O pacifismo o marxismo
Categorie: Capitalist Wars, Military Question, Pacifism
Articolo genitore: Comunismo e guerra
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O pacifismo o marxismo
Esposto alle riunioni a Firenze e ad Ivrea dal settembre 1983 al maggio 1984.
Non possiamo introdurre la spiegazione marxista del rapporto fra il Comunismo e la Guerra, e la conseguente tattica e propaganda del Partito rivoluzionario contro il militarismo capitalista, senza liberarci in partenza dell’equivoco che genera il pacifismo borghese e di tutte quelle teorie e movimenti politici che si pongono il compito di abolire le guerre, e la “violenza” in generale, senza abolire la società capitalista, e che teorizzano che pace universale e “non violenza” possono essere obiettivi raggiungibili dalla specie umana in una società divisa in classi antagoniste.
Il piccolo borghese pacifista, in nome degli ideali astratti della pace universale e del disarmo, propugna la soluzione arbitrale dei conflitti internazionali che sorgono fra gli Stati; questo costituisce sul piano mondiale la stessa illusione che si ha nell’ambito delle singole nazioni, quale quella che il parlamento borghese possa garantire eque condizioni sociali ed economiche e non sancire la diseguaglianza sociale ed economica propria delle società proprietarie e classiste.
Il pacifista pensa che la società proceda in modo evolutivo ed educativo; se vi sono pericoli di guerra basterebbe qualche marcia della pace per aprire gli occhi a governanti e governati sulla barbarie che la guerra produrrebbe e, per unanime convinzione di tutti, consapevoli di questo folle errore, le minacce di guerra retrocederebbero.
In regime capitalistico la guerra è inevitabile.
Di fronte alla Prima Guerra mondiale scrivemmo in “Il socialismo di ieri d’innanzi alla guerra di oggi”:
«La chiave del concetto socialista è invece che la classe dominante in regime capitalistico non può governare e reggere le forze che si sprigionano dagli attuali rapporti delle forme di produzione, e resta a sua volta vittima di certe contraddizioni inevitabili del regime economico, il quale non risponde alle esigenze della grande maggioranza degli uomini. Il grande quadro marxista della produzione capitalistica mette in luce questi contrasti e la impotenza della borghesia a dominarli. Poiché gli strumenti di produzione e di scambio non sono ancora socializzati, non ne è possibile un impiego razionale, non vi è giusto rapporto fra i bisogni e la produzione, che è basata soltanto sull’interesse del capitalista; e da tutto ciò conseguono le colossali e dannosissime crisi economiche che sconvolgono i mercati, le assurde sovrapproduzioni per cui dalla abbondanza si genera la disoccupazione dei salariati e la miseria; e come ultima conseguenza la rovina di alcuni degli stessi capitalisti, nell’interesse dei quali è montata la macchina mostruosa della economia presente. Da ciò consegue – seguitiamo a ricapitolare – che la vita moderna non è l’evoluzione continua verso una maggiore civiltà, ma è il percorso della fatale parabola che, attraverso un inasprimento delle lotte di classe e un aumento di malessere nei lavoratori, si risolverà nel crollo finale del regime borghese.
«Ebbene, parallelamente a questo processo, per il quale la classe dominante prepara senza poterlo evitare il suo suicidio storico, noi assistiamo ad un altro assurdo. Lo sviluppo dei mezzi di produzione nel campo economico, la diffusione della cultura in quello intellettuale, la democratizzazione degli Stati in quello politico, invece di preparare la cessazione delle guerre e il disarmo degli eserciti fratricidi, conducono ad una intensificazione dei preparativi militari. È questa una sopravvivenza di altri tempi – ad esempio dell’epoca feudale – è un ritorno ai secoli della barbarie, o non è piuttosto una caratteristica essenziale del regime sociale moderno, borghese, e democratico? Notiamo, intanto, che quelle borghesie statali le quali non possono in tempo di pace reggere le file della produzione, e scongiurare le catastrofi finanziarie, così, anche volendo, sono impotenti ad impedire lo scoppio delle guerre, che si presentano come la via di uscita unica e fatale da situazioni economico-politiche in cui gli Stati si trovano cacciati.
«È, d’altra parte, così immenso il danno che le borghesie risentono dalla guerra? Questa è certo una distruzione di capitali, ma alla borghesia intesa come classe, più che il possesso materiale dei capitali, interessa la conservazione dei rapporti giuridici che le consentono di vivere sul lavoro della grande maggioranza. Questi rapporti, interni alle nazioni, consistono nel diritto a monopolizzare gli strumenti di lavoro, che a loro volta sono frutto di altro lavoro della classe proletaria. Purché, ad essere più chiari, resti intatto il diritto di proprietà privata sulle terre, sulle case, sulle miniere, dopo la devastazione della guerra il proletariato ricostruirà macchine, stabilimenti, ecc. e li riconsegnerà ai suoi sfruttatori, risentendo tutte le conseguenze del difetto di generi di consumo, ma ricostituendo i capitali necessari alla vita di tutti per farne nuovamente monopolio di pochi. Naturalmente non pochi borghesi, come individui, saranno travolti, ma altri li sostituiranno».
La guerra è quindi soprattutto una necessità economica del capitalismo, determinata essenzialmente dalla discesa del saggio medio del profitto, alla scala mondiale. Essa permette, dopo la distruzione di enormi quantità di capitale costante e di forze di lavoro, un consistente rialzo del saggio di profitto, che diviene funzionale alla ripresa dell’accumulazione per tutti gli Stati capitalistici, sia vincitori sia vinti.
Dice Lenin «una guerra non scoppia per caso». Vi sono fattori economici e sociali il cui peso si accumula nel tempo finché si giunge al punto fatale di rottura in cui tutto precipita, e masse e paesi e partiti vengono trascinati nel macello e nella distruzione.
«I nostri critici, scrive Engels nella prefazione alle “Lotte di classe in Francia”, ci accusano di far dipendere gli sconvolgimenti sociali da cause esclusivamente economiche: se così fosse la rivoluzione sarebbe un problema di formule facili da risolvere quanto un’equazione di primo grado. In realtà, i fatti sociali hanno come base le determinazioni economiche, ma le cause degli sconvolgimenti storici si sovrappongono e si intersecano in una miriade di combinazioni che danno luogo a processi, atteggiamenti, moti e reazioni psicologiche che diventano essi stessi fattori materiali determinanti del movimento sociale. Sulla bocca di certi cannoni antichi compariva la scritta: “Ultima ratio regis”, l’ultima ragione del re. Come dire che, esaurite tutte le altre possibilità, la parola doveva essere data alla polvere. In altri termini con Clausewitz (ripreso da Lenin), “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”».
Quali mezzi? Chi, o meglio, che cosa li prepara, e come?
Nell’epoca imperialistica il militarismo è conseguenza diretta della concorrenza fra Stati. La conquista di nuovi mercati porta all’aumento della produzione, alla produzione per il mercato estero e alla sua difesa armata. Nella fase decadente del capitalismo (che non corrisponde affatto ad una fase di debolezza) l’enorme produzione spinge ogni paese alla frenetica ricerca di nuovi mercati o alla sottrazione di quelli esistenti alle esportazioni altrui. Il capitalismo internazionale si arma, e nel farlo trova uno sfogo ulteriore alla sua orgia produttiva. Il militarismo permea di sé tutta la società; gli eserciti assurgono a fine in sé, si legano alla produzione e ne rispecchiano il corso. La guerra diventa un elemento obbligatorio dell’esistenza della società capitalistica, la cui massima espressione di efficienza e potenza si manifesta appunto in questo che costituisce insieme il punto di arrivo e il punto di partenza del suo andamento ciclico.
È per questo che il marxista non può essere per principio pacifista o antiguerrista. Il pacifismo come ideologia e movimento pratico è la reazione piccolo borghese alla politica grande borghese nazionalista e militarista, che giustifica la guerra come mezzo di diffusione del suo sistema sociale, o come mezzo di conquista di spazi vitali, per un paese che abbia poco spazio economico per troppi capitali.
Il piccolo borghese puritano e pacifista, non legato direttamente ai grossi affari della grande borghesia, condanna qualunque guerra ed è chiaro che queste vuote ideologie cozzano contro le forme violente della società borghese. L’abolizione della guerra è impossibile, come lo è del resto eliminare la violenza più banale e quotidiana, anche se vi sono organi di polizia, tribunali, giudici.
Il comunismo marxista non può per principio essere pacifista, anche se il suo fine è la società senza classi, senza guerre, senza violenza di classe ma armonia e collaborazione nei rapporti sociali. Questa non è una contraddizione come credono i teorici della non violenza, perché la identità fra il fine da raggiungere e i mezzi non può essere immediata nella società capitalista dominata dalla violenza di classe.
La sintesi tra fine e princìpi tattici può solo avvenire in un travagliato processo storico rivoluzionario di lotta e scontro fra le classi, e il fine, la non-violenza sociale, presuppone di usare la violenza rivoluzionaria come mezzo indispensabile e risolutore. Dittatura di classe, violenza rivoluzionaria, sono i princìpi immutabili che la storia ha consegnato al proletariato per raggiungere il fine della nuova società, nella quale non vi saranno più classi contrapposte, e né dominio politico di una classe sull’altra, presupposto delle odierne violenze.
L’avversione al generico pacifismo borghese umanitario e antirivoluzionario, è contenuto fin dai primi scritti di Marx ed Engels che lanciano i loro poderosi strali contro tutti i movimenti che si prefiggono di evitare la guerra. Marx ed Engels nella polemica con gli anarchici, gli “antiautoritari” per definizione, difendono il principio di autorità della dittatura proletaria, del metodo del terrore per reprimere la classe vinta e avviare il processo di trasformazione verso il socialismo.
Lenin riprendendo questi cardini fondamentali afferma che, i comunisti si differenziano dai pacifisti, non solo perché negano l’impiego delle armi nella lotta fra le classi e sono incapaci di inquadrare la guerra nella storia, ma per un altro punto fondamentale. Scrivemmo nel 1949 in “Tartufo o del pacifismo”:
«Ci divide dai pacifisti borghesi il nostro concetto dell’”inevitabile legame delle guerre con la lotta delle classi nell’interno di ogni paese”, e della “impossibilità di distruggere le guerre senza distruggere le classi ed edificare il socialismo”.
«Il leninismo non dice ai poteri capitalistici: io vi impedirò di fare la guerra, o io vi colpirò se fate la guerra: esso dice loro, so bene che fino a quando non sarete rovesciati dal proletariato voi sarete, che lo vogliate o meno, trascinati in guerra, e di questa situazione di guerra io profitterò per intensificare la lotta ed abbattervi. Solo quando tale lotta sarà vittoriosa in tutti gli Stati, l’epoca delle guerre potrà finire.
«Si tratta di una posizione generale. Il marxista non può essere pacifista o “antiguerrista” poiché ciò significa ammettere che si possa abolire la guerra prima della abolizione del capitalismo. Non basta dire che ciò sarebbe un errore teorico. Esso è un tradimento politico, poiché una simile illusione non facilita il convogliamento delle masse ad una lotta più vasta, bensì ne agevola l’asservimento, non solo al capitale, ma anche alla guerra stessa. Le masse proletarie guidate da cattivi marxisti, che si erano sempre detti pacifisti, hanno dovuto fare la guerra contro i tedeschi, perché i loro capi hanno detto che quelli soli minacciavano la pace, come la hanno dovuta fare contro i russi per lo stesso motivo: hanno marciato due volte e marceranno forse la terza, e dai campi opposti, a combattere una guerra “che dovrà mettere fine alle guerre”.
«Si tratta, diciamo, di una posizione generale. Il marxista non è pacifista, per ragioni identiche a quelle che non ne fanno, ad esempio un anticlericale: egli non vede la possibilità di una società di proprietà privata senza religione e senza chiese, ma vede finire chiese e credenze religiose per effetto della abolizione rivoluzionaria della proprietà.
«L’ordinamento della schiavitù salariata vivrà tanto più a lungo quanto più a lungo i suoi complici faranno credere che, senza sovvertirne le basi economiche, sia possibile renderlo immune da superstizioni religiose, o eliminarne la eventualità di guerre, e togliergli gli altri suoi caratteri retrivi, o brutali (…)
«Sostituire, dinanzi all’avvicinarsi di nuove guerre, al criterio dialettico di Marx e Lenin – tanto nella dottrina che nell’agitazione politica – lo sfruttamento plateale dell’ingenuità delle masse nei riguardi della santità della Pace e della Difesa, non è altro che lavorare per l’opportunismo e il tradimento, contro i quali Lenin si dette a costruire la nuova Internazionale rivoluzionaria super hanc petram, su questa pietra: capitalismo e pace sono incompatibili».
Il pacifismo borghese, proprio oggi di tutti i partiti cosiddetti di “sinistra”, non può capire, essendo una forza della conservazione sociale, che la guerra è un prodotto necessario del capitalismo, e nulla vale per scongiurarla, e invoca il principio della non violenza e condanna in nome di questo principio qualunque guerra, compresa la guerra rivoluzionaria della classe salariata oppressa, diventando così una ideologia conservatrice del sistema capitalistico, disarmando il proletariato per la sua lotta di emancipazione, e rendendosi forza ausiliaria della borghesia.
La politica di pace dei partiti opportunisti fa da complemento al terrorismo del militarismo borghese, al ricatto atomico delle superpotenze e tenta di inculcare con una propaganda capillare e quotidiana la falsa idea che basta mobilitare le singole coscienze, propugnare una lotta per il disarmo, organizzare marce per la pace e referendum “autogestiti” per evitare la guerra.
L’alternativa guerra o pace è falsa: la pace imperialista presuppone una nuova guerra imperialista e questo ciclo ineluttabile può essere spezzato solo dalla rivoluzione proletaria.
La propaganda pacifista disarma il proletariato, prepara il terreno al militarismo in modo da favorirne la partecipazione nella prossima guerra al fianco della propria borghesia. Il pacifismo borghese umanitario antirivoluzionario è una forza ausiliaria della borghesia (Lenin, 3° Congresso della I.C.).
Il marxista, diversamente da queste posizioni conservatrici, moralistiche e antistoriche, non teorizza una posizione astratta di condanna di tutte le guerre, facendo di ogni erba un fascio. Il giudizio su ogni guerra diventa specifico, determinato dalle condizioni obbiettive, per cui ogni guerra necessita un esame storico delle cause che la producono e a quale classe sociale serve.
Nella storia ci sono state guerre fra Stati e Popoli, le quali, malgrado i loro orrori, le loro manifestazioni bestiali, le miserie e i tormenti che hanno causato, hanno rappresentato un progresso storico, hanno giovato alla evoluzione dell’umanità facilitando l’abolizione di sistemi nocivi e reazionari, quali la schiavitù, l’assolutismo, il dispotismo feudale.
La vittoria della Grecia sulla Persia, sebbene portasse alla caduta del modo di produzione asiatico e introducesse lo schiavismo, rese possibile la fusione della civiltà Greca con quella mediterranea. Le invasioni barbariche, chiusero un importante periodo storico di civiltà ma posero le basi per la formazione degli Stati nazionali europei. Tutte le guerre nazionali e rivoluzionarie condotte dalla nascente borghesia contro l’assolutismo feudale, comprese le guerre napoleoniche, sono guerre di progresso storico e sociale.
Le guerre imperialiste moderne iniziate nel 1914 non erano da nessun lato guerre di progresso ma puri conflitti fra sfruttatori imperialisti, guerre fra padroni di schiavi per il consolidamento della schiavitù (Lenin), sicché il dovere di tutti i socialisti ieri e dei comunisti oggi, era e rimane quello di lottare contro tutti i governi borghesi belligeranti, in tutti i paesi.
I comunisti difendono in dati casi il carattere della guerra, ma davanti alla guerra imperialista, compito del comunismo è il sabotaggio aperto finalizzato al disfattismo rivoluzionario e alla trasformazione del carattere della guerra da imperialista in guerra civile.
Il militarismo capitalista
«Il militarismo, nella sua origine e nella sua sostanza, nei suoi mezzi e nelle sue ripercussioni, è un fenomeno così interessanti, così importante, un fenomeno che affonda le sue radici così profondamente nella natura degli ordinamenti della società classista, e che tuttavia può assumere forme così molteplici anche all’interno del medesimo ordinamento sociale, a seconda delle particolari condizioni naturali, politiche, sociali ed economiche dei singoli Stati e territori.
«Il militarismo è una delle più importanti e più energiche manifestazioni della vita della maggior parte degli ordinamenti sociali, perché in esso si esprime nel modo più vigoroso, più concentrato ed esclusivo l’istinto della conservazione nazionale, culturale e di classe».
Questo Karl Liebknecht afferma nel celebre saggio “Militarismo e antimilitarismo”, pubblicato nel 1907, per la quale pubblicazione il capo della organizzazione giovanile socialdemocratica internazionale fu sottoposto a processo, perseguito e condannato per alto tradimento. Liebknecht mette in rilievo, proseguendo l’analisi materialista del fenomeno, come il sostegno decisivo di ogni rapporto di dominazione sociale risieda in ultima istanza nella superiorità della forza fisica come classe sociale, e non certo nel maggiore vigore fisico dei suoi singoli individui.
«La forza, afferma Engels nella polemica con Dühring, non è un semplice atto di volontà, ma esige per manifestarsi condizioni preliminari molto reali, soprattutto strumenti, di cui il più perfetto ha la meglio sul meno perfetto; che questi strumenti devono inoltre essere prodotti, il che dice ad un tempo che il produttore di più perfetti strumenti della forza, vulgo armi, vince il produttore di strumenti meno perfetti e che, in una parola, la vittoria della forza poggia sulla produzione di armi, e questa poggia a sua volta sulla produzione in generale, quindi (…) sulla “potenza economica”, sull’”ordine economico”, sui mezzi materiali che stanno a disposizione della forza.
«La forza, al giorno d’oggi, è rappresentata dall’esercito e dalla marina da guerra e l’uno e l’altra costano, come tutti sappiamo a nostre spese, “una tremenda quantità di denaro”. Ma la forza non può far denaro, può, tutt’al più, portar via quello che è già stato fatto e anche questo non giova granché, come abbiamo sperimentato, anche questa volta a nostre spese, con i miliardi francesi. In ultima analisi, quindi, il denaro deve pur essere fornito dalla produzione economica; la forza dunque è a sua volta condizionata dall’ordine economico che le procura i mezzi per allestire e mantenere i suoi strumenti. Ma non basta ancora. Nulla dipende dalle condizioni economiche preesistenti quanto precisamente l’esercito e la marina. Armamento, composizione, organizzazione, tattica e strategia dipendono anzitutto in ogni epoca dal livello raggiunto dalla produzione e dalle comunicazioni. Qui hanno agito rivoluzionariamente non le “libere creazioni dell’intelletto” di comandanti geniali, ma l’invenzione di armi migliori e la modificazione del materiale umano; nel migliore dei casi l’azione esercitata dai comandanti geniali si limita a adeguare la maniera di combattere alle nuove armi e ai nuovi combattenti».
Non ha il potere quindi chi ha più vigore fisico, ma l’apparato armato delle classi dominanti storicamente formato, lo Stato, apparato molto articolato che fornisce strumenti di potere al gruppo sociale che lo manovra, gruppo alquanto minoritario rispetto alla società, e alquanto smidollato e privo di vigore anche fisico nella attuale fase putrescente del capitalismo, ma che attraverso l’esercito, la polizia, la giustizia, la scuola, la cultura, la chiesa, ha l’effettivo potere e lo usa in maniera dittatoriale sulla intera società.
Continua Liebknecht:
«Il militarismo non è un fenomeno specifico del capitalismo. È anzi un aspetto proprio ed essenziale di tutti gli ordinamenti sociali classisti, dei quali quello capitalistico non è che l’ultimo. Certo, il capitalismo, al pari di ogni altro ordinamento fondato sulla divisione della società in classi, sviluppa una sua specifica serie di militarismo; il militarismo infatti, conformemente alla sua natura, è messo in relazione a un fine o a più fini, i quali sono diversi a seconda del tipo dell’ordinamento sociale e conseguibili per vie diverse a seconda della loro diversità. Ciò non viene alla luce soltanto a proposito dell’ordinamento dell’esercito, ma anche per quanto concerne gli altri aspetti del militarismo, che risultano dall’adempimento dei suoi compiti.
«Alla fase dello sviluppo capitalistico corrisponde nei migliori dei modi l’esercito fondato sulla coscrizione generale, ma, sebbene sia un esercito tratto dal popolo, non è un esercito del popolo ma un esercito contro il popolo, o un esercito che viene sempre più manipolato in tale direzione».
Questa è la descrizione che dà la Sinistra del militarismo moderno in “Il socialismo di ieri dinanzi alla guerra di oggi”, da ”L’Avanguardia” del 25 ottobre 1914.
«Dati i progressi della tecnica, i cannoni, gli esplosivi, le navi che si costruiscono oggidì sono senza paragone più potenti degli antichi mezzi di offesa. Lo sviluppo dell’economia borghese, e la enorme importanza assunta dagli organismi statali, accentratori di tante vitali funzioni, permettono a questi di investire nella preparazione bellica risorse finanziarie ignorate dagli antichi monarchi e condottieri di tutte le epoche. Inoltre, i vincoli con cui gli Stati moderni legano, sotto la vernice della civiltà democratica, i singoli individui, vanno diventando così stretti che lo Stato può disporre di masse enormi di armati, succhiando fin l’ultimo uomo valido alle popolazioni. Lo Stato militare dispone di un gran numero di soldati addestrati alle armi e veterani grazie alla coscrizione obbligatoria, sistematicamente introdotta dopo la rivoluzione francese (fu deliberata proprio dalla Convenzione in Francia). La immensa rete di ferrovie che è alla portata degli Stati moderni permette di dislocare e mobilitare in poche ore masse enormi di uomini, che vengono reclutati, armati e portati al confine con celerità impressionante a milioni e milioni.
«Soffermatevi col pensiero su questo spettacolo delle mobilitazioni moderne! Quale maggiore insulto alla libertà individuale di questo reso possibile dalle ultimissime risorse della cosiddetta civiltà e della costituzione degli Stati in regime borghese e sulle direttive democratiche? Le guerre antiche non presentavano nulla di simile. Gli eserciti erano molto meno numerosi, erano formati in gran parte per necessità tecnica di veterani, tutti volontari mercenari, ed i reclutamenti forzati erano limitati, episodici e molto più difficili di oggi. Gran parte dei lavoratori erano lasciati ai campi ed ai loro mestieri; fare il soldato era una professione o una libera decisione – si ignoravano le enormi masse di oggi e le carneficine delle battaglie combattute con le armi moderne. Le stesse invasioni barbariche erano migrazioni di popoli che muovevano, con le famiglie, gli armenti e gli strumenti di lavoro, a predare terre ridenti e fertili per il maggior benessere di tutti – sia pure assicurato con la forza bruta – mentre il soldato moderno, se anche sopravvive alla guerra vittoriosa, torna alla consueta vita di sfruttamento e di miseria, probabilmente aggravata, dopo aver lasciato a casa la famiglia che lo Stato sostiene… con pochi centesimi.
«Le guerre dell’epoca feudale erano anche diverse. I baroni personalmente vestivano il ferro e mettevano a rischio la vita, seguiti da poche migliaia di uomini d’armi, per cui la guerra era un mestiere coi rischi inerenti ad ogni mestiere. La guerra cui assistiamo non è dunque un ritorno all’epoca barbara o feudale, ma è un fenomeno storico proprio del nostro tempo, che avviene non malgrado la civiltà attuale, ma appunto a causa del regime capitalistico che cela sotto l’aspetto della civiltà una profonda barbarie. La possibilità e la fatalità della guerra sono inerenti alla costituzione degli Stati moderni, che in regime di democrazia politica mantengono la schiavitù economica ed estendono la propria strapotenza, apparentemente basata sul consenso di tutti, fino al punto che un pugno di ministri, esponenti della classe dominante, può portare in ventiquattro ore sulla linea del fuoco e della morte milioni di uomini che non sanno dove e perché e contro chi saranno mandati: fatto impressionante che raggiunge il massimo dell’arbitrio tiranno che nel corso dei secoli ha oppresso moltitudini umane».
Aggiunge Liebknecht:
«L’esercito dell’ordinamento sociale capitalistico, al pari dell’esercito degli ordinamenti fondati sulla divisione della società in classi, assolve a un duplice scopo.
«Esso è in primo luogo una istituzione nazionale destinata all’offesa esterna o alla difesa contro una minaccia dall’esterno, destinata in breve all’ipotesi di complicazioni internazionali, o per adoperare un’espressione militare, contro il nemico esterno.
«Ma il militarismo non è soltanto difesa e offesa contro il nemico esterno, esso assolve a un secondo compito, che balza sempre più in primo piano via via che più acutamente si inaspriscono i contrasti di classe e che cresce la coscienza di classe del proletariato, sempre più determinando la forma esterna del militarismo e il suo carattere interno: il compito di difesa dell’ordinamento sociale dominante, di sostegno del capitalismo e di ogni reazione contro la lotta di liberazione della classe operaia. Sotto questo aspetto esso non si mostra che quale puro strumento della lotta di classe, destinato, unitamente alla polizia e alla giustizia, alla scuola e alla chiesa, a frenare lo sviluppo della coscienza di classe e, al di là di ciò, a garantire ad una minoranza, costi quel che costi, il dominio nello Stato e la libertà di sfruttamento foss’anche contro la consapevole volontà della maggioranza del popolo.
«Ci troviamo quindi di fronte al militarismo moderno, che vuole essere né più né meno la quadratura del cerchio, che arma il popolo contro il popolo stesso, che non si accorge di fare dell’operaio, mentre cerca artificiosamente di introdurre con ogni mezzo nella nostra articolazione sociale una distinzione per classi d’età, l’oppressore e nemico, l’assassino dei suoi stessi amici e compagni di classe, dei suoi genitori, fratelli e figli, del suo stesso passato e del suo avvenire, che vuole essere a un tempo democratico e dispotico, illuminato e meccanico, popolare e nemico del popolo. Invero non bisogna dimenticare che il militarismo si rivolge anche contro il “nemico” interno nazionale».
Questi i caratteri generali del militarismo e in particolar modo di quello capitalista.
Oggi, dopo due guerre imperialiste, vinte ambedue dal blocco occidentale, il militarismo tedesco-prussiano è stato messo in ginocchio e sostituito nella sua funzione di militarismo esemplare da quelli statunitense e russo.
La borghesia rispetto agli inizi del secolo ha ancora più sviluppato il militarismo, ha centuplicato le spese militari e il morbo del militarismo, che era in quel tempo limitato alla scala europea, ha ormai invaso l’intero globo. Come afferma Lenin,
«L’imperialismo tende per sua natura a ingigantire il fenomeno del militarismo capitalista e a militarizzare l’intera società, soprattutto nei momenti di più acuta crisi economica e sociale».
Carattere delle guerre
Lenin nel saggio “Il socialismo e la guerra” scritto in piena guerra, nel luglio-agosto 1915, prende in esame il carattere della guerra imperialista in atto distinguendola dalle precedenti guerre della storia moderna.
Tipi storici di guerre nei tempi moderni.
La grande Rivoluzione francese ha iniziato una nuova epoca nella storia dell’umanità. Da allora fino alla Comune di Parigi, dal 1789 al 1871, un particolare tipo di guerra è costituito dalle guerre a carattere borghese progressivo, di liberazione nazionale. In altre parole, il principale contenuto ed il significato storico di queste guerre è stato l’abbattimento e la distruzione dell’assolutismo e del feudalesimo, l’abbattimento dell’oppressione straniera. Esse sono state, perciò, guerre progressive e tutti gli onesti democratici rivoluzionari, nonché tutti i socialisti, durante tali guerre, simpatizzarono sempre per il successo di quel paese (cioè di quella borghesia) che contribuiva ad abbattere o a minare i pilastri più pericolosi del feudalesimo, dell’assolutismo e dell’oppressione di popoli stranieri.
Differenza fra guerra di aggressione e guerra di difesa.
Il periodo 1789-1871 ha lasciato tracce e ricordi rivoluzionari profondi. Fino all’abolizione del feudalesimo, dell’assolutismo e dell’oppressione straniera, non si poteva nemmeno parlare di uno sviluppo della lotta proletaria per il socialismo. Quando parlavano di legittimità della guerra “difensiva”, a proposito delle guerre di tale epoca, i socialisti avevano presenti appunto sempre quegli scopi, cioè la rivoluzione contro il medioevo e contro la servitù della gleba. Per guerra “difensiva” i socialisti hanno sempre inteso una guerra “giusta” in questo senso (una volta W. Liebknecht si espresse appunto così). Soltanto in questo senso i socialisti hanno riconosciuto e riconoscono ogni legittimità, il carattere progressivo e giusto della “difesa della patria” o della guerra “difensiva”. Per esempio, se domani il Marocco dichiarasse guerra alla Francia, l’India all’Inghilterra, la Persia o la Cina alla Russia, ecc., queste sarebbero delle guerre “giuste”, delle guerre “difensive” indipendentemente da chi avesse attaccato per primo, ed ogni socialista simpatizzerebbe per la vittoria degli Stati oppressi, soggetti e privi di diritti, contro le “grandi” potenze schiaviste che opprimono e depredano.
«Ma immaginate che un padrone di cento schiavi guerreggi con un altro che ne possiede duecento per una più “giusta” ripartizione degli schiavi stessi. È chiaro che, in un simile caso, la qualifica di guerra “difensiva” o di “difesa della patria” costituirebbe una falsificazione storica e, in pratica, solo un inganno del popolo semplice, della piccola borghesia, della gente ignorante, da parte degli astuti padroni di schiavi. È proprio così che la borghesia imperialista del nostro tempo inganna i popoli, servendosi dell’ideologia “nazionale” e del concetto di difesa della patria nell’attuale guerra fra i padroni di schiavi, per il consolidamento ed il rafforzamento della schiavitù.
«La guerra attuale è una guerra imperialista.
«Quasi tutti riconoscono che la guerra attuale è imperialista, ma i più deformano questo concetto o lo applicano unilateralmente o cercano di far credere alla possibilità che questa guerra abbia un significato borghese-progressivo di liberazione nazionale. L’imperialismo è il più alto grado di sviluppo del capitalismo, ed è stato raggiunto soltanto nel XX secolo. Per il capitalismo sono divenuti angusti i vecchi Stati nazionali, senza la cui formazione non avrebbe potuto abbattere il feudalesimo. Il capitalismo ha sviluppato a tal punto la concentrazione che interi rami dell’industria sono nelle mani di sindacati, di trust, di associazioni di capitalisti miliardari, e quasi tutto il globo è diviso tra questi “signori del capitale”, o in forma di colonie o mediante la rete dello sfruttamento finanziario che lega con mille fili i paesi stranieri. Il libero commercio e la concorrenza sono stati sostituiti dalla tendenza al monopolio, dall’usurpazione di terre per impiegarvi dei capitali, per esportare materie prime, ecc. Da liberatore delle nazioni quale era nella lotta contro il feudalesimo, il capitalismo, nella fase imperialista, è divenuto il maggiore oppressore delle nazioni. Da progressivo, il capitalismo è divenuto reazionario; ha sviluppato a tal punto le forze produttive che l’umanità deve o passare al socialismo o sopportare per anni, e magari per decenni, la lotta armata tra le “grandi” potenze per la conservazione artificiosa del capitalismo mediante le colonie, i monopoli, i privilegi e le oppressioni nazionali di ogni specie».
Per Lenin il concetto fondamentale, in polemica con i traditori sciovinisti, è il sabotaggio totale senza riserve, giustificazioni e tentennamenti alla guerra imperialista; ma allo stesso tempo ammette in quali casi i socialisti non sono contro la guerra.
In primo luogo sostiene negli innumerevoli scritti del 1915-1916 le guerre rivoluzionarie borghesi, che, se sono terminate in Europa dopo il 1871, sono attuali in aree extraeuropee in modo particolare nelle aree asiatiche e orientali. La Comune di Parigi rappresenta la data di separazione storica in cui terminano le guerre rivoluzionarie borghesi in Europa, per aprire la strada alle successive guerre imperialiste. Dopo il 1871 il movimento proletario europeo si porta sul piano della rivoluzione e rompe con la nazione. Marx lo sentenziò con la nota formula «ormai tutti gli eserciti nazionali sono confederati contro il proletariato».
In secondo luogo Lenin ammette un altro fondamentale tipo di guerra, la guerra civile fra le antagoniste classi sociali, guerra ineluttabile di progresso sociale e che culminerà nella guerra rivoluzionaria, non più borghese ma socialista, di domani.
«I socialisti non possono negare l’importanza positiva delle guerre rivoluzionarie, cioè delle guerre non imperialiste, come per esempio delle guerre condotte dal 1789 al 1871 per l’abolizione della oppressione nazionale e per mettere fine al frazionamento feudale con la creazione di Stati capitalistici nazionali, oppure delle possibili guerre per la difesa delle conquiste del proletariato vittorioso nella lotta contro la borghesia» (“Risoluzioni delle sezioni estere del Partito Operaio Socialdemocratico Russo”).
Il nostro antimilitarismo
Dalla individuazione storica dei tipi fondamentali di guerra deriva la comprensione del rapporto fra guerra e rivoluzione e di come si articola nelle diverse situazioni l’invariante piano tattico marxista, così come si è precisato nel corso della storia del movimento operaio e dall’esame della tattica antimilitaristica della socialdemocrazia nella Seconda Internazionale.
L’avversione al militarismo borghese è parte integrante della tradizione storica del movimento proletario rivoluzionario internazionale, anche se soprattutto gli anarchici ne fecero nel secolo scorso la loro bandiera, che riuscì ad influenzare negativamente il movimento operaio socialista. I marxisti di sinistra, nella Prima e nella Seconda Internazionale, hanno sempre assunto una posizione antitetica nei confronti dell’antimilitarismo anarchico.
L’anarchismo considera il militarismo un fenomeno autonomo, come un prodotto soggettivo della politica delle classi dominanti, un male in sé. Vede la lotta antimilitarista come una serie di atti individuali determinati da singole volontà coscienti, come il sabotaggio, il rifiuto della coscrizione e dell’uso delle armi, mezzi che potrebbero evitare le guerre e la carneficina di proletari. Con questa concezione è pronto ad appoggiare qualsiasi azione individuale, prescindendo dai reali rapporti di forza. L’azione antimilitarista anarchica si è sempre risolta in vuoti appelli pacifisti contro la guerra, piuttosto che in concrete azioni nel senso dell’organizzazione proletaria.
All’obiezione di coscienza, al rifiuto individuale dell’uso delle armi, all’esaltazione del gesto individuale i marxisti hanno sempre opposto una concezione e un’azione classista completamente opposta. I comunisti combattono i pesanti oneri che il militarismo borghese determina nella classe operaia, e soprattutto nell’esercito, che inquadra nella massima parte il proletariato, per condurre nella società e soprattutto all’interno delle forze armate un’azione classista rivoluzionaria, affinché la macchina del militarismo borghese si inceppi sotto i colpi dell’azione proletaria e con lo scopo di costituire all’interno dell’esercito una organizzazione illegale di partito, che prepari le condizioni soggettive del disfattismo rivoluzionario e dell’organizzazione dell’armata proletaria.
La nostra avversione al militarismo ha sempre assunto una caratterizzazione ben definita rispetto alla concezione anarchica.
L’antimilitarismo, per i socialisti di sinistra prima per i comunisti poi, non ha mai rappresentato un fine a sé stesso ma una delle facce dell’azione anticapitalista del socialismo.
«Il militarismo domina e divora l’Europa. Ma questo militarismo reca in sé anche il germe della propria rovina. La concorrenza reciproca dei singoli Stati li costringe da una parte ad impegnare ogni anno più denaro per esercito, marina, cannoni, ecc., dall’altra a dare un carattere di serietà sempre maggiore al servizio militare obbligatorio per tutti e con ciò, in definitiva, familiarizzare tutto il popolo con l’uso delle armi e a renderlo quindi capace di far valere ad un certo momento la sua volontà di fronte a quei signori della casta militare che esercitano il comando. E questo momento si presenta non appena la massa del popolo, operai delle campagne e delle città e contadini, ha una volontà. A questo punto l’esercito dei principi si muta in esercito del popolo, la macchina si rifiuta di servire, il militarismo soggiace alla dialettica del suo proprio sviluppo (…) E ciò significa far saltare in aria dall’interno il militarismo e, con esso, tutti gli eserciti permanenti» (Engels, “Anti-Dühring”).