Ricorda, proletario, gli insegnamenti del 1917 rosso
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I diplomatici, gli uomini di stato, i professori e gli avvocati del conformismo sociale, i bonzi patentati dei sindacati operai, i burocrati e i traditori che osano ancora richiamarsi al comunismo « commemoreranno » quest’anno il cinquantenario della rivoluzione russa del 1917. Tutti coloro che nell’azione e nella prepaгazione rivoluzionaria vedono ormai soltanto l’opera di settari e di faziosi, o che pretendono di sostituire alle inevitabili rivoluzioni della storia la trasformazione progressiva dello stato e della società attraverso i misteri della democrazia parlamentare e del progresso borghese, pubblicheranno tonnellate di articoli, opuscoli e studi eruditi per appropriarsi la rivoluzione di Ottobre e ricucirla sulla misura del loro « tempo », delle loro tradizioni nazionali e della loro mentalità di filistei. Mezzo secolo esatto è bastato per cancellare dalla mente e dal cuore del proletariato mondiale il vivente ricordo della sua rivoluzione. Possa esso in minor tempo riallacciarsi ai suoi insegnamenti storici e al suo internazionalismo di classe! In questa prospettiva, e ad onta di tutte le carogne dell’opportunismo, apriamo con questa serie di articoli le pagine più gloriose del 1917.
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E, prima di tutto, proletario, rileggi questa lezione di tutte le rivoluzioni. Oggi ti si dice che nessun cambiamento è possibile nell’ordine sociale stabilito senza la « volontà del popolo », senza il consenso della « maggioranza della nazione » espresso dai suoi rappresentanti « legittimi »; senza « democrazia vera».
Ma, siano borghesi o proletari, tutte le rivoluzioni hanno dimostrato di infischiarsene della democrazia. Trotsky ricorda nei seguenti termini questo insegnamento della storia, confermato dalla rivoluzione di febbraio 1917 a Pietrogrado:
« Il potere fu abbattuto per iniziativa e con le forze di una città che costituiva press’a poco la settantacinquesima parte della popolazione del paese. Se si vuole, si può dire che il più grande degli atti democratici fu compiuto in modo antidemocratico: tutto il paese fu posto davanti al fatto compiuto. Se si aveva in prospettiva un’Assemblea costituente, ciò non cambiava nulla alla realtà perché i termini e le modalità di una rappresentanza nazionale dovevano essere fissati da organi emananti dalla vittoriosa insurrezione di Pietrogrado. Questo fatto getta una luce cruda sulla questione del ruolo delle forme democratiche in generale e, in particolare, in periodo rivoluzionario. Al feticismo giuridico della « volontà popolare » le rivoluzioni hanno sempre inflitto dei rudi colpi, tanto più implacabili quanto più esse erano profonde, ardite e « democratiche » … In tutte le vere rivoluzioni, la rappresentanza nazionale si è inevitabilmente rotta la testa contro la dinamica rivoluzionaria, il cui principale focolaio era la capitale. Così avvenne nel XVII secolo in Inghilterra, nel XVIII in Francia e nel XX in Russia. Il ruolo della capitale è determinato non dalle tradizioni del centralismo burocratico, ma dalla situazione della classe dirigente rivoluzionaria, la cui avanguardia è naturalmente concentrata nella metropoli; il che è vero tanto per la borghesia, quanto per il proletariato » (Trotsky, Storia della rivoluzione russa).
Così le epoche rivoluzionarie spazzano via senza pietà il pregiudizio democratico e il fatalismo sociale di cui si impregnano fino alla nausea le epoche di reazione e di preteso sviluppo pacifico dell’umanità. Ma che cos’è una rivoluzione? Che cosa rappresentano queste brusche svolte della storia che chiudono interi periodi e ne aprono di nuovi? E’ proprio e caratteristico delle lunghe fasi evolutive il farne dimenticare il senso. E’ proprio e caratteristico delle fasi controrivoluzionarie il falsificarne tutti gli insegnamenti. La sopravvivenza del regime sociale contro il quale l’Ottobre aveva scatenato l’assalto dei proletari non ha solo cancellato dalla memoria degli uomini il ricordo delle loro battaglie passate, ma ha addirittura finito per bandire dal campo della previsione scientifica le inevitabili crisi rivoluzionarie che periodicamente sconvolgono le società di classe.
Tale è l’opera di decomposizione e demoralizzazione profonda compiuta dallo stalinismo. Guerre e rivoluzioni sono presentate alle generazioni attuali come mille volte più « assurde e pazzesche » che l’assurdità e la pazzia della loro esistenza quotidiana, segnata dalla patologia sociale di un regime putrefatto. Lo stalinismo è riuscito a far dubitare ai proletari disarmati che il passaggio da un modo di produzione sociale a un altro si accompagni a crisi rivoluzionarie destinate a risorgere immancabilmente finchè le forze produttive non abbiano abbattuto e distrutto i vecchi rapporti di produzione. Analogamente esso è giunto a negare che questo passaggio sia soltanto possibile grazie alla conquista del potere politico da parte della classe oppressa e alla sua dittatura di ferro sulle vecchie classi dominanti. Che cosa può recare, dopo di ciò, delle rivoluzioni della storia? Solo un fantasma senza corpo, e la doppia versione democratica o cospirativa che fa sembrare veramente « disperata » la loro causa, e veramente « impossibile » la loro vittoria.
Nel 1926, il cineasta Eisenstein ricucisce « Ottobre » sulla misura di un episodio: la presa del Palazzo d’Inverno. Nel 1936, Stalin cucisce per la rivoluzione russa l’abito da arlecchino di una costituzione democratica. Luigi XVI chiamava sommossa una rivoluzione; Versailles invocava il suffragio universale contro la Comune del 1871. Ma le vere rivoluzioni sono lontane tanto dall’una che dall’altra versione che ne danno, di volta in volta, le classi dominanti e i loro sbirri. Quando scoppia la rivoluzione di febbraio 1917, la prima preoccupazione di Lenin è di mostrare come e perché in otto giorni, sotto la sola spinta del proletariato e della guarnigione di Pietrogrado un regime che teneva duro da secoli, e che aveva resistito per tre anni ai furiosi assalti della rivoluzione del 1905 scatenata sull’intera estensione dell’impero zarista, sia potuto crollare. Nella sua prima Lettera da lontano, Lenin parla addirittura di « miracolo »; poi spiega che dei miracoli non ne fanno né la natura nè la storia, malgrado l’apparente facilità, la disinvoltura e l’allegria con cui l’umanità si sbarazza del suo passato:
« Se il proletariato russo non avesse per tre anni, dal 1905 al 1907, scatenato delle grandi battaglie di classe e messo in moto tutta la sua energia rivoluzionaria, la seconda rivoluzione non avrebbe potuto essere così rapida: la sua tappa iniziale non sarebbe stata coperta in pochi giorni. La prima rivoluzione del 1905 ha smosso profondamente il terreno, sradicato pregiudizi secolari, destato alla vita e alla lotta politica milioni di operai e decine di milioni di contadini; essa ha rivelato le une alle altre e al mondo intero tutte le classi (e i principali partiti) della società russa nella loro vera natura, nel vero rapporto dei loro interessi, delle loro forze, dei loro mezzi di azione, dei loro fini immediati e lontani. La prima rivoluzione, e l’epoca di controrivoluzione ad essa seguita (1907-1914), hanno svelato il fondo della monarchia zarista, l’hanno spinta al suo « limite estremo », ne hanno messo a nudo tutto il marciume e tutta la turpitudine, hanno smascherato tutto il cinismo e tutta la corruzione della cricca zarista diretta dal mostruoso Rasputin, tutte le ferocia della famiglia Romanov: questi massacratori che inondarono la Russia del sangue degli ebrei, degli operai, dei rivoluzionari; questi proprietari fondiari, « i primi fra i loro pari », possessori di milioni di desiatine di terra e pronti a commettere tutte le atrocità e tutti i delitti, a rovinare e strangolare quanti cittadini fossero necessari per conservare la loro « sacrosanta proprietà » e quella della loro classe.
« Senza la rivoluzione del 1905-1907, senza la controrivoluzione del 1907-1914, una autodecisione così precisa di tutte le classi del popolo russo e dei popoli abitanti la Russia sarebbe stata impossibile; analogamente sarebbe stato impossibile che si determinassero i rapporti di queste classi fra di loro e di fronte alla monarchia zarista come è avvenuto negli otto giorni della rivoluzione di febbraio-marzo 1917. Questa rivoluzione di otto giorni è stata « recitata », se è lecito usare questa metafora, dopo una decina di prove generali e parziali; gli« attori » si conoscevano, conoscevano la loro parte, il loro posto, e tutto lo scenario, in lungo, in largo e per traverso, fino alle più piccole sfumature, anche se insignificanti, delle loro tendenze politiche e dei loro metodi di azione » (Lenin, Lettere da lontano: lettera del sette marzo 1917).
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Le rivoluzioni non si fanno né secondo la volontà dei popoli », né secondo la volontà dei « capi. » A proposito della rivoluzione di febbraio, Trotsky cita la frase del socialrivoluzionario Mstislavsky: « La rivoluzione ci ha sorpresi, noialtri uomini di partito, in pieno sonno, come le vergini folli del Vangelo ». E in realtà, non si « fa » una rivoluzione: la rivoluzione si impone agli uomini, li prende di sorpresa, mette a prova la loro energia, la loro coscienza, le loro previsioni e i loro programmi. Così fu per la rivoluzione del 1917. Ma una rivoluzione non è mai del tutto « spontanea », non è mai del tutto una « sorpresa ». Essa non è una pura esplosione di forze elementari è anche un atto di coscienza e di volontà politica. Non è un anello isolato nella catena degli avvenimenti storici, ma corona mille scaramucce fra le classi, mille « prove generali e parziali », durante le quali i protagonisti hanno imparato a conoscersi, hanno misurato le loro forze, e affilato le loro armi, Tali sono gli insegnamenti di tutte le rivoluzioni e la risposta del marxismo al preconcetto democratico della « volontà popolare » e al fatalismo storico che fa dipendere la salvezza dell’umanità dall’iniziativa di un momento o di alcuni uomini provvidenziali. Nessuna rivoluzione è stata preparata meglio della rivoluzione russa attraverso decenni di lotte quotidiane su cui il proletariato e il partito bolscevico avevano saputo imprimere il loro suggello di classe. Nessuna rivoluzione è stata meno « complottata » di quella che « sorprese » Lenin nel suo esilio svizzero nel febbraio del 1917.
« Ma — continua Lenin nella lettera citata — perchè la prima, la grande rivoluzione del 1905, che i signori Gutsckov, Miliukov e consorti avevano condannato come una « grande rivolta », conducesse in dodici anni alla « brillante » e « gloriosa » rivoluzione del 1917, che i Gutsckov e i Miliukov dichiarano perchè « gloriosa », ha dato loro (per il momento) il potere, era anche necessario un grande, un vigoroso, un onnipotente « regista », сарасе da una parte di accelerare enormemente il passo della storia universale e dall’altra di generare delle crisį mondiali, economiche, politiche, nazionali e internazionali, di una intensità senza precedenti. Oltre ad una straordinaria accelerazione del passo della storia universale, erano necessarie delle svolte particolarmente brusche, perchè in una di esse il cocchio della monarchia dei Romanov, lordo di sangue e di fango, potesse ribaltarsi al primo colpo. Questo « regista onnipotente », questo vigoroso acceleratore, fu la guerra mondiale imperialista ».
Queste parole di Lenin ricordano che la forza esplosiva dei grandi sconvolgimenti storici, che i politici di bassa lega cercano nelle combinazioni elettorali nelle campagne « ideologiche » e nel mercanteggiamento di « riforme », scaturisce in realtà dagli antagonismi sociali del mondo capitalista. Fu la crisi del capitalismo mondiale ad accelerare il crollo dello zarismo russo. Ma, a sua volta, la vittoria della rivoluzione a Pietrogrado non doveva rimanere solo la vittoria della Russia moderna sulla sua secolare arretratezza; non doveva segnare unicamente la fine di una lunga lotta contro lo zarismo e la nascita della Nazione russa. Le prime parole del primo articolo dedicato da Lenin alla rivoluzione di febbraio lo sottolineano di proposito: « La prima rivoluzione generata dalla guerra mondiale è scoppiata. Questa prima rivoluzione non sarà certo l’ultima ». Rivoluzione « russa » ma non nazionale; impersonale ma non anonima. Tale è il suggello che un partito ed una classe hanno impresso agli avvenimenti del 1917.
Al di là del flusso e riflusso delle crisi capitalistiche, la vittoria di Ottobre in Russia e le successive sconfitte in occidente provano una cosa: che per schiacciare il capitalismo saranno necessari, da una parte, i fattori oggettivi della sua crisi inevitabile e, dall’altra, l’intervento cosciente, organizzato, di un esercito agguerrito da lunga data, l’esercito di classe e il suo partito.
(continua)