Riprendendo la Questione Cinese Pt.4
Categorie: Agrarian Question, China, CPC, Kuomintang, Russian opposition, Shangai Commune, Stalinism
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Il massacro degli operai di Shanghai aveva dimostrato una volta di più che la borghesia cinese non poteva marciare al fianco del proletariato nella rivoluzione nazionale. Le tesi di Lenin e del 2° Congresso dell’Internazionale erano state clamorosamente riconfermate con il sangue di migliaia di proletari e di contadini poveri. Messa di fronte alla scelta, la borghesia cinese si era schierata con gli imperialisti contro il movimento proletario.
Questo era ormai chiaro per tutti, e richiedeva che almeno ora il Partito Comunista proclamasse la sua aperta rottura con la borghesia e si mettesse alla testa delle masse dopo aver riconquistata la propria indipendenza programmatica e organizzativa. Era questo che l’Opposizione russa facente capo a Trotski richiedeva fin dal 1925. I fatti avevano pienamente confermate le sue denunzie e la sua prognosi sullo svolgimento della rivoluzione. In realtà, la strada da percorrere era una sola: o il movimento delle masse si sottometteva alla direzione del proletariato e del suo partito comunista, o sarebbe stato represso dalla borghesia controrivoluzionaria. O si andava verso la rivoluzione e la dittatura proletaria, o nemmeno la rivoluzione nazionale avrebbe avuto esito positivo.
Si scopre il “Kuomintang di sinistra”
Ma l’Internazionale Comunista era ormai dominata dagli interessi nazionali borghesi impersonati dallo stalinismo, e questi interessi esigevano di trovare un alleato in Cina per controbilanciare l’influenza inglese. Alleato dello Stato russo poteva essere solo un potere statale, e allo Stato russo il proletariato cinese non dava nessun affidamento dal punto di vista diplomatico e commerciale. Per questo il massacro di Shanghai non segnò alcun cambiamento nella tattica imposta da Stalin ai comunisti cinesi. Chiang Kai-shek e una parte della borghesia cinese avevano “tradito”; l’Internazionale lo riconobbe sostenendo anzi di averlo previsto in anticipo, sebbene fino al giorno prima dell’olocausto niente di simile fosse stato detto. Ma il riconoscimento, per Stalin, non significava che il proletariato cinese dovesse finalmente muoversi in maniera autonoma e rinnegare l’alleanza con la borghesia: anzi, questa doveva addirittura rinsaldarsi. La “destra” del Kuomintang aveva tradito la rivoluzione? Benissimo: ma c’era una “sinistra” che, sconfessando Chiang, aveva costituito un governo secessionista a Wuhan: ecco dunque, nelle parole di Stalin, il «vero centro rivoluzionario», e ad esso i comunisti dovevano accodarsi! Se, dopo di aver distrutto il movimento proletario a Shanghai, Chiang Kai-shek si era installato con un suo governo a Nanchino appoggiandosi sull’ala destra del Kuomintang, era il governo di Wuhan poggiante sull’ala sinistra che doveva ricevere tutto l’appoggio del P.C.C. Ma esisteva veramente una frattura in seno alla borghesia cinese? La Opposizione russa, giustamente, lo negava: v’era una divisione dei compiti o, quanto meno, una diversa valutazione sull’opportunità o meno di rompere subito con le minacciose masse proletarie e contadine, o servirsene ancora per qualche tempo, onde assicurare una base il più possibile larga alla rivoluzione nazionale.
In definitiva, si trattava di una diversità nella valutazione dei tempi: l’ala destra aveva capito che una rivoluzione puramente democratico-nazionale era impossibile proprio per la presenza di un vasto movimento di massa, e si era alleata all’imperialismo per reprimerlo; l’ala sinistra contava di poter prima appoggiarsi al movimento delle masse, salvo a reprimerlo una volta raggiunta l’unità e l’indipendenza del paese. La sinistra, d’altra parte, aveva sempre appoggiato Chiang e anche adesso gli muoveva l’unico rimprovero di aver rotto precipitosamente l’alleanza col proletariato provocando con questo atto un arresto del movimento nazionale. Ora essa agitava lo specchietto della riforma agraria: concederle fiducia, ammonì Trotski, «significava mettere volontariamente la testa sotto la mannaia. La sanguinosa lezione di Shanghai è passata senza lasciar traccia: i comunisti vengono di nuovo trasformati in guardiani del gregge per il partito dei carnefici borghesi (…) La rivoluzione agraria è una cosa seria: in una situazione difficile, i politicanti di “sinistra” si uniranno dieci volte alla “destra” contro gli operai e i contadini».
Nelle sue tesi su “I problemi della rivoluzione cinese” Stalin invece affermava testualmente: «Il colpo di Stato di Chiang Kai-shek significa che nella Cina meridionale ci saranno d’ora in poi due campi, due governi, due eserciti, due centri: il centro della rivoluzione [!] a Wuhan e il centro della controrivoluzione a Nanchino (…) Questo significa che il Kuomintang rivoluzionario di Wuhan, conducendo una lotta decisa [!!] contro il militarismo e l’imperialismo, diventerà l’organo di una dittatura rivoluzionaria del proletariato e dei contadini. Perciò dobbiamo adottare la politica del concentramento di tutto il potere esistente nelle mani del Kuomintang rivoluzionario, del Kuomintang senza i suoi elementi di destra, del Kuomintang come blocco tra la sua ala sinistra e i comunisti. Ne consegue inoltre che la politica di stretta collaborazione tra l’ala sinistra e i comunisti all’interno del Kuomintang acquista in questa fase forza e importanza particolare. Senza di essa la vittoria della rivoluzione è impossibile». Seguendo questa logica, la risoluzione di Stalin-Bucharin affidava la realizzazione della riforma agraria al governo del Kuomintang di sinistra» (nel quale ben presto entreranno due comunisti occupando i posti chiave del ministero dell’agricoltura e di quello dell’industria) ribadendo la necessità che fosse assicurato a tale governo tutto l’appoggio di un grande movimento di massa. Stalin, forse per calmare la violenta reazione della Opposizione russa, controbilanciava questa capitolazione di fronte alla presunta piccolo borghesia rivoluzionaria con la richiesta che si procedesse all’armamento degli operai e dei contadini come «principale antidoto alla controrivoluzione»; affermava però esplicitamente che non si doveva procedere alla costituzione di soviet operai e contadini, essendo questi possibili soltanto a rivoluzione agraria avvenuta… ad opera del sedicente governo rivoluzionario di Wuhan.
Trotski rispose con straordinario vigore: «L’armamento degli operai e dei contadini è una ottima cosa. Ma bisogna essere logici. Nella Cina del sud vi sono già dei contadini armati, i cosiddetti eserciti nazionali. Ma, lungi dall’essere “un antidoto alla controrivoluzione”, essi ne sono stati l’arma e lo strumento. Perché? Perché la direzione politica, invece di stringere in un solo blocco l’intero esercito attraverso i soviet dei soldati, si è appagata di una copia puramente esteriore delle nostre sezioni e dei nostri commissari politici; e questi, in mancanza di un partito rivoluzionario indipendente e di soviet di soldati, si sono convertiti in un paravento del militarismo borghese. Le tesi di Stalin respingono la formula dei soviet con lo specioso argomento che sarebbe “una parola d’ordine contro l’autorità del Kuomintang rivoluzionario”. Ma che cosa significano allora le parole “Il principale antidoto alla controrivoluzione è l’armamento degli operai e dei contadin?” Contro chi si armeranno gli operai e i contadini? Se la parola d’ordine del loro armamento non è una frase, una mascheratura, un sotterfugio, ma un invito all’azione, essa non ha un carattere meno aspro e radicale della formula dei soviet. Si può mai supporre che il popolo armato tolleri accanto a sé e sopra di sé il potere di governo di una burocrazia estranea ed ostile? Dichiarare che l’ora dei soviet è ancora di là da venire, e allo stesso tempo lanciare la parola d’ordine di armare gli operai e i contadini, significa voler seminare confusione. Soltanto i soviet possono, nel procedere dinamico della rivoluzione, diventare organi capaci di armare le masse e guidarle in battaglia».
La rivoluzione agraria non sarebbe mai stata condotta a termine da un governo piccolo borghese, sia pure “di sinistra”. Nello stesso plenum del maggio 1927, in cui all’opposizione fu consentito di parlare soltanto per breve tempo e i delegati stranieri non ebbero neppure diritto di leggere le tesi dell’Opposizione russa, lo iugoslavo Vujovic disse: «Il governo di Wuhan potrà realizzare la rivoluzione agraria solo se l’egemonia del proletariato sarà assicurata. E l’unico mezzo per ottenere l’egemonia risiede non già nel fare concessioni alla piccola borghesia, che oscilla costantemente fra il proletariato e la grande borghesia, e infine passerà dalla parte del più forte, ma soltanto nell’organizzare le forze del proletariato e del contadiname e conferire loro una forma organizzativa, i soviet; cosa possibile soltanto se noi sapremo non solo mobilitare le grandi masse, ma conquistarle alla direzione del partito comunista (…) La rivoluzione cinese, la stessa rivoluzione agraria in Cina, potranno vincere soltanto sotto la bandiera dei soviet, sotto il vessillo del leninismo».
Ancora una volta i fatti dovevano confermare la verità della prognosi contenuta in ogni pagina dei testi fondamentali del marxismo, giacché allora, pur fra remore e oscillazioni, l’Opposizione russa – siamo noi i primi a rivendicarlo, noi, che non abbiamo mai nascosto il giudizio critico sui suoi limiti e insufficienze – sostenne un’epica battaglia in difesa, prima cnora che di se stessa, della nostra comune dottrina, scolpita a caratteri di fiamma nelle opere di Marx e di Engels e nei fatti del glorioso ottobre bolscevico.