Discussioni sui consigli di gestione
Categorie: Italy, Partisan Movement, Union Question
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Uno dei problemi che ha più appassionato i nostri compagni è quello dei Consigli di Gestione, che tutti i partiti cosiddetti di sinistra sbandierano come soluzione del problema sociale nella fase della ricostruzione capitalistica.
Noi abbiamo più volte, su queste colonne, chiarito il pensiero del Partito in argomento. Abbiamo indicato come i consigli di gestione non siano soltanto organi di collaborazione fra le classi, cui sia affidato il compita di “controllare” e “sorvegliare ” il funzionamento delle dell’azienda capitalistica, ma siano concepiti come organi permanenti della nova ricostruzione dell’economia italiana su basi capitalistiche.
In altre parole, i loro ideatori non soltanto riconoscono la permanenza del sistema di produzione borghese e si propongono di temperarne i malanni attraverso organi di controllo operaio, ma attribuiscono a questi organi una funzione di direzione ai fini di un aumento del rendimento e di una migliore conduzione aziendale.
Essi sono gli strumenti mediante i quali l’economia capitalistica interessa alla propria ripresa e al proprio funzionamento la classe lavoratrice, li ingranaggi del meccanismo della riaccumulazione capitalistica dopo la sperpero della guerra.
Capovolgendo i termini dell’ideologia social centrista dei consigli di gestione, noi affermiamo dunque ch’essi sono organi tipicamente controrivoluzionari.
E’ nelle esigenze vitali del capitalismo in crisi cointeressare direttamente l’operaio alla ripresa e al potenziamento della fabbrica in cui lavora:
1) perchè l’impegna all’aumento del rendimento (che è infatti diventata la parola d’ordine dei partiti opportunisti);
2) perchè crea in lui una specie di patriottismo di azienda che isola lui e i suoi compagni, in quanto direttamente interessati alle sorti dello stabilimento, dal complesso della classe; anzi, vigendo un regime mercantile, mette gli operai di un’azienda contro gli operai di altre aziende concorrenti, li travolge negli ingranaggi della concorrenza capitalistica. La società borghese ottiene così un doppio vantaggio, economico e politico: impegna gli operai al riconoscimento del regime di produzione capitalistica, crea nell’operaio una mentalità cooperativa e « aziendista », frantuma la lotta di classe in episodi di lotta fra elementi della stessa classe.
I consigli di gestione sono, sotto il profilo economico, l’altra faccia degli organi politici attraverso i quali il capitalismo impegna, o tenta d’impegnare il proletariato alla ricostruzione. E, in quanto tendono a sostituirsi come organi permanenti interclassisti ai sempre più esautorati CLN, hanno un significato ancor più reazionario di questi ultimi.
Un compagno operaio, che lavora in una grande fabbrica di Asti, ci ha scritto analizzando acutamente, dal punto di vista economico e giuridico, gli aspetti estremamente pericolosi del funzionamento dei Consigli di Gestione. Egli fissa in quattro punti quello che chiama l’ inganno di questi nuovi organi di gestione capitalistica:
1) Il consiglio di gestione postula un altro consiglio, cioè il consiglio di disciplina, che soppianterà le commissioni interne e avrà il compito non di regolare i rapporti tra operai e dirigenti, ma di allontanare addirittura dal lavoro quegli elementi che, cercando di aprire le menti e la coscienza dei lavoratori, criticassero la nuova forma di sfruttamento;
2) Appena sarà dato il via alla nuova forma di gestione, gli operai dovranno, per aumentare il loro guadagno, aumentare subito la produzione, rimanendo fermi o magari rinnegando quella conquista politico-sindacale che è la giornata di otto ore.
3) La produzione sarà immessa come prima sul mercato a prezzi di concorrenza, e quindi con grave pericolo per quelle aziende e quegli operai, che si trovassero nell’impossibilità di fronteggiare i rivali. Ma non basta, perchè la produzione è legata alle materie prime, e noi sappiamo che queste ci verranno cedute solo se saremo in grado di pagarle in oro o con altre materie e, siccome l’Italia non possiede una produzione di materie prime tale da controbilanciare quelle che ci vengono inviate, è logico che noi saremo costretti a lasciarci ipotecare le nostre industrie, cedendo in parte il capitale azionario, cosicché i lavoratori si troveranno a un certo punto a dover gestire le aziende nell’interesse non solo del capitale nazionale, ma per conto delle società per azioni internazionali.
4) Ma l’inganno non è soltanto politico-economico, bensì anche giuridico, e per rendersene conto basta osservare la posizione del sindacato. Infatti il consiglio di gestione mette i lavoratori in condizione di essere datori di lavoro e prestatori d’opera, e i contratti-paga, tariffe-cottimo ecc. saranno regolati dai lavoratori stessi in modo che la paga incida il meno possibile sul costo della produzione, perchè tutti saranno ugualmente interessati a che l’azienda funzioni bene e renda il massimo possibile, senza che il sindacato abbia la possibilità o l’autorità d’intervenire
Ora, i sostenitori dei consigli di gestione fanno leva sull’ovvio argomento che gli operai debbono pur Iavorare, e che è quindi nel loro interesse sorvegliare che l’azienda lavori a pieno rendimento. E’ il ragionamento classico dei riformisti ed è, nel contempo, il ragionamento classico dei padroni. E il compito dei rivoluzionari è di dimostrare l’assurdo di una concezione simile.
E’ per tutte queste ragioni che siamo stati e siamo contro parole d’ordine come quelle dei consigli di gestione e del controllo operaio, e contrapponiamo ad essa la parola della difesa e del potenziamento degli organi di classe del proletariato in vista della lotta finale per il potere. Ci scriveva a questo proposito un altro compagno operaio di Asti:
«I CLN sono nati con la specifica funzione di salvare il capitalismo in Italia dalle forze del lavoro, rivendicanti un’economia collettivista in antitesi al sistema borghese di produzione e di scambio. La riuscita di tale progetto era condizionata al fatto di coinvolgere in una politica collaborazionista -sul terreno della guerra- il proletariato; l’unità bellica ha generato il compromesso politico, suo malgrado, il proletariato è oggi costretto ad accettare tutti i provvedimenti anticlassisti presi in nome della salvezza della patria e della ricostruzione borghese. Un atteggiamento che non sia di sottomissione provoca infatti la reazione democratici CLN e l’accusa di sovversivismo è lanciata su chi innanzi tutto nsa(?) agli interessi della sua classe.
Ma affinché i lavoratori diano il meglio delle loro possibilità produttive, e per creare in essi l’illusione di partecipare alla direzione e al controllo dell’azienda, si vanno ora creando i consigli di gestione. La responsabilità dell’iniziativa privata (rappresentata nei consigli con forze uguali a quelle dei lavoratori) sarà di far rendere il capitole. La responsabilità operaia sarà di prendere e convalidare tutte le misure necessarie al buon andamento della ditta; in ultima analisi, di conservare e potenziare il patrimonio aziendale.
Con quale autorità potranno dunque opporsi ai licenziamenti, ai ribassi di salario e a tutte le misure atte al buon andamento dell’industria, i delegati operai? La minaccia del fallimento sarà sbandierata ad ogni piè sospinto, e nessuna rivendicazione proletaria sarà accolta dall’iniziativa privata.
Di fronte a queste manovre, tendenti a giocare sulla buona fede e sull’immaturità politica degli operai, il nostro atteggiamento non può essere dunque che di aperta e spietata critica all’organismo in gestazione, come ad un organismo, di difesa dell’economia capitalista. La partecipazione è un compromesso che si contrae col capitalismo: la formula paritetica parla chiaro. I proletari debbono invece valorizzare e partecipare attivamente alle commissioni interne, unici organi (per ora) che diano, se ben impostati, una garanzia di difesa del loro interessi.
E’ su questa linea che i compagni devono marciare.