Partito Comunista Internazionale

L’Antimilitarismo nella Seconda Internazionale

Categorie: Capitalist Wars, Military Question, Pacifism, Second International

Articolo genitore: Comunismo e guerra

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L’Antimilitarismo nella Seconda Internazionale

Esposto alla riunione generale del maggio 1984 [RG29]

Premessa

     «Si falsificherebbe la storia se si affermasse che la Prima e la Seconda Internazionale non avessero preso in considerazione il problema della guerra e che non avessero cercato di risolverlo nell’interesse della classe operaia. Si potrebbe addirittura affermare che il problema della guerra fu posto all’ordine del giorno dall’inizio della Prima Internazionale (guerra del 1859: Francia e Piemonte contro l’Austria; del 1864: Prussia e Austria contro la Danimarca; del 1866: Prussia e Italia contro Austria e Germania del Sud; 1870: Francia contro Germania; e senza contare la guerra di Secessione del 1861-65 negli Stati Uniti, l’insurrezione della Bosnia e della Erzegovina del 1878 contro l’annessione austriaca, che molto appassionò gli internazionalisti dell’epoca, ecc.)» (“La prima e la seconda Internazionale di fronte al problema della guerra” da “Bilan” n.21 luglio–agosto 1935).

Marx ed Engels combatterono le illusioni democratiche dei pacifisti e il falso filantropismo borghese, che voleva con la concordia delle classi abolire la guerra, e dimostrarono l’esigenza storica dell’uso della violenza rivoluzionaria per la trasformazione della società. Questa esigenza, imprescindibile per la rivoluzione proletaria, è stata enunciata da Marx nell’indirizzo del Comitato Centrale della lega dei Comunisti del marzo del 1850, che stabilisce al tempo stesso la tattica proletaria nella doppia rivoluzione.

     «Ma per potersi contrapporre energicamente e minacciosamente a questo partito [l’avverso partito democratico borghese], il cui tradimento verso gli operai incomincerà con la prima ora della vittoria, gli operai debbono essere armati e organizzati. L’armamento di tutto il proletariato con schioppi, fucili, pistole e munizioni deve essere attuato subito; bisogna opporsi subito al ristabilimento della vecchia guardia civica rivolta contro gli operai. Ma dove non possa venir conseguito quest’ultimo scopo, gli operai debbono tentare di organizzarsi indipendentemente in guardia proletaria, con capo e stato maggiore eletti da loro, e di porsi agli ordini non dei poteri dello Stato, ma dei Consigli comunali formati dagli operai [organizzazioni politiche territoriali, dei veri e propri soviet]. Dove gli operai sono alle dipendenze dello Stato, debbono effettuare il proprio armamento e la propria organizzazione in un corpo speciale, con capi scelti da loro, oppure come parte della guardia proletaria. Non bisognerà consegnare, sotto nessun pretesto, le armi e le munizioni, e ad ogni tentativo di disarmo bisognerà, se occorre, opporsi con la forza».

Marx qui enuncia la esigenza di una guardia rossa e di una armata rossa per la presa rivoluzionaria del potere.

Questo insegnamento scaturì dalla sanguinosa lotta di classe del giugno 1848 in Francia, dove i proletari parigini tentarono per la prima volta “l’assalto al cielo”; la risposta della borghesia fu immediata: mentre si era dimostrata vile nel combattere le forze della reazione feudale, si dimostrò decisa e feroce nel combattere il proletariato.

Al Terzo Congresso dell’Internazionale, tenuto a Bruxelles nel 1863, si votò una mozione sull’atteggiamento da tenersi nel caso di un conflitto delle grandi potenze europee, dove i lavoratori erano invitati ad impedire la guerra fra i popoli e si raccomandava lo sciopero generale in caso di guerra.

Marx ed Engels, anche se furono costretti a mettere negli Statuti e nell’Indirizzo Inaugurale, che correvano il rischio di essere redatti da Mazzini, le parole di morale, civiltà e diritto, condussero un’aspra lotta contro tutte le correnti pacifiste e di ispirazione piccolo-borghese che predicavano pace e disarmo e affermarono che in regime borghese le guerre sono inevitabili perché sono una diretta conseguenza del sistema stesso.

Al Congresso di Losanna del 1867, da parte dei delegati di sinistra legati a Marx fu sottolineato che «non era sufficiente sopprimere l’esercito permanente per sostituirlo con la milizia popolare, per porre fine alle guerre», ma necessitava una trasformazione di tutto l’ordine sociale esistente. La rivendicazione della milizia popolare è caratteristica della democrazia borghese rivoluzionaria all’epoca della grande rivoluzione francese. «Questa idea, consisteva nella riconciliazione di tutte le classi della società borghese, nella formazione di un fronte unico nazionale, che pretendeva di levarsi al di sopra delle classi».

All’epoca della formazione della Prima Internazionale infatti le correnti non marxiste si illudevano che la panacea universale per impedire la guerra fosse la soppressione degli eserciti permanenti, sostituiti dalla milizia popolare. Queste illusioni democratiche furono anche sostenute dai destri della Seconda Internazionale, in modo particolare da Jaurès.

La lezione storica che la dottrina marxista ha tratto dal suo nascere, e che sarà scolpita da Lenin e confermata nella rivoluzione d’ottobre, è invece che prima di realizzare una trasformazione socialista è necessaria la dittatura del proletariato.

La caratteristica fondamentale della Seconda Internazionale fu di essere ispirata ai princìpi del marxismo rivoluzionario, ma in campo tattico dava la possibilità alle singole sezioni nazionali federate, e all’interno di queste alle correnti che si formassero, di esprimere diversi programmi tattici, che i congressi definivano di volta in volta secondo il rapporto di forza fra le frazioni riformiste e quelle marxiste rivoluzionarie.

I marxisti autentici, prima Engels, poi Lenin e tutte le sinistre internazionali, lottarono contro i revisionismi e gli opportunismi, tentando di far prevalere un programma rivoluzionario.

Il vecchio programma della socialdemocrazia, inteso come prospettiva dell’azione del partito, che in senso storico si innestava in una fase particolare dello sviluppo capitalistico, cosiddetto pacifico, comprendeva fra i compiti propri della socialdemocrazia quello di rivendicare “riforme democratiche” come un mezzo per l’avanzata della causa proletaria. Anche i marxisti della Seconda Internazionale ravvisarono in alcune rivendicazioni sociali e politiche elementi di progresso storico, che tendevano al completamento delle rivoluzioni borghesi e quindi utili nel processo rivoluzionario proletario.

Ma per le sinistre questa strada mai avrebbe potuto evitare la conquista violenta del potere politico. Accanto al “programma massimo”, in quel periodo storico le destre e il centro si illusero che fosse possibile condurre una lotta sul terreno di classe contro il militarismo, inserita nel “programma minimo”, intesa a democratizzare il militarismo e l’apparato statale in generale, allo scopo di promuovere condizioni favorevoli al processo rivoluzionario.

Per l’ala riformista, la lotta così condotta era intesa come una graduale e progressiva evoluzione che, in unione a quella parlamentare, avrebbe aperto le porte alla conquista pacifica e graduale del potere. La lotta antimilitarista dei riformisti giunge a rifiutare la partecipazione proletaria alle guerre, ma la politica pacifista non considera le effettive possibilità della guerra e le conseguenze che ne derivano.

Questo contrasto di programmi accompagnò tutto l’arco della vita della Seconda Internazionale fino a quando, con il tradimento del 1914, la guerra imperialista dimostrò impossibile coniugare preparazione rivoluzionaria e lotta per la democratizzazione del militarismo e delle istituzioni statali borghesi, e non più possibile tollerare la presenza all’interno dei partiti operai della corrente opportunista riformista.

L’esame delle risoluzioni sull’antimilitarismo e la guerra dei congressi della Seconda Internazionale ci porta al “nodo” che segue tutta la vita dell’Internazionale dal 1889 al 1914: la lotta tra le forze sane rivoluzionarie di sinistra e le due correnti, anarchica e riformista. Queste si svelarono in tutta la loro chiarezza (anche se già prima la loro funzione era indubitabile per la sinistra internazionale) allo scoppio della Prima Guerra mondiale, quando anarchismo e riformismo andarono a braccetto sotto le patrie bandiere a difendere le proprie “terre natali”, disquisendo sulla natura delle guerre per poter giustificare la loro débâcle in nome del marxismo.

In realtà la storia della Seconda Internazionale è estremamente complessa perché in essa si riflettono un insieme di passaggi storici sia per il capitalismo, che segna uno sviluppo delle forze produttive senza precedenti (nascita dell’imperialismo), sia per il movimento socialista che si espande oltre i confini dell’Europa e vede al suo interno la nascita e il consolidamento dei partiti socialisti a scala nazionale, e conosce il fenomeno opportunista (1ªondata opportunista, “bernsteiniana”, 1886-1903; 2ª ondata, 4 agosto 1914, “socialsciovinismo”).

Engels indirizzò il processo di formazione dell’Internazionale e si oppose a una sua ricostituzione che non tenesse conto del bilancio storico tratto dall’esperienza della Prima Internazionale, dove Marx dovette combattere sia con la critica dottrinale sia sui metodi contro Bakunin e i suoi tenaci sostenitori in Francia, Svizzera, Spagna e Italia.

I socialisti tedeschi temevano che una nuova Internazionale, nata per iniziativa belga o francese, sarebbe stata influenzata dal Partito Operaio Socialista Francese, o partito dei “Possibilisti”, che per Engels erano gli avversari più pericolosi non essendo che, come egli li aveva definiti, «allievi di Bakunin con una bandiera differente ma con tutto il vecchio arsenale e la vecchia tattica».

Nel 1889 si tennero a Parigi due Congressi separati; uno dei “Possibilisti” e delle Trade Unions inglesi, l’altro del Partito Operaio Francese, o dei “Collettivisti”, e della Socialdemocrazia tedesca. Solo nel dicembre del 1890 si giunse ad una unificazione dove trionfarono le condizioni formulate da Engels e al Congresso di Bruxelles del 1891 i marxisti prevalsero su tutte le questioni di principio e di tattica; soltanto allora fu possibile fondare una nuova Internazionale.

Engels partecipò attivamente alla preparazione dei primi tre Congressi e tenne il discorso di chiusura a Zurigo nel 1893.

A questo proposito citiamo dall’ampio carteggio alcuni passi che ci mostrano la conclusione della dura battaglia teorica che precedette la nascita della Internazionale. Da una lettere di Engels a Sorge del 2 settembre 1891 in commento al Congresso di Bruxelles: «I marxisti hanno vinto su tutta la linea, sia riguardo ai principi che alla tattica». Da una lettera a Paul Lafargue del 9: «Comunque sia sono soddisfatto del Congresso. Anzitutto perché ha rappresentato il crollo definitivo dell’opposizione Brousse-Hyndman (…) Poi l’espulsione degli anarchici. Là dove la vecchia Internazionale cessò, proprio là iniziava la nuova. Questa, dopo 19 anni, è la conferma pura e semplice delle risoluzioni dell’Aia». Da una lettera a Sorge del 14: «La cosa migliore è che gli anarchici sono stati buttati fuori, proprio come al Congresso dell’Aia. Dove la vecchia Internazionale cessò proprio là si sviluppa la nuova, infinitamente più grande e dichiaratamente marxista».

I Congressi – Le risoluzioni su antimilitarismo e guerra

Seguendo il percorso di tutti e nove i Congressi della Seconda Internazionale si ritrovano sempre alcune rivendicazioni (con alcune differenze di cui vedremo il significato): soppressione degli eserciti permanenti, creazione della milizia popolare, disarmo, arbitrato internazionale.

Al Congresso di Parigi del 1889 (divenuto poi il Congresso di fondazione dell’Internazionale) parteciparono 400 delegati provenienti da 22 paesi d’Europa e d’America. Sulla questione del militarismo si chiese l’abolizione degli eserciti permanenti e la creazione della milizia popolare.

Al successivo Congresso di Bruxelles del 1891 al centro dei lavori fu la questione del militarismo. Il Congresso respinse la proposta avanzata dall’anarchico olandese Nieuwenhuis di adottare come mezzo di lotta contro la guerra lo sciopero generale e fece propria la risoluzione W. Liebnecht-Vaillant che poneva in evidenza la matrice economica del militarismo e invitava gli operai a protestare contro tutte le velleità belliche e le alleanze che le favorivano.

Al successivo Congresso di Zurigo del 1893 la risoluzione sul militarismo, oltre a basarsi su quella di Bruxelles, affermò la necessità che i deputati socialisti respingessero ogni credito di guerra e si battessero per il disarmo e l’abolizione degli eserciti permanenti.

Al Congresso di Londra del 1896 vennero riprese le risoluzioni dei Congressi precedenti e comparve la richiesta di un tribunale di arbitrato internazionale che avrebbe deciso sui conflitti in corso fra le nazioni.

Al Congresso di Parigi del 1900 la risoluzione su antimilitarismo e guerra propugnò l’educazione della gioventù contro il militarismo, l’obbligo per i parlamentari di votare contro i crediti militari e coloniali e sostenne la necessità di una agitazione antimilitaristica comune in tutti i paesi.

Queste richieste furono riprese anche nei Congressi successivi, sebbene dal Congresso di Parigi del 1900 in poi la sinistra rivoluzionaria (Lenin-Luxemburg) conduca un’azione sempre più serrata e netta affinché vengano approvate risoluzioni che chiariscano che la guerra è un fenomeno indissolubile del capitalismo.

Formulazioni teoriche più precise si ebbero a Stoccarda 1907 e a Basilea 1912 appunto perché a quei Congressi la sinistra era riuscita a far tacere le tendenze opportuniste.

Le richieste di milizia popolare, disarmo, arbitrato internazionale, trovavano la loro spiegazione nelle illusioni del periodo storico di sviluppo “pacifico” del capitalismo, ma che appaiono completamente superate nella fase imperialista; ed anzi la loro demagogica difesa rappresenta oggi solo mistificazione opportunista.

Citiamo a proposito da un articolo di Trotski (“La nostra politica per la creazione dell’armata”, tesi adottata dall’Ottavo Congresso del P.C. russo nel marzo del 1919):

     «Il vecchio programma della socialdemocrazia richiedeva la formazione di una milizia popolare sulla base, per quanto possibile, di un’istruzione militare data fuori delle caserme a tutti i cittadini idonei alle armi. Questa esigenza di programma, che, all’epoca della Seconda Internazionale, si opponeva all’armata regolare, imperialista, coll’istruzione nelle caserme, servizio militare di lunga durata e corpo ufficiale di casta, aveva la stessa portata storica delle altre richieste della democrazia: suffragio universale, monocameralismo, ecc.
     «Nelle condizioni dello sviluppo capitalista “pacifico” e del proletariato, costretto fino ad un certo momento ad adattare la lotta delle classi ai metodi della legalità borghese, il compito naturale della socialdemocrazia era di esigere forme molto più democratiche nell’organizzazione dello Stato e dell’armata capitalistica. La lotta su questa base senza dubbio aveva un significato educativo, ma, come ha dimostrato l’importantissima esperienza dell’ultima guerra, la lotta per la democratizzazione del militarismo borghese ha dato ancor meno risultati della lotta per la democratizzazione del parlamentarismo borghese: poiché nel campo del militarismo la borghesia può solo tollerare un “democratismo” che non intacchi la sua dominazione di classe, in altre parole un democratismo illusorio e fittizio. Quando si tratta di toccare gli interessi vitali della borghesia, in campo internazionale come nei rapporti interni, il militarismo borghese in Germania, in Francia, in Svizzera, in Inghilterra, in America, nonostante tutte le differenze degli Stati e delle strutture delle armate di questi diversi paesi, ha rivelato gli stessi tratti spietati di crudeltà di classe.
     «Quando la lotta delle classi si trasforma in guerra civile aperta rompendo l’involucro del diritto borghese e delle istituzioni borghesi democratiche, la parola d’ordine “milizia popolare” è totalmente priva di senso, allo stesso modo di quella del parlamento democratico: perché diventa un’arma della reazione».

Al Congresso di Stoccarda, del 1907, furono presentate quattro mozioni: tre che rappresentavano le tre tendenze del partito socialista francese e una dei socialdemocratici tedeschi. La prima tendenza francese, di ispirazione anarchica, era rappresentata da Hervè e si opponeva al patriottismo auspicando lo sciopero militare e l’insurrezione come risposta socialista alla guerra. La seconda tendenza era rappresentata da Guesde, che considerava la propaganda antimilitarista fra la classe operaia un ostacolo all’edificazione del socialismo, di conseguenza condannava gli strumenti dell’antimilitarismo (la diserzione, lo sciopero militare, l’insurrezione). La terza tendenza, di Vaillant–Jaurés, attaccava le altre due giudicando estremismo verbale la posizione di Hervé e possibilismo passivo quella di Guesde, ed esordiva dichiarando che il militarismo e l’imperialismo erano di fatto gli strumenti organizzati del capitalismo e che in caso di guerra nella nazione attaccata la sua classe operaia avevano il tassativo dovere di difendere la propria autonomia e indipendenza (premessa questa a tutte le disquisizioni del 1914 su guerra di offesa e di difesa e quindi della parola d’ordine “difesa della patria”).

Infine la risoluzione di Bebel per i tedeschi si apriva con l’affermazione che le guerre fra gli Stati capitalistici erano in generale la conseguenza di rivalità sul mercato mondiale, che le guerre erano l’essenza del capitalismo, che la classe operaia era la nemica naturale della guerra. In caso di guerra gli operai e i loro rappresentanti in parlamento dovevano fare di tutto per impedire il conflitto; e se la guerra fosse scoppiata, malgrado tutti gli sforzi, dovevano farla cessare nel più breve tempo possibile.

Tutte le risoluzioni all’infuori di quella di Hervé chiedevano la creazione della milizia civile.

Alla fine della discussione Lenin, Luxemburg e Martov a nome dei socialdemocratici russi presentarono alcuni emendamenti alla risoluzione di Bebel. Gli scopi più importanti di questi emendamenti erano: 1) integrare la tesi di Bebel, che indicava l’origine delle guerre nelle rivalità economiche fra gli Stati capitalistici, aggiungendo un riferimento alla competizione militarista negli armamenti; 2) mettere in rilievo la necessità di educare i giovani alle idee del socialismo e della fraternità fra i popoli e di dar loro una coscienza di classe; 3) riscrivere il paragrafo finale della risoluzione in maniera da offrire una guida molto più chiara nei seguenti termini:

     «Se una guerra minaccia di scoppiare è dovere della classe operaia di tutti i paesi interessati, e dei suoi rappresentanti in parlamento, compiere ogni sforzo per impedirla con tutti i mezzi ritenuti opportuni, mezzi che sono diversi e mutano naturalmente a seconda dell’intensità della lotta di classe e della situazione politica in generale.
     «Se ciò nonostante la guerra dovesse egualmente scoppiare, è loro dovere intervenire per porvi fine al più presto, e sfruttare con tutte le forze la crisi economica e politica creata dalla guerra per scuotere gli strati più profondi della popolazione e accelerare la caduta del dominio capitalistico».

A proposito di una valutazione della mozione di Stoccarda citiamo Lenin:

     «La risoluzione di Bebel, proposta dai tedeschi e che in tutto ciò che era essenziale coincideva con la risoluzione di Guesde, aveva appunto il difetto di non contenere nessun accenno ai compiti attivi del proletariato. Questo dava la possibilità di leggere le tesi ortodosse di Bebel con gli occhiali dell’opportunismo. Vollmar ha trasformato immediatamente questa possibilità in realtà. Ecco perché Luxemburg e i delegati russi socialdemocratici hanno presentato propri emendamenti alla risoluzione di Bebel» (Lenin “Il Congresso socialista di Stoccarda”).

A Copenaghen, nel 1910, ci fu un acceso dibattito sullo sciopero generale in caso di guerra, ma nella risoluzione finale si escluse ogni riferimento allo sciopero e il compito di lottare contro la guerra fu lasciato quasi per intero ai gruppi parlamentari socialisti dei vari paesi, i quali furono invitati a votare contro qualsiasi stanziamento militare, per forze terrestri e navali, a chiedere l’arbitrato obbligatorio per tutte le controversie internazionali, a battersi per il disarmo generale e, in via preliminare, per convenzioni che limitassero gli armamenti navali e abolissero il diritto a requisire navi mercantili, per l’abolizione della diplomazia segreta e la pubblicazione di tutti i trattati internazionali e infine per l’indipendenza di tutti i popoli.

Copenaghen rappresenta quindi un passo indietro rispetto a Stoccarda, soprattutto considerando la gravità della situazione internazionale: una serie di conflitti si stava profilando all’orizzonte precipitando inesorabilmente verso la guerra.

Il Congresso a Basilea nel 1912 si tenne soprattutto per presentare un fronte socialista compatto contro la guerra. L’occasione fu lo scoppio effettivo di un conflitto nei Balcani, dove Bulgaria, Serbia, Grecia e Montenegro si erano coalizzati per spartirsi gli ultimi resti dell’Impero turco in Europa.

Quando il Congresso ebbe luogo l’esito della guerra era già scontato: le forze turche erano state sgominate e già avviato il processo di spartizione tra i vincitori delle province della Turchia europea. La guerra era stata scatenata senza l’intervento diretto di nessuna delle grandi potenze europee, ma certamente queste non sarebbero rimaste passive di fronte alla sistemazione definitiva della regione balcanica.

La risoluzione di Basilea, che rappresenta la somma di innumerevoli pubblicazioni di agitazione e di propaganda di tutti i paesi contro la guerra, rappresenta l’enunciazione più precisa data dall’Internazionale sulla guerra. Il Manifesto di Basilea afferma che la guerra creerà una grave crisi economica e politica, che i lavoratori considereranno la loro partecipazione alla guerra come un delitto e riterranno criminoso «sparare gli uni sugli altri per il profitto dei capitalisti, per l’orgoglio delle dinastie e per la stipulazione dei trattati segreti». Riprendendo integralmente la mozione di Lenin a Stoccarda ribadisce che «se tuttavia la guerra scoppiasse, è dovere dei socialisti intervenire per farla cessare prontamente e utilizzare con tutte le loro forze la crisi economica e politica creata dalla guerra per far leva sugli strati popolari più profondi e affrettare la caduta del dominio capitalistico». Inoltre avverte «sappiano bene i governi che nelle attuali condizioni dell’Europa e con l’attuale stato d’animo della classe operaia, essi non potranno scatenare la guerra senza pericolo per loro stessi» e ricorda loro che la guerra ha provocato l’esplosione rivoluzionaria della Comune, la rivoluzione del 1905 in Russia, ecc.

Il Manifesto di Basilea non dice una parola né sulla difesa della patria né sulla distinzione fra guerra offensiva e difensiva; dà un’idea chiara di tutti i conflitti di interessi che nel 1912 spingevano alla guerra futura del 1914, fra Austria e Russia per il predominio nei Balcani, fra Inghilterra, Francia e Germania per la di tutte loro politica di conquista dell’Asia Minore; fra Austria e Italia per l’aspirazione di ciascuna a comprendere l’Albania nella propria sfera d’influenza e così via.

Il Manifesto diceva chiaramente che la prossima guerra era una guerra fra predoni per la spartizione del bottino e per l’asservimento di altri paesi.

La questione coloniale o il cammino dell’opportunismo in seno all’Internazionale

Strettamente legata a quella dell’antimilitarismo è la questione coloniale perché nel periodo cosiddetto “pacifico” del capitalismo, o meglio di “pace armata” fra le grandi potenze, spesso l’esercito era impiegato in guerre sanguinose contro i popoli di colore.

Parigi 1900. La risoluzione presentata dall’olandese Van Kol impegnava l’Internazionale non solo a lottare con ogni mezzo contro la politica di espansionismo coloniale delle potenze capitalistiche, ma anche a promuovere il più possibile la formazione di partiti socialisti nei paesi coloniali. Questa risoluzione fu approvata all’unanimità. Delegati inglesi sia della Federazione Socialdemocratica sia del Partito Laburista Indipendente colsero l’occasione per denunciare la guerra condotta dall’imperialismo britannico in Sud Africa.

Pochi anni dopo il colonialismo avrebbe trovato dei difensori fra le file della socialdemocrazia tedesca, i belgi si sarebbero nettamente divisi sulla questione se accettare o meno lo Stato libero del Congo, fra i socialisti danesi vi sarebbero stati dissensi riguardo alle Indie Orientali. Questi contrasti sarebbero venuti fuori chiari negli anni seguenti con il rafforzarsi delle tendenze opportuniste nei singoli paesi, ma nel 1900 non erano ancora stati spinti in primo piano dall’acuirsi delle rivalità imperialistiche fra le maggiori potenze. E anche gli opportunisti potevano ancora unirsi in una appassionata denuncia del colonialismo.

Amsterdam 1904. Di nuovo l’olandese Van Kol presentò una risoluzione generale che impegnava il Congresso ad opporsi fermamente a tutte le misure imperialistiche e a tutti gli stanziamenti in loro favore. La risoluzione continuava condannando ogni concessione o monopolio nelle zone coloniali, denunciava lo stato di oppressione in cui erano tenuti i popoli soggetti e chiedeva provvedimenti per migliorare le loro condizioni mediante opere pubbliche, servizi sanitari e scuole libere da ogni influenza missionaria. Proclamava inoltre che venissero concesse «tutte le libertà e tutta l’autonomia compatibile con lo stato di sviluppo dei popoli interessati, tenendo presente che l’obbiettivo finale doveva essere la loro completa emancipazione». Qui già il germe dello sciovinismo. La risoluzione terminava chiedendo il controllo parlamentare sullo sfruttamento dei territori coloniali.

Stoccarda. Siamo nel 1907, l’orizzonte internazionale comincia a scurirsi, la guerra si avvicina, l’opportunismo di conseguenza è costretto a prendere delle posizioni sempre più scoperte; infatti a Stoccarda la commissione era composta in maniera tale che gli opportunisti, capeggiati dal solito Van Kol, ebbero il sopravvento. Nel progetto di risoluzione era stata inserita la frase mostruosa che «il Congresso non condanna in linea di principio qualsiasi politica coloniale, politica che in regime socialista può esercitare una funzione civilizzatrice». La minoranza della commissione (il tedesco Ledebur, i socialdemocratici polacchi, i russi) protestarono energicamente contro l’ammissione di una simile idea; gli opportunisti si strinsero intorno a Van Kol; Bernstein e David a nome della maggioranza della delegazione tedesca parlarono a favore del riconoscimento della “politica coloniale socialista” scagliandosi contro i rivoluzionari per la sterilità della loro negazione, per l’incapacità di capire il valore delle riforme, ecc.

David andava addirittura oltre. Oltre a non condannare per principio e per sempre qualsiasi politica coloniale, che in regime socialista avrebbe potuto presentarsi come un compito di civilizzazione, voleva aggiungere nella risoluzione che «il Congresso, affermando che il socialismo ha bisogno delle capacità produttive del mondo intero, destinate ad essere poste al servizio dell’umanità e ad elevare i popoli di ogni lingua e colore alle più alte forme di civiltà, vede nell’idea colonialista concepita in tal senso, un elemento integrante di quegli universali obiettivi di civilizzazione che il movimento socialista persegue».

Contro gli opportunisti Kautsky replicò duramente e chiese al Congresso di pronunciarsi contro la maggioranza della delegazione tedesca. Lenin così commentava questi fatti:

     «Si tratta di sapere se dobbiamo fare delle concessioni all’odierno regime di rapina e violenza borghese. L’attuale politica coloniale è sottoposta alla discussione del Congresso e questa politica si basa sull’aperto asservimento dei selvaggi: la borghesia istituisce di fatto la schiavitù nelle colonie sottoponendo gli indigeni a oltraggi e violenze senza precedenti, “civilizzandoli” con la diffusione dell’acquavite e della sifilide. E in una situazione simile i socialisti pronunceranno frasi elusive sulla possibilità di riconoscere in linea di principio la politica coloniale! Sarebbe un aperto passaggio al modo di vedere borghese. Ciò vorrebbe dire fare un passo decisivo verso la sottomissione del proletariato all’ideologia borghese, all’imperialismo borghese che oggi solleva la testa con particolare tracotanza» (“Il Congresso della Internazionale socialista di Stoccarda”).

La proposta della commissione fu bocciata al Congresso con 127 voti contro 108 e 10 astenuti; il Congresso era praticamente spaccato in due fra rivoluzionari e opportunisti.

Citiamo ancora Lenin:

     «Una classe di persone nullatenenti ma che non lavorano non è in grado di abbattere gli sfruttatori. Solo la classe dei proletari che mantiene tutta la società, ha la forza di fare la rivoluzione sociale. E una vasta politica coloniale ha portato a una situazione in cui il proletariato europeo viene in parte a trovarsi in condizioni tali per cui tutta la società non viene mantenuta con il suo lavoro, ma con il lavoro degli indigeni delle colonie (quasi schiavizzati). La borghesia inglese per esempio ricava più redditi dalle decine e centinaia di milioni di abitanti dell’India e di altre sue colonie che dagli operai inglesi. Questa situazione crea in determinati paesi la base materiale economica che permette allo sciovinismo coloniale di contagiare il proletariato».

L’Internazionale si espresse quindi contro il colonialismo:

     «La politica coloniale capitalista, per la sua stessa essenza, conduce necessariamente all’asservimento, al lavoro forzato, alla distruzione dei popoli indigeni sotto il regime colonialista (…) La missione “civilizzatrice” proclamata dalla società capitalista è solo un pretesto per mascherare la sete di conquista e di sfruttamento. Lontano dall’incrementare la capacità produttiva delle colonie essa distrugge le loro naturali ricchezze attraverso lo stato di miseria e schiavitù in cui riduce le loro popolazioni. Il colonialismo aumenta l’onere degli armamenti e i pericoli di guerra, e i socialisti sono tenuti ad assumere in tutti i parlamenti un inflessibile atteggiamento di opposizione al servaggio ed allo sfruttamento dominanti in tutte le colonie esistenti, a chiedere riforme che migliorino le condizioni di vita degli indigeni, a vigilare in difesa dei loro diritti e a lavorare con tutti i mezzi disponibili per la loro indipendenza».

Le frazioni di sinistra contro l’ondata opportunista

Abbiamo visto rapidamente le risoluzioni dei Congressi: in esse è sempre presente il problema dell’antimilitarismo, sebbene questa parola d’ordine sia o estremizzata e ridotta a una serie di reazioni e gesti individuali nella visione anarchica, o annacquata e immiserita in lotta parlamentare dal riformismo. Contro queste due deformazioni si batte “l’antimilitarismo” della sinistra russa, tedesca e italiana che, se nel primo periodo dell’Internazionale tollera parole d’ordine come arbitrato internazionale, abolizione degli eserciti permanenti ecc., è cosciente che la lotta contro la guerra e il militarismo borghese non si esaurisce in queste parole d’ordine, meno che mai se sostenute solo a livello parlamentare. Le forze di sinistra hanno ben presente che nell’epoca dell’imperialismo, allo scoppio della Prima Guerra mondiale, l’antimilitarismo deve trasformarsi in disfattismo rivoluzionario.

Vediamo alcuni punti di questa battaglia teorica condotta dalla sinistra contro il riformismo e l’anarchismo circa la definizione del periodo storico.

Come abbiamo già detto nella prima parte di questo lavoro, con il 1871 per l’Occidente pienamente capitalistico si chiude il ciclo delle guerre borghesi progressive e di assestamento nazionale e il marxismo rivoluzionario si porta sul terreno delle lotte esclusivamente proletarie contro la borghesia; per il movimento di classe non si tratta più di schierarsi a fianco dell’uno o dell’altro esercito statale per abbattere ostacoli allo sviluppo del modo di produzione capitalistico perché ogni ritorno a forme economiche e di dominio preborghesi è ormai storicamente escluso.

Alla fase delle guerre di sistemazione nazionale segue un lungo periodo che spesso abbiamo definito “intermezzo idilliaco del capitalismo” che si protrae fino al 1914: mentre il capitalismo penetra tutto il mondo del suo modo di produzione, è un periodo di “pace armata” fra le metropoli e di continua guerra ai popoli delle colonie.

In questa fase, che intercorre fra la Comune di Parigi e il 1914, il militarismo diviene l’asse portante della vita economica e sociale del capitalismo; alla sua funzione esterna di conquista dei mercati nelle aree extra-europee, unisce una funzione interna di repressione di ogni moto di classe.

L’esercito di mestiere, ormai insufficiente, viene sostituito dappertutto con l’esercito di leva nella prospettiva di guerre sempre più estese. L’esercito è formato nei gradini inferiori della scala gerarchica principalmente da proletari, che vengono annientati psicologicamente e spesso fisicamente (vedi articoli de “L’Avanguardia”) dal sistema di disciplina e di obbedienza, che mira a distruggere in loro ogni sentimento di classe e a trasformarsi in macchine da guerra e in carne da cannone.

L’attività antimilitarista diventa uno dei cardini dei partiti socialisti. Citiamo da Lenin:

     «È eccezionalmente difficile e talvolta addirittura impossibile svolgere il lavoro di propaganda fra i soldati che si trovano in servizio effettivo. La vita di caserma, la rigorosa sorveglianza, le rare licenze complicano ancor più i contatti con il mondo esterno; la disciplina militare, l’assurdo addestramento atterriscono i soldati; le autorità militari fanno tutti gli sforzi per eliminare dal “gregge” ogni idea viva, ogni sentimento umano, per inculcargli sentimenti di cieca obbedienza, di assurda e selvaggia avversione per i nemici “esterni” e “interni” (…) È quindi assai più difficile accostare il soldato isolato, ignorante, atterrito, distaccato dall’ambiente naturale, educato alle opinioni più selvagge sul mondo circostante che non i giovani in età di leva, i quali vivono ancora nell’ambito della famiglia e degli amici e sono strettamente collegati agli interessi generali. La propaganda antimilitarista tra i giovani operai offre dappertutto ottimi risultati. La qual cosa assume un grande rilievo. L’operaio che entri nelle file dell’esercito già socialdemocratico cosciente costituisce un pessimo punto di appoggio per chi detiene il potere» (“La propaganda antimilitarista e le unioni della gioventù operaia”).

Citiamo ancora da “Il socialismo di ieri dinanzi alla guerra di oggi”, da “L’Avanguardia” 11/1914.

     «Il militarismo è l’avversario più temibile della nostra propaganda appunto perché non si avvale della persuasione, ma si basa sulla costituzione di un ambiente forzato e artificiale, nel quale i rapporti di vita sono completamente diversi da quelli dell’ambiente ordinario. Il lavoratore fatto soldato, sottratto alla vicinanza degli amici, parenti, conoscenti, tolto alla vita dell’officina, vede soppresso il suo diritto a discutere, mozzato il proprio individuo, annullata la sua libertà, e si trasforma fatalmente in un automa, in un balocco nelle mani della disciplina. Il richiamato che veste la casacca ritorna automaticamente sotto l’influsso dell’ambiente militare. Il più piccolo gesto di ribellione è pagato con la morte. La diserzione è praticamente impossibile. La rivolta collettiva esigerebbe un concerto e un’intesa irraggiungibili. D’altra parte in poche ore il militare è trasportato altrove, in paesi che non conosce, fra commilitoni che in gran parte vede per la prima volta, manca di ogni notizia che non provenga dai suoi capi: una sola alternativa di salvezza gli resta: ubbidire ciecamente e battersi contro il nemico nella speranza della vittoria».

È nel periodo della Seconda Internazionale che il marxismo deve scontrarsi contro la prima ondata dell’opportunismo nelle file del movimento proletario: il revisionismo di Bernstein e di Jaurés che influenzeranno parecchio l’Internazionale. Termini che con il proletariato sembravano non aver più nulla a che fare vengono ripescati. Il potente grido di Marx e Engels “gli operai non hanno patria” viene stravolto:

     «Il proletariato non si trova fuori della patria. Quando il Manifesto comunista di Marx-Engels formulò nel 1847 la frase famosa, così spesso ripetuta e sfruttata in ogni senso “i lavoratori non hanno patria” non si trattava che di una boutade appassionata, una replica del tutto paradossale e d’altronde infelice alla polemica dei patrioti borghesi che denunciavano il comunismo come distruttore della patria (…) Un po’ di internazionalismo allontana dalla patria, molto internazionalismo riavvicina ad essa, un po’ di patriottismo allontana dalla Internazionale, molto patriottismo vi riconduce (…) L’esercito così costituito ha come esclusivo obbiettivo quello di difendere contro ogni aggressore l’indipendenza e il suolo del paese. Ogni guerra è criminale se non è manifestamente e certamente difensiva, se il governo del paese non propone al governo straniero con il quale è in conflitto di regolare il conflitto stesso con un arbitrato» (Jaurés, “La Nuova Armata”, 1911).

Rosa Luxemburg combatte queste posizioni opportuniste:

     «Qui troviamo a base di tutto l’orientamento politico questa famosa distinzione fra guerra offensiva e guerra difensiva che ha svolto fino ad oggi un grande ruolo nella politica estera dei partiti socialisti ma che in funzione dell’esperienza degli ultimi decenni dovrebbe puramente e semplicemente essere messa al bando» (“Recensione a La Nuova Armata”, 1911).

È Lenin appoggiato dalla sinistra tedesca che al Congresso di Stoccarda attacca la destra e gli opportunisti sul problema dell’antimilitarismo:

     «A un polo si trovano i socialdemocratici tedeschi del tipo di Vollmar. Essi ritengono che, se il militarismo è figlio del capitalismo, se le guerre sono l’inevitabile compagno di strada dello sviluppo capitalistico, allora non è necessaria alcuna specifica attività antimilitaristica. Proprio così si è espresso Vollmar al Congresso di Essen. Sul problema della condotta dei socialdemocratici in caso di guerra, la maggioranza dei socialdemocratici tedeschi, con Bebel e Vollmar alla testa, si attiene con energia alla tesi che i socialdemocratici devono difendere la propria patria dall’attacco e prendere parte a una guerra “difensiva”. Questa posizione ha spinto Vollmar a Stoccarda a dichiarare che: “tutto l’amore per l’umanità non ci può impedire di essere dei buoni tedeschi” e ha indotto il deputato socialdemocratico Noske a proclamare al Reichstag che, in caso di guerra contro la Germania “i socialdemocratici tedeschi non saranno alla coda dei partiti borghesi e impugneranno il fucile”, dopo di che a Noske è bastato fare un solo passo per dichiarare: “noi vogliamo che la Germania sia armata quanto più è possibile” (…)
     «La posizione di Vollmar, di Noske e degli altri dell’ala destra che la pensano come loro è viltà opportunistica. Se il militarismo è creatura del capitale e scompare col capitale, come essi hanno sentenziato a Stoccarda e in special modo a Essen, non sarebbe neppure necessaria una specifica azione antimilitaristica, che non avrebbe ragione di essere. Ma, si obbiettava a Stoccarda, anche la soluzione radicale della questione operaia o della questione della donna, per esempio, è impossibile fino a che sussiste il regime capitalistico, e tuttavia noi lottiamo per la legislazione operaia, per estendere i diritti civili alle donne, ecc. La propaganda specificatamente antimilitaristica deve essere svolta con tanta più energia quanto più frequenti si fanno i casi di ingerenze delle forze armate nella lotta fra capitale e lavoro e quanto più evidente diviene l’importanza del militarismo non soltanto nella lotta odierna del proletariato ma anche nel futuro, al momento della rivoluzione sociale» (“Il militarismo militante”).

Contemporaneamente, oltre alla lotta all’antimilitarismo riformista il marxismo lotta contro l’anarchismo e l’anarco-sindacalismo che hanno una notevole influenza fra le masse operaie. La loro propaganda ed azione antimilitarista, pur essendo più combattive di quelle del revisionismo, non sono meno dannose per il movimento proletario.

Lenin, polemizzando con Hervé. scriveva nel 1907:

     «Il famigerato Hervé che ha fatto molto rumore in Francia e in Europa ha sostenuto su questa questione un punto di vista semianarchico, proponendo ingenuamente di rispondere a qualsiasi guerra con lo sciopero e l’insurrezione. Da un lato non capisce sia che la guerra è un prodotto necessario del capitalismo, sia che il proletariato non può rifiutarsi di partecipare a una guerra rivoluzionaria, giacché simili guerre sono possibili e ce ne sono state nelle società capitalistiche. D’altro lato non capisce che la possibilità di “rispondere” alla guerra dipende dal carattere della crisi che la guerra stessa provoca. Da queste condizioni dipende la scelta dei mezzi di lotta; inoltre questa scelta deve consistere (è questo il terzo punto delle incomprensioni o della stoltezza dell’herveismo) non in una mera sostituzione della pace alla guerra, ma nella sostituzione del socialismo al capitalismo. L’importante non è soltanto impedire lo scoppio della guerra, ma utilizzare la crisi da questa generata per affrettare l’abbattimento della borghesia» (“Il Congresso socialista di Stoccarda”).

Lenin pur criticando l’anarchismo attacca contemporaneamente il riformismo e prosegue:

     «Ma dietro tutte le assurdità semianarchiche dello herveismo si cela una cosa praticamente giusta: dare una spinta al socialismo nel senso di non limitarsi ai soli mezzi di lotta parlamentari, di sviluppare nelle masse la coscienza della necessità di metodi di azione rivoluzionaria in connessione con le crisi che la guerra porta inevitabilmente con sé, nel senso infine, di diffondere nelle masse una più viva coscienza della solidarietà internazionale degli operai e della falsità del patriottismo borghese».

E su questo punto attacca Vollmar:

     «In questo errore è incorso principalmente Vollmar. Con la straordinaria fatuità dell’uomo innamorato di un parlamentarismo stereotipato, si è scagliato contro gli Hervé, non accorgendosi che con la sua ristrettezza e aridità, proprie dell’opportunismo, spingeva una piccola corrente viva ad accettare l’herveismo, nonostante l’assurdità teorica e l’insensatezza dell’impostazione del problema da parte dello stesso Hervé. Non capita forse che a una nuova svolta del movimento le assurdità teoriche celino una qualche verità pratica? E questo aspetto della questione, l’invito ad agire in conformità con le nuove condizioni della futura guerra e delle future crisi, è stato sottolineato dai socialdemocratici rivoluzionari e specialmente da Rosa Luxemburg nel suo discorso».

Il tradimento del 4 agosto 1914

Dal 4 agosto i socialisti di entrambi i fronti predicano la solidarietà con lo Stato nazionale in guerra, rispolverando il concetto di patriottismo abolito definitivamente per il proletariato dal Manifesto. Solo pochi gruppi di socialisti si salvano dalla catastrofe del socialsciovinismo.

Lenin e i bolscevichi e con loro il gruppo tedesco Die Internazionale e la Sinistra italiana difesero la tradizione del marxismo rivoluzionario ribadendo il carattere imperialista della guerra, la condanna senza appello di ogni forma di unione sacra e di alleanza nazionale e rivendicando la lotta disfattista interna del partito proletario contro ogni Stato ed esercito in guerra. Con la parola d’ordine di trasformare la guerra imperialista in guerra civile si ha la possente riaffermazione dei principi dell’internazionalismo rivoluzionario.

Con il 4 agosto l’Internazionale si sfascia:

     «La Seconda Internazionale, che è riuscita in 25 anni a compiere un lavoro estremamente importante e utile di diffusione del socialismo e di organizzazione preparatoria, iniziale, elementare delle sue forze, ha compiuto la sua funzione storica ed è morta vinta dall’opportunismo.
     «L’epoca “pacifica” durata decenni non è passata senza lasciare traccia: ha generato inevitabilmente l’opportunismo in tutti i paesi, assicurandogli la supremazia fra i “capi” parlamentari, sindacali, dei giornali, ecc. Non c’è paese in Europa in cui non vi si stata, in una forma o nell’altra, una lunga e ostinata lotta contro l’opportunismo, che tutta la borghesia appoggiava in mille modi per corrompere e indebolire il proletariato rivoluzionario» (“Sciovinismo morto e socialismo vivo»).

E ancora Lenin:

     «Tutti consentono che l’opportunismo non è un fatto casuale, non è un peccato, non un errore o un tradimento di singole persone, ma il prodotto sociale di tutto un periodo storico. Ma non tutti riflettono sul significato di questa verità. L’opportunismo è il frutto del legalitarismo. Nel periodo 1889-1914, i partiti operai dovevano utilizzare la legalità borghese. Al sopraggiungere della crisi, si sarebbe dovuto passare al lavoro illegale (e ciò non era possibile senza la massima energia e risolutezza congiunta a tutta una serie di astuzie di guerra). Per impedirlo è bastato un solo Sudekum, perché alle sue spalle – storicamente e filosoficamente parlando – vi è tutto il “vecchio mondo”, perché egli, Sudekum (in linguaggio politico-pratico) ha sempre rivelato e rivelerà sempre alla borghesia i piani di guerra del suo nemico di classe» (“Il fallimento della Seconda Internazionale”).

Ricordiamo che il 29 luglio 1914 Sudekum, membro socialdemocratico della commissione del Reichstag per gli armamenti e già da tempo in contatto con il cancelliere Hollweg, scriveva a quest’ultimo una lettera in cui a nome di Ebert, Braun, Muller, Bartel e Fisher, assicurava che non erano programmate azioni di lotta.

Vediamo dalle seguenti citazioni di Lenin, tratte sempre da “Il fallimento della Seconda Internazionale”, come il socialsciovinismo sia l’espressione più matura delle tendenze opportuniste presenti nell’Internazionale e come esso trovi in parte le proprie radici nell’incapacità dell’opportunismo di comprendere il passaggio ad una mutata situazione storica, incapacità che gli è data dalla necessità di mantenere i privilegi acquisiti.

     «Da questo scaturisce la domanda posta sopra: come si lotta contro il socialsciovinismo? Il socialsciovinismo è l’opportunismo talmente maturato, talmente rafforzato e divenuto così insolente nel lungo periodo del capitalismo relativamente “pacifico”, così definito ideologicamente e politicamente, così strettamente congiunto alla borghesia e ai governi, che non si può tollerare la permanenza di tale corrente all’interno dei partiti operai socialdemocratici. Se si può ancora sopportare una suola debole e sottile quando si deve camminare sui marciapiedi moderni di una piccola città di provincia, non si può fare a meno di suole doppie e bene chiodate quando si va in montagna. Il socialismo europeo è uscito dallo stadio relativamente pacifico e dagli angusti confini nazionali. Con la guerra 1914-1915, esso è giunto allo stadio dell’azione rivoluzionaria, e la completa rottura con l’opportunismo e la sua esclusione dai partiti operai sono assolutamente mature.
     «S’intende che da questa definizione dei compiti che stanno davanti al socialismo, nel nuovo periodo del suo sviluppo mondiale, non si deduce ancora immediatamente e esattamente con quale rapidità e in quali forme si svolgerà precisamente nei diversi paesi il processo della scissione dei partiti operai socialdemocratici rivoluzionari da quelli opportunisti piccolo-borghesi. Ma da essa scaturisce la necessità di rendersi conto chiaramente che tale scissione è inevitabile e di orientare appunto in questo senso tutta la politica dei partiti operai.
     «La guerra del 1914-1915 è una così grande svolta nella storia, che i rapporti con l’opportunismo non possono rimanere quali erano per il passato. Non si può far sì che non sia stato ciò che è stato: non si può cancellare dalla coscienza degli operai, né dalla esperienza della borghesia, né dalle conquiste politiche della nostra epoca in generale il fatto che gli opportunisti, nel momento della crisi, sono stati il nucleo di quegli elementi dei partiti-operai che sono passati dalla parte della borghesia.
     «L’opportunismo, se lo consideriamo su scala europea, è restato giovane, per così dire, fino allo scoppio della guerra. Con la guerra esso è giunto definitivamente alla virilità e non è possibile renderlo nuovamente “innocente” e giovane. Si è formato tutto uno strato sociale di parlamentari, di giornalisti, di burocrati del movimento operaio, di impiegati privilegiati e di alcune categorie proletarie, che si è fuso e adattato alla propria borghesia nazionale, la quale ha ben saputo apprezzarlo e “adattarselo”. Non si può far girare all’indietro né arrestare la ruota della storia: si può e si deve andare avanti intrepidamente, passare dalle organizzazioni legali operaie esistenti, prigioniere dell’opportunismo, alle organizzazioni rivoluzionarie della classe operaia, capaci di non limitarsi alla legalità, capaci di proteggersi dal tradimento opportunista, a una organizzazione del proletariato che conduca la “lotta per il potere”, la lotta per l’abbattimento della borghesia» (“Sciovinismo morto e socialismo vivo”).

Queste potenti citazioni di Lenin ci danno un quadro chiarissimo delle connessioni fra opportunismo e sciovinismo e di come questo si nutra del parlamentarismo e del legalitarismo ad oltranza.

Anche la sinistra italiana, traendo la lezione dalla débâcle del 1914, dà un definitivo giudizio sulla tattica antimilitarista precedente:

     «La teoria e la propaganda dell’antimilitarismo prima di questa guerra si svolgevano prevalentemente in vista dell’interesse e della necessità proletaria di impedire e deprecare con ogni mezzo la guerra e di contrastare le nefaste conseguenze del militarismo in tempo di pace (spese per i folli armamenti, repressione armata dei movimenti operai, influenze perniciose della vita militare sulla gioventù, ecc.). Ma era stato lasciato troppo nell’ombra il problema di quello che i socialisti avrebbero dovuto fare, non già per scongiurare la guerra, ma per difendere le conquiste del proletariato e salvare dalla rovina il socialismo quando la guerra fosse già scoppiata.
     «L’errore di visuale consisteva nel pensare riformisticamente il problema dell’antimilitarismo (riduzione degli armamenti, nazione armata, arbitrato, ecc.), mentre il compito del socialismo non è di risanare la società borghese, bensì di affrettarne la demolizione ab imis fundamentis, risalendo cioè ai cardini del suo organamento economico. L’antimilitarismo non è quindi fine a sé stesso, ma è una delle facce dell’azione anticapitalistica del socialismo» (“Dal vecchio al nuovo antimilitarismo”, 1915).

E ancora:

     «Solo nel regime socialista (…) solo nella società senza classi saranno impossibili le guerre. Noi ripudiamo l’antimilitarismo riformista che sogna la nazione armata e non si accorge che l’evoluzione degli Stati borghesi, soprattutto dei più democratici, si svolge precisamente in senso opposto» (“Il socialismo di ieri dinanzi alla guerra di oggi», 1914).

E ancora:

     «Il Socialismo dovrà trarre da queste gravi sconfitte vitali insegnamenti: rimettere su più salde basi l’azione antimilitaristica, rivedere in senso più rivoluzionario la sua azione parlamentare, così ricca finora di amare delusioni.
     «L’antimilitarismo classico si era prospettato poco, troppo poco, la situazione in cui i socialisti e le classi lavoratrici si sarebbero trovati nelle poche ore in cui la guerra da una minaccia diviene una realtà.
     «I socialisti avevano l’esperienza di crisi parziali, per guerre limitate o coloniali, come la guerra anglo-boera, quella russo-giapponese, quella libica (…) Ma il conflitto fra i più forti Stati del mondo, fra i paesi confinanti e preparati all’impiego dei metodi di offesa più spaventevoli, nel periodo angoscioso in cui i telegrammi cifrati che si scambiano i governi decidono della sorte di milioni di uomini, ha travolto in una crisi senza confronti tutte le opinioni, le tendenze, le previsioni, i propositi.
     «È troppo noto ciò che è avvenuto. Oltre a non aver potuto scongiurare la guerra – ciò che assolutamente non costituiva il fallimento del socialismo – i socialisti hanno nei principali Stati, e salvo poche eccezioni, pienamente solidarizzato coi rispettivi governi».

Verso l’avvenire

La tattica antimilitarista della maggioranza della Seconda Internazionale era quindi caratterizzata dalla necessità di deprecare ed impedire con ogni mezzo la guerra, una tattica di protesta e di denuncia tendente a contrastare le nefaste conseguenze del militarismo. I partiti occidentali si limitarono solo a una propaganda verbale contro la guerra ed il militarismo, il che dimostrò tutta la sua impotenza e sterilità allo scoppio del conflitto.

Si potrebbe dire che quel che accadde il 4 agosto era prevedibile perché troppo preponderante il peso della destra e dell’opportunismo in seno all’Internazionale, ma sarebbe riduttivo considerare l’Internazionale nel suo insieme come opportunista in ragione del 4 agosto, si rischierebbe di gettare via il bambino insieme all’acqua sporca, ossia le tendenze sane.

A questo proposito citiamo Zinoviev che nell’articolo “La Seconda Internazionale e il problema della guerra: rinunciamo all’eredità?”, del 1916, polemizzava con Gorter appunto su questo argomento:

     «Non neghiamo con ciò la giustezza della severa caratterizzazione che Gorter fa dei capi che hanno dato il tono al Congresso di Basilea: sappiamo che gli opportunisti di tutti i paesi non credevano alla rivoluzione. Ci immaginiamo assai bene che cosa sia avvenuto nella cucina diplomatica della Seconda Internazionale in cui si è preparata la risoluzione di Basilea (…) Ma la questione principale sta nel fatto che il Congresso di Basilea parlò allora proprio alle masse lavoratrici. I lavoratori socialisti credevano allora a ogni parola dell’Internazionale e presero anche il Manifesto di Basilea per oro colato. Altra questione: perché gli stessi diplomatici dell’opportunismo hanno dovuto dire alle masse proprio tutto ciò e non altro, non quello che dicono adesso? (…) Il compito dei marxisti rivoluzionari consiste nel mostrare come, durante il quarto di secolo di vita dell’Internazionale, due tendenze di fondo abbiano in essa lottato, con alterni successi per il sopravvento: quella marxista e quella opportunista. Non vogliamo cancellare tutta la storia della Seconda Internazionale non rinunciamo a quanto vi era in essa di marxista»

Citavamo Lenin su questo:

     «Il voto del 4 agosto con cui la socialdemocrazia internazionale manifestava il suo allineamento al rispettivo imperialismo, costituì il rinnegamento degli impegni di Stoccarda e Basilea e non il corollario delle insufficienze e ambiguità rintracciabili subordinatamente in quelle risoluzioni. “Il crollo della Seconda Internazionale si espresse nel modo più significativo nell’inaudito tradimento della maggior parte dei partiti socialisti europei nei confronti dei propri convincimenti e delle loro solenni risoluzioni di Stoccarda e Basilea» (“Il crollo della Seconda Internazionale”, 1915).

Furono le frazioni di sinistra della Seconda Internazionale, il partito bolscevico russo, la Sinistra italiana, che sempre avevano innalzato la bandiera della ortodossia marxista di fronte alla guerra e indicato al proletariato la tradizionale impostazione programmatica e implicazioni tattiche, a riaprire il ciclo rivoluzionario verso l’avvenire.