Partito Comunista Internazionale

Il Partito e il problema sindacale

Categorie: Italy, Union Question

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30 dicembre. ore 9. Presiedono Covone prima, Vercesi poi.

Il rel. Stefanini rifà la storia delle posizioni assunte dal Partito prima dell’insurrezione. Esse si possono riassumere così: smascheramento della manovra borghese tendente ad orientare le agitazioni operaie sul piano della guerra: rifiuto di entrare a far parte delle commissioni interne e dei sindacati non per la sola ragione che erano costituiti dal fascismo, ma perchè in essi il proletariato non poteva esprimere una propria autonoma politica de classe: poco prima dell’insurrezione, invito ad altre correnti sindacali di costituire comitati di agitazione per la lotta contro la guerra e per l’inquadramento delle agitazioni operaie su un piano di classe. Dopo la «liberazione », i sindacati si ricostituirono con gli stessi criteri e spesso con le stesse persone fisiche che sotto il fascismo: gli organi sindacali nacquero come emanazione dello stato, da essi dipendenti e ad esso legati a doppio filo. Questa trasformazione del sindacato da organo tendenzialmente di classe in organo di difesa legato allo stato non è del resto che un riflesso dell’evoluzione generale del capitalismo verso forme monopolistiche: la fase dell’imperialismo imprime necessariamente anche ai sindacati e in genere agli organismi di massa un carattere di netta dipendenza dagli organi fondamentali dallo stato borghese. Il problema che allora si pone è questo: possono gli organi sindacali, come emanazione dello stato, ritornare alla loro funzione originaria senza il preventivo abbattimento di questo stato? E se è impossibile ricondurre il sindacato alla sua funzione originaria di classe, che cosa si contrapporrà alla demoralizzazione e al disgusto che invadono le masse?

Verso quale organismo si convoglieranno?

La linea politica del partito nei confronti del problema sindacale non è ancora sufficientemente chiara. Da una parte si riconosce la dipendenza dei sindacati dallo stato capitalista: dall’altra si invitano gli operai a lottare in seno ad essi e a conquistarli dall’interno per riportarli su una posizione di classe. Ma questa possibilità è esclusa dalla suddetta evoluzione del capitalismo. E’ vero che noi dobbiamo rimanere oggi nei sindacati per lottare contro lo scoraggiamento o la demoralizzazione delle masse e perchè non esistono le condizioni obiettive per la creazione di organismi nuovi: ma dobbiamo rimanervi soltanto per fare opera di chiarificazione e di demolizione insistendo che nelle fasi ulteriori della lotta, di fronte all’impossibilità del capitalismo nella sua fase attuale di soddisfare anche le più elementari esigenze della classe lavoratrice, i lavoratori dovranno, sotto la spinta delle condizioni stesse, orientarsi verso una nuova forma di organizzazione. E il Partito deve fin da ora indicare la forma che questa organizzazione assumerà. Personalmente, il relatore ritiene che il campo in cui il lavoro del partito si può svolgere in questo senso è il luogo di lavoro, attraverso i gruppi comunisti di fabbrica, sul cui potenziamento gli organi direttivi del Partito insistettero soprattutto nel periodo preinsurrezionale ma che non tutte le Federazioni curarono nel dovuto modo. Solo in virtù della tenace attività dei gruppi di fabbrica si è potuto, a Milano, giungere a quella rassegna di forze che si è espressa nei 6000 voti raggiunti nelle elezioni alla FIOM. Ed è dall’attività dei gruppi di fabbrica che potrà sorgere la nuova forma di organismo di massa, come superamento del sindacato: i consigli di fabbrica, la cui parola d’ordine lanciamo non come obiettivo immediato ma come motivo di agitazione in seno alla classe lavoratrice.

Il problema delle commissioni interne dovrà essere riveduto. Le commissioni interne sono rinate sullo stesso criterio delle commissioni interne fasciste e con la stessa funzione specifica: la nostra posizione conseguente dovrebbe perciò essere o di non parteciparvi o di non presentare liste incluse nelle liste ufficiali dei partiti di collaborazione, ma opporre liste di minoranza in opposizione alle liste ufficiali anche per non correre il rischio di affidare a compagni politicamente immaturi l’eventuale direzione in toto della commissione interna, votata fin da ora a battere la stessa strada delle altre commissioni interne guidate da partiti opportunisti. I compagni eventualmente eletti sarebbero condanna-ti a subire la politica generale dei sindacati e l’iniziativa dei bonzi sindacali. In altre parole, la presentazione di liste per le commissioni interne non dovrebbe avere altro carattere che quello di una protesta politica senza alcuna pretesa di poter influire sul corso generale della situazione.

Riassumendo, il relatore afferma che il sindacato attuale non potrà mutare la sua fisionomia di organo di stato se non con la distruzione definitiva dello stato capitalista. La parola d’ordine di nuovi organismi di massa non è attuale, ma il Partito ha il dovere di prevedere quale sarà il corso degli avvenimenti e indicare fin da oggi agli operai quali saranno gli organismi che scaturiranno dall’evolvere delle situazioni e s’imporranno come la guida unitaria del proletariato, sotto la direzione del Partito. La pretesa di ottenere posizioni di comando negli attuali organi sindacali per trasformarli dev’essere definitivamente liquidata.

Si apre la discussione.

Danielis concorda sulla tesi generale che il sindacato è oggi legato allo stato e, come ha servito a spingere la classe operaia alla guerra, così serve oggi a spingerla verso la trappola della ricostruzione. Non è però d’accordo sulla necessità di contrapporre a questi organismi organismi nuovi. Se l’organizzazione sindacale è legata allo stato noi non possiamo porci altro problema che questo: distruggerla, e orientare la lotta operaia verso questo obiettivo. Questo sarà raggiunto nella misura in cui il proletariato lotterà per i suoi obiettivi, man mano che la situazione si infiammerà. Il problema non è per noi quello di organismi di massa, ma è quello di una lotta di massa. Questa lotta parte dalla fabbrica, dove ha per suo obiettivo primario la lotta contro i consigli di gestione, ma, nella misura in cui la lotta  s’ infiammerà, uscirà dall’ambiente ristretto dell’officina per saldarsi a tutte le battaglie proletarie e spingere tutti gli operai ad una lotta frontale contro il Sindacato. Questa lotta frontale non è la lotta finale per la distruzione dello stato capitalista, ma è un anello di questa lotta. Portiamo gli operai a manifestare davanti ai sindacati, a non lasciarsi atterrire dall’obiezione centrista che vi troveremo i carri armati della polizia inglesi!

L’orizzonte delle lotte proletarie si schiarirà solo nella misura in cui sapremo condurre spregiudicatamente questa lotta. E’ questo il compito del partito: ridare alla massa la coscienza della sua forza. Non sono le rivendicazioni immediate che devono ispirare la nostra lotta: quello a cui dobbiamo tendere è di chiarire le idee basi, dare agli operai una visione chiara dell’evoluzione attuale del capitalismo e dei loro obiettivi finali. Se partecipassimo ale elezioni e attendessimo la soluzione dei problemi contingenti dai sindacati, ci metteremmo sul terreno della collaborazione e dell’abbandono dei nostri postulati politici. Bisogna mettere il capitalismo nell’impossibilità di scatenare una nuova guerra. La massa potrà ingigantire come forza politica solo attraverso la pratica della lotta. E’ finito il periodo teorico: incomincia quello dell’attività, il periodo direttivo.

Lecci contesta la tesi di Stefanini sull’evoluzione del sindacato. Il sindacato non è mai stato un organismo rivoluzionario: tale funzione spetta soltanto al Partito. E se è vero che il capitalismo monopolistico è riuscito ad agganciare allo stato la C. G. L., è però assurdo sostenere che tra sindacati attuali e sindacati fascisti non esista nessuna differenza, se non altro perchè in essi il proletariato può far sentire, anche debolmente, la propria voce. Il problema rimane, dunque, così impostato: non distruggere il sindacato né sostituirvi altri organismi, come vorrebbero, da una parte, il relatore e, dall’altra, il comp. Danielis, ma lottare per la demolizione delle sovrastrutture che soffocano il sindacato così come contro tutte le sovrastrutture dello stato capitalista. Noi dobbiamo essere una forza agente: non essere dei fabbricatori di scioperi, ma disciplinarli e guidarli: non rifuggire con un certo senso di disgusto dalle lotte rivendicative parziali, ma trarne tutta la sostanza politica, tutto il contenuto di esperienza che possono dare al proletariato. E’ su questa linea che ha operato la federazione torinese impostando le singole lotte parziali su un terreno di critica e di chiarificazione politica. Concludendo, il comp. cita una serie di lotte che si dovrebbero impostare contro l’ubriacatura propagandistica dei socialcentristi. Buttaioli si associa alla tesi di Lecci, sostenendo che, se è vero che la seconda guerra mondiale non si è conclusa con un risveglio della lotta di classe, ne consegue che questo risveglio potrà avvenire solo attraverso l’esperienza diretta delle battaglie operaie, e che bisogna agire nel sindacato per smascherarne di fronte agli operai il carattere opportunista e controrivoluzionario. Ogni agitazione operaia è oggi episodio della lotta generale contro il capitalismo. Raymond definisce “idealista” la posizione del comp. Danielis: non basta la criticare, non bastano i programmi: se lottare per le rivendicazioni immediate non è fare la rivoluzione, è attraverso esse che il proletariato sarà guidato dal partito sulla via della rivoluzione. Le lotte rivendicative e gli scioperi permettono agli operai di individuare chi è per la difese della classe e chi no. La parola d’ordine dev’essere non distruzione dei sindacati ma sviluppo al massimo delle lotte di classe. Arri legge una sua mozione in cui afferma che il Partito non deve estraniarsi dalle lotte rivendicative, denuncia il carattere reazionario degli attuali organi di massa e la tendenza degli operai a disertarli, chiede si lanci la parola d’ordine di sabotare il sindacato e sostituirvi una libera organizzazione con rappresentanti liberamente eletti dagli operai.

Nella seduta pomeridiana prende la parola il comp. Albert. In tutti gli interventi (anche nelle tesi sindacali) si afferma che il sindacato è un organo dello stato capitalista. Non bisogna però dimenticare che l’origine storica del sindacato è assai differente da quella dello stato. L’apparato statale capitalista è costituito per assicurare la difesa degli interessi della classe borghese contro il proletariato: esso rappresenta il potere politico della società nelle mani della borghesia. Invece, il sindacato sorge come una forma di organizzazione della classe operaia che le permette di difendersi sul terreno economico contro lo sfruttamento capitalista. Dal punto di vista storico, stato capitalista e sindacato operaio sono stati due termini opposti dell’antagonismo capitale-lavoro. In dati periodi, in cui il rapporto di forze tra proletariato e borghesia è favorevole a quest’ultima, questa può riuscire attraverso la burocrazia sindacale a utilizzare il sindacato per scopi contrari alla sua funzione classista e soprattutto per bloccare lo sviluppo delle lotte operaie, anche se limitate a obiettivi puramente economici; ma non si può parlare di alterazione della natura di classe del sindacato che quando vi è coesistenza di due classi in seno allo stesso organismo (per es. il fronte del lavoro nazista, le corporazioni mussolinane ecc.). Il fatto che la burocrazia sindacale rappresenti oggettivamente gli interessi della classe capitalista non cambia i dati del problema. L’esempio più significativo di quest’asserzione è dato dai Soviet in Russia. Nel febbraio 1917, la direzione dei soviet è nelle mani dei menscevichi e dei socialisti rivoluzionari, i quali non solo fanno di tutto per frenare la lotta di classe, ma aiutano molto efficacemente la
borghesia nei suoi tentativi di ricostruire l’apparato statale sconvolto dagli avvenimenti rivoluzionari. Non per questo i soviet sono divenuti parti di questo stato, tanto è vero che, sette mesi dopo, sotto la direzione politica del partito bolscevico, i soviet, rovesciando lo stato capitalista, gli si sostituiscono come organi del potere proletario.
E’ dunque chiaro che la funzione controrivoluzionaria attuale dei sindacati o di qualunque altra forma di organizzazione del proletariato non deriva da una sua presunta natura di classe capitalista (come gli altri organismi statali: parlamento, esercito, polizia, ecc.), ma soltanto dalla situazione politica generale che, malgrado fermenti di ripresa proletaria, rimane tuttora controrivoluzionaria e favorevole alla borghesia. II. problema non consiste dunque nella forma dell’organizzazione del proletariato, ma nel rapporto di forze fra proletariato e borghesia in una certa situazione. Perciò la posizione dei compagni che preconizzano di sostituire l’organizzazione dei consigli di fabbrica ai sindacati esistenti non è giusta. Nella situazione attuale, dei consigli di fabbrica in luogo dei sindacati farebbero esattamente la stessa politica.
Le posizioni espresse da Stefanini da un lato e da Danielis dall’altra sono utopistiche. Entrambi pretendono non già di seguire il processo della lotta fra le due classi antagonistiche ed intervenire in questa come si presenta nella realtà sociale,  ma di sostituire a questa realtà i loro schemi, che il proletariato dovrebbe seguire. Danielis dice: bisogna distruggere il sindacato. Questa posizione è falsa: 1) perchè, se si accetta la sua affermazione che il sindacato è un organo di stato a natura capitalista, è chiaro che il proletariato non può distruggere un organo statale senza distruggere lo stato stesso. Questa distruzione può avvenire solo attraverso la rivolta violenta. Ma come si potrà giungere a questa rivoluzione e realizzarla  senza organizzazione? Il sindacato non sarà certo la forma organizzativa che il proletariato prenderà a prestito per fare la sua insurrezione, ma è pure chiaro che non giungerà a quest’insurrezione, la quale richiede un alto grado di coscienza politica, senza essere passato attraverso la scuola delle lotte rivendicative. E per questo occorre anche un’organizzazione. Distruggere il sindacato è distruggere l’organismo unitario della classe operaia nella fase attuale, senza che essa abbia la possibilità di crearsi un altro strumento di lotta. Questa posizione è anche falsa perchè assegna al proletariato il compito specifico (!!) di distruggere un organo dello stato capitalista  indipendentemente dalla distruzione dello stato stesso, cioè del potere capitalista.

La posizione di Stefanini è ugualmente falsa non solo perchè attribuisce al sindacato una natura di dasse capitalista, ma perchè, volendo agitare nella situazione presente la parola d’ordine dei consigli di fabbrica “per più tardi” ipoteca lo sviluppo degli avvenimenti. Le forme di organizzazione che il proletariato assumerà nel corso della sua lotta non dipendono da ricette bell’e fatte, ma appartengono allo sviluppo della lotta con tutte le sue alternative. Se Lenin avesse seguito questa concezione superficiale, non è affatto certo che avrebbe potuto riconoscere nei soviet la forma data dalla  situazione stessa alla lotta del proletariato russo. Per concludere, non si tratta di distruggere il sindacato o di preconizzare la formazione di nuovi organismi. La Frazione Francese, dopo la discussione, ha concluso (tenuto conto delle possibili differenze fra i diversi paesi) che la posizione generale debba essere quella di condurre all’interno delle organizzazioni sindacali esistenti la lotta contro la burocrazia, cioè contro la sovrastruttura dei partiti politici che difendono e rappresentano gli interessi della classe capitalista, lo svolgimento di questa lotta e la concentrazione dei proletari attorno alle frazioni sindacali comuniste essendo l’espressione e seguendo il corso della lotta fra rivoluzione proletaria e controrivoluzione capitalista.

È evidente che, se nella situazione attuale la classe operaia non ha ancora la forza di opporsi e di combattere frontalmente la burocrazia sindacale reazionaria, avrebbe ancor meno quella di creare organismi nuovi. Una tale posizione adottata dal partito lo condurrebbe all’isolamento più completo di fronte alla lotta proletaria e, qualora fosse seguito da alcune minoranze di operai insoddisfatti, ad una scissione sindacale che non farebbe che rinforzare il controllo dello stato e del suo agente, la burocrazia sindacale, sulla maggioranza della classe operaia. La sola possibilità di esistenza dei consigli di fabbrica può essere data dalla maturazione della situazione, perchè, se ci basiamo sulle esperienze delle situazioni rivoluzionarie in cui si poneva la questione del potere, vediamo che, in tali situazioni il proletariato è uscito dai quadri strettamente professionali del sindacato e ha dimostrato una tendenza ad organizzarsi sulla base dei consigli lottanti sul terreno politico e sotto la guida del partito per demolire lo stato borghese e instaurarsi come gli organi della dittatura proletaria. Ma questa non è la situazione attuale. In conclusione, noi pensiamo che, se la politica sindacale del P. C. Int. si orienta nel senso di portare la lotta contro il capitalismo in seno al sindacato, dove esso è rappresentato dalla burocrazia controrivoluzionaria, uma concentrazione degli strati proletari più coscienti si verificherà attorno alle frazioni sindacali del partito, realizzando così le condizioni per portare un primo serio colpo alla sovrastruttura dei partiti del CLN, che soffoca oggi ogni manifestazione classista in seno alle organizzazioni sindacali.

Vogliotti sostiene la necessità di fermare elementi sensibili alla questione sindacale e farli agire nel sindacato: si richiama a tal fine al documento emanato dal C. C. nel gennaio 1945. Ma il sindacato non è tutto: esistono altri organismi operai come le mutue, nei quali occorra che il proletariato riaffermi le sue posizioni di classe. Urge uno schema generale preciso di lotte rivendicative. Ad es., è in atto la questione dall’accordo per le 40 ore da co-piere in 4 giorni invece che in 5. Bisogna spiegare agli operai che, mentre il capitalista realizza lo stesso guadagno in 4 giorni invece che in 5, non spende una lira in più anzi vende l’energia elettrica in Francia e incamera moneta francese. Nota come tutti gli organismi di assistenza per malattia e infortuni siano amministrati contro gli interessi dell’operaio e senza il controllo di quest’ultimo: quelli stessi che vorrebbero dare all’operaio la gestione della Fiat gli negano la gestione degli istituti assistenziali. In conclusione, il sindacato e tutti gli organi di difesa degli interessi immediati della classe sono stati distrutti dallo stato: compito della classe lavoratrice è ricostruirli. Una grande sensibilità sindacale e politica va tuttavia richiesta ai compagni nel porre questi problemi. Lencia, prendendo lo spunto da alcune critiche del comp. Stefanini all’operato della Federazione torinese in campo sindacale, rifà la storia del lavoro compiuto sia nei gruppi di fabbrica, sia nei confronti della Camera del Lavoro, e legge diversi manifestini lanciati in occasione di agitazioni operaie. Comunello
riferisce le sue esperienze sindacali nella zona trevisana e il boicottaggio fatto dai bonzi confederali ad ogni iniziativa di classe. Ferrari (Milano) ribadisce la necessità che nostri compagni possano mettersi alla testa delle commissioni interne, riferisce sullo stato di smarrimento e di timidezza in cui si trovano le masse, chiede una linea direttiva chiara e sicura. Torricelli auspica che il sindacato ritorni alla sua funzione di classe, e che il Partito indirizzi tutta la sua azione sindacale e politica in tale senso.

Dopo brevi dichiarazioni di altri compagni, Vercesi conclude leggendo il secondo capoverso del punto 12 della Piattaforma:

« La soluzione data in Italia alla formazione centrale sindacale con un compromesso non già fra tre partiti politici di massa, che non esistono, ma fra tre gruppi di gerarchie di cricche extraproletarie pretendenti alla successione del regime fascista va combattuta incitando i lavoratori a rovesciare tale opportunistica impalcaltura di controrivoluzionari di professione. Il movimento sindacale italiano deve ritornare alle sue tradizioni di aperto e strette fiancheggiamento del partito proletario di classe facendo leva sul risorgere vitale dei suoi organismi locali, le gloriose camere del lavoro, che, tanto nei grandi centri industriali, quanto nelle zone rurali proletarie furono protagoniste di grandi lotte apertamente politiche rivoluzionarie. Queste direttive sono estremamente chiare, e, la piattaforma essendo stata approvata, non c’è che da conformarvisi. Non si può rovesciare quest’impalcatura che dal di fuori. L’indirizzo del Partito è andato tanto oltre da permettere che nostre liste figurassero accanto alle liste di altri partiti, e da volere che una minoranza partecipasse alla direzione dei sindacati e delle commissioni interne. E’ da respingere ogni tentativo di uscire dalle difficoltà in cui il proletariato italiano e noi stessi ci dibattiamo attraverso la costituzione di nuovi organismi: chi vuol far credere che il Partito trovi nella fabbrica, e non nella delimitazione programmatica, la sua sorgente, non ha il diritto di appartenere al Partito C. Int. Si dev’essere assolutamente chiari per fissare un orientamento preciso: non si può far altro che denunciare al proletariato la CGL come erede dei sindacati fascisti. Dob.biamo intervenire in ogni agitazione operaia e opporre rosso a tricolore. Agli operai che ci chiedessero di capovolgere la situazione non solo italiana ma internazionale, dobbiamo rispondere che il partito non ha questo potere. Per assicurare una reale difesa degli interessi generali dei lavoratori, dobbiamo sapere attendere un mutamento della situazione: La nostra direttiva fondamentale deve essere quella di orientare gli operai verso la ricostruzione dei loro sindacati di classe, i quali, per il fatto di aver avuto una funzione di eccezionale importanza nel periodo prefascista, si imporranno anche alla generazione operaia che non li ha conosciuti. Non si devono presentare liste di minoranza, ma liste bloccate di compagni che solidarizzano con la nostra posizione.

Stefanini ribadisce il suo concetto che il sindacato, nella fase di decadenza del capitalismo, è necessariamente legato allo stato borghese. Ad alcuni suoi contraddittori, risponde che non ha posto il problema di organismi nuovi come problema attuale: ha sostenuto che si deve restare nei sindacati perchè la situazione non permette di passare ad una nuova organizzazione. Nel sindacato faremo opera di chiarificazione, ma, quando si presenterà una situazione rivoluzionaria, la necessità di una nuova organizzazione si presenterà e, se il proletariato non saprà chiaramente verso quali organismi orientarsi, non si muoverà neppure. Rivoluzionare l’attuale C.G.L. è comunque impossibile, come è impossibile ridarle un contenuto di classe: solo le situazioni ci permetteranno di farlo. Quanto ai consigli di fabbrica, non è nel senso ordinovista ch’egli  intende porre il problema: non si tratta di costituire organismi che sostituiscano il partito o che rappresentino piccole isole di socialismo nella società borghese, ma organi politici che il partito guiderà nella fase ultima della crisi rivoluzionaria.

A conclusione della discussione, viene approvato il seguente o. d. g. Lecci-Buttaioli:

“Il Convegno, dopo ampia discussione del problema sindacale, sottopone all’approvazione generale il punto XII della Piattaforma politica del Partito e dà mandato al comitato Centrale di elaborare un programma sindacale conforme a tale orientamento”.