicemente libertà di schiacciare coi mezzi repressivi dello Stato le organizzazioni operaie per stabilire nell’ industria l’incontrastata dittatura dei finanzieri della Wall-Street. Per attuare il proprio disegno di dominio mondiale, l’imperialismo norda-mericano mira anzitutto all’assoggettamento dell’America centrale e meridionale (intervento negli affari interni del Messico, «accordi» con la Columbia ecc.), trasformando la formula monroviana della «America agli Americani» nell’altra della «America agli Stati Uniti», come strumento e base d’operazione e di reclutamento di carne da cannone per l’assoggettamento del mondo alla cricca dei banchieri americani.
Oltrechè sull’America, le mire dell’ imperialismo degli Stati Uniti si appuntano principalmente sull’Estremo Oriente, specialmente su quell’immenso serbatoio di materie prime e ad un tempo mercato di smercio di prodotti di fabbrica e di collocamento di capitali che può diventare la Cina. La lotta per il dominio dei paesi del Pacifico (America, Estremo Oriente, Indie olandesi, Oceania) mette gli Stati Uniti, naturalmente, in conflitto con le altre potenze imperialistiche, oggi specialmente col Giappone, ma domani, quando questo fosse eliminato, con l’ Inghilterra e con la Francia. La lotta per il Pacifico mette gli Stati Uniti in una situazione strana e contraddittoria verso il problema russo. Gli Stati Uniti vedono di malocchio la presenza delle truppe giapponesi nei porti della Siberia orientale carpiti alla rivoluzione russa, e perciò inclinano a sostenere la repubblica dell’Estremo Oriente nella lotta che essa, in alleanza con i Soviety, conduce contro l’occupazione giapponese; anzi la sostengono senz’altro già col solo fatto della loro politica generale antigiapponese. Ma d’altra parte la dittatura imperialista all’interno esige di combattere nel modo più aspro i comunisti indigeni, e quindi anche i Bolscevichi russi; e inoltre il trust petroliero di Rockfeller tiene anch’esso l’occhio al petrolio di Bakù, di cui il capitalismo mondiale non può impadronirsi se non rovesciandovi il regime soviettista. Da ciò nascono le incertezze della politica americana di fronte alla Russia, l’incongruenza p.e. tra le continue dichiarazioni ufficiali di recisa ostilità ai Soviety e la grandiosa organizzazione americana di soccorsi agli affamati del Volga. Lo stesso contrasto d’interessi spiega anche, in parte, l’assenza degli Stati Uniti da Genova.
Un altro campo su cui, specialmente dopo la cessazione della guerra, si appuntano le cupidigie nordamericane, è l’Asia anteriore. Qui la lotta ha per oggetto il monopolio dei campi petroliferi della Persia, del Curdistan meridionale, della Palestina, di quelli che si spera rintracciare nell’ Anatolia; e si svolge tra i due potenti trusts petrolieri, la «Standard Oil Company» americana e lo Shell – trust inglese, naturalmente spalleggiati dai rispettivi Governi. Come vedremo, il pirata inglese è stato più sollecito del suo rivale americano, e la maggior parte di quei territori si trovano oggi sotto il dominio politico e militare dell’Inghilterra. Ma la repubblica stellata va sempre più gettando nella bilancia, silenziosamente ma metodicamente, il peso della sua forza contro l’Inghilterra. Già il trust americano ha ottenuto la maggior parte delle sorgenti petrolifere di Palestina e altre concessioni ha ottenuto in Persia, in cambio di un prestito di 250 mila sterline fatto dagli Stati Uniti al Governo persiano. Il ministro degli esteri degli Stati Uniti sig. Hughes ha dichiarato di non riconoscere il trattato anglo-francese che lascia all’Inghilterra l’esclusività del petrolio di Mossul, affermando che il Governo americano si riserva il diritto di partecipare a tutte le concessioni di petrolio o d’altra specie nella Mesopotamia e nel Curdistan. Con ciò è posto uno dei germi del conflitto anglo-americano, che si svolge ormai in tutto il mondo. In questa lotta, gli Stati Uniti sono spalleggiati dall’altra rivale dell’Inghilterra, dalla Francia, che in molti casi agisce da semplice strumento volontario dell’imperialismo nordamericano. La «Standard Oil» lavora in Cina sotto la copertura del capitale bancario francese; e su per giù altrettanto avviene nell’ alta Slesia e nell’Oriente.
Senonchè l’acuirsi della crisi economica, se da un lato spinge il capitalismo nordamericano alla ricerca di nuovi sbocchi alimentando così le tendenze imperialiste, d’altra parte desta in esso la preoccupazione dei mancati profitti e dell’ordine sociale minacciato, determinando il sorgere in seno ad esso di correnti che contrastano, per il momento, con l’imperialismo ad oltranza, fonte delle colossali spese statali, e preconizzano una politica di risparmio, che permetta di ridurre le imposte, rendendo il mercato interno più suscettibile di assorbire la produzione. Si determina così la tendenza del capitalismo nordamericano a ristabilire il proprio equilibrio, e risolvere la questione della disoccupazione, mediante la restaurazione dell’interna capacità d’ acquisto e lo sviluppo del mercato centro e sud-americano. Questa tendenza, e insieme la confusione e l’incertezza generali della situazione politica ed economica, hanno spezzata il blocco borghese di guerra. Il partito repubblicano non ha potuto mantenere le promesse imperialistiche grazie alle quali giunse al potere ciò è causa di un’acuta crisi in permanenza e di scissioni nelle sue file, mentre riacquista favore il wilsonismo.
La nuova tendenza ad una politica di risparmio, che diminuendo i costi di produzione permetta alla merce americana di sostener la concorrenza estera e di ravvivare il mercato interno, ha già avuto notevoli manifestazioni. Il Congresso americano ha approvato una riduzione di 120 milioni di dollari sul bilancio della marina e di 200 su quello dell’esercito, e il ritiro delle forze americane d’occupazione dalla regione renana e dalla Cina. Alle stesse cause va ricondotta la recente richiesta americana all’ Intesa circa il pagamento dei suoi debiti. Il 3 Febbraio fu infatti ratificata la legge che prevede il pagamento degli interessi relativi e l’ammortamento in venticinque anni; e più recentemente è giunta l’inaspettata nota con cui gli Stati Uniti chiesero che sulle riparazioni da pagarsi dalla Germania venissero anzitutto rimborsate le loro spese per le forze di occupazione, calcolate in 241 milioni di dollari. E’ credibile che in queste richieste si nasconda anche la volontà di far sentire all’ Europa il peso del proprio predominio economico: ma esse sono dettate anzitutto dalle reali necessità della borghesia americana. I capitalisti americani vogliono rientrare in possesso dei loro capitali, per fronteggiare la crisi: o pagano i debitori europei, o pagano i contribuenti americani.
Appare da ciò quanto sieno fallaci le speranze nutrite in Francia e altrove che gli stati Uniti avrebbero rinunziato ai loro crediti verso gli alleati. Gli Stati Uniti, anche volendo, non possono finanziare l’Europa, neppure sotto la forma negativa della rinunzia ai crediti. Harding ha detto che gli Stati Uniti non possono distrugger se stessi per salvare gli altri. Così si spiega, in prima linea, la mancata loro partecipazione a Genova. D’altra parte, anche le correnti imperialiste americane sono poco propense a dare all’Europa denari, che con molta probabilità, sotto forma di nuovi armamenti, si rivolgerebbero poi contro lo stesso capitalismo americano. Da ciò nasce una delle più singolari contraddizioni della politica americana. Infatti, mentre questa per i suoi piani d’espansione mondiale s’appoggia alla Francia e al contrasto di questa con l’Inghilterra, d’altra parte nella questione del pagamento dei debiti e del disarmo è in contrasto con l’imperialismo francese, causa principale dell’impossibilità di quella riduzione di spese militari, che è in questo momento desiderata dagli Stati Uniti. E siccome nè la dissestata finanza francese può sopportare l’onere del pagamento dei debiti, né l’imperialismo francese può accedere ad una diminuzione di armamenti che comprometterebbe la posizione predominante da esso acquistata in Europa e gli toglierebbe l’unica valida garanzia del pagamento delle indennità tedesche; così sullo sfondo del generale conflitto anglo-americano si disegna un altro contraddittorio conflitto franco-americano.
Come abbiamo già osservato, le necessità economiche create dalla crisi alimentano anche negli Stati Uniti il desiderio di riaprire all’attività capitalistica la Russia, e li spingono ad una politica sostanzialmente filo-soviettista in contrasto stridente con la loro politica interna assolutamente antioperaia. La guerra fornì al capitalismo americano l’occasione d’instaurare la sua più sfacciata e brutale dittatura di classe ammantata di patriottismo, e con la creazione di un esercito anche lo strumento materiale necessario. Questo nuovo indirizzo della gloriosa democrazia americana di Franklin e di Wilson è condiviso tanto dalla corrente imperialista, che in un forte e cosciente movimento operaio vede un ostacolo ai suoi piani, quanto dalla corrente pacifista, che fonda le speranze di risanamento del capitalismo sulla riduzione dei costi di produzione, e quindi in prima linea dei salari e del tenor di vita dei lavoratori. Nell’offensiva contro il proletariato si ricostituisce automaticamente il blocco borghese. Ma qui sta precisamente il punto più debole del capitalismo negli Stati Uniti come dappertutto. Dato il regime di dittatura borghese, da una parte i lavoratori si staccano sempre più dalle illusioni democratiche, dall’altra ogni lotta economica si trasforma senz’ altro, spontaneamente, in lotta politica per il potere, Il lavoratore degli Stati Uniti, finora alieno dalla politica e in complesso non penetrato da sentimenti anti-capitalistici come il suo compagno europeo, dalla crisi economica è portato anch’esso a riconoscere l’ insensatezza del sistema capitalistico, e ad inclinare sempre più verso la rivoluzione.
Concludendo, il più forte sistema capitalistico oggi esistente, quello degli Stati Uniti, ci offre anch’esso la dimostrazione più evidente dell’ acuirsi al sommo grado degli antagonismi interni ed esterni di questo regime sociale, e della sua incapacità a trarre l’umanità dal baratro in cui l’ ha cacciata la guerra imperialista.
Inghilterra
Il capitalismo inglese ha tratto frutti opimi dalla vittoria della «democrazia e del diritto» nella guerra imperialista. La scomparsa dell’ imperialismo russo l’ha liberata da ogni concorrente nel dominio dell’Asia occidentale e centrale, e da ogni pericolo esterno per l’India. Anche più vantaggiosa gli è riuscita la caduta dell’ imperialismo tedesco. Anzitutto le ha permesso di liberarsi coi mezzi imperialistici della violenza e delle armi della concorrenza tedesca sul mercato coloniale, diventata preoccupante negli anni immediatamente anteriori alla guerra. È vero che tale concorrenza, alimentata oggi dal basso costo di produzione in Germania dovuto al rinvilimento del marco, disturba ancora i disegni dei capitalisti inglesi; ma l’esportazione tedesca è già ridotta ad un terzo di ciò ch’era prima della guerra, e lo jugulamento delle riparazioni secondo il modello inglese farà il resto. Alcuni dei mercati già dominati dal capitalismo tedesco sono passati in mani inglesi; e il mandato ricevuto dall’Inghilterra sulle colonie affricane della Germania, specialmente nell’Affrica orientale, le hanno permesso di veder coronata l’antica aspirazione di un impero affricano stendentesi senza soluzione di continuità dal Capo a Suez. La minaccia tedesca al dominio inglese dell’India, rappresentata dalla ferrovia di Bagdad, è scomparsa, e invece l’Inghilterra, a mezzo del mandato sulla Mesopotamia e dell’influenza acquistata per effetto, del trattato di Sèvres e di altri maneggi diplomatici sulla Turchia, sulla Persia, sull’Arabia, è riuscita a costituire la sua egemonia sull’Asia anteriore e a trasformare l’Oceano Indiano in un mare inglese. L’influenza inglese si è consolidata anche nelle Indie olandesi e nella Cina; e nonostante l’opposizione della Standard Oil Company, la maggiore e miglior parte delle importantissime sorgenti petrolifere dell’Asia anteriore è in mani inglesi. L’effettivo possesso di Costantinopoli e degli Stretti assicura l’impero anglo-indiano da una minaccia di fianco ed apre all’imperialismo inglese le vie della penetrazione nella regione caucasica e russa. Infine, il trattato di Versailles e tutti i posteriori accordi danno all’Inghilterra, accanto alla Francia, un’influenza di prim’ordine nella vita politica ed economica dell’Europa centrale.
Mai forse si è mostrata con tanta evidenza la verità, che l’ imperialismo è incapace a risolvere le questioni da esso sollevate e a dare un qualsiasi equilibrio al mondo, come nella rapida decadenza dell’ imperialismo inglese a pochi anni di distanza dal suo apparente completo trionfo. Il capitalismo inglese riteneva di aver risoluto definitivamente a proprio vantaggio la secolare questione orientale, e di essersi assicurato il diritto incontrastato di sfruttamento in tutto l’Oriente prossimo e medio ed ecco contro i suoi progetti sorgere, conseguenza necessaria della guerra imperialista, il movimento dei popoli coloniali e semicoloniali per l’indipendenza economica e politica, che minaccia le fondamenta stesse dell’impero inglese. L’imperialismo inglese riteneva d’aver vinto l’antica partita col rivale russo e la più recente col rivale tedesco: ed ecco sorgere di contro ad esso altri nuovi rivali non meno pericolosi nella Francia e negli Stati Uniti.
Il trattato di Sèvres, opera della potenza inglese allora inconcussa, significava la liquidazione della Turchia, cui venivano tolte la Tracia con Adrianopoli, Smirne e tutta la costa occidentale e meridionale dell’Asia minore, la Cilicia, la Mesopotamia, la Siria, l’Arabia; Costantinopoli rimaneva nominalmente al Sultano, ma sotto la sorveglianza di corpi d’occupazione inglesi e francesi. La Turchia veniva disarmata ed esposta senza difesa a tutte le cupidigie territoriali dei piccoli Stati orientali manovrati dall’Intesa; veniva paralizzata economicamente con le «riparazioni» e col distacco di tutti i suoi porti. Strumento di questa politica fu la Grecia, che avendo sopportato relativamente pochi danni nella guerra mondiale, era sola tra i piccoli Stati orientali in grado di compiere l’ ufficio di lanzichenecco dell’Intesa, e che si mise completamente sotto la dipendenza inglese. Ma contro lo spogliamento e l’annullamento nazionale i contadini turchi dell’Anatolia, guidati dalla loro nobiltà feudale, opposero una tanto inaspettata quanto energica e vittoriosa resistenza. Sotto la guida del governatore generale dell’Anatolia, Kemal pascia, si ricostituire un esercito ed un Governo turchi, con sede ad Aogora, e i Greci, dopo una guerriglia devastatrice, furono solennemente battuti nell’Ottobre dell’ anno scorso. Fu il primo grave colpo al prestigio e alla posizione mondiale dall’Inghilterra; tanto più che il moto turco si allargò subito a quasi tutti i paesi coloniali dominati dall’Inghilterra. Già Kemal pascia aveva provveduto a guardarsi le spalle a Nord e a procurarsi un forte punto d’ appoggio morale stringendo, nel Marzo del 1921, un trattato d’amicizia e di reciproca garanzia con la repubblica soviettista russa, il cui prestigio va sempre più crescendo tra i popoli orientali. Altri accordi consimili furono poi firmati con le repubbliche soviettiste d’Armenia, di Georgia, dell’Azerbaigian, dell’Ucraina, ed espliciti trattati d’alleanza con la Persia e l’Afghanistan. Tutto ciò significava già il capovolgimento della situazione dell’Asia anteriore a danno dell’imperialismo inglese.
(continua)