Partito Comunista Internazionale

La rivoluzione del 1905 Pt.1

Categorie: 1905 Revolution, Military Question

Articolo genitore: Comunismo e guerra

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La rivoluzione del 1905

Capitolo esposto alla riunione ad Ivrea, 2-3 febbraio 1985 [RG31]

Il primo segno ammonitore degli avvenimenti rivoluzionari del 1905 si ebbe con la “domenica di sangue”; era il 22 gennaio.

Continuando la tradizione del funzionario della polizia moscovita Zubatov, il quale aveva tentato, in definitiva senza riuscirci, di fondare associazioni sindacali non socialiste, sotto l’incoraggiamento e la protezione della polizia un prete chiamato Gapon aveva messo insieme una vasta associazione tra i lavoratori di Pietroburgo.

Gapon non era un agente provocatore della polizia nel senso ordinario della parola ma una personalità avventurosa e ambiziosa insieme che fu sospinta avanti dagli avvenimenti, altra dimostrazione di quanto la storia faccia gli uomini e non questi quella. Trotski tratteggia: «non ci sarebbe stato il 22 gennaio se Gapon non si fosse imbattuto in qualche migliaio di operai consapevoli, usciti dalla scuola socialista. Questi lo circondarono subito di un anello di ferro dal quale non avrebbe potuto sfuggire nemmeno se lo avesse voluto. E non lo volle. Ipnotizzato dal suo stesso successo, si abbandonò all’onda». Gapon era in contatto con intellettuali e radicali che tentarono di dare agli avvenimenti un corso a loro favorevole, ma i fatti si svolsero in assoluta coerenza in pochi giorni.

Il 16 gennaio scoppiò lo sciopero nelle officine Putilov di Pietroburgo, il 20 il numero degli scioperanti era già salito a 140 mila ed a Pietroburgo lo sciopero era divenuto generale con continue assemblee e comizi dell’Associazione Operaia di Gapon, assemblee dove gli operai esprimevano le loro rivendicazioni contro l’autocrazia zarista e le condizioni di miseria e di sfruttamento imposte dalla crisi economica: aumento dei salari, giornata di otto ore, libertà civili, suffragio universale… All’inizio, come nota Trotski nel suo “1905”, abbiamo quindi uno sciopero economico per un motivo occasionale, ma poi si allarga, abbraccia decine di migliaia di lavoratori e si trasforma in un fatto politico

L’energia rivoluzionaria del proletariato spinse avanti Gapon, capo dell’Associazione Operaia, fino alla famosa petizione indirizzata allo Zar. Incominciava:

     «Sovrano, noi, lavoratori, i nostri figli, le nostre donne, i nostri vecchi genitori infermi, siamo venuti da te, Sovrano, a cercare giustizia e protezione. Siamo ridotti in miseria, siamo oppressi ed aggravati da fatiche insostenibili, siamo insultati; non ci considerano come uomini, ci trattano come schiavi condannati a subire la loro sorte tacendo. E noi abbiamo sopportato; ma ci spingono sempre più avanti nel baratro della miseria, dell’asservimento e dell’ignoranza. Il dispotismo e la prepotenza ci soffocano: e noi siamo senza fiato. Non ne possiamo più, Sovrano! Siamo giunti al limite della sopportazione; per noi è arrivato quel terribile momento quando la morte è preferibile alla continuazione di insopportabili tormenti».

La sottomessa apertura vedeva subito la minaccia dell’azione di classe ergersi sopra le suppliche lamentose dei sudditi: dopo aver descritto le angherie ed i soprusi cui era sottoposto il popolo, dopo l’elenco delle rivendicazioni (aumenti salariali, 8 ore, libertà civili, convocazione dell’Assemblea Costituente mediante il suffragio universale) seguiva una profetica e minacciosa conclusione:

     «Ecco, Sovrano, i nostri più importanti bisogni con cui siamo venuti da te. Ordina e giura di soddisfarli e tu farai la Russia più forte e gloriosa, scolpirai il tuo nome nei cuori nostri e dei nostri posteri in eterno. Se non lo farai, se non ascolterai la nostra supplica, noi moriremo qui, in questa piazza, davanti al tuo palazzo. Noi non sappiamo più dove andare, non abbiamo altre possibilità. Ci sono rimaste solo due strade: o verso la libertà e la felicità, o verso la tomba. Indicaci, Sovrano, una di esse e noi andremo ciecamente per questa strada, anche se dovesse essere il cammino della morte. La nostra vita sia pure immolata alla Russia sofferente. Questo sacrificio non ci è grave: lo faremo volentieri».

Secondo le intenzioni di Gapon la petizione sarebbe stata consegnata allo Zar nel suo Palazzo d’Inverno il 22 da un corteo che avrebbe attraversato tutta Pietroburgo: i lavoratori si diressero verso il Palazzo in maniera pacifica, senza bandiere, senza comizi; avevano indosso i vestiti della festa e in alcune parti della città si portavano icone, gonfaloni e ritratti dello stesso Zar. I cortei dappertutto si imbattevano nelle truppe che erano supplicate, implorate di far proseguire la marcia. I cortei tentarono di aggirarle e, talvolta, anche di sfondare i picchetti. Invano. I soldati spararono tutto il giorno. I morti furono centinaia e centinaia, i feriti migliaia. Fu impossibile fare un calcolo preciso poiché la polizia portò via i cadaveri degli uccisi e li sotterrò nottetempo ma, quale che fosse il numero esatto, è certo che la concezione idilliaca dello Zar, padre severo ma benevolo del suo popolo, che la borghesia cercava di insinuare nel proletariato, ricevette in quel giorno un colpo decisivo.

L’effetto immediato della “domenica di sangue” fu l’intensificarsi delle agitazioni rivoluzionarie, che trovarono la loro più frequente espressione negli scioperi. Nel gennaio 1905 gli scioperanti furono 440 mila, più di tutto il decennio precedente, cifra enorme considerando che il numero totale di operai industriali non raggiungeva in Russia i due milioni. In alcuni grossi centri industriali tipo Riga, Varsavia, Lodz e Tallin gli scioperi furono accompagnati da scontri sanguinosi con le truppe e la polizia, preludio dei decisivi avvenimenti dell’autunno e dell’inverno successivi.

Il partito si prepara

Lenin commenterà da par suo i sanguinosi avvenimenti scrivendo il 7 febbraio 1905 in “L’inizio della rivoluzione in Russia”:

     «L’esercito ha avuto la meglio sugli operai disarmati, sulle loro donne, sui loro figli. L’esercito ha battuto il nemico, sparando sugli operai che s’erano gettati a terra. “Abbiamo dato loro una buona lezione”, dicono ora con ineffabile cinismo i servi dello zar e i loro lacchè europei della borghesia conservatrice.

     «Si, la lezione è stata grande! Il proletariato russo non la dimenticherà. Gli strati più impreparati e più arretrati della classe operaia, che credevano ingenuamente nello zar e, in buona fede, volevano consegnare pacificamente “allo zar in persona” le suppliche del popolo sofferente, hanno ricevuto una lezione dalla forza armata, comandata dallo zar in persona o da suo zio, il granduca Vladimir.

     «La classe operaia ha ricevuto una grande lezione di guerra civile; l’educazione rivoluzionaria del proletariato ha compiuto in un giorno più progressi di quanti ne avrebbe potuto compiere in mesi e anni di vita grigia, uniforme, rassegnata. La parola d’ordine dell’eroico proletariato pietroburghese: “Morte o libertà!” echeggia ora in tutta la Russia. Gli avvenimenti si sviluppano con sorprendente rapidità. A Pietroburgo lo sciopero generale si estende (…) La lezione di un giorno di sangue non può essere vana. La rivendicazione degli operai di Pietroburgo insorti – immediata convocazione di un’Assemblea Costituente, eletta con suffragio universale, diretto, uguale e segreto – deve essere fatta propria da tutti gli scioperanti. Immediato abbattimento del governo: ecco la parola d’ordine con la quale gli operai di Pietroburgo, e persino quelli che avevano avuto fiducia nello zar, hanno risposto al massacro del 9 gennaio [22 gennaio secondo il calendario gregoriano – n.d.r.]. Essi hanno risposto per bocca del loro capo, del pope Gheorghi Gapon che, dopo la sanguinosa giornata, ha detto: “Non abbiamo più zar. Un fiume di sangue divide lo zar dal popolo. Viva la lotta per la libertà!”.

     «Viva il proletariato rivoluzionario: diciamo noi».

Ed ancora, il 13 febbraio in “Giornate rivoluzionarie”:

     «Il governo ha spinto di proposito il proletariato a insorgere, provocando le barricate col massacro di inermi, per poi soffocare l’insurrezione in un mare di sangue. Il proletariato imparerà da questi insegnamenti militari del governo. E imparerà l’arte della guerra civile, poiché ha già cominciato la rivoluzione. La rivoluzione è una guerra. È l’unica guerra legittima, legale, giusta, è veramente una grande guerra fra tutte le guerre che conosce la storia, una guerra che non si combatte per gli interessi egoistici di un pugno di governanti e di sfruttatori come ogni altra guerra, ma nell’interesse della massa del popolo contro i tiranni, nell’interesse di milioni e di decine di milioni di sfruttati e di lavoratori contro l’arbitrio e la violenza».

Cerchiamo di chiosare, da scolari diligenti che niente vogliono innovare e mutare. È l’avversario che insegna al proletariato la lezione della guerra civile, gliela insegna mettendosi di traverso con la potenza del suo apparato repressivo, gliela insegna impedendogli la soddisfazione degli elementari bisogni di vita. Per questa semplice ragione diciamo noi che non può esistere, pena la perdita da parte del Partito di classe dei connotati suoi propri, una scissura fra la conduzione di una azione grande e la conduzione di una piccola: il partito deve accompagnare il proletariato nei suoi moti elementari, ma non deve adeguarsi alla sua spontaneità che pure è la indispensabile fonte di energia; accompagnandolo, deve anticipare e prevedere le inevitabili reazioni dell’avversario avendo tratto dagli avvenimenti tutte le possibili lezioni della controrivoluzione, mostrando come la sconfitta più cocente può rappresentare – in determinate condizioni – la base di un futuro e vittorioso assalto all’ordine costituito.

Per questo compito è essenziale che il proletariato comprenda, nell’azione, i limiti, tutti i limiti del suo precedente movimento. Il Partito – tesi tante volte affermata dalla Sinistra – non ha la possibilità di “fare” la rivoluzione secondo i suoi desideri e volontà, la rivoluzione nel suo determinarsi è un evento che ubbidisce a ciclopiche e materiali determinazioni di forze sociali anonime; il Partito la può e la deve invece antivedere e dirigere, estendendo la sua influenza fra le masse, applicando agli avvenimenti presenti tutte le lezioni dei passati assalti rivoluzionari, valutandone scientemente il “momento x”.

In questo suo difficilissimo compito, che è lontano mille miglia da pretese scolastiche ed intellettualistiche, ma che il Partito può assolvere solo se vive e lotta con la classe, il Partito è agevolato, schiatti ogni democraticismo, dalla politica apertamente repressiva dell’avversario di classe, che mettendo con la spalle al muro l’esercito proletario costringe la lotta politica e sociale a svilupparsi sul terreno dell’insurrezione armata. Qui Lenin intravede e comprende i rischi della politica rivoluzionaria nell’Occidente avanzato, senza zar e con una sperimentata ed abile democrazia politica. Scrive in “La dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini” nell’aprile 1905:

     «Non esiste e non può esistere una sola forma di lotta, una sola posizione politica che non implichi dei rischi. Se non c’è l’istinto rivoluzionario di classe, se non si ha una concezione del mondo integrale e scientifica, se non c’è (sia detto senza offesa per i compagni neoiskristi) uno zar alla testa, allora diventano pericolosi la partecipazione agli scioperi, che può condurre all’economismo, la partecipazione alla lotta nel parlamento, che può degenerare nel cretinismo parlamentare, l’appoggio alla democrazia liberale degli zemstvo, che può condurre al “progetto di campagna degli zemstvo”».

Lenin tornerà sulla intera questione della preparazione dell’insurrezione che il crescere del movimento degli scioperi poneva come prossima e alla quale il Partito doveva abilitarsi. Durante il III Congresso del POSDR, che si svolse a Londra nell’aprile, Lenin presentò a nome della frazione bolscevica il “Progetto di risoluzione sull’atteggiamento verso l’insurrezione armata” il quale premette nel suo primo punto: «Il proletariato, essendo per la sua situazione la classe rivoluzionaria, è chiamato ad assolvere la funzione di capo e dirigente del movimento rivoluzionario democratico in Russia», considerazione che era una chiarissima stoccata contro le tesi mensceviche che intendevano il proletariato semplice fiancheggiatore e truppa del generale movimento borghese antizarista.

Sfocia poi nel lapidario punto tre che, dopo aver ribadito il carattere autonomo dell’azione proletaria, insiste sulla stretta connessione scioperi-insurrezione, la cui preparazione non poteva danneggiare la coscienza di classe proletaria, da preservare proprio in quanto si apprestava a partecipare ad un moto antizarista in cui si sarebbe inevitabilmente trovata a contatto con il generico movimento democratico borghese:

     «3) Il proletariato può svolgere questa funzione solo se si organizza, sotto la bandiera della socialdemocrazia, in una forza politica autonoma e interviene negli scioperi e nelle manifestazioni nel modo più unitario. Il III Congresso del POSDR dichiara che il compito di organizzare le forze del proletariato per la lotta diretta contro l’autocrazia, mediante gli scioperi politici di massa e l’insurrezione armata, e di costituire a tale scopo un apparato di informazione e direzione, è uno dei compiti principali del partito nell’attuale fase della rivoluzione, e incarica quindi il CC, i comitati e le unioni locali di preparare lo sciopero politico di massa, nonché di organizzare dei gruppi speciali per l’acquisto e la distribuzione di armi, per l’elaborazione di un piano insurrezionale e la direzione concreta dell’insurrezione armata. L’attuazione di questo compito non solo non deve danneggiare l’opera generale di risveglio della coscienza di classe del proletariato, ma deve invece contribuire ad approfondirla e a garantirne il successo».

Teoria e pratica della insurrezione

In altro Progetto, sempre sull’insurrezione armata scritto e presentato a fine aprile, Lenin ed i bolscevichi insistettero nel ribadire che la massa proletaria, ma anche la stessa compagine di Partito, deve allenarsi all’insurrezione, acquisendo praticamente l’esperienza militare della guerra civile.

E qui il centralista per antonomasia Lenin, ammonisce che questa esperienza, indispensabile alla compagine del Partito, non può essere appresa con corsi scolastici: stabiliti dal CC e dai centri locali i precisi limiti delle azioni armate, alla periferia del partito viene lasciata una certa libertà d’azione, una certa libertà nel misurarsi contro la potenza dell’apparato di repressione zarista.

Il Partito si allena alla rivoluzione? Si, in determinati svolti storici lo deve fare, ma, aggiungiamo, tale esperienza e tale allenamento non si può avere per le pensate o i desideri e le impazienze dei capi, fossero questi i più geniali; tale allenamento deve aversi in stretta connessione con il procedere del moto proletario e delle sue esigenze. Questo moto il Partito deve dirigerlo, specialmente nel delicato campo della questione militare, ma mai e poi mai può surrogarlo o suscitarlo con azioni volontaristiche.

Importanti spunti si traggono pure dal resoconto frammentario del discorso di Lenin sul problema dell’insurrezione armata, tenuto il 29 aprile. «Ha ragione anche il compagno Giarkov quando dichiara che non possiamo assolutamente non considerare che l’insurrezione esploderà comunque, a prescindere dal nostro atteggiamento», esclama Lenin permettendoci l’ennesima ribattitura di un vecchio chiodo: la rivoluzione non la suscita il Partito, nasce dalle intime contraddizioni di un modo di produzione, in determinate circostanze economiche e sociali che non dipendono dalle volontà di nessuno, il Partito ha però il compito di non far fallire l’inevitabile assalto rivoluzionario.

E qui il barricadero ma dialettico Lenin, che è favorevole al costituirsi di gruppi speciali di combattimento, è cauto sull’esito della lotta che si approssima: il proletariato doveva partecipare in prima fila alla rivoluzione democratica, ma il Partito da questo suo impegno di guidare la classe proletaria nella lotta non può trarre la conclusione, oltremodo ottimista, che senz’altro al proletariato ed al suo Partito sarebbe toccato un ruolo dirigente. Lenin non è mai stato un demagogo, profeta di facili vittorie: il proletariato e le altre classi sarebbero inevitabilmente scese nell’agone della lotta insurrezionale, ma solo per un complesso di rapporti di forza al proletariato ed al suo Partito sarebbe toccato il ruolo dirigente.

Lenin aveva gli occhi e la mente fissi alla vittoria del proletariato e del suo Partito ma sapeva bene che nessuno poteva fermare la storia, i suoi materiali verdetti e le inevitabili sconfitte, politiche, militari, economiche e sociali che hanno accompagnato ed accompagneranno l’ascesa di una nuova classe rivoluzionaria, sconfitte che vanno accettate come fonte di preziosi e necessari insegnamenti, sconfitte mille e mille volte da preferirsi alla rinuncia alla lotta, anche quando questa potrebbe svolgersi con evidenti sfavorevoli rapporti di forza:

     «Il proletariato inglese è chiamato ad attuare la rivoluzione socialista; su questo non vi sono dubbi. Ma è altrettanto indubbia la sua incapacità di realizzarla nel momento attuale, a causa della sua disorganizzazione sociale e dell’azione corruttrice della borghesia (…)

     «Non si può affermare in assoluto se l’esito della rivoluzione dipenderà dal proletariato. Lo stesso si dica della funzione dirigente. Nella risoluzione del compagno Voinov l’espressione è più cauta. La socialdemocrazia può organizzare l’insurrezione e può persino deciderne l’esito ma non si può stabilire in anticipo se le toccherà una funzione dirigente, perché dipenderà dalla forza e dalle capacità organizzative del proletariato. La piccola borghesia potrà essere organizzata meglio, e i suoi diplomatici potranno risultare più forti, meglio preparati. Il compagno Voinov è più cauto. Lui dice: “Tu potrai adempiere”; il compagno Mikhailov: “Tu adempirai”. Forse, il proletariato deciderà dell’esito della rivoluzione, ma non si può dirlo in assoluto. I compagni Mikhailov e Sosnovski sono caduti nell’errore che attribuivano al compagno Voinov: “Non ti vantare quando vai in guerra”. “Per assicurare… è necessario”, dice Voinov; e loro: “È necessario e sufficiente”.

     «Riguardo alla costituzione di gruppi speciali di combattimento posso dire che li ritengo indispensabili. Non abbiamo niente da temere della loro creazione».

L’esercito dello zar davanti alla rivoluzione

I mesi di maggio e giugno 1905 videro l’ondata degli scioperi continuare ed abbattersi sulla traballante struttura del regime zarista. La celebrazione del 1° Maggio coinvolse ben 220 mila operai e particolarmente decisivo fu lo sciopero dei 70 mila operai tessili di Ivanovo-Voznesenski che si protrasse per ben due mesi e mezzo e che vide per la sua direzione l’elezione di un soviet (consiglio) operaio. L’inizio giugno ebbe come importante moto di classe lo sciopero di massa e le dimostrazioni nella città polacca di Lodz che si trasformarono in una vera rivolta di strada. Per tre giorni, gli operai, armati con pietre e rudimentali armi, si scontrarono con truppe e polizia la cui decisa reazione provocò gravi perdite fra gli scioperanti. In segno di protesta per l’eccidio degli operai di Lodz scioperarono gli operai di Varsavia e di altre città polacche.

Ma l’avvenimento clamoroso dell’estate, un avvenimento che faceva il pari con la domenica di sangue del gennaio, fu l’ammutinamento della corazzata Principe Potëmkin di Tauride, una delle navi più potenti della flotta del Mar Nero. Il fatto avvenne il 14 giugno e prese le mosse dall’ordine dato dagli ufficiali di fucilare i capi di una protesta dei marinai ai quali si dava da mangiare carne guasta. Il plotone di esecuzione si rifiutò di sparare, alcuni degli ufficiali più invisi furono gettati a mare e la corazzata insorta, inalberata la bandiera rossa ed eletto un comitato di bordo con a capo un macchinista, fece rotta verso Odessa, paralizzata da uno sciopero generale. La corazzata era accompagnata da un cacciatorpediniere unitosi ad essa, spia di quanto la lealtà verso lo Zar della intera flotta del Mar Nero fosse in serio pericolo.

Non ci fu tuttavia un’azione comune fra i marinai insorti e gli scioperanti di Odessa, l’incertezza e l’irresolutezza sul da farsi fecero sfumare la favorevole situazione. La corazzata riuscì per ben due volte a rompere lo schieramento della flotta che le si dirigeva contro con l’ordine di farla arrendere o di affondarla; per paura di altri ammutinamenti la flotta zarista fu ricondotta al largo, il che non impedì ad un’altra corazzata, la Georgi Pobedonessez di tentare di unirsi agli insorti, tentativo fallito perché fu mandata in secca su un banco di sabbia dal sottufficiale a cui i marinai avevano affidato il comando.

Non vedendo vie di uscita, scosso il morale dei marinai della Potëmkin dopo undici lunghi giorni, esauritesi le scorte di carbone e di viveri, la corazzata salpò per la Romania dove l’equipaggio si arrese alle autorità locali a Costanza; era il 25 giugno 1905 ed il regime zarista aveva superato una nuova grave crisi che aveva minacciato di travolgere tutto.

Lenin il 10 luglio dedicò all’importante avvenimento un lungo articolo, “L’esercito rivoluzionario e il governo rivoluzionario”. Chiariva subito che era il corso spontaneo degli avvenimenti la base unica e sicura della preparazione insurrezionale, nella quale gioca il suo ruolo indispensabile l’azione cosciente del Partito, il quale ha il compito di favorire il passaggio a forme superiori della lotta, che come un fiume impetuoso erodeva e minava proprio l’esercito zarista, mille volte chiamato dalle autorità a reprimere i moti rivoluzionari:

     «L’insurrezione armata di tutto il popolo matura e si organizza dinanzi ai nostri occhi, sotto l’influenza del corso spontaneo degli avvenimenti. Non sono ancora lontani i tempi in cui l’unica manifestazione della lotta del popolo contro l’autocrazia erano le sommosse, cioè le rivolte non coscienti, non organizzate, spontanee, talvolta feroci. Ma il movimento operaio, come movimento della classe più avanzata, del proletariato, si è rapidamente sviluppato uscendo da questo stadio iniziale. La propaganda e l’agitazione coscienti della socialdemocrazia hanno fatto l’opera loro. Alle sommosse si sono sostituite la lotta organizzata degli scioperi e le dimostrazioni politiche contro l’autocrazia. Le feroci violenze dell’esercito hanno “educato” in alcuni anni il proletariato e la gente del popolo delle città, li hanno preparati a forme superiori di lotta rivoluzionaria. La criminosa e vergognosa guerra nella quale l’autocrazia ha gettato il popolo ha fatto traboccare la coppa della tolleranza popolare. Sono cominciati i tentativi di resistenza armata del popolo ai soldati zaristi. Si sono avute vere e proprie battaglie di strada fra il popolo e i soldati, battaglie sulle barricate. Il Caucaso, Lodz, Odessa, Libava ci hanno fornito negli ultimissimi tempi esempi di eroismo proletario e di entusiasmo popolare.

     «La lotta si è trasformata in insurrezione. La vergognosa funzione di carnefici della libertà, di ausiliari della polizia che si faceva compiere ai soldati non poteva non aprire a poco a poco gli occhi anche all’esercito zarista. L’esercito ha cominciato ad esitare. Dapprima vi sono stati casi isolati di insubordinazione, impeti di rivolta dei richiamati, proteste degli ufficiali, agitazione fra i soldati, rifiuti di singole compagnie o reggimenti di sparare contro i loro fratelli, contro gli operai; quindi una parte dell’esercito si è schierata con l’insurrezione».

La parte dell’esercito per prima schierata con l’insurrezione fu la Marina, mentre la Fanteria continuava in genere ad essere fedele al regime zarista. Lenin esclama: «il Governo zarista è senza flotta!», e questo non era certo per caso ma risultato da una parte dalla differente disciplina in vigore nei due corpi, dall’altra, e soprattutto, perché buona parte degli operai industriali, già toccati dalle idee sovversive, trovava posto nella marina anziché nella fanteria, che traeva gran parte dei suoi effettivi dalla classe contadina.

Lenin continuava mostrando come la ribellione della corazzata Potëmkin fosse il primo tentativo di costituire il nucleo dell’esercito rivoluzionario i cui distaccamenti sorgevano dallo stesso esercito zarista che, per la pressione dell’intero movimento antizarista, quasi si scindeva, con una sua parte che si schierava dalla parte della rivoluzione. Lenin, splendido teorico e splendido stratega della rivoluzione armi alla mano, ne traeva un lapidario insegnamento: la lotta era arrivata alla sua ultima fase quando cioè, aggiungiamo, ogni tentennamento va bollato come tradimento.

     «Nessuna repressione, nessuna vittoria parziale sulla rivoluzione potrà annullare l’importanza di questo avvenimento. Il primo passo è compiuto. Il Rubicone è stato varcato. Il passaggio dell’esercito dalla parte della rivoluzione rimane dinanzi a tutta la Russia e a tutto il mondo. Nuovi, più energici tentativi di costituire un esercito rivoluzionario seguiranno senza meno agli avvenimenti della flotta del Mar Nero. Sta a noi ora sostenere con tutte le forze questi tentativi; spiegare alle più vaste masse proletarie e contadine quale importanza abbia, per tutto il popolo, l’esercito rivoluzionario nella lotta per la libertà; aiutare i singoli distaccamenti di quest’esercito a innalzare la bandiera della libertà di tutto il popolo, bandiera che ha la forza di attirare la massa; unire le forze che devono schiacciare l’autocrazia zarista.

     «Sommosse, dimostrazioni, battaglie di strada, distaccamenti dell’esercito rivoluzionario: sono queste le fasi di sviluppo dell’insurrezione popolare. Siamo infine pervenuti all’ultima fase. Questo non significa, s’intende, che tutto il movimento si trovi già nel suo insieme in una fase superiore. No, nel movimento c’è ancora molta immaturità, negli avvenimenti di Odessa sono ancora evidenti i tratti della vecchia sommossa. Ma questo significa che i flutti più avanzati di questo torrente spontaneo sono già giunti alla soglia della “cittadella” dell’autocrazia. Questo significa che i rappresentanti più avanzati delle masse popolari sono già arrivati, non per considerazioni teoriche, ma sotto la pressione del movimento in sviluppo, ai compiti nuovi, superiori della lotta, della lotta definitiva contro il nemico del popolo russo.

     «L’autocrazia niente ha tralasciato per preparare questa lotta. Per anni ha spinto il popolo alla lotta armata contro l’esercito e adesso raccoglie quel che ha seminato. I distaccamenti dell’esercito rivoluzionario sorgono dallo stesso esercito».

Infine chiosiamo un’ultima citazione. Proprio perché il metodo del comunismo scientifico rifugge dalle cospirazioni militari, quando giunge il momento dell’assalto decisivo, quando le sue premesse sono maturate va messo all’ordine del giorno lo studio dell’intera questione militare, in tutti i suoi complessi aspetti. La forza decide e la forza deve manifestarsi con tecnica ed organizzazione militare appropriate che devono pregnare le masse e l’esercito rivoluzionario. E neanche questa volta Lenin sfugge al compito di fissare al Partito il reale svolgersi del processo rivoluzionario: le masse in moto saranno masse popolari, la rivoluzione è antizarista, il problema urgentissimo da risolvere è quello borghese della libertà, il moto è rivoluzionario ma anche democratico antifeudale.

     «Mesi di rivoluzione talvolta educano i cittadini in modo più rapido e completo che decenni di stasi politica. Il compito dei dirigenti coscienti della classe rivoluzionaria è di precedere sempre questa classe nell’opera di educazione, di spiegarle il significato dei nuovi compiti, di incitarla nella marcia verso la nostra grande meta finale. Gli insuccessi che inevitabilmente ci attendono, durante gli ulteriori tentativi di costituire l’esercito rivoluzionario e gli organismi del governo rivoluzionario provvisorio, ci insegneranno a risolvere praticamente questi problemi, faranno partecipare alla loro soluzione nuove e fresche forze popolari, che sono ancora latenti e inattive.

     «Prendete la questione militare. Nessun socialdemocratico che conosca più o meno la storia, per averla appresa da quel grande conoscitore di tale questione che era Engels, potrebbe mai dubitare dell’enorme significato delle cognizioni militari, dell’enorme importanza della tecnica e dell’organizzazione militare, come strumenti dei quali si giovano le masse popolari e le classi del popolo per risolvere i grandi conflitti storici. La socialdemocrazia non si è mai ridotta a giocare alla congiura militare, non ha mai messo in primo piano le questioni militari, fino a che non sono maturate le premesse d’una guerra civile. Ma oggi tutti i socialdemocratici hanno messo le questioni militari, se non al primo, a uno dei primi posti, hanno messo all’ordine del giorno lo studio di queste questioni e la loro conoscenza da parte delle masse popolari. L’esercito rivoluzionario deve valersi praticamente delle cognizioni militari e degli strumenti di guerra per decidere di tutto l’avvenire del popolo russo, per risolvere il primo, urgentissimo problema: il problema della libertà».

La rivoluzione istruisce

Con un altro poderoso articolo, “La rivoluzione istruisce” del 26 luglio, Lenin tornò a trarre le lezioni dagli avvenimenti di Odessa. Il “concreto” Lenin ebbe subito cura di mostrare come gli avvenimenti correnti fossero pienamente riconducibili a quelli passati e come quindi il metodo marxista permetta trarre dallo studio del passato e del presente le fertili lezioni della controrivoluzione, come dai necessari insegnamenti delle sconfitte si deve trarre la conferma della inevitabile futura lotta nella quale l’esercito rivoluzionario non rifarà gli stessi errori. Lenin deve, instancabile, ribadire un vecchio insegnamento marxista: le masse imparano dalle loro dirette esperienze, solo il partito ha la possibilità di trarre le lezioni dagli avvenimenti passati, di conservarle e di propagandarle, rappresentando così l’unica coscienza del movimento rivoluzionario. Le sconfitte insegnano ed un’epoca rivoluzionaria fornisce al Partito un materiale vivo che conferma o smentisce l’intero piano tattico elaborato. È pertanto solo rifacendosi all’intera esperienza del proletariato mondiale che la compagine del Partito può attendere a piè fermo gli avvenimenti, senza abbandonare la integerrima difesa dei principi, della teoria e del programma, per riflesso delle inevitabili illusioni e debolezze che accompagnano il reale percorso del moto di classe. La rivoluzione è morta! Viva la rivoluzione!

     «Così anche la rivoluzione russa fornisce quasi ogni settimana in copia eccezionale un materiale politico che permette di controllare le risoluzioni tattiche da noi precedentemente elaborate e di fornire i più efficaci insegnamenti su tutta la nostra attività pratica. Prendete i fatti di Odessa. Un tentativo di insurrezione terminato col fallimento. Un fallimento amaro, una grave sconfitta. Ma quale abisso divide questo fallimento nella lotta dai fallimenti che piovono sui vari signori Scipov, Trubetskoi, Petrinkevic, Struve e su tutto questo servidorame dello zar in cerca di meschine transazioni! Engels disse una volta: gli eserciti sconfitti imparano magnificamente. Queste bellissime parole tanto più valgono per gli eserciti rivoluzionari, nelle cui file affluiscono i rappresentanti delle classi avanzate. Fino a quando non sarà spazzata via la vecchia e già putrida sovrastruttura, che col suo marciume contagia tutto il popolo, ogni nuova sconfitta farà sorgere sempre nuovi eserciti di combattenti.

     «Naturalmente esiste l’ancor più vasta esperienza collettiva dell’umanità, che è scolpita nella storia della democrazia internazionale e della socialdemocrazia internazionale ed è ribadita dagli esponenti di avanguardia del pensiero rivoluzionario. Da essa il nostro partito attinge il materiale per la propaganda e l’agitazione quotidiana. Ma soltanto a pochi è dato di studiare direttamente questa esperienza, fintanto che la società è basata sull’oppressione e lo sfruttamento di milioni di lavoratori. Le masse devono imparare soprattutto dalla propria esperienza, pagando con duri sacrifici ogni lezione.

     «Dura è stata la lezione del 9 gennaio, ma essa ha reso rivoluzionario lo stato d’animo del proletariato di tutta la Russia. Dura è stata la lezione dell’insurrezione di Odessa, ma ormai esiste uno stato d’animo rivoluzionario, e su questa base, da questa lezione il proletariato rivoluzionario impara oggi non solo a lottare, ma anche a vincere. Dei fatti di Odessa diciamo: l’esercito rivoluzionario è stato sconfitto, viva l’esercito rivoluzionario!».

Fra gli avvenimenti di Odessa ed il nuovo violento deflagrare della guerra civile dell’inverno, che fu anticipata da potenti scioperi, la scena storica per un attimo si placò, come se i protagonisti prendessero fiato per un rinnovato slancio. La controrivoluzione zarista si illuse di aver assestato un colpo decisivo, ed infatti ripresero le azioni delle bande dei “Centoneri” che intendevano terrorizzare quartieri e città operaie.

Il periodo di relativa calma non fece però deflettere i bolscevichi e Lenin nella preparazione del Partito e delle masse all’insurrezione, un’insurrezione che il corso degli avvenimenti esigeva, che prorompeva dal sottosuolo economico e sociale, che come una forza viva scuoteva tutte le strutture sociali e politiche, che suscitava le stesse forze della controrivoluzione ad una lotta decisiva che non ammetteva neutrali. Scrive Lenin, “I Centoneri e l’organizzazione dell’insurrezione”, il 26 agosto:

     «Si possono e si devono condurre discussioni teoriche sulla necessità dell’insurrezione, si devono pensare profondamente ed elaborare con cura le risoluzioni tattiche sul problema, ma non si può dimenticare che il corso spontaneo delle cose si apre imperiosamente la strada, a dispetto di tutte le astrusità. Non si può dimenticare che lo sviluppo delle grandissime contraddizioni che per secoli si sono accumulate nella realtà russa prosegue con forza irresistibile, portando sulla scena le masse popolari, spazzando nel mucchio del ciarpame le morte dottrine sul progresso pacifico, già dei cadaveri. Tutti gli opportunisti amano dirci: imparate dalla vita. Per vita essi comprendono purtroppo soltanto il ristagno dei periodi pacifici, i periodi di stasi, quando la vita va avanti appena appena. Essi, questi uomini ciechi, comprendono sempre in ritardo gli insegnamenti della vita rivoluzionaria. Le loro morte dottrine si lasciano sempre oltrepassare dalla corrente impetuosa della rivoluzione, che esprime le esigenze più profonde della vita, alle quali sono legati gli interessi più vitali delle masse popolari (…).

     «Di fronte alle efferatezze della polizia, dei cosacchi e dei Centoneri contro cittadini inermi cresce e crescerà incessantemente il numero di coloro che, pur essendo estranei a qualsiasi “piano” e persino a ogni idea di rivoluzione, vedono, sentono la necessità della lotta armata. Non v’è altra scelta, tutte le altre vie sono chiuse. Non è possibile non pensare alla guerra e alla rivoluzione e rimanere indifferenti di fronte a quel che avviene oggi in Russia, e chiunque non lo rimanga pensa, si interessa, è costretto a chiedersi: schierarsi con l’una o l’altra parte armata? Vi bastoneranno, vi rovineranno, vi assassineranno, nonostante la forma arci-pacifica e legale fino alle minuzie della vostra azione. La rivoluzione non ammette che ci siano dei neutrali. La lotta già si è accesa. È una lotta a morte, la lotta tra la vecchia Russia della schiavitù, della servitù della gleba, dell’autocrazia e la nuova Russia, giovane, popolare, la Russia delle masse lavoratrici che anelano alla luce e alla libertà, per cominciare poi ancora e ancora la lotta per la completa emancipazione dell’umanità da ogni oppressione e da ogni sfruttamento. Ben venga dunque l’insurrezione popolare armata!».

Le lotte dell’autunno-inverno costituirono il punto culminante degli avvenimenti del 1905. Come per il gennaio, anche esse partirono da un avvenimento apparentemente secondario: il 2 ottobre entrarono in sciopero i compositori della tipografia Sytin di Mosca per reclamare la riduzione della giornata lavorativa e includere nel cottimo delle mille battute i segni di interpunzione. I fatti così si snodarono: lo sciopero della tipografia Sytin portò al costituirsi della Unione degli operai tipo-litografici di Mosca e già la sera del 7 ottobre lo sciopero si estese a 50 tipografie. L’8 un’assemblea autorizzata di scioperanti elaborava un proprio programma di rivendicazioni, fatto che fece intendere alla polizia che era l’ora di scendere in campo contro lo “arbitrio” che minacciava la “libera iniziativa dei lavoratori”. Lo sciopero si estendeva però ad altri settori, come i fornai che entrarono in lotta così decisamente che 200 cosacchi del I Reggimento del Don furono costretti a prendere d’assalto la panetteria Filippov scontrandosi con gli scioperanti che oramai incominciavano ad avere nelle proprie file anche operai delle officine e dell’industria.

Il 15 ottobre i tipografi pietroburghesi decisero di dimostrare la loro solidarietà con i compagni di Mosca. E lo sciopero dei tipografi si intersecava con quello dei ferrovieri. Già il 3 si era aperta a Pietroburgo la “Consultazione” ufficiale dei deputati dei ferrovieri per trattare delle pensioni e ben presto la consultazione prese quasi l’aspetto di un congresso di delegati operai che accarezzava l’idea di uno sciopero generale per il 13 ottobre (1 ottobre del vecchio calendario), giorno previsto per la convocazione della Duma di Stato. Il Congresso, che originariamente doveva solo essere una manifestazione del sindacalismo ufficiale zarista, temeva azioni parziali che, come nei mesi passati, sarebbero incorse in fallimenti, cautela che fece rimandare l’idea dello sciopero per il 13.

I giorni 18, 19 e 20 ottobre videro molte tipografie riprendere il lavoro, uscire regolarmente i giornali e terminare molti scioperi nelle officine e nei cantieri. «Lo sciopero non aveva ancora deciso, rifletteva e tentennava», notava Trotski nella sua opera, per subito dopo vergare che in realtà lo sciopero si preparava ad estendersi in tutta la sua ampiezza, lasciandosi alle spalle ogni debolezza.

Dal 20 ottobre una dopo l’altra si fermavano le linee ferroviarie intorno a Mosca, la grande città era quasi isolata dal resto del paese. Il 22 in una riunione straordinaria del Soviet dei deputati dei ferrovieri di Pietroburgo vennero formulate ed immediatamente trasmesse per telegrafo a tutte le linee le parole d’ordine generali dello sciopero ferroviario: giornata lavorativa di otto ore, libertà civili, amnistia, Assemblea Costituente.

Facciamo parlare Trotski.

     «Lo sciopero comincia a comandare sicuro nel paese. Abbandona definitivamente ogni esitazione. Col numero cresce anche la sicurezza dei suoi partecipanti. Le esigenze rivoluzionarie di classe sono poste al di sopra delle necessità economiche di categoria. Sottrattosi ai limiti locali e professionali lo sciopero cominciò a sentirsi rivoluzione: e questo gli conferisce un’incredibile audacia (…) Soltanto per scopi strettamente personali si permette di venir meno al voto di inattività. Apre una tipografia quando gli occorrono i bollettini della rivoluzione, si serve del telegrafo per trasmettere le sue istruzioni, lascia passare i treni con i delegati degli scioperanti. Per il resto non ammette eccezioni: chiude stabilimenti, farmacie, negozi, tribunali (…) Si serve di ogni mezzo: invita, convince, scongiura, supplica in ginocchio (così come una donna-oratrice a Mosca sulla banchina della stazione della linea di Kursk), minaccia, spaventa, tira pietre, ed infine usa la pistola. Vuole raggiungere il suo scopo a qualunque costo. La posta è troppo alta: il sangue dei padri, il pane dei figli, la reputazione delle proprie forze. Un’intera classe è ai suoi ordini: e se una minima, insignificante parte di essa, fuorviata da coloro contro i quali essa combatte, intralcia il suo cammino, c’è forse da meravigliarsi se con una rude pedata lo sciopero la rimuove?».

Dal 20 ottobre lo sciopero dei ferrovieri si propagò così rapidamente che in pochissimi giorni le ferrovie russe, polacche, circaucasiche, transcaucasiche e siberiane erano bloccate, l’intero esercito delle ferrovie, 750.000 uomini, era sceso in lotta. Allo sciopero dei ferrovieri diedero ben presto il loro appoggio gli operai delle fabbriche e delle officine ed anche, dato che il movimento si ergeva contro l’assolutista regime zarista, le stesse “unioni sindacali” dell’intelligenza, giudici, avvocati, medici chiudevano i loro uffici cercando di seguire la tumultuosa marcia del proletariato industriale. Da Mosca e Pietroburgo, lo sciopero si estese alle più lontane regioni del paese, coinvolgendo tutti i settori del proletariato.

Nel corso dello sciopero, che minacciava di divenire generale – gli scioperanti furono stimati in 1 milione e 750 mila – si giunse ancora una volta alla lotta armata aperta, gli scioperanti eressero barricate, s’impadronirono di armi, si armarono ed opposero una resistenza se non sempre vittoriosa certo eroica. Combattimenti di barricate si ebbero a Charkov, Ekaterinoslav, Odessa e in tante altre città e centri proletari, lotta che però non era ancora la resa finale dei conti fra il movimento rivoluzionario e l’assolutismo zarista. Trotski giustamente, nel suo “1905”, notò: «Le giornate di ottobre rimasero nel complesso uno sciopero politico, una rassegna generale di tutte le forze di combattimento, le grandi manovre della rivoluzione: in ogni caso non una rivolta armata», una rivolta armata che gli avvenimenti ponevano come prossima ed a cui i bolscevichi si preparavano.

Prime lezioni del potente sciopero

Prendiamo dall’articolo di Lenin “L’ultima parola della tattica iskrista” del 17 ottobre una lunga significativa citazione:

     «Insurrezione è una grande parola. L’appello all’insurrezione è un appello estremamente serio. Quanto più complessa diventa la struttura sociale, quanto più elevata l’organizzazione del potere statale, quanto più perfezionata la tecnica militare, tanto più inammissibile è avanzare avventatamente questa parola d’ordine. E noi abbiamo detto più volte che i socialdemocratici rivoluzionari da tempo si sono preparati ad avanzarla, ma l’hanno avanzata come appello diretto solo allorquando non potevano sussistere incertezze sulla serietà, l’ampiezza e la profondità del movimento rivoluzionario, nessuna incertezza sul fatto che le cose si avviavano verso l’epilogo, nel vero senso della parola. Con le grandi parole bisogna andar cauti. Immense sono le difficoltà per trasformarle in grandi fatti. Ma proprio per questo sarebbe imperdonabile eludere queste difficoltà con frasi vuote, sottrarsi a compiti gravi con congetture maniloviste, vedere attraverso rosee finzioni le possibili “trasformazioni naturali” che portano a questi difficili compiti.

     «Esercito rivoluzionario: anche questa è una grande parola. La sua costituzione è un processo difficile, complesso e lungo. Ma quando vediamo che il processo è cominciato e che a strappi, frammentariamente, procede dovunque; quando sappiamo che senza tale esercito è impossibile l’effettiva vittoria della rivoluzione, dobbiamo formulare con energia e chiarezza questa parola d’ordine, dobbiamo propagandarla, farne la pietra di paragone per i problemi più attuali della politica. Sarebbe errato pensare che quando la rivoluzione, per le condizioni dello sviluppo economico-sociale, è del tutto matura le classi rivoluzionarie abbiano sempre la forza sufficiente per compierla. No, la società umana non è costruita in modo tanto razionale e “comodo” per gli elementi d’avanguardia. La rivoluzione può essere matura, e la forza dei suoi protagonisti può non essere sufficiente per realizzarla; allora la società imputridisce, e il suo stato di putrefazione si protrae talvolta per interi decenni.

     «È indubbio che la rivoluzione democratica in Russia è matura, ma hanno le classi rivoluzionarie le forze sufficienti per compierla? Lo deciderà la lotta, il cui momento critico si sta avvicinando con enorme rapidità se non ci ingannano numerosi indizi diretti e indiretti. La superiorità morale è indubbia, la forza morale è già grandissima; se mancasse naturalmente non si potrebbe nemmeno parlare di rivoluzione. È una condizione necessaria, ma non ancora sufficiente. Si trasformerà essa in una forza materiale capace di spezzare la resistenza estremamente seria (e non dobbiamo chiudere gli occhi su tale fatto) dell’autocrazia? Lo dimostrerà l’esito della lotta.

     «La parola d’ordine dell’insurrezione è la parola d’ordine che decide del problema della forza materiale, e la forza materiale nella civiltà europea moderna è soltanto la forza militare. Questa parola d’ordine non può essere avanzata fin quando non sono mature le condizioni generali per l’insurrezione, fin quando non si sono manifestati in modo preciso il fermento delle masse e la loro preparazione all’azione, fin quando le circostanze esteriori non hanno portato a una crisi palese. Ma poiché tale parola d’ordine è stata posta, sarebbe vergognoso tirarsi indietro, ritornare alla forza morale, ritornare ancora ad una delle condizioni dello sviluppo della base per l’insurrezione, tornare ancora ad una delle “trasformazioni possibili”, ecc. ecc. No, poiché il dado è tratto bisogna abbandonare tutte le scappatoie, bisogna esplicitamente e chiaramente spiegare alle più larghe masse quali sono ora le condizioni pratiche per una rivoluzione vittoriosa».

Lenin deve chiarire subito che il rivoluzionario non ha da escogitare motivi per stimolare o suscitare l’insurrezione, che questa deve nascere e svilupparsi per profondi processi all’interno stesso della struttura economica e sociale, che nessuna parola d’ordine o tattica può suscitare le condizioni dell’insurrezione, ma che al Partito spetta il compito di prepararsi gettando nella mischia il suo fondamentale apporto di volontà, chiarezza e prospettiva tattica e politica. A questo compito immenso il Partito deve prepararsi non certo con una ginnastica particolare fatta in casa, immaginando moti sociali che non si manifestano, ma partecipando al processo reale che si svolge indipendentemente da chicchessia, con la sua inevitabile zavorra di illusioni.

Non una “trasformazione naturale” porterà all’estremo e vittorioso assalto finale, decideranno fattori di forza e di decisione e chiarezza alla lotta, deciderà l’esercito rivoluzionario, cioè la forza militare del popolo rivoluzionario (Lenin non dimentica che si tratta di una rivoluzione antiassolutista) costituito dal proletariato e dai contadini armati, dai distaccamenti d’avanguardia organizzati formati dai rappresentanti di queste due classi, ed infine dai reparti dell’esercito zarista pronti a passare dalla parte del popolo. È questo per Lenin l’esercito rivoluzionario antizarista che deciderà della lotta che è oramai improcrastinabile, di fronte alla quale ogni esitazione e tentennamento è delittuoso e vero e proprio tradimento.

Lenin sa bene che, anche se le condizioni dello sviluppo economico e sociale suonano condanna al regime zarista, le classi rivoluzionarie (classi al plurale, il moto popolare vedrà il proletariato come uno e non unico protagonista) potrebbero anche non avere la forza sufficiente per adempiere al loro compito storico. Lenin vedeva chiaramente che il movimento antizarista aveva la simpatia della maggioranza delle classi medie ed intellettuali e anche di un non trascurabile numero di proprietari terrieri e di industriali che, cautamente, non osteggiavano le dimostrazioni operaie, di professionisti studenti e impiegati che approvavano ordini del giorno poco meno radicali di quelli degli operai industriali. Il carattere largamente popolare del movimento gli conferiva portata e slancio inusitati, il che faceva vacillare il governo zarista che si sentiva frantumare il terreno sotto i piedi, ma questa situazione storica significava anche che enormi sarebbero state le difficoltà per la piena affermazione del programma e dell’azione del proletariato rivoluzionario che da lì in avanti avrebbe scontato le debolezze e la fiacchezza delle mezze classi che, per la vittoria della stessa rivoluzione antizarista, avrebbe dovuto controllare e spingere sulla via della lotta armata.

Trotski ricorda che Plekhanov a Parigi nel 1889 aveva esclamato: «Il movimento rivoluzionario russo o trionferà come movimento operaio o non trionferà affatto» e l’ardente Leone lo citava a sostegno delle sue tesi sulla “rivoluzione in permanenza”. Lenin ed i bolscevichi dialetticamente non negavano tale prospettiva, ma anche previdero la possibilità di una rivoluzione interclassista nella quale senza l’apporto del movimento operaio l’atteggiamento antizarista delle altre classi sarebbe stato infecondo, che quindi la rivoluzione avrebbe visto in prima fila il movimento operaio ma insieme alla classe contadina, cioè la borghesia radicale, con l’obiettivo di distruggere l’ordinamento feudale e costruire capitalismo, le “basi del socialismo”, distruzione che in qualsiasi modo sarebbe stato un far girare in avanti la ruota della storia.

Le giornate dell’ottobre videro ancora la massa variopinta del popolo muoversi con tutte le sue fallaci illusioni e debolezze, il malcontento antizarista contagiava l’operaio come l’avvocatuccio di tendenze liberali, il contadino, i soldati e i marinai che reclamavano cibo migliore e una disciplina più mite. Fu la forza dell’ottobre ma anche la sua intrinseca debolezza, che poneva al Partito di classe il compito difficile di reggere nella difesa del programma, di non accodarsi alle ideologie liberali, di mantenere integra la sua prospettiva di svolgere fino in fondo, nella maniera la più radicale possibile la rivoluzione borghese, trampolino per quella proletaria internazionale.