La parola del re e il fallimento del regime
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Dalla costituzione del primo parlamento piemontese i discorsi reali letti in occasione delle inaugurazioni delle legislature si somigliano non solo nella forma, ma nella sostanza. Spesso si plagiano.
Il discorso letto il dieci giugno al Parlamento italiano dal re è una vaga elencazione di riforme condite con i soliti luoghi comuni e con gli eufemismi che han l’aria di dire molte cose nuove e ripetono, invece, vecchi motivi scialbi ed insignificanti.
Gli è che i partiti borghesi, in Italia come nelle altre nazioni, mancano di un programma politico di ricostruzione. Non è possibile guarire la società dei mali che l’affiggono con i vecchi espedienti. Il problema gravissimo che oggi si presenta alla soluzione sociale vuole essere affrontato nella sua complessità. L’impotenza ricostruttrice della borghesia italiana ha prodotto il fascismo. Quando la borghesia non sa uscire dal cul di sacco nel quale gli sviluppi della economia l’hanno cacciata, si dimena per non morire soffocata, si difende per prolungare la sua vita. Ricorre, allora, al terrore contro la classe che minaccia di sostituirla, nella gestione della economia sociale, non la economia nuova.
Il re non ha detto nulla di nuovo perché i capo di stato non sogliono ipotecare l’avvenire. La nebulosità delle sue parole è l’alibi per poter mostrare, domani, la capacità dello Stato a risolvere qualunque soluzione. La letteratura di corte non è molto dissimile da quella dei capi di Governo. Questa letteratura accontenta formalmente tutti i partiti.
La verità vera è che la borghesia italiana non ha un programma di ricostruzione, mentre si affanna a dichiarare che essa è capace di risolvere la grave questione sociale che minaccia l’insurrezione del proletariato. La nostra borghesia, come quella di tutto il mondo, dice che sia possibile ad essa, ove lo voglia, uscire dalla triste situazione attuale. Ma poiché sa benissimo che un assetto sociale non è possibile senza intaccare mortalmente il suo privilegio, detta sulla carta elencazioni di riforme che chiama ardite, e che non sono se non tentativi di addormentamento delle classi lavoratrici più arretrate.
Il bilancio dello Stato è un bilancio di fallimento. Il costo della vita, pure attraverso le cosiddette ondate di ribasso, artificialmente provocate da alcuni enti privati, si mantiene alto. La disoccupazione si allarga in modo spaventoso mettendo i lavoratori nelle condizioni di non poter fruire di quelle ondate di ribasso che oggi allettano le colonne della stampa borghese e che sono un bluff sensazionale: senza danaro non si acquista neppure a buon mercato. All’estero, il giuoco dei contrasti di interessi nazionali mantiene il cambio sempre alto e prepara la prossima guerra economica più cruenta e spaventosa di quella che soltanto i tecnici militari dicono finita.
Due partiti soltanto hanno programmi di governo completi il partilo socialista ed il partito popolare. Il primo ha accettato il principio della collaborazione parlamentare (per ora non la collaborazione nel Governo) ma vuole tenersi estraneo alla partecipazione ministeriale. Il partito socialista ha già spezzate le sue pregiudiziali che lo teneva lontano fino a ieri dalla partecipazione alle cariche parlamentari, ed oggi ha alla Camera un vice presidente e due segretari di presidenza. Ma dalla collaborazione parlamentare a quella di Governo il passo non è così lungo come si creda. Ed il partito lo compierà domani, al Congresso, con quella compattezza che Turati e compagni attendono per poter assumere la responsabilità del potere. Il partito popolare non ha – fino ad oggi – potuto svolgere il suo programma politico, perché non ha formato mai la maggioranza politica di un Ministero, non ha dato mai il proprio colore ad un Ministero, ma ha concesso che alcuni suoi uomini partecipassero ai Ministeri di coalizione che l’equilibrio parlamentare impone e che servono ad impedire ai partiti di svolgere un lavoro organico.
Ma né il partito socialista né quello popolare potranno mutare sostanzialmente l’attuale disordine economico-politico in un assetto definitivo ed ordinato della società italiana. Assisteremo ancora a rovesciamenti di Ministeri: sentiremo nuove promesse di radicali riforme. Ciò che rimarrà in piedi e si rafforzerà man mano che apparirà più lampante l’impotenza della classe dirigente ad uscire dal groviglio della situazione dalla quale è minacciata, è il fascismo. Ancora una volta la soluzione dei grandi problemi economici è affidata alle armi. La XXVI legislatura, che si è aperta giorni or sono in Italia, dimostrerà la impossibilità di attuazione di un qualsiasi programma di ricostruzione.
E il proletariato comunista si prepara ai non metaforici scontri con la classe avversaria per decidere finalmente la sua sorte.
In questa lotta aspra e lunga il proletariato non ha nulla da perdere fuorché le sue catene, dicevano gli autori del Manifesto. La storia ventura dirà che le parole profetiche trionfarono nella inesorabilità degli eventi.
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Una delle manifestazioni, che in questi giorni sollevò clamore nella stampa italiana, e che dimostrò a quale grado di disfacimento siano giunti gli istituti della democrazia borghese italiana è l’episodio della «cacciata» del compagno Misiano dal Parlamento.
L’ingresso nel Parlamento dei fascisti segnalò il grave male della borghesia d’Italia. Il programma (!) fascista è l’anti-programma per eccellenza. Basta aver letto il discorso Mussolini, pronunziato nell’Assemblea legislativa, per convincersene. Il fascismo è entrato alla Camera per dichiarare che anche la maschera democratica bisogna che sia deposta: il fascismo ha compreso che la democrazia stessa non basta più a trattenere la spinta delle classi proletarie ed attenta i principi su cui è basata la costituzione degli istituti rappresentativi dello Stato. Il precedente della espulsione di un membro della Camera elettiva dalla sede del Parlamento è stato creato. Esso è pure un sintomo. Già una rivoltella ha lampeggiato nell’aula di Montecitorio. I comunisti non si dolgono dell’accaduto. Essi prevedono la soppressione delle garanzie costituzionali, da parte dello Stato borghese, allorché più acuta sia la crisi rivoluzionaria. I comunisti che tendono alla distruzione del Parlamento, non soltanto metaforica, non possono dolersi se un loro rappresentante venga cacciato dal palazzo dell’Assemblea elettiva. Essi vedono confermata nei fatti le ragioni della loro critica. E non possono non compiacersene; mentre si augurano di essere presto in grado di cacciare essi, armi alla mano, tutti gli altri, compresa la nota cocotte internazionale: Madama Maggioranza. 204