Partito Comunista Internazionale

La rivoluzione del 1905 Pt.2

Categorie: 1905 Revolution, Military Question

Articolo genitore: Comunismo e guerra

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Capitolo esposto alla riunione ad Ivrea, 2-3 febbraio 1985 [RG31]

Lo Zar “liberale”

Lo sciopero dell’ottobre dette un potente scrollone al regime zarista; lo Zar ed il Governo, smarriti e confusi, rimasti come fulminati e senza risorse (le comunicazioni fra Pietroburgo e la vicina Peterhof dove risiedeva la corte erano mantenute solo dai militari) cedettero ed il 30 ottobre 1905 fu pubblicato il Manifesto dello Zar in cui si concedeva come un dono le libertà politiche e la convocazione di una Duma legislativa, visto che la cosiddetta Duma di Bulyghin, annunciata ad agosto, con semplici funzioni consultive, non era riuscita a calmare la crescente agitazione.

Il conte Witte, nominato Primo Ministro, intuì subito come questa minima concessione avrebbe infranto il fronte dell’opposizione fra le forze liberali e quelle socialiste ed operaie; lo zarismo avrebbe potuto concentrarsi sul suo unico irriducibile avversario, la classe lavoratrice.

Trotski nota nel suo “1905” come il Manifesto e la promozione di Witte erano il risultato dell’incompiutezza della vittoria della rivoluzione, che il nemico non era stroncato ma che di fronte alla potente manifestazione dello sciopero – «Lo sciopero di ottobre fu la dimostrazione dell’egemonia del proletariato in una rivoluzione borghese e inoltre la dimostrazione della egemonia delle città in un paese prevalentemente rurale» – la reazione indietreggiava ma solamente per prepararsi ad un futuro contrattacco, una volta attirata a sé l’opposizione liberale e borghese, contro il movimento operaio e socialista che riprendeva l’attività legale.

Scriverà Lenin commentando a caldo il corso degli eventi, il 1 novembre in “Prima vittoria della Rivoluzione”:

     «La concessione dello Zar è effettivamente la maggior vittoria della rivoluzione, ma tale vittoria è ben lungi dal decidere le sorti di tutta la causa della libertà. Lo Zar è ben lungi dall’aver capitolato. L’autocrazia non ha affatto cessato di esistere. Si è soltanto ritirata, lasciando al nemico il campo di battaglia; si è ritirata dopo un combattimento di estrema asprezza, ma è ben lungi dall’essere sgominata; essa raccoglie ancora le sue forze, e al popolo rivoluzionario rimangono ancora da risolvere molti e gravi compiti di lotta se vuol portare la rivoluzione a una vittoria effettiva e completa».

E ancora:

     «Lo zarismo non può più soffocare la rivoluzione. La rivoluzione non può ancora schiacciare lo zarismo».

Commentiamo. Il proletariato rivoluzionario con la sua poderosa entrata in scena era riuscito a neutralizzare l’esercito che lo zarismo, nelle grandi giornate dello sciopero generale, non aveva potuto scatenare contro il movimento operaio; ma questi non era ancora riuscito a farlo completamente passare dalla parte della rivoluzione, unica garanzia di una definitiva vittoria. Il teorico Lenin sapeva bene che la decisiva battaglia finale era ancora da combattere, alla quale il proletariato doveva prepararsi:

     «Il comitato di sciopero, secondo i telegrammi pervenuti, chiede l’amnistia e la convocazione immediata dell’Assemblea costituente sulla base del suffragio universale.
     «L’istinto rivoluzionario ha suggerito immediatamente agli operai di Pietroburgo la parola d’ordine giusta: continuazione energica della lotta, utilizzazione delle nuove posizioni conquistate per continuare l’attacco, per annientare effettivamente l’autocrazia. E la lotta continua. Le assemblee diventano sempre più frequenti e numerose. La gioia e la fierezza legittime per la prima vittoria non ostacolano la riorganizzazione delle forze per portare a fondo la rivoluzione.
     «La sua vittoria dipende dal passaggio dalla parte della libertà di sempre più larghi strati della popolazione, dalla loro educazione e organizzazione. La classe operaia ha dimostrato con lo sciopero politico generale la sua gigantesca forza, ma dobbiamo fare ancora non poco lavoro tra gli strati arretrati del proletariato cittadino. Nel creare la milizia operaia, unica difesa sicura della rivoluzione, nel prepararci ad una nuova lotta più decisa, nel sostenere le nostre vecchie parole d’ordine, dobbiamo anche rivolgere un’attenzione particolare all’esercito. Le concessioni cui è stato costretto lo zar devono per forza di cose portare ancora più incertezza nelle sue file, e oggi, cercando di far partecipare i soldati alle assemblee operaie, intensificando l’agitazione nelle caserme, allargando i contatti con gli ufficiali, dobbiamo creare, accanto all’esercito rivoluzionario degli operai, quadri rivoluzionari coscienti anche nell’esercito, che ieri era ancora esclusivamente un esercito zarista, ma è oggi alla vigilia di divenire un esercito popolare.
     «Il proletariato rivoluzionario è riuscito a neutralizzare l’esercito, paralizzandolo nelle grandi giornate dello sciopero generale. Deve ora riuscire a farlo completamente passare dalla parte del popolo».

Il Comitato di sciopero degli operai di Pietroburgo a cui si riferiva Lenin si era intanto costituito in Soviet (Consiglio) dei deputati operai e sarebbe servito da modello a quelli di Mosca, Odessa e tante altre città.

Il 26 ottobre sera nell’Istituto Tecnologico della capitale si era svolta la prima assemblea del nascituro Soviet ed i 30-40 delegati degli operai in sciopero avevano inviato a tutti i lavoratori di Pietroburgo un appello allo sciopero generale politico e alla elezione di propri delegati:

     «La classe operaia ha deciso di far ricorso all’ultimo, potente strumento del movimento operaio mondiale: lo sciopero generale (…) Nei prossimi giorni in Russia si compiranno eventi decisivi. Essi determineranno per molti anni il destino della classe operaia, noi dobbiamo andare incontro a questi eventi con la massima preparazione, uniti nel nostro Soviet generale».

Trotski rileverà come questa straordinaria decisione fu presa – potenza del momento rivoluzionario e delle sue necessità – all’unanimità, senza discussioni di principio sullo sciopero generale, sui suoi metodi, fini, possibilità, problemi che invece susciteranno di lì a poco aspre polemiche nelle file della Socialdemocrazia internazionale. Il giovane rivoluzionario inneggiando alla “poderosa spinta delle forze spontanee della rivoluzione”, che dittava sul Soviet, intendeva affermare come dialetticamente la rivoluzione non è questione di forme e che solo in determinate svolte sociali lo stesso procedere degli avvenimenti, con le sue lezioni, permette la compenetrazione fra il Partito ed il proletariato e che solo in queste svolte la classe è classe per se stessa identificandosi con il programma rivoluzionario.

Un esempio: il 27 ottobre i tipografi inviarono i loro delegati al Soviet generale con questa impegnativa:

     «Riconoscendo l’insufficienza della sola lotta passiva, della sola astensione dal lavoro, deliberiamo di trasformare l’esercito della classe operaia in sciopero in un esercito rivoluzionario, ossia di organizzare al più presto le squadre di combattimento. Queste squadre dovranno occuparsi dell’armamento delle restanti masse proletarie, anche a costo di saccheggiare armerie e di sottrarre le armi alla polizia ed alle truppe, quando ciò sia possibile».

Si trattava della stessa decisione, dello stesso accalorato appello che Lenin lanciava dall’estero, di più, era la rivoluzione che imponeva al Partito e alla classe determinati compiti e mezzi, di parlare un’unica lingua, di muoversi come un sol uomo, che imponeva a capi e gregari di esporre esigenze storiche che solo con determinati mezzi potevano misurarsi con le forze della reazione.

Queste contavano come campione sul generale Trepov, il 25 ottobre nominato dallo zar Nicola a capo della Guarnigione di Pietroburgo, che aveva introdotto lo stato d’assedio di fatto nella capitale, con truppe a cavallo che spargevano il terrore mentre il resto della truppa occupava i principali punti strategici della città. Il generale si fregava le mani soddisfatto per il presentimento della imminente mischia, infatti due giorni dopo la nomina, il 27, comparve il suo famoso ordine: “Niente colpi a salve, non risparmiate le munizioni”, bellicoso proposito che fu invece neutralizzato dal procedere impetuoso dello sciopero, che si era dato un proprio organo di stampa per far sentire la sua audace voce. Le Izvestija (Le notizie), pubblicato dal Soviet di Pietroburgo, così rispose al Manifesto zarista:

«La costituzione dunque è stata concessa. È stata concessa la libertà di parola, ma la censura è rimasta intatta. È stata concessa la libertà della scienza, ma le Università sono occupate dalle truppe. È stata concessa l’immunità personale, ma le carceri sono piene di detenuti. È stato concesso Witte, ma è rimasto Trepov. È stata concessa la costituzione, ma è rimasta l’autocrazia. È stato concesso tutto, e non è stato concesso niente».

Il Soviet deliberava la continuazione dello sciopero generale, deludendo chi sperava in una tregua:

«Il proletariato sa ciò che vuole, e sa ciò che non vuole. Non vuole né il teppista Trepov né il sensale liberale Witte, né le fauci del lupo né la coda della volpe. Non desidera la nagaica avvolta nelle pergamene della costituzione».

Lenin in “L’epilogo s’avvicina” del 16 novembre, commentò da lontano i potenti avvenimenti:

     «La lotta si avvicina all’epilogo, alla soluzione del problema: rimarrà il potere effettivo nelle mani del governo zarista? Quanto al riconoscimento della rivoluzione, ormai tutti l’hanno riconosciuta. Da parecchio tempo l’hanno riconosciuta il signor Struve e gli osvobozdenstsy, ora l’ha riconosciuta il signor Witte, l’ha riconosciuta Nicola Romanov. Vi prometto quel che volete, dice lo zar, purché mi lasciate il potere, purché consentiate che a mantenere le mie promesse ci pensi io. A questo si riduce il manifesto dello zar, e si capisce che esso non poteva non spingere alla lotta decisiva. Concedo tutto fuorché il potere, dichiara lo zarismo. Tutto è illusione fuorché il potere, risponde il popolo rivoluzionario».

Ed in questa lotta a morte per il potere, Lenin vede bene come Trepov e Witte si diano la mano, come la spada e la carota difendano con diversi metodi il regime zarista contro cui si erge il Soviet, che valuta le intenzioni dell’avversario, le sue forze e debolezze:

     «Pietroburgo. Trepov si vendica dell’esultanza del popolo rivoluzionario (a causa delle concessioni strappate allo zar). I cosacchi commettono eccessi di ogni sorta. I massacri si intensificano. La polizia organizza apertamente i centoneri. Gli operai avevano intenzione di organizzare un’imponente dimostrazione per domenica 5 novembre (23 ottobre). Volevano che tutto il popolo rendesse omaggio alla memoria dei loro compagni caduti eroicamente nella lotta per la libertà. Il governo dal canto suo preparava un bagno di sangue. Preparava per Pietroburgo quello che su piccola scala era avvenuto a Mosca (massacro ai funerali di un capo degli operai, Barman). Trepov voleva approfittare del momento in cui non aveva ancora frazionato le sue truppe inviandone una parte in Finlandia, dal momento in cui gli operai si riunivano per manifestare e non per battersi.
     «Gli operai di Pietroburgo indovinarono le intenzioni del nemico.
     «La dimostrazione fu sospesa. Il comitato operaio decise di non organizzare la battaglia finale al momento che Trepov si era compiaciuto di scegliere. Il comitato operaio riteneva giustamente che, per tutta una serie di motivi (fra cui l’insurrezione in Finlandia), il differimento della lotta era svantaggioso per Trepov e vantaggioso per noi. E intanto si intensifica la preparazione dell’armamento. La propaganda fra le truppe fa progressi considerevoli. Si comunica che 150 marinai degli equipaggi della quattordicesima e diciottesima flotta sono stati arrestati e che negli ultimi dieci giorni sono stati presentati 92 rapporti contro ufficiali che avevano simpatizzato con i rivoluzionari. I manifestini che esortano l’esercito a passare dalla parte del popolo vengono distribuiti perfino alle pattuglie che “difendono” Pietroburgo (…) L’epilogo si avvicina. La vittoria dell’insurrezione popolare ormai non è più lontana. Le parole d’ordine della socialdemocrazia rivoluzionaria si realizzano con inattesa rapidità. Si dibatta Trepov tra la Finlandia rivoluzionaria e Pietroburgo rivoluzionaria, fra le regioni periferiche rivoluzionarie e la provincia rivoluzionaria. Provi a scegliersi anche un solo posticino sicuro per libere operazioni militari (…)

      «Lo sciopero politico generale in tutta la Russia ha compiuto magnificamente l’opera sua, facendo avanzare l’insurrezione, infliggendo terribili ferite allo zarismo, smascherando l’infame commedia dell’infame Duma. La prova generale è finita. Siamo, secondo ogni apparenza, alla vigilia del vero e proprio dramma. Witte affoga in un fiume di parole. Trepov in un fiume di sangue. Sono ormai troppo poche le promesse che lo zar potrebbe ancora fare».

Le masse risposero con disciplina alle indicazioni del Soviet di Pietroburgo, lo sciopero perdeva il suo spontaneo carattere battagliero per trasformarsi in una cosciente e colossale dimostrazione di sfiducia. Fu la provincia che per prima riprese il lavoro, il 1° novembre i lavoratori di Mosca terminavano lo sciopero ed il 4, alle ore 12, furono, ultimi, quelli di Pietroburgo a ritornare alle macchine ubbidendo disciplinati al loro Soviet.

Soviet e Rivoluzione

Soviet in russo significa semplicemente consiglio, consiglio appunto dei delegati delle fabbriche in sciopero, ed infatti Lenin, la prima volta, lo identificò con il comitato di sciopero. Fu la situazione eminentemente rivoluzionaria a far sì che lo sciopero travalicasse i suoi naturali ed immediati confini economici per divenire vera e propria arma della lotta rivoluzionaria del movimento proletario contro l’autocrazia zarista.

Il Soviet dovette – pena uno sconfessamento della sua natura di classe – accondiscendere alle intime esigenze del movimento operaio offrendo così alla storia la forma politica che clamorosamente sarebbe prevalsa dopo la rivoluzione bolscevica del 1917.

L’organizzazione del Soviet di Pietroburgo crebbe rapidamente per forza numerica ed autorità, diventando il centro di organizzazione rivoluzionario e operaio non solo di Pietroburgo ma di tutta la Russia; Soviet si costituirono in tutte le principali città, anzi in molte città minori ed in molte località industriali condizioni locali di comunicazione permisero una attività ancora più radicale rispetto al Soviet di Pietroburgo.

Il Soviet di Pietroburgo – ci soffermiamo su quello più rappresentativo al quale gli altri si adeguarono per funzioni e compiti – durante la sua breve esistenza esercitò una considerevole autorità, non ufficiale ma come un vero e proprio governo rivoluzionario. Non solo stabiliva le date d’inizio e di cessazione degli scioperi, pubblicava manifesti ed appelli, ma anche revocava gli ordini della amministrazione zarista, si impadroniva delle tipografie, pubblicava propri organi di stampa, difendeva gli interessi dei lavoratori organizzando il proletariato contro possibili azioni dei “centoneri”.

Il Soviet di Pietroburgo non ebbe una fisionomia politica determinata, includeva bolscevichi, menscevichi, Esse Erre e senza partito. Anche se maggioritari furono i menscevichi, la breve vita del Soviet – fu sciolto e tutti i suoi capi furono arrestati il 16 dicembre – sommata ad una relativa immaturità della situazione sociale e della lotta politica non permise una netta separazione dei diversi indirizzi esistenti nel campo operaio, come invece sarebbe accaduto nell’ottobre 1917.

Lenin, ancora all’estero quando si formò il Soviet di Pietroburgo, già durante il suo viaggio di ritorno in Russia scrisse sulla natura e le funzioni del Soviet, da “assente”, come si poteva leggere nell’articolo del 15-17 novembre stilato per l’organo bolscevico del POSDR, la “Novaia Gizn”. L’articolo, sotto forma di lettera, “I nostri compiti e il Soviet dei deputati operai”, sarà pubblicato però solo nel lontano 1940. Lenin scorgeva nel Soviet una duplice funzione: in quanto organizzazione sindacale il Soviet doveva tendere a includere nelle proprie file tutti gli operai, in quanto organizzazione politica doveva essere considerato un governo rivoluzionario provvisorio in embrione e organizzazione di lotta contro il Governo zarista. Scrive Lenin:

     «Il soviet dei deputati operai è nato da uno sciopero generale, in occasione di uno sciopero e per i suoi obiettivi. Chi ha diretto, chi ha condotto alla vittoria questo sciopero? Tutto il proletariato, nelle cui file vi sono, in minoranza per fortuna, anche operai non socialdemocratici. Quali obiettivi si prefiggeva lo sciopero? Obiettivi economici e politici a un tempo. Quelli economici riguardavano tutto il proletariato, tutti gli operai, in parte persino tutti i lavoratori, e non solo gli operai salariati. Gli obiettivi politici riguardavano tutto il popolo o, meglio, tutti i popoli della Russia. Essi consistevano nell’emancipazione di tutti i popoli della Russia dal giogo dell’autocrazia, dalla servitù feudale, dalla mancanza di diritti, dell’arbitrio poliziesco.
     «Procediamo. Doveva il proletariato continuare la sua lotta economica? Senza dubbio, su questo non vi sono, e non possono esservi, due opinioni tra i socialdemocratici. Bisognava combattere questa battaglia con i soli socialdemocratici o sotto la sola bandiera socialdemocratica? Non lo credo, e continuo ad attenermi all’opinione da me espressa (a dire il vero, in circostanze radicalmente diverse, ormai superate) nel “Che fare?”; penso cioè che sia sbagliato limitare l’adesione ai sindacati e la partecipazione alla lotta rivendicativa, economica, ai soli iscritti al partito socialdemocratico. Mi sembra che il soviet dei deputati operai, in quanto organizzazione sindacale, debba tendere a includere nelle proprie file i deputati eletti da tutti gli operai, gli impiegati, i domestici, i braccianti, ecc., da tutti coloro che vogliono e possono combattere insieme per migliorare l’esistenza del popolo lavoratore, da tutti coloro che posseggono la più elementare lealtà politica, da tutti tranne dai centoneri».

La questione del governo rivoluzionario provvisorio era giustamente considerata di importanza fondamentale per tutto lo svolgimento della rivoluzione russa. L’esperienza della rivoluzione europea e soprattutto della grande rivoluzione russa aveva dimostrato la necessità dell’esistenza di un organo dell’insurrezione popolare contro il vecchio regime, un organo che si proponesse come organo di governo; per il marxismo si trattava e si tratta di una questione di forza e non di forma, per cui gli elementi da riconoscere in tale organo di fronte alle esplosioni rivoluzionarie andavano ravvisati esclusivamente nella forza capace di opporsi al vecchio regime che per necessità storiche va abbattuto. Per Lenin il governo rivoluzionario provvisorio è l’organo dell’insurrezione che dirige politicamente l’insurrezione e che con il suo programma rivoluzionario unisce tutti gli insorti:

     «La lotta politica è pervenuta ormai a un tal grado di sviluppo che le forze rivoluzionarie e quelle della controrivoluzione si bilanciano, o quasi, che il governo zarista è già impotente a schiacciare la rivoluzione, e la rivoluzione non è ancora tanto forte da spazzare via il governo dei centoneri. La decomposizione del governo zarista è totale. Ma, imputridendo da vivo, esso contagia la Russia con il suo tossico cadaverico. Alla putrescenza delle forze zariste, controrivoluzionarie, è assolutamente indispensabile opporre subito, immediatamente, senza il minimo indugio, l’organizzazione delle forze rivoluzionarie. Quest’organizzazione si è sviluppata, soprattutto negli ultimi tempi, con eccezionale rapidità. Ne fanno fede la costituzione di distaccamenti dell’esercito rivoluzionario (le squadre di combattimento, ecc.), il rapido sviluppo delle organizzazioni socialdemocratiche di massa del proletariato, la creazione di comitati contadini da parte di contadini rivoluzionari, le prime libere assemblee dei nostri fratelli proletari in divisa da marinai e da soldati, che si sono aperti un varco sulla strada difficile e dura, ma giusta e luminosa, della libertà e del socialismo.
     «Manca solo ormai l’unificazione di tutte le forze effettivamente rivoluzionarie, di tutte le forze che già operano sul terreno della rivoluzione. Manca un centro politico panrusso, vitale, attivo, che abbia profonde radici nel popolo, goda dell’assoluta fiducia delle masse, sia dotato di un’impetuosa energia rivoluzionaria, abbia solidi legami con i partiti rivoluzionari e socialisti organizzati. Questo centro può essere creato soltanto dal proletariato rivoluzionario, che ha condotto nel modo più brillante lo sciopero politico e sta oggi organizzando l’insurrezione armata di tutto il popolo, che ha già in parte conquistato alla Russia la libertà e le sta oggi conquistando la completa libertà (…)
     «A mio giudizio, il soviet dei deputati operai, in quanto centro di direzione politica della rivoluzione, è un’organizzazione non troppo ampia: anzi, è troppo ristretta. Il soviet deve proclamarsi governo rivoluzionario provvisorio, o costituire un tale governo, mobilitando necessariamente nuovi deputati, eletti non solo dagli operai, ma anzitutto dai marinai e dai soldati, che si sono battuti dappertutto per la libertà, e poi dai contadini rivoluzionari, infine dagli intellettuali borghesi rivoluzionari. Il soviet deve eleggere il solido nucleo del governo rivoluzionario provvisorio e integrarlo poi con i rappresentanti di tutti i partiti rivoluzionari e di tutti i democratici rivoluzionari (ovviamente, solo rivoluzionari, non anche liberali).
     «Noi non solo non temiamo una composizione così ampia ed eterogenea, ma anzi l’auspichiamo, perché, senza l’alleanza tra il proletariato e i contadini, senza l’intesa combattiva tra i socialdemocratici e i democratici rivoluzionari, il pieno successo della grande rivoluzione russa è impossibile. Si tratterà di un’alleanza temporanea, legata a compiti pratici, immediati e chiaramente definiti, mentre a guardia dei più importanti e radicali interessi del proletariato socialista, a guardia dei suoi compiti ultimi, vi sarà sempre il Partito operaio socialdemocratico di Russia, autonomo e coerente con i suoi principi (…)
     «Ma noi dobbiamo tradurre in atto il programma rivoluzionario con le forze del popolo rivoluzionario, dobbiamo unificare al più presto queste forze mediante la proclamazione del governo rivoluzionario provvisorio da parte del proletariato. Naturalmente, questo governo potrà avere un sostegno reale soltanto nell’insurrezione armata. E, del resto, il governo progettato non sarà altro che l’organo dell’insurrezione che già matura e si sviluppa. Quando l’insurrezione non aveva ancora assunto proporzioni evidenti per tutti, proporzioni tangibili – diciamo così – era impossibile mettersi a creare in pratica un governo rivoluzionario. Ma oggi è indispensabile unificare politicamente l’insurrezione, organizzarla, darle un programma chiaro, trasformare i già folti distaccamenti dell’esercito rivoluzionario, che aumentano rapidamente di numero, in un sostegno e in uno strumento del nuovo governo effettivamente libero e popolare. La lotta è imminente, l’insurrezione inevitabile, lo scontro decisivo ormai molto vicino. È tempo di incitare apertamente il popolo a opporre allo zarismo in decomposizione il potere organizzato del proletariato, è tempo di indirizzare a tutto il popolo un manifesto in nome del governo rivoluzionario provvisorio, istituito dagli operai d’avanguardia».

I menscevichi, che pure furono i principali promotori del costituirsi del Soviet di Pietroburgo, consideravano invece il Soviet come un organo di per sé già di autogoverno, di conseguenza sostenevano non solo la adesione incondizionata a esso ma anche l’eliminazione di ogni differenziazione partitica al suo interno, posizione che, in definitiva, andava nel senso inverso della “trasformazione del soviet dei deputati operai in governo rivoluzionario”, cioè della preparazione della decisiva insurrezione.

Contro queste posizioni i bolscevichi, prima dell’arrivo di Lenin, presero una posizione insufficiente; essi infatti, in nome dell’indipendenza del Partito, essendo il Soviet un’organizzazione politica condizionavano la loro adesione alla direzione del Partito sul Soviet, non scorgendo nel Soviet l’embrione del governo rivoluzionario provvisorio in quella che era una rivoluzione borghese democratica. Lenin nello scritto già citato, da “assente”, aveva fatto sentire la sua voce ma non è senza significato che la sua lettera dovette attendere 35 anni per essere conosciuta:

     «Ma questo lato della questione, riguardante la lotta economica, è relativamente semplice e, forse, non suscita nemmeno particolari dissensi. Non si può dire lo stesso dell’altro lato del problema, cioè di quello che concerne la direzione e la lotta politica. A costo di sbalordire i lettori, devo tuttavia affermare subito che mi sembra sbagliato pretendere al soviet dei deputati operai l’accettazione del programma socialdemocratico e l’adesione al Partito operaio socialdemocratico di Russia.
     «Io credo che nella direzione della lotta politica siano allo stesso titolo assolutamente indispensabili oggi sia il soviet (trasformato nel senso che preciserò subito) sia il partito.
     «Sbaglierò, forse, ma credo (dai dati incompleti e puramente “libreschi” di cui dispongo) che sul piano politico il soviet dei deputati operai debba essere considerato come un governo rivoluzionario provvisorio in embrione. Credo che il soviet debba proclamarsi al più presto governo rivoluzionario provvisorio di tutta la Russia o creare (che è lo stesso, anche se in forma diversa) un governo rivoluzionario provvisorio (…)
     «Ci si domanda perché il soviet dei deputati operai non possa essere l’embrione di questo centro. Forse perché non ne fanno parte soltanto i socialdemocratici? Ma questo è un vantaggio. Abbiamo sempre sostenuto che è necessaria un’alleanza di lotta tra i socialdemocratici e i democratici rivoluzionari borghesi. Noi ne abbiamo parlato, e gli operai l’hanno realizzata. E hanno fatto bene.
     «Quando ho letto, nella Novaia Gizn, le lettera di alcuni compagni operai, aderenti al partito socialista-rivoluzionario, che protestavano contro la subordinazione del soviet a un solo partito, non ho potuto fare a meno di pensare che questi compagni operai avevano praticamente ragione su moltissimi punti. Naturalmente, noi dissentiamo da loro nel modo di vedere; naturalmente, non si può parlare di fusione tra i socialdemocratici e i socialisti rivoluzionari; ma non di questo si tratta. Secondo il nostro profondo convincimento, gli operai che condividono le opinioni dei socialisti-rivoluzionari e lottano nelle file del proletariato sono incoerenti, perché, mentre si battono per la vera causa proletaria, professano concezioni non proletarie. Contro questa incoerenza siamo tenuti a combattere, sul piano ideale, con la massima energia, ma in modo che non abbia a soffrirne l’imminente, urgente, concreta causa rivoluzionaria, a cui tutti aderiscono e che unisce tutti gli uomini onesti.
     «Noi continuiamo a ritenere non socialiste, ma democratiche rivoluzionarie, le concezioni dei socialisti-rivoluzionari. Ma, ai fini della lotta, siamo tenuti a marciare con loro, pur senza infirmare la piena autonomia del partito. Il soviet è un’organizzazione di lotta e tale deve essere. Sarebbe assurdo e pazzesco respingere i democratici rivoluzionari devoti e onesti nel momento stesso in cui si realizza la rivoluzione democratica».

Lenin rigorosamente insistette affinché la rappresentanza del Soviet non venisse ristretta e delimitata, come sostenevano anche i bolscevichi di Pietroburgo, ma allargata ed estesa fino a comprendere i rappresentanti rivoluzionari dei contadini e dei soldati che avessero accettato il programma della lotta a morte contro lo zarismo.

Dopo la repressione dell’insurrezione del dicembre 1905, nella Piattaforma per il congresso del POSDR del marzo 1906, Lenin presentò per i bolscevichi una risoluzione sui Soviet che significativamente seguiva quella sul governo rivoluzionario provvisorio e gli organi locali del potere rivoluzionario; fatta piazza pulita di tutte le indecisioni passate era un ponte gettato verso il vittorioso ottobre 1917.

     «I Soviet dei deputati operai
     «Considerando:
     «1) che i soviet dei deputati operai sorgono sul terreno degli scioperi politici di massa, come organizzazioni apartitiche delle vaste masse operaie;
     «2) che questi soviet si trasformano inevitabilmente, nel corso della lotta, sia per la loro composizione, in quanto includono gli elementi più rivoluzionari della piccola borghesia, sia per il contenuto della loro attività, in quanto da semplici organizzazioni per gli scioperi diventano organi della lotta rivoluzionaria generale;
     «3) che, in quanto questi soviet sono l’embrione del potere rivoluzionario, la loro forza e importanza dipendono per intero dalla forza e dal successo dell’insurrezione,
     «riconosciamo e proponiamo al congresso di riconoscere:
     «1) che il Partito operaio socialdemocratico di Russia deve aderire ai soviet apartitici dei deputati operai, costituendo immancabilmente gruppi molto forti di membri del partito all’interno di ogni soviet e orientando l’attività di questi gruppi in stretta connessione con l’attività generale del partito;
     «2) che l’istituzione di questi organi, al fine di estendere e approfondire l’influenza della socialdemocrazia sul proletariato e del proletariato sull’andamento e sull’esito della rivoluzione democratica, può essere affidata, in determinate circostanze, alle organizzazioni locali del partito;
     «3) che i più vasti strati di operai, nonché di rappresentanti della democrazia rivoluzionaria, soprattutto dei contadini, dei soldati e dei marinai, devono essere mobilitati nei soviet apartitici dei deputati operai;
     «4) che, nell’estendere l’azione e la sfera d’influenza dei soviet dei deputati operai, bisogna indicare che queste istituzioni saranno inevitabilmente condannate al fallimento, se non poggeranno sull’esercito rivoluzionario e non rovesceranno le autorità governative (se non si trasformeranno cioè in governi rivoluzionari provvisori); e che pertanto l’armamento del popolo e il consolidamento dell’organizzazione militare del proletariato devono essere considerati come uno dei compiti principali di questi organismi in ogni fase della rivoluzione».

Il primo movimento di reazione al Manifesto del 30 ottobre fu una sanguinosa ondata di pogrom che spazzò tutta la Russia, veri e propri massacri che si abbatterono con furia omicida su di un centinaio di località, con migliaia di morti. I pogrom scoppiavano sempre nello stesso modo. In una città cominciavano a circolare voci che era imminente un pogrom e già questa notizia richiamava tutti i teppisti, i rifiuti e la feccia della società; questi figuri insieme al ritratto dello Zar, alla bottiglia di vodka ed al vessillo tricolore patriottico costituivano gli accessori fondamentali del pogrom.

Con l’attiva cooperazione della polizia veniva organizzata una dimostrazione patriottica con ritratti dello Zar e icone, al canto di inni nazionali; in quella circostanza, non era difficile, di regola attaccar briga col primo passante, e quand’altro mancava un’occasione un agente provocatore era sempre pronto a sparare un colpo di rivoltella che immediatamente veniva interpretato come un attacco di ebrei ed era il segnale per invadere il quartiere con ogni genere di oltraggi e di violenze.

Trotskij con tutto il suo sdegno scriverà nel 1905:

     «Nei neri baccanali d’ottobre, di fronte ai quali gli orrori della notte di San Bartolomeo sembrano un’innocua finzione teatrale, in cento città si ebbero da 3.500 a 4.000 morti e sino a 10.000 mutilati. I danni materiali, che ammontavano a decine, se non a centinaia di milioni di rubli, furono di molto superiori alle perdite subite dai proprietari fondiari durante le agitazioni contadine (…) Così il vecchio regime si vendicava dell’umiliazione subita (…) Aveva reclutato le sue falangi dappertutto, negli angoli, nei vicoli, nei tuguri. Aveva chiamato al suo servizio il piccolo bottegaio e l’accattone, il bettoliere e il suo fedele cliente, il portinaio e lo spione, il ladro di mestiere ed il mariuolo dilettante, il piccolo artigiano ed il portiere della casa di tolleranza, l’affamato rozzo muzik ed il contadino inurbato da poco, stordito dal processo delle macchine industriali. La miseria incollerita, l’ignoranza desolante, la venalità degenere si posero sotto il comando dell’egoismo dei privilegiati e della anarchia degli alti funzionari».

Il vecchio regime si vendicava per essere stato costretto ad una pur minima concessione, scatenava e sosteneva pogrom antiebrei che avevano lo scopo di terrorizzare tutta la società e tutte le classi, innalzando a re il vagabondo al quale era assicurato ogni immunità. Il proletariato capì bene che l’ondata di pogrom aveva una diabolica morale: “Avete voluto la libertà: raccoglietene i frutti”, ed in moltissime città organizzò picchetti armati che opposero un’attività, ed in molti casi eroica, resistenza alle squadre nere; quando l’esercito si manteneva neutrale le milizie operaie arginavano facilmente le scorribande dei teppisti.

A Pietroburgo pogrom non ve ne furono e non certo per volontà delle centurie nere. Gli operai erano pronti a difendere la città e quando le voci si fecero più insistenti le masse proletarie si armarono come potevano, anche fabbricandosi armi bianche. Il Soviet organizzò una vera e propria milizia con regolari servizi notturni, ma in questo modo il proletariato ed il Soviet si armavano soprattutto contro il potere zarista che reggeva i fili delle centurie nere. Il governo lo capì e diede l’allarme. Scrive Trotskij:

    « A Pietroburgo ebbe quindi inizio un vero attacco contro la milizia operaia. Le squadre di combattimento venivano disperse, le armi confiscate. Ma intanto il pericolo del pogrom era passato per cedere il posto ad un pericolo incomparabilmente maggiore. Il governo aveva messo in congedo temporaneo tutte le sue formazioni irregolari. Si accingeva a fare entrare in campo i suoi scherani effettivi, i suoi cosacchi, i suoi reggimenti delle guardie; si preparava alla guerra lungo tutto il fronte del suo schieramento militare».

Un fucile per le otto ore

Abbiamo già detto che lo sciopero dell’ottobre non fu osteggiato dalla classe borghese e capitalistica, anzi una parte notevole degli imprenditori prese di fronte allo sciopero una posizione di benevola neutralità. Alle serrate non fu richiesto l’intervento delle truppe contro gli scioperanti e molti imprenditori pagarono il salario anche per tutto il periodo dello sciopero, una spesa straordinaria che valeva bene tirar fuori se fosse servita a far fiorire il “regime di diritto”. Ma il Manifesto dello Zar non acquietò il movimento operaio che aveva mostrato a tutte le classi la sua forza e risolutezza e naturalmente, come scritto nell’ordine delle cose, tutta la borghesia capitalistica ricominciò a prendere le distanze da un movimento operaio che la incalzava richiedendo aumenti salariali e riduzioni della giornata lavorativa. Interessi prosaici spinsero il capitale ad una rinsaldata alleanza con il governo zarista che continuava a reggere i cordoni della borsa e del credito bancario, indispensabili alla sopravvivenza di quasi tutte le industrie.

Il proletariato si ritrovava così solo nella sua lotta, era inevitabile che le altre classi urbane non potevano aiutarlo, né l’intelligenza, né gli studenti, né i circoli liberali, che all’inizio avevano civettato con le “mani callose”. Questo processo di separazione era irrimandabile perché non si trattava più della libertà di stampa, della lotta contro gli abusi polizieschi, neanche del suffragio universale ma solamente dei muscoli, dei nervi e del cervello dei proletari che il lavoro di fabbrica consumava.

Se nell’ottobre il proletariato si era battuto per le rivendicazioni di tutte le classi, adesso si sentiva tanto forte da presentare ai proprietari borghesi le rivendicazioni della sola sua classe, mai dimenticate. Già durante il grande sciopero dell’ottobre i delegati avevano avvertito che le masse non avrebbero accettato di tornare a lavorare alle stesse condizioni di prima ed infatti dall’8 novembre un quartiere di Pietroburgo anticipò il Soviet introducendo nelle proprie fabbriche la giornata lavorativa di 8 ore.

Era solo l’inizio. Il 10 novembre le maggiori officine metalmeccaniche di Pietroburgo cominciavano a lavorare anch’esse otto ore; il giorno dopo il Soviet, tra l’entusiasmo generale, invitava tutte le fabbriche ed officine ad introdurre di loro iniziativa il nuovo orario di lavoro.

Il 14 novembre, senza dibattito, tanto era la spinta delle masse, il Soviet proclamava lo sciopero dei lavoratori di Pietroburgo per il riconoscimento della giornata lavorativa di otto ore. Però, questa volta che gli scioperanti provocavano compatti e uniti padroni e Stato, il capitale assunse subito una posizione intransigente: la giornata lavorativa di otto ore non veniva concessa e se lo sciopero fosse proseguito gli industriali vi avrebbero risposto con la serrata.

Il capitale corse a mendicare aiuto al Conte Witte e di fronte al governo zarista i rappresentanti borghesi mostrarono quanto la democrazia fosse stanca degli scioperi. La democrazia voleva pace, tranquillità, lavoro, voleva – fuori da ogni metafora – che i cosacchi riuscissero a domare gli scioperanti. Aprendo la strada agli imprenditori privati, il governo zarista chiuse le officine statali facendo sempre più spesso disperdere dalle truppe le assemblee operaie. Con la serrata delle industrie statali una dopo l’altra anche le fabbriche ed officine private chiusero rispondendo così alla pretesa dei lavoratori che avevano oramai, di fronte a se stessi, solo due possibilità: o ritirarsi o lanciarsi verso la presa del potere, come avrebbero fatto poi nel 1917.

Nel 1905 il Soviet di Pietroburgo – meglio sarebbe dire il proletariato pietroburghese e russo, in cui ancora non si era affermata la consapevole guida dei bolscevichi – non era a tale altezza storica. Il Soviet sapeva di non poter lanciare il suo attacco finale, sapeva che questo momento non era giunto e che quindi per evitare una inutile sconfitta si doveva ordinatamente ritirare. Il 19 novembre, dopo 6 giorni di duro sciopero, il Soviet prese una decisione di compromesso: l’introduzione delle 8 ore non era più per tutti, e solo i lavoratori delle imprese per i quali sussisteva una qualche speranza di successo erano invitati a continuare la lotta. Ma non doveva bastare, in una drammatica seduta, il 25 novembre, il Soviet prese a schiacciante maggioranza la decisione di capitolare.

Nella sua risoluzione sottolineava come la coalizione del capitale con il governo zarista aveva trasformato la rivendicazione delle otto ore da questione riguardante Pietroburgo a questione riguardante tutto il proletariato russo, era trasmutata in una questione eminentemente politica che poteva risolversi solo con l’abbattimento del governo zarista e dei suoi alleati borghesi da parte del proletariato, diretto dal suo partito di classe, la cui azione cosciente non poteva venir surrogata nemmeno dal Soviet. Trotski nel suo “1905” non affronta questo fondamentale punto, è noto del resto che allora si sentiva distante sia dai bolscevichi sia dai menscevichi per conservare nel POSDR una posizione indipendente, ma il suo racconto è lucido nel mostrare come la lotta, con le sue immaturità certo ma anche con le sue tante inevitabilità, fu lezione che andrebbe mille volte riscritta per i tanti attivismi che impestano la schiera anche di chi intende richiamarsi alla Sinistra:

     «L’idea di introdurre in modo rivoluzionario la giornata lavorativa normale nella sola Pietroburgo, ed in appena ventiquattr’ore, può sembrare assolutamente fantastica. Un rispettabile tesoriere di una solida organizzazione sindacale potrebbe giudicarla persino folle. Ed in effetti appariva tale se osservata alla lente del “ragionevole”. Ma, nelle condizioni create dalla “follia” rivoluzionaria, aveva certamente una propria “logicità”. È vero, la giornata lavorativa normale nella sola Pietroburgo era un’assurdità. Ma, nelle intenzioni del Soviet, il tentativo pietroburghese avrebbe dovuto far insorgere il proletariato di tutto il paese. Certo, la giornata lavorativa di otto ore poteva essere attuata solo con l’ausilio del potere dello Stato. Ma il proletariato, allora, era in lotta proprio per la conquista del potere statale. Se avesse riportato la vittoria politica, l’introduzione della giornata lavorativa di otto ore non sarebbe stata che il naturale sviluppo di un “fantastico esperimento”. Ma esso non vinse – ed in questo consiste naturalmente, la sua “colpa” più grave.
     «Tuttavia riteniamo che il Soviet abbia agito come poteva e doveva agire. In realtà non aveva scelta. Se, in virtù di una “realistica” visione politica, avesse gridato alle masse “indietro!”, queste non lo avrebbero ascoltato. Ma la lotta sarebbe scoppiata ugualmente, ed il proletariato non avrebbe avuto una guida.
     «In simili condizioni una sconfitta avrebbe provocato una totale demoralizzazione. Il Soviet intese diversamente il suo compito. I suoi elementi direttivi, in generale, non contavano su un successo concreto, pieno ed immediato della campagna. Tuttavia accettarono come un fatto il possente movimento spontaneo delle masse operaie e decisero di trasformarlo in una manifestazione grandiosa, mai vista prima di allora nel mondo socialista, in favore della giornata lavorativa di otto ore. I suoi risultati pratici, cioè la sensibile riduzione dell’orario di lavoro in moltissime industrie, vennero presto annullati dagli imprenditori. Ma il suo successo politico lasciò una traccia indelebile nella coscienza delle masse. L’idea della giornata lavorativa di otto ore divenne da allora tanto popolare tra gli strati più arretrati della classe operaia come certo non l’avrebbero resa anni di poderosa propaganda. Nello stesso tempo, questa rivendicazione si fuse organicamente con le parole d’ordine della democrazia politica.
     «Urtando contro la resistenza organizzata del capitale, dietro le cui spalle stava il potere statale, il proletariato fece di nuovo ritorno al problema del colpo di Stato rivoluzionario, della inevitabilità dell’insurrezione, della necessità di armarsi.
     «Il relatore del Comitato Esecutivo, difendendo in seno al Soviet la risoluzione della ritirata, fece in questi termini il bilancio della campagna: “Se non abbiamo conquistato la giornata di otto ore per le masse, abbiamo conquistato le masse per la giornata di otto ore. Ormai nel cuore di ogni operaio pietroburghese vive il suo grido di guerra: otto ore e un fucile!”».

Il giovane Trotski non ebbe la lucidità di Lenin nel fissare il drammatico momento della rivoluzione, che proprio per la decisa entrata in scena del proletariato vedeva ridursi la schiera dei suoi simpatizzanti, perdendo tra le fila dei borghesi e piccoli borghesi amicizie e solidarietà, finito oramai il tempo della unanimità popolaresca antizarista.

Dopo la fine dello sciopero, la Deliberazione del Soviet di Pietroburgo contro la serrata, del 27 novembre, avvertiva:

     «Cittadini, oltre centomila operai sono stati gettati sul lastrico a Pietroburgo e in altre città!
     «Il governo autocratico ha dichiarato guerra al proletariato rivoluzionario. La borghesia reazionaria si allea con l’autocrazia, nell’intento di costringere con la fame gli operai ad arrendersi e di disorganizzare la lotta per la libertà.
     «Il soviet dei deputati operai dichiara che l’inaudito licenziamento in massa degli operai è una provocazione da parte del governo. Il governo vuole costringere il proletariato di Pietroburgo a scontri isolati; il governo vuole avvantaggiarsi del fatto che gli operai delle altre città non sono ancora sufficientemente uniti a quelli di Pietroburgo; il governo vuole sgominare gli uni e gli altri separatamente.
     «Il soviet dei deputati operai dichiara che la causa della libertà è in pericolo. Ma gli operai non accetteranno la provocazione del governo. Gli operai si rifiuteranno di battersi nelle condizioni sfavorevoli nelle quali il governo vuole loro imporre la battaglia. Noi dobbiamo fare e faremo tutti gli sforzi per coordinare la lotta del proletariato di tutta la Russia, dei contadini rivoluzionari, dell’esercito e della marina, che già insorgono eroicamente per la libertà.
     «In forza di ciò, il soviet dei deputati operai delibera:
     «1) tutte le fabbriche chiuse devono essere riaperte immediatamente, e tutti i compagni licenziati devono essere riassunti (…)
     « 2) Il soviet dei deputati operai ritiene necessario fare appello alla solidarietà di tutto il proletariato di Russia perché sostenga questa rivendicazione e lo esorta, nel caso che ci si rifiuti di accoglierla, allo sciopero politico generale e ad altre forme energiche di lotta.
     « 3) Al fine di preparare quest’azione, il soviet dei deputati operai affida al comitato esecutivo l’incarico di entrare subito in contatto, mediante l’invio di delegati e con altri mezzi, con gli operai delle altre città, con i sindacati dei ferrovieri, dei postelegrafonici, dei contadini e con altri sindacati, nonché con l’esercito e con la flotta».


Lenin, dalla cui penna era uscita la Deliberazione, che aveva dovuto purtroppo rilevare come le province avevano risposto all’appello di Pietroburgo con molto minor calore rispetto al mese di ottobre, vedeva chiaramente come una oramai impaziente classe borghese e imprenditoriale voleva provocare il proletariato di Pietroburgo, un proletariato stremato dalla lotta combattuta nel passato, costringendolo ad un nuovo scontro, in condizioni questa volta a lui sfavorevoli. Nell’articolo del 28 novembre “Una provocazione fallita”, nel presentare la Deliberazione del Soviet Lenin esortava:

     «Oggi è più che mai importante concentrare tutti gli sforzi per unificare l’esercito della rivoluzione in tutta la Russia, risparmiare le energie, valersi delle libertà conquistate per svolgere un lavoro cento volte più grande di agitazione e organizzazione, prepararsi a nuove e decisive battaglie. Si allei pure l’autocrazia con la borghesia reazionaria! Voti pure la borghesia liberale (attraverso il Congresso dei rappresentanti degli zemstvo e delle città, tenutosi a Mosca) la fiducia a un governo che parla ipocritamente di libertà, mentre schiaccia con la forza delle armi la Polonia, per aver rivendicato le più elementari garanzie di libertà!
     «All’alleanza tra l’autocrazia e la borghesia dobbiamo opporre l’alleanza tra la socialdemocrazia e tutta la democrazia rivoluzionaria borghese. Il proletariato socialista tende la mano ai contadini che si battono per la libertà e li esorta all’assalto comune, concordato, in tutto il paese».

La democrazia rivoluzionaria in cui Lenin poneva fiducia era il movimento contadino, il “borghese radicale” di altri testi, era il muzik che, approfittando della debolezza dell’apparato statale zarista, occupava le terre e assaltava le proprietà terriere. Nel muzik, nerbo dell’esercito zarista, che fino ad allora la controrivoluzione non aveva osato lanciare contro il movimento operaio rivoluzionario e socialista, si incontravano in maniera decisiva le delicate e gravi questioni agrarie e militari, questioni dalla cui risoluzione – positiva o negativa – dipendeva in massimo grado l’esito della lotta finale, che sarebbe stato determinato da un lato dalla chiarezza teorica e tattica del partito di classe, dall’altro dal maturare di mille e mille condizioni materiali, dei rapporti economici, sociali e politici tra le classi.