Partito Comunista Internazionale

La situazione in Italia Pt.2

Categorie: Italy, PCd'I

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di KRISTO KABAKCIEF

III.

    Il Congresso di Livorno ha creato in Italia le premesse per la rivoluzione proletaria e le ha spianato la via. Esso ha messo in chiaro davanti alle grandi masse lavoratrici l’inganno riformista e pacifista prevalso finora nel Partito. Esso ha svelato la funzione di tradimento esercitata dai riformisti nel Partito, nei sindacati, nelle cooperative, e stabilito in modo definitivo la solidarietà e l’unità dei centristi comunisti «unitari», coi riformisti. In breve, il Congresso di Livorno ha compiuto un’immensa opera di chiarificazione, e ha liberato il proletariato italiano da molte illusioni ed errori, mostrandogli i principi e i metodi di lotta, che condurranno alla vittoria finale la sua lotta rivoluzionaria. L’esclusione dei riformisti e dei centristi dalla I.C. e la fondazione del Partito comunista italiano è il passo più importante e decisivo fatto sulla via della preparazione delle condizioni necessarie alla vittoria della rivoluzione proletaria in Italia. 

    La profonda crisi economica e finanziaria, che da due anni scuote l’Italia, spinge il proletariato italiano alla lotta rivoluzionaria. Questa lotta raggiunse il suo punto culminante nel settembre scorso con la occupazione delle fabbriche e dei latifondi. 

    L’occupazione delle fabbriche da parte dei lavoratori non bastava ad assicurare la vittoria della rivoluzione, giacché la borghesia, finché aveva in sue mani il potere politico, poteva impedire l’approvvigionamento di materie prime alle fabbriche occupate e così arrestare la produzione, per poter più tardi ritogliere le fabbriche dalle mani degli operai. Similmente l’occupazione dei latifondi per opera dei contadini non poteva esser durevole, giacché i latifondisti partecipano al potere con la borghesia. In questo momento, come pure durante le altre numerose lotte e insurrezioni rivoluzionarie, di cui è piena la vita italiana, il Partito proletario aveva il dovere di indicare lo scopo generale di tali lotte, di collegarle e indirizzarle alla conquista del potere politico. 

    Ma nel Consiglio Nazionale, composto di rappresentanti del Partito e dei Sindacati, che fu convocato nel vivo della lotta, i riformisti riuscirono a far prevalere il concetto, che la lotta stessa avesse semplice scopo sindacate economico, e che quindi la direzione ne spettava soltanto ai sindacati. Venne respinta la proposta, presentata dalla maggioranza comunista della Direzione del Partito, di riconoscere al movimento carattere politico e di farne quindi assumere la direzione al Partito. In tal guisa il movimento fu cacciato in un vicolo cieco e condannato alla sconfitta. I capi dei riformisti, Turati nel Partito e D’Aragona nei Sindacati, trionfarono; i centristi ne giustificarono l’attitudine, e anzi Serrati giunse sino a negare il carattere rivoluzionario della lotta per l’occupazione delle fabbriche, designandolo invece come una «pacifica azione sindacale», mentre qualificava di «movimento reazionario» l’azione dei contadini per l’occupazione della terra. 

    II Governo non osò servirsi della forza amata per reprimere il movimento. Esso era disorientato e impotente di fronte al grande e potente movimento rivoluzionario degli operai e dei contadini. In questo momento i riformisti e centristi vennero in aiuto del Governo e lo trassero dalla sua critica situazione, tendendogli la mano e annodando trattative sulla base del «controllo» operaio e di altre rivendicazioni economiche. Tali trattative approdarono alla riconsegna delle fabbriche da parte degli operai, ma naturalmente non vennero mantenute le fatte promesse, una volta che i capitalisti eran di nuovo padroni delle fabbriche e che il Governo era riuscito frattanto a fare i suoi preparativi di repressione sanguinosa. In tal guisa il proletariato fu tradito da coloro stessi, ch’erano preposti alla direzione della lotta nel Partito e nei Sindacati. 

    La borghesia e il Governo italiano, affatto impotenti nel primo anno dopo la guerra a reprimere la lotta rivoluzionaria del proletariato, grazie all’aiuto dei riformisti e centristi guadagnarono tempo per respirare, radunar forze, riorganizzare la disordinata macchina statale ed armarsi. 

    Quanto all’esercito permanente, la borghesia organizzò anche un esercito speciale di circa 100 mila soldati ben armati, detti guardie regie, destinati a combattere la rivoluzione proletaria. Inoltre formò una guardia bianca, quella dei cosiddetti fascisti, che si è organizzata ed armata alla luce del sole, e si trova in intimi rapporti col Governo, con la guardia regia e in generale con tutto l’apparato statale.

    La borghesia italiana invocò l’opera di un uomo politico, che non aveva preso parte alla guerra mondiale, di Giolitti, per soffocare il malcontento popolare e tagliar la strada alla rivoluzione. Giolitti lavorò accortamente, cercando di trattenere il movimento rivoluzionario con molte promesse di riforme sociali e con la arrendevolezza verso le rivendicazioni economiche sindacali, salvo poi a non soddisfarle, mentre anche quando sono soddisfatte l’incessante rincaro toglie loro ogni valore. Egli in questa sua politica ha trovato fedeli alleati, o, più esattamente, strumenti ciechi nei riformisti e centristi. Dall’altro canto, Giolitti arma l’esercito, crea nuove truppe e protegge la formazione della guardia bianca. 

    Giolitti sa accortamente mascherare la sua politica controrivoluzionaria. Come di fronte ai nazionalisti estremi recita la parte di «pacifista», così di fronte al proletariato rivoluzionario fa quella di «riformatore» e pioniere della «evoluzione pacifica». Per consolidare i successi della politica imperialista della borghesia italiana egli inscenò la commedia della «lotta» contro D’Annunzio a Fiume. Per dar tempo alla borghesia di armarsi e prepararsi a schiacciare la rivoluzione proletaria, egli ogni giorno rappresenta la commedia di «reprimere» i fascisti, che assaltano e assassinano i comunisti, incendiano i circoli operai, ecc., ed entrano in prigione da una porta solo per uscirne subito dall’altra. 

    Il Governo di Giolitti fa ora questa politica: disorganizzare, terrorizzare e indebolire il proletariato rivoluzionario con assalti e uccisioni alla spicciolata; e prepararsi intanto a grandi colpi decisivi in alcuni grandi centri industriali, che sono i focolari della prorompente rivoluzione1. In alcuni di questi centri è già concentrata un’enorme quantità di truppa d’ogni specie, che li hanno trasformati in veri campi militari. Ma la borghesia non si fida completamente né di queste truppe, né delle proprie forze – la crisi economica sempre più aspra le scava il terreno sotto i piedi – e quindi spia il momento propizio, se il proletariato non sa condurre la sua lotta rivoluzionaria con coscienza del fine, compattezza e risolutezza, per poterlo schiacciare nel sangue, e così conservare provvisoriamente il proprio dominio. 

    Gli avvenimenti del settembre dell’anno scorso chiarirono questa situazione agli occhi del proletariato italiano. Esso scorge ormai il grave pericolo ond’è minacciato. La parte più avanzata del proletariato sente ormai e riconosce la necessità di una chiara e risoluta tattica rivoluzionaria, di una salda organizzazione centralista con disciplina di ferro, e della creazione di tutte le premesse per la rivoluzione proletaria (organizzazione illegale, armamento ecc.). Con la fondazione del Partito Comunista il proletariato italiano ha creato una delle più importanti tra tali condizioni. 

    Il movimento per l’occupazione delle fabbriche e delle terre offriva al proletariato italiano due strade, di cui la prima attraverso il tradimento dei riformisti e dei centristi condusse alla sconfitta, l’altra attraverso la lotta del Partito Comunista guida alla vittoria. A Livorno la parte cosciente dei lavoratori più d’un terzo del Partito si decise per il comunismo, che conduce alla vittoria finale del proletariato. Non v’ha alcun dubbio che in breve tempo la gran massa del proletariato italiano si schiererà attorno alla bandiera del comunismo. Già sin dai primi giorni dopo il Congresso di Livorno pervennero da ogni parte notizie di passaggi in massa di lavoratori al Partito Comunista.  

    Naturalmente la lotta contro i riformisti e centristi esigerà molto tempo e molti sforzi. D’Aragona, Turati e Serrati hanno con sé la massima parte della burocrazia del partito e dei sindacati, la quale adopererà tutti i mezzi per conservare la propria posizione e influenza nelle organizzazioni. La borghesia e il Governo adopereranno nel modo più utile questi loro agenti a fine di ostacolare il rafforzamento del Partito Comunista. L’alleanza dei centristi coi riformisti, e quella di costoro con la borghesia, ben presto susciterà contro di loro le masse lavoratrici. Lo spirito rivoluzionario del proletariato italiano non è spento; anzi, al contrario, con l’eliminazione del principale ostacolo, contro il quale s’infransero le ondate rivoluzionarie – la politica traditrice dei riformisti e centristi – esso si spiegherà con forza incoercibile e invincibile. 

    Viaggiando l’Italia, si vede dappertutto, nelle città come nei villaggi, alle grandi mura delle fabbriche come anche sulle capanne dei contadini, sempre la stessa iscrizione: «Viva Lenin!». In questo grido universale del popolo lavoratore d’Italia si esprime, non solo lo sconfinato entusiasmo per la grande rivoluzione russa e per la repubblica soviettista, ma anche la sua aspirazione e la sua piena fiducia nel prossimo trionfo della rivoluzione in Italia. Questo grido si unisce all’altro di:  «Viva il Partito Comunista d’Italia!» e si espande fin negli angoli più remoti del paese. L’entusiasmo e la fede del proletariato italiano nella rivoluzione sono indistruttibili. 

    La stampa socialpatriottica e borghese d’Italia e di tutto il mondo ha dato le notizie più tendenziose intorno a questo Congresso. La borghesia e i di lei agenti, i socialpatrioti, tentarono di far passare come una sconfitta dell’Internazionale Comunista la grande lotta ideologica e politica, che i comunisti condussero contro i seguaci del riformismo e del semiriformismo e che mise capo alla fondazione del Partito Comunista italiano. II vero è che a Livorno realmente non vinsero i riformisti e semiriformisti, sebbene questi abbiano ottenuto una maggioranza casuale e transitoria, ma bensì la frazione comunista e l’Internazionale Comunista, che scoprirono davanti all’intiero proletariato italiano e internazionale il giuoco proditorio dei riformisti e semiriformisti, raccogliendo sotto la loro bandiera tutti gli elementi coscienti e rivoluzionari del Partito Socialista italiano, e preparando, con la fondazione del P.C.I., la vittoria della rivoluzione proletaria in Italia. 

    Quello di Livorno fu il primo Congresso del Partito Socialista italiano, in cui le fondamentali divergenze teoretiche e tattiche tra riformismo e comunismo si sieno manifestate apertamente e siano state discusse davanti all’intiero Partito e alla classe lavoratrice. Fallirono tutti gli sforzi fatti da Serrati per nascondere sotto la maschera dell’«unità» i profondi e irreconciliabili contrasti tra queste due tendenze del Partito. Serrati a Livorno, come già a Bologna, tentò di salvare il riformismo e i riformisti in nome dell’«unità»; ma questo tentativo ebbe per risultato di chiarirlo definitivamente partigiano e difensore del riformismo. 

    A Livorno si presentarono tre gruppi, formatisi già molto prima del Congresso; ed essi vi vennero con mozioni, già precedentemente deliberate nelle rispettive Conferenze. La mozione dei riformisti (Turati) afferma che in Italia, come del resto in tutto il mondo capitalista, mancano ancora le condizioni necessarie per la rivoluzione proletaria, che il capitalismo ha ancora davanti a sé un lungo periodo di pacifico sviluppo, e che il Partito Socialista non deve rifiutare di collaborare con la borghesia, se ciò è necessario per aiutare la classe lavoratrice. Ma nello stesso tempo la mozione riformista si dichiara per l’Internazionale Comunista! 

    La mozione dei centristi (semiriformisti, che danno a se stessi il nome di «comunisti unitari» con Serrati alla testa) accetta tanto le tesi della Internazionale Comunista, quanto le 21 condizioni, ma aggiunge: «L’applicazione di queste condizioni deve lasciarsi al Partito Socialista italiano, che deve conservare l’antico nome». 

    La mozione del gruppo comunista esige non solo l’immediata accettazione, ma anche l’immediata applicazione delle 21 condizioni mediante l’espulsione dei riformisti (di tutti quei delegati e sezioni, che hanno partecipato alla Conferenza di Reggio Emilia) dal Partito e l’accettazione di tutte le tesi approvate dal Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista. 

    Tra la mozione del gruppo comunista è quelle dei riformisti e centristi vi erano divergenze di principio. I riformisti e centristi si sforzarono di nasconderle. Tanto i riformisti come i centristi si dichiararono partigiani dell’Internazionale Comunista. Essi sanno che il proletariato italiano ha così viva simpatia per la rivoluzione russa e per l’Internazionale Comunista, che se essi si dichiarassero apertamente contro questa, perderebbero immediatamente la fiducia e l’appoggio delle masse operaie. 

    Perciò i riformisti, e specialmente i centristi, cercano accuratamente di nascondere i contrasti tra loro e l’Internazionale Comunista: per ciò mascherano la lotta da essi combattuta contro l’Internazionale Comunista con ipocrite dichiarazioni di simpatia e di fedeltà. Con simili mezzi i riformisti e centristi speravano anche questa volta d’ingannare i lavoratori. Ma il gruppo comunista frustrò le loro speranze. Prima del Congresso e durante questo i comunisti smascherarono la vera natura del riformismo e del centrismo, e nella loro mozione essi formularono chiaro e tondo – «Chi i per l’Internazionale Comunista deve separarsi dai riformisti immediatamente, nel Congresso stesso e votare per la loro espulsione». 

    A Livorno i centristi fecero tentativi disperati per passare come leali seguaci dell’Internazionale Comunista. Ma non potevano sfuggire al chiaro e categorico dilemma loro posto dai comunisti: o colla Internazionale Comunista o coi riformisti. Alla domanda: perchè mai i centristi non accettavano che l’inevitabile espulsione dei riformisti avvenisse per opera dello stesso Congresso, suprema istanza del Partito, essi rispondevano: Lasciate che il Partito li mandi via quando lo troverà necessario: In una conferenza particolare coi rappresentanti dell’Internazionale Comunista Serrati e Vella dichiararono: – Noi attenderemo che i riformisti commettano qualche nuova azione compromettente, e allora espelleremo i colpevoli; altrimenti il proletariato non capirà perché noi espelliamo questi uomini! 

    I centristi vogliono ancora delle prove del riformismo di Turati e compagni. Per loro, il tradimento giornaliero che i riformisti compiono da due anni in qua non è prova sufficiente; per essi non è ancor prova sufficiente la mozione approvata dai riformisti nella Conferenza di Reggio Emilia, dove si nega l’esistenza delle condizioni della rivoluzione proletaria.

    Era chiaro che i centristi non volevano l’espulsione dei riformisti. E quando essi arrivavano a dire, che avrebbero eventualmente acconsentito ad espellere questo o quel riformista, mostravano sol- tanto che, col sacrificare qualche riformista, volevano soltanto salvare il riformismo come tendenza, programma e tattica nel Partito. 

    Ma perché i centristi non vollero staccarsi dai riformisti? Perché in realtà essi si son posti sullo stesso terreno teoretico e tattico dei riformisti. La polemica che precedette il Congresso e le discussioni del Congresso dimostrarono ciò esaurientemente; ma sopratutto lo ha dimostrato il fatto dell’essere i centristi rimasti uniti coi riformisti in un unico Partito. 

    L’uscita dei comunisti dal P.S.I. gettò del tutto i centristi nel campo dei riformisti. La burocrazia semiriformista e pacifista del Partito, dei Sindacati, delle Cooperative, che già prima inclinava verso il riformismo e che a Livorno costituì la maggioranza di Serrati, si è alleata coi riformisti. Questo fatto ha grande importanza, poiché fa luce sufficientemente chiara sulla vera politica dei centristi: e questa luce aiuterà il proletariato italiano a trovare entro breve tempo la sua via sotto la bandiera del nuovo Partito Comunista d’Italia. Passeranno appena pochi mesi, e la nuova sezione dell’Internazionale Comunista raccoglierà nel suo seno la maggioranza dei lavoratori dell’antico Partito. 182

    1. Queste previsioni del Kabakcief. scritte alla fine di febbraio, hanno avuto piena conferma con la serrata di Torino (Nota di Red.)  ↩︎