Il movimento comunista in Germania dopo l’azione di marzo
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di Giovanni Sanna
Dopocchè l’insurrezione degli eroici lavoratori della media Germania fu repressa, grazie soprattutto al tradimento consumato ai danni della causa proletaria dei socialisti noskiani e indipendenti, e purtroppo anche da alcuni elementi malfidi od opportunisti dello stesso Partito Comunista, un grido di trionfo sorse, non solo dalle colonne dei vari giornali apertamente borghesi, quali il Berliner Tageblatt e la Deutsche Allgemeine Zeitug, ma anche da quelle «socialiste» del Vorwarts e della Freiheit: – «il Partito Comunista di Germania è liquidato!».
In verità, né la borghesia, né il socialpatriottismo e il socialpacifismo hanno lasciato niente di intentato perché la sconfitta del movimento rivoluzionario, diretto ormai esclusivamente dal P. C., fosse completa e definitiva.
Già mentre ancora duravano le ultime fiammate della lotta cominciò la più spietata caccia contro i comunisti e contro chiunque fosse sospetto di aver comunque partecipato all’azione. Nella triste e sanguinosa bisogna si distinse in prima linea la Sipo (Sicherheils Polizei, polizia di sicurezza), composta in gran parte di iscritti al Partito socialpatriottico (S.P.D.); essa fu inoltre validamente aiutata dalle truppe regolari della Reichswehr (milizia nazionale) e da corpi volontari dell’Orgesh bavarese e degli studenti wurtthemberghesi. Si ripeterono le scene selvagge del gennaio 1919 e del marzo 1920. Ben più numerosi dei rivoluzionari caduti combattendo furono quelli fucilati o massacrati a colpi di calcio di fucile e di bastonate, poi, quando la resistenza era già cessata. Quelli che vennero risparmiati, furono sottoposti a tutti i tormenti che siamo ormai abituati a conoscere dalle relazioni sul terrore bianco in Finlandia, in Polonia, in Ungheria, ecc. ammassati a centinaia e talora a migliaia in luride tane o in orribili campi di concentramento, sottoposti alle torture della fame, del freddo, del sudiciume, e seviziati a sangue, sino all’esaurimento dalla soldatesca bestiale, questi nuovi martiri dell’emancipazione proletaria offrirono nuova prova di quanto valore abbia la «democrazia», allorché si tratta di difendere i privilegi di classe, anche nello Stato, come la Germania, che vanta di avere «la più liberale costituzione del mondo», e dove un «socialista», l’Ebert, era alla testa della Repubblica, un altro, il Severing, ministro dell’interno, e un altro ancora, Horsing, dirigeva l’opera di repressione nella zona insorta.
Si calcola che per i fatti di marzo siano state arrestate da tre a 4000 persone, il fiore del proletariato rivoluzionario tedesco. Alla repressione dettero man forte le autorità militari francesi, inglesi, belghe nella zona renana occupata, mostrando così con evidenza intuitiva che mentre le borghesie della Germania e dell’Intesa stavano per rinnovare la strage di popoli per la questione delle riparazioni e dell’Alta Slesia, sapevano però dar tregua alle loro rivalità e aiutarsi reciprocamente contro il comune nemico, contro la rivoluzione proletaria espropriatrice. Soltanto i lavoratori non hanno ancora ben compreso questo imperativo dell’ora, il dovere della solidarietà internazionale di classe. Quando ne avranno acquistato piena coscienza, la loro schiavitù e i loro dolori saranno finiti.
Oltre alle migliaia di arrestati, un numero ancora maggiore di compromessi o di sospetti cercò scampo nascondendosi o riparando oltre frontiera. Sicché si può calcolare che per effetto immediato della repressione armata e della susseguente reazione, il P.C. tedesco sia stato privato per sempre o temporaneamente, di qualche cosa come diecimila dei suoi membri più energici ed attivi. Siccome non si potevano materialmente arrestare tutti i 500 mila membri del P.C., né l’altro milione di lavoratori socialdemocratici che in tutta la Germania si erano associati all’azione, si cercò di disorientare e intimidire questa massa col terrorismo giudiziario.
Appena fu sicuro della vittoria, il governo istituì dei tribunali speciali Sondergerichte per giudicare tutte le procedure collegate con i movimenti insurrezionali. La costituzione tedesca non ammette tribunali eccezionali; ma la democrazia parlamentare tedesca, venuta buona ultima e perciò in grado di far tesoro delle esperienze di altri paesi, non si trovò imbarazzata. Non si trattava, ohibò, di tribunali eccezionali; la Germania è un paese troppo democratico per permettersi tali cose! Si trattava solo di tribunali ordinari, cui si affidava l’incarico di giudicare processi collegati con l’insurrezione, non perché si volesse adoperare in questi un procedimento eccezionale di carattere politico, ma soltanto per liquidare tutto più rapidamente, nell’interesse degli stessi accusati! In realtà, questi tribunali funzionarono da avere macchine di vendetta di classe. Mentre si faceva di tutto per far apparire gli accusati come rei dei più volgari reati comuni, d’altra parte l’enormità delle pene affibbiate anche per cose minime, come l’aver portato per qualche ora un vecchio fucile da caccia senza servirsene: la mancanza o limitazione del diritto di difesa, della garanzia della pubblicità, delle corrette forme procedurali; la montatura di processi e di feroci condanne sulla base di semplici referti di confidenti e di notori agenti provocatori; tutto dimostrava anche ai ciechi che si trattava della più cinica giustizia di classe, del procedimento statario ipocritamente ammantato di forme legali e «democratiche».
Questi tribunali nei primi giorni pronunziarono anche condanne capitali, sebbene la legislazione tedesca non contempli la pena di morte. Il Governo fece smentire la cosa, affermando che nei casi relativi si trattava di persone «cadute in combattimento» o «sparate mentre tentavano di fuggire». Viva impressione destò specialmente il caso del capo-elettricista Sult, comunista, ma amatissimo da tutti gli operai berlinesi come uno dei più coraggiosi difensori della classe lavoratrice. Arrestato a Berlino alla fine di marzo, fu sparato dai poliziotti durante il tragitto in questura, e qui poi, sebbene mortalmente ferito, venne ancora calpestato in volto e nel petto dagli stivali d’ordinanza, e lasciato miseramente morire senza alcuna cura. Infinite furono le condanne alla reclusione perpetua o per lunghissimi anni.
Mentre i carnefici borghesi assolvevano la loro infame opera, i tirapiedi socialdemocratici aiutavano. Il Vorwats approvò i tribunali straordinari, fece il possibile per nascondere agli operai che ancora lo seguono le gesta dei «compagni» della Sipo, le smentì o revocò in dubbio sistematicamente, sostenne a spada tratta gli Horsing e i Severing; la Freiheit, con la consueta ipocrisia pacifista mostrava bensì di disapprovare i tribunali straordinari e le loro feroci condanne, ma poi si univa alla stampa borghese e socialpatriottica nel denunciare i comunisti come delinquenti o inconsulti autori di disordini senza ragione né scopo, concorrendo così a giustificare presso l’opinione pubblica l’opera di repressione, e a paralizzare lo spontaneo impulso di solidarietà di lavoratori non comunisti verso i perseguitati. Mentre così i controrivoluzionari di ogni gradazione perseguitavano e calunniavano i comunisti «agenti di Mosca», si tentava di togliere ai comunisti persino la possibilità di difendersi dalle calunnie, sopprimendo la loro stampa. La Rote Fahne di Berlino veniva periodicamente sequestrata, poi un funzionario di polizia giudiziaria si piantava nei suoi uffici per «impedire preventivamente che si stampassero articoli costituenti reato», poi si arrestava il redattore capo, compagno Thalheimer, sotto accusa di aver preparato un attentato dinamitardo (si badi un attentato preparato da un uomo che deve curare un giornale di due edizioni quotidiane!), infine si asportavano senz’altro dalla tipografia pezzi di macchine per impedire l’uscita del giornale. In tal modo si rispettava la garanzia «democratica» della libertà di stampa e dell’abolizione della censura preventiva! Nella Germania centrale si procedette più alla spiccia. Molti giornali comunisti furono senz’altro soppressi o sospesi per periodi più o meno lunghi.
Come se tutto ciò non bastasse, alla canea anticomunista si aggiunse una muta piccola, ma rumorosa, proveniente dalle file stesse del P.C. Intendiamo accennare al cosiddetto «caso Levi». Del caso stesso, e dei suoi rapporti con la corrente di destra od opportunista che tenta affermarsi anche nella I.C., e coi problemi generali della tattica comunista nel momento attuale, ci occuperemo di proposito in altra occasione. Al fine del presente articolo basterà accennare alla gravità del gesto compiuto dal Levi nei riguardi della situazione in cui in quel momento si trovava il partito, inseguito, circuito, dilaniato da ogni parte da una muta rabbiosa di avversari implacabili. Il 3 aprile, quando ancora la lotta non era del tutto cessata, ma la reazione coi suoi primi feroci colpi si preannunziava in tutta la sua furia belluina, l’avvocato Levi dava alle stampe il suo opuscolo, Unser Weg gegen den Putschismus (la nostra strada contro i colpi di mano), che era tutto un atto d’accusa contro il Partito e contro l’azione non ancora chiusa, ma già irrimediabilmente fallita. L’azione vi era qualificata di putsch bakuniano, i dirigenti del Partito indicati quali ragazzi senza cervello, docili strumenti di Mosca, e non si mancava di mettere in rilievo, esaminandolo, il fatto inevitabile in ogni moto di popolo, dell’intrusione di malviventi, del Lumpenproletariat, accanto alle file degli onesti e convinti rivoluzionari.
Tutto ciò era condito di «rivelazioni» o pettegolezzi che dir si voglia, su ciò che avrebbe detto questo o quell’altro membro della Centrale, tendenti a dimostrare che questa aveva agito, non con un meditato disegno politico, ma con una leggerezza rasentante anche l’incoscienza e persino il delitto.
Naturalmente, le rivelazioni e i giudizi di Levi, come era da aspettarsi, mandavano in sollucchero tutti gli anticomunisti le cui calunnie venivano ad essere confermate dalla fonte più competente che si potesse immaginare – da chi fino a poche settimane prima era stato uno dei presidenti del Partito Comunista! La Freiheit, il Vorwarts, tutte le gazzette più cinicamente borghesi ebbero inni per il «coraggio» di chi pugnalava alle spalle l’esercito da lui un giorno comandato: tutta la stampa anticomunista tedesca e mondiale riprodusse con esultanza le miserabili righe del traditore. Nel Parlamento tedesco, i deputati comunisti lottanti contro la reazione vedevano gli avversari agitare, come tutta risposta, l’opuscolo di Levi. Nelle aule dei tribunali straordinari, i rappresentanti dell’accusa trovavano nello scritto levitico la più sicura dimostrazione del «complotto ordito dall’estero»: e approfittando dell’impressione prodotta dalle «rivelazioni» di Levi sulla «opinione pubblica» cioè del disorientamento creato nelle stesse file degli operai rivoluzionari, il Governo poté fare finalmente il passo davanti a cui aveva fin allora esitato «per motivi politici» cioè l’arresto dei capi comunisti, come Brandler, Thalheimer, Friesland, ecc.
L’inevitabile disorientamento nelle file del P.C. tedesco fu aggravato dalla circostanza, che con Levi si dichiararono solidali alcuni tra i più noti dirigenti del Partito, tra cui di militanti illustri amati come la Zetkin e il Däumig. Si capisce che, data questa situazione, i nemici del comunismo potessero sperare, gli amici temere, lo sfasciamento completo di quel forte Partito di massa, che era sorto tra tante aspettative del proletariato rivoluzionario e mondiale ad Halle.
Infatti, ancora alla fine di maggio la Freiheit, servendosi del «materiale» mandato dall’opposizione opportunista ai propri seguaci del P.C., «rivelava» che l’azione di marzo aveva avuto effetti disastrosi nel partito, che avvenivano diserzioni in massa di membri. Se tutto ciò, anziché essere, com’era in realtà, un cumulo di falsità, fosse stato vero, realmente il Partito Comunista tedesco non sarebbe più che un cumulo miserando di rovine.
Ma le speranze dei controrivoluzionari mascherati da socialisti rimasero deluse. Il P.C. tedesco ha subito una sconfitta, ma non una disfatta. La ritirata dalla battaglia perduta si è compiuta in complesso ordinatamente e compattamente, sebbene al fuoco frontale dell’avversario borghese e socialdemocratico si sia aggiunto, a un certo punto, quello ai fianchi e alle spalle dei traditori passati al nemico in piena battaglia. Certamente, le perdite sono state gravi e dolorose. Specialmente nei luoghi ove la battaglia era stata più aspra, nei rivoluzionari distretti di Halle e di Mansfeld, l’organizzazione legale è stata apparentemente soppressa, perché i combattenti più energici e devoti sono caduti nei vari combattimenti contro la Sipo e l’Orgesch, o sono stati massacrati dopo la lotta, come avvenne particolarmente dopo la resa degli operai dell’opificio di Leuna, o sono stati arrestati e gettati a marcire nelle carceri e nelle galere della Repubblica democratica, o hanno dovuto nascondersi. Non mancarono neppure tradimenti, defezioni, debolezze; ma esse sono rimaste limitate, in complesso, alla «rivolta dei capi» già accennata. I dissenzienti non sono stati seguiti dalla massa di membri del Partito che è rimasta salda e disciplinata al suo posto di combattimento tra l’imperversare della reazione.
In questo consiste il risultato positivo dell’azione di marzo. Non si è verificato più il caso doloroso di precedenti azioni, quando, come avvenne in Finlandia, in Ungheria e nella stessa Germania dopo i moti del gennaio 1919 e l’anno scorso dopo il tentativo di Kapp, la sconfitta del movimento ebbe per conseguenza la paralisi del Partito Comunista e dell’azione rivoluzionaria per un lungo periodo di tempo. Il nuovo Partito Comunista tedesco ha mostrato che può ben essere battuto provvisoriamente, in un’azione parziale, ma non può essere posto fuori combattimento. Esso è diventato una forza indistruttibile, e perciò invincibile; e prima o poi, quando la dialettica degli avvenimenti, e soprattutto l’intensificata schiavitù avrà completamente aperto gli occhi al proletariato tedesco in parte ancora prigioniero dell’ideologia collaborazionista e pacifista, il P.C. ha dimostrato di avere l’energia e la forza di guidarlo alla suprema lotta di liberazione.
La vitalità e la sanità intima del P.C. tedesco si è dimostrata brillantemente con l’energia con cui, pur nelle difficilissime condizioni create dalla reazione borghese e socialdemocratica, esso ha saputo sventare le manovre disgregatrici degli opportunisti. Il 14 aprile l’organizzazione di Amburgo del P.C. espulse dal suo seno il deputato Reich, che nei giorni della lotta, invece di assolvere l’incarico commessogli dal Partito di tenere un comizio agli scioperanti, se n’era andato più tranquillamente a prender parte ai lavori del parlamento borghese della città. Lo stesso giorno, appena avuta la notizia della comparsa del famigerato opuscolo di Levi, la Centrale immediatamente pubblicava un’energica dichiarazione di condanna dello scritto e del suo autore, e l’indomani, 15, espelleva quest’ultimo dal Partito, invitandolo in pari tempo a deporre il mandato parlamentare. E poiché al Levi intanto si aggiungevano altri cospicui dissidenti, come abbiamo visto, e dichiaravano la loro solidarietà con l’espulso, chiedendo allo stesso tempo la convocazione del Congresso, la Centrale intimò anche a loro di astenersi dall’esercitare la loro funzioni di deputati fino a giudizio del Comitato Centrale del Partito, una specie di Consiglio nazionale dei fiduciari delle organizzazioni locali, che è la suprema istanza del Partito tra un Congresso e l’altro, e nello stesso tempo rivolgeva all’appello alle organizzazioni perché reagissero ai tentativi disgregatori di alcuni capi. E a sua volta il C.C., che già il 10 aprile aveva deliberato alcune tesi di completa approvazione dei criteri generali cui era stata informata l’azione di marzo, nella seduta terminata il 4 maggio stigmatizzava il nuovo atto d’indisciplina del Levi, che aveva rifiutato di deporre il mandato parlamentare, ne respingeva l’appello confermandone l’espulsione dal Partito, biasimava severamente la dichiarazione di solidarietà degli otto dissidenti, e deliberava di «esigere nel Partito la più rigida disciplina e di invitare le direzioni distrettuali e la Centrale a provvedere in ogni caso al mantenimento della più severa disciplina, specialmente nei riguardi di compagni collocati in posti di responsabilità». Il curioso è che questi dissidenti, solidali con Levi nell’accusare i dirigenti del Partito di aver agito erroneamente «per ordine di Mosca» ora della condanna del Partito – che però nei loro confronti si è limitato al biasimo, non trovando gli estremi di infrazione disciplinare da render necessaria l’espulsione – si appellano proprio… a Mosca!
Nella sua stragrande maggioranza e il Partito si è schierato con la Centrale e con il C.C. contro Levi e soci. Con una compattezza veramente sorprendente, quando si pensi alla qualità e al passato degli oppositori, le organizzazioni distrettuali e locali, in prima linea quella di Berlino, pur non nascondendo che si erano commessi errori nell’impostazione e nella condotta pratica dell’azione, e chiedendo che se ne trasse ammaestramento per l’avvenire, approvarono però il concetto generale della tattica offensiva cui l’azione stessa era stata inspirata, chiedendone l’energica continuazione, ed ebbero parole roventi contro il «crimine», contro il «tradimento» di Levi. Anche le poche organizzazioni che, come quella della Prussia orientale, dichiararono di consentire nel pensiero politico di Levi circa l’inopportunità dell’avere raccolto la provocazione di Horsing, riconobbero tuttavia che Levi era venuto meno ai doveri di disciplina. In queste assemblee, tenute tra la prima decade di aprile e la prima decade di maggio sotto il più impetuoso imperversare della reazione, risultò dai rapporti dei singoli Comitati direttivi che erano assolutamente false le notizie propagate dalla stampa borghese, socialdemocratica e levitica circa il preteso sbandamento del Partito, la cui organizzazioni invece, salvo qualche insignificante eccezione, rimaneva dappertutto salda e piena di spirito combattivo. Da ogni parte fu chiesto che venisse intensificata la lotta contro il doppio sfruttamento, preparato e in via dell’attuazione dell’opera del capitalismo indigeno e intesista, che si rafforzasse ancor più la centralizzazione del Partito, che si procedesse senza riguardi contro l’opportunismo. In tutte queste assemblee, che già di per sé erano la prova evidente dell’inconcussa forza del Partito, si respirò un’aspra atmosfera di nuove e più decise e decisive lotte. Per un Partito nato come già bell’e spacciato, era un risultato veramente singolare! Esso ci autorizza ad ogni modo a concludere, che basterebbe da solo a provare che l’azione di marzo, pur con tutti i suoi errori e manchevolezze, in parte evitabili e in parte no, fu opportuna e necessaria. Per essa il P.C. tedesco, che dopo la morte di Liebknecht e sotto la guida appunto di Levi si era andato sempre più impaludando della tattica squisitamente socialdemocratica dell’attesa, della sola propaganda e della schermaglia parlamentare, che si vide a meraviglia durante il colpo di mano di Kapp e più recentemente nella famosa «parola d’ordine» di trascinarsi addietro gli strati proletari renitenti e quelli della piccola borghesia all’alleanza con la Russia soviettista in nome della «Germania ferita» della «salvezza dell’economia tedesca» e simili specifici socialnazionalisti, ha ritrovato finalmente la sua via, per la salvezza del proletariato tedesco e quindi del proletariato internazionale, della rivoluzione mondiale. Esso è diventato un Partito d’azione, che ha dato prova di saper correre il rischio delle risoluzioni estreme, di aver l’animo e la volontà di condurre proletariato in battaglia campale di piazza.
Né meno infondata dell’asserito sgretolamento del Partito è l’affermazione che questo dopo l’azione di marzo sia rimasto ancor più isolato di prima dal resto del proletariato tedesco. Già durante la lotta circa un milione di proletari, indipendenti, maggioritari e di altri partiti, fecero causa comune con il P.C. e se i sindacalisti, mostrando anche in questa occasione come il loro preteso rivoluzionarismo sbocchi in definitiva alla stessa foce del riformismo socialdemocratico, rifiutarono di associarsi all’azione solo perché «guidata da un partito politico» tuttavia una delle loro principali organizzazioni, quella dei minatori di Gelsenkirken, non solo aderì al movimento di marzo, ma recentemente ha sconfessato i propri dirigenti perché nella tattica sindacale rifiutavano di seguire le direttive del P.C. Altro risultato importante per il movimento comunista fu il riavvicinamento tra il P.C. unificato e il P.C. operaio, che, determinatosi spontaneamente durante l’azione e per virtù di essa, e cementandosi poi nelle comuni sofferenze della reazione, lascia ben sperare che al Congresso di Mosca si troverà la via per l’unificazione definitiva delle forze rivoluzionarie tedesche. E anche dopo cessata l’azione, tra l’imperversare della bufera reazionaria, si vide chiaro quanto fossero fallaci le speranze dei socialdemocratici di veder le masse allontanarsi dal P.C. Come durante l’azione, così nella reazione una parte non indifferente di operai non iscritti al P.C. ha mostrato però di riconoscere in questo il più energico e convinto difensore della causa proletaria. Lo si vide subito all’indomani dell’azione, quando grandi masse di lavoratori, che all’azione stessa non avevano partecipato, si recarono però a render l’estremo omaggio ai caduti. Grandissimo fu il numero delle operai accorsi alle esequie di Sult, nonostante tutte le consuete arti messe in opera della burocrazia sindacale, infeudata ai socialdemocratici, per far fallire la sgradita dimostrazione.
Nei luoghi stessi che erano stati teatro delle lotte più furiose, come ad Essen e altrove, nonostante lo stato d’assedio di fatto e l’infierire del terrore bianco, i funerali delle vittime richiamavano immenso concorso di proletari memori e devoti. La reazione, scatenatasi non soltanto nel campo politico ma anche e soprattutto nel campo economico con l’intensificarsi, dopo la sconfitta del movimento comunista, delle serrate, del movimento di riduzione di salari, d’introduzione di turni straordinari di lavoro, di allungamento della giornata lavorativa, d’introduzione di nuovi regolamenti-capestro a Leuna e altrove, contribuì al solito più d’ogni discorso di propaganda comunista ad aprire gli occhi alla massa operaia, e a convincerla che i comunisti non avevano agito per smania di disordini o per obbedire ad ordini venuti da lì fuori, ma per difendere con le armi il diritto alla vita della classe lavoratrice. Intiere organizzazioni di operai non comunisti, p.es. quella degli indipendenti di Spandau, presero le difese dei comunisti contro le calunnie di cui essi erano fatti segno da parte anche dalla stampa, «indipendente»: e sempre più vive si fecero le proteste, da parte di organizzatori e assemblee operaie, contro i vergognosi procedimenti dei tribunali straordinari. Questo movimento dell’opinione proletaria divenne anzi così forte, da obbligare la stessa Freiheit e perfino il Vorwarts a protestare contro i metodi della giustizia di classe, che quegli stessi giornali avevano contribuito a instaurare con la loro sistematica campagna di aizzamento anticomunista. Dov’è dunque il preteso «isolamento» del Partito Comunista dalle masse operaie? O non è più esatto parlare di un graduale ma sicuro allontanamento della massa dai suoi antichi falsi pastori socialdemocratici?
Quanto poco sia vero che l’azione di marzo abbia effettivamente indebolito il Partito Comunista, si è visto dai continui progressi che questo va facendo nel campo sindacale. I maggioritari e indipendenti avevano fondato molte speranze sullo stato inevitabile di disorganizzazione in cui dopo la sconfitta venivano a trovarsi le organizzazioni sindacali, in grande maggioranza comunista, della Germania centrale. Essi contavano che, uccisi o arrestati o costretti alla fuga i capi più energici del movimento comunista, sarebbe stato possibile riattirare gli operai e, spinti dal bisogno di stringersi comunque ad un’organizzazione, nell’ovile di Amsterdam. E non lasciarono intentato alcun mezzo per giungere allo scopo di riconquistare alla devozione verso la socialpacifista A.D.G.V. i ribelli lavoratori della zona industriale della media Germania.
Mentre si intensificava la campagna di calunnie contro i capi della rivolta, dipinti come volgari delinquenti, e si moltiplicavano in tutta la Germania le espulsioni dai sindacati dei fautori di Mosca, si cercava di guadagnarsi il proletariato dei paesi più colpiti dalla reazione facendogli balenare la speranza che l’aiuto dell’A.D.G.V. avrebbe potuto mitigare le conseguenze della «disastrosa politica comunista». Ma i lavoratori di Halle, di Essen, di Mansfeld, ecc., non abboccarono all’amo. Certo, essendo l’organizzazione del Partito Comunista in quei luoghi spezzata dalla violenza reazionaria o costretti ad agire solo illegalmente, i socialdemocratici maggioritari e indipendenti, uniti in fraterno accordo in questo lavoro di speculare sulla controrivoluzione borghese per fini di piccola politica di partito, potevano vantare alcuni modesti e apparenti successi sia nelle elezioni alle comunità sia nei sindacati. Ma in tali casi si trattava solo di questo: che i comunisti non avevano potuto materialmente prender parte alla lotta, e avevano dovuto lasciare campo libero di facile vittoria ai socialdemocratici.
Dovunque fu possibile, nella zona del terrore, agire con una pur relativa libertà, il proletariato confermò in mille modi la sua devozione incrollabile alla causa del comunismo e della rivoluzione. A poco a poco l’organizzazione del Partito anche là si viene ricostituendo, i giornali comunisti soppressi dalla polizia ricompaiono sotto altro nome, si intensifica con manifestini a mano l’opera di raccoglimento delle file e di proselitismo.
Nonostante il terrore bianco e la successiva reazione «legale» della borghesia, nonostante che la volontà degli elettori sia sistematicamente violentata e soppressa nelle elezioni ai comuni, ai Consigli di fabbrica, alle cariche sindacali, con i pretesti e nei modi più ripugnanti, nonostante che le iene socialdemocratiche del campo di battaglia, mentre versano lacrime di coccodrillo sul preteso «sfasciamento del movimento operaio dovuto all’inconsulta politica comunista» facciano di tutto per profittare della congiuntura loro offerta dai «compagni» Severing e Horsing: nonostante tutto, la media Germania è rimasta rivoluzionaria e comunista.
Lo pseudo cartello sindacale, creato ad Halle, come già esposi su queste colonne, prima della provocazione di Horsing e forse in preparazione di questa, che doveva staccare dal vero cartello locale comunista gli operai e schiacciare così o almeno indebolire questo attivo centro di opposizione alla politica socialtraditrice dei Dissmann e C., è rimasto sulla carta, spregevole combriccola di capi senza soldati. Caratteristico per i metodi vergognosi impiegati dalla democrazia sindacale per sopraffare la volontà degli organizzati, e per la fiera coscienza di questi ultimi, è quanto avvenne nell’organizzazione dei metallurgici di Halle. Il 6 aprile, mentre le vie della città non erano ancora asciutte dal sangue proletario sparso nelle lotte contro gli agenti armati del capitalismo, comparvero altri più pericolosi strumenti capitalistici nelle persone di Brandes, uno dei presidenti della D.M.V., e di alcuni suoi soci, venuti con la speranza di ottenere ora, con l’aiuto del terrore bianco, quella sottomissione dei metallurgici comunisti di Halle, che invano era stata ripetutamente tentata prima. Essi, presentatisi alla sede dell’organizzazione metallurgica di Halle col pretesto di una verifica di cassa, sequestravano tessere ed elenchi, e nel pomeriggio tentarono di penetrare con la forza, servendosi di un fabbro per scassinare la serratura della porta, negli uffici dell’organizzazione. Fallita la nobile impresa per la resistenza dei compagni, Brandes aprì un altro ufficio, dichiarandolo unica sede legale e riconosciuta dell’organizzazione centrale, e minacciando l’espulsione a tutti quei membri che entro il primo maggio non avessero dichiarato di riconoscere la nuova organizzazione. Ma in due grandi assemblee, sebbene tenute sotto la minaccia delle baionette circondanti il locale, i metallurgici di Halle respinsero segnatamente le minacce, bollando a fuoco l’indegno procedere del Comitato Centrale riconfermando la fiducia all’antica direzione locale da loro liberamente eletta. E allora Brandes non ebbe scrupolo di far decidere dai tribunali borghesi dello stato d’assedio che l’organizzazione di Halle non ha diritto, sotto pena di grave multa, a portare in nome della D.M.V. e a distribuire tessere con tale indicazione! Nonostante tutto ciò, la grande maggioranza dei metallurgici organizzati di Halle è rimasta con l’antica direzione comunista.
Così pure in tutta la Germania l’azione di penetrazione dei comunisti nei sindacati si va intensificando con crescente successo, per quanti sforzi facciano i bonzi sindacali minacciati onde trattenere, col moltiplicare le espulsioni individuali dei comunisti più attivi e influenti delle organizzazioni, la marea che sta per sommergerli. Per ogni comunista espulso, ne sorgono altri dieci. E la lotta diventa sempre più serrata, per la conquista dei sindacati, tra i comunisti da un lato e l’alleanza dei maggioritari e degli indipendenti dall’altro. Il rapido incremento dell’influenza comunista su tutto il fronte sindacale è provato specialmente dagli urli di gioia di tutta la stampa gialla ogni qualvolta gli uomini del Partito indipendente e del Partito maggioritario strettamente alleati riescono a mettere i comunisti in minoranza.
Così fu celebrato come una «grande sconfitta comunista» e come «un trionfo del buonsenso operaio» il fatto che nelle elezioni dei metallurgici di Berlino la scheda concordata tra i due partiti socialdemocratici ottenne 31 mila voti contro i 30 mila della scheda comunista! Il vero è che non passa giorno, quasi, senza che i giornali debbano registrare qualche nuovo successo dei comunisti nei sindacati. Spesso si tratta, è vero, soltanto di successi parziali, iniziali, ma non meno significativi, specialmente in alcune branche e categorie, dove finora di movimento comunista non v’era stata neppure l’ombra. Tra i più recenti notevoli successi comunisti sono da registrarsi quello ottenuto nelle elezioni dei metallurgici di Stoccarda, la simpatia per le idee comuniste mostrata in numerose riunioni dei piccoli contadini della Svezia, e una quantità d’altri buoni risultati nelle elezioni di molti Consigli di fabbrica a Berlino e altrove. Si può pertanto conchiudere con la Rote Fahne che «si osserva in tutta la Germania come lo slancio rivoluzionario del proletariato, anziché indebolito, risulterà forzato dopo l’azione di marzo».
La quale, pertanto, conferma l’insegnamento fornito da un’altra “sconfitta comunista”: quella dei bolscevichi russi nel luglio 1917.
Anche allora in Russia, come testè in Germania, l’azione risoluta del Partito Comunista obbligò i menscevichi a schierarsi apertamente con la controrivoluzione borghese, accelerando così immensamente quell’opera di chiarificazione della coscienza proletaria e di distacco delle masse dalle ideologie e dagli uomini del passato, che è condizione fondamentale dello sviluppo della rivoluzione proletaria in tutto il mondo. Anche allora, come ora, il Partito Comunista, esponendosi da solo allo sbaraglio senza opportunistici calcoli di probabilità o no di successo immediato – e anche allora come ora per la necessità di raccogliere l’altrui provocazione – si mostrò alla massa lavoratrice come unica forza capace di condurla alla vittoria finale.
I bolscevichi russi raccolsero in ottobre i frutti della «sconfitta» di luglio. Non dubitiamo che anche il Partito Comunista tedesco, liberato dai bacilli opportunistici, rappresentati da uomini e da programmi, onde era stato infestato nell’età levitica, sarà per cogliere anche esso, e forse prima di quanto non si possa per ora vedere, i frutti dell’onorata sconfitta del marzo 1921.