La tragedia storica contemporanea e la ignobile parte della socialdemocrazia
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Tristissime notizie giungono dalla Russia della rivoluzione. Finora il nostro entusiasmo era regolarmente battuto dalla nostra ammirazione per la serie mirabile di vittorie che la rivoluzione sovietista realizzava contro una serie di difficoltà sempre più gravi. Ogni volta dicevamo: il momento più brutto è trascorso, la più dura battaglia è stata guadagnata. Ci pareva che lo sforzo del proletariato russo contro la reazione interna, contro le offensive dell’imperialismo estero, contro la miseria, la fame, la crisi terribile della produzione, avesse, ad ogni vittoria che registravamo con gioia, toccato il limite massimo, e delle umane possibilità e delle più audaci nostre augurali speranze. Invece no. Ogni volta siamo stati sorpresi di vedere nuove nubi addensarsi ed una più violenta tempesta abbattersi sul proletariato russo, titanicamente levato a difendere le sorti della nuova rivoluzione. Ed un più intenso ed eroico sforzo ha, ogni volta, finora, ristabilite le sorti della lotta in modo che sarebbe parso affatto incredibile.
Il 1920 era stato segnato da un cattivo raccolto, e dalle ore tristi della prima e della seconda avanzata polacca. L’inverno si sperava meno difficile di quello del 1919, ma così non è stato, malgrado gli organi della repubblica abbiano compiuto miracoli di organizzazione. Comunque, l’offensiva militare fu respinta, l’avventura meridionale di Wrangel liquidata in modo trionfale, le sofferenze della scarsezza di alimenti e della fame superate dalla popolazione in maniera eroica: non v’è altro aggettivo. E la stessa rivolta di Cronstadt non fu che una fugace parentesi.
I compagni russi prevedevano con la mirabile freddezza che li distingue ulteriori difficoltà del lavoro economico, specie nell’agricoltura, e persino una nuova grande offensiva militare degli Stati del Centro Europa. Si preparavano a tutto. Ma una sciagura imprevedibile e sinistra, nella sua illogicità superiore ad ogni umana risorsa si è abbattuta sul paese colpito e straziato dalle insidie e dalle violenze di tutto il mondo capitalistico: la siccità senza precedenti di questa torrida estate ha bruciate letteralmente le messi pronte ad essere mietute, ha distrutto l’alimento di un anno di milioni di creature umane, già arrivate sull’estremo dei sacrifici senza lasciarsi andare negli abissi animaleschi del panico, della disperazione, del si salvi chi può, ma dando il più grande spettacolo di vita collettiva coscienza della storia.
Quali saranno le conseguenze? Impossibile dirlo. Si rinnoverà il miracolo della resistenza? Si placherà in parte la brutale e truce offensiva del capitalismo mondiale dinanzi all’assassinio di un popolo, alla lenta agonia di milioni di innocenti? Si realizzerà il disarmo del blocco e della guerra a cui sembrava predisporsi la borghesia mondiale, che dominata dallo spettro della sua crisi comprendeva l’impossibilità per il mondo moderno di vivere tagliando fuori un paese come la Russia?
Comunque sia, una considerazione si può ancora tracciare. È indubbio che la situazione determinata da un certo ristagno del procedere della rivoluzione negli altri paesi, aveva obbligato la Russia a contrattazioni coi capitalisti esteri, che questi medesimi consideravano non solo sotto la luce economica del buon affare, ma anche sotto quella politica di una risorsa contro i pericoli della loro situazione interna. Se anche questa loro prospettiva svanisce, se i borghesi di tutto il mondo, già arrivati alla constatazione di non poter fare a meno della Russia bolscevica, vedono anche questa risorsa resa inapplicabile; con più crudezza si pone, non per la vita del solo popolo russo, ma per quella dell’intera umanità, l’imperativo storico della rivoluzione proletaria nei paesi del grande capitalismo moderno.
L’arsura che incendia le messi nelle piane sterminate della Russia del centro, incendierà anche il suolo sociale dell’Europa e dell’America rovente delle estreme convulsioni di un regime.
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L’opportunismo nostrano non meno di quello estero mostra una certa carità pelosa per lo strazio della Russia. Ed intanto esplica la sua opera disfattista della rivoluzione, seguitando nella parte vergognosa di complice dello sfruttamento del proletariato mondiale, di responsabile delle sofferenze dei lavoratori di Russia.
La crisi economica si esaspera e la disoccupazione infierisce. I comunisti investono colla loro rampogna l’attitudine imbelle dei dirigenti socialdemocratici: questi, in luogo di dire alle masse una parola di azione contro le iniziative capitalistiche per la riduzione dei salari, la cancellazione dei diritti acquisiti nella lotta sindacale, lo stroncamento del movimento di classe, si prefiggono di volgere il fronte contro i rivoluzionari, e nella ultima riunione del consiglio della Confederazione del Lavoro decidono di iniziare l’azione per escludere i comunisti dalle file dei Sindacati.
La guerriglia civile divampa feroce, e mentre alcuni fortunati episodi segnano la gioiosa diana di una riscossa delle masse, in altri le bande bianche compiono altre stragi, e più orrende. Ebbene, la socialdemocrazia non escogita altro che la politica vile della “pacificazione”, tratta con gli avversari, propone come suo ultimo e massimo fine la “obbedienza alla legge”. Lavora, cioè, ad aggiogare le masse al carro della onnipotenza statale borghese.
Il Partito Socialista Italiano, dopo il distacco dei comunisti, si presenta in modo suggestivo come lo sbocco della politica difensiva borghese, il gerente della ultima opera conservatrice del capitalismo. I movimenti che all’inizio sorgono come fieramente diretti contro il simulacro della sua intransigenza tradizionale, finiscono per assorbirlo in sé e a coalizzarsi con lui. Subito dopo la guerra sorgeva come controaltare al partito socialista quello popolare, organizzato dai cattolici assai forti nelle campagne. Un sicuro intuito marxista permetteva allora di prevedere la confluenza di questo partito con la destra socialista, fatto che è oggi nella reale politica dei partiti parlamentari. Il fascismo sorse per fronteggiare, con ben altri metodi, il socialismo. Raggiunto, come abbiam detto più volte, lo scopo di svuotarlo di ogni proposito rivoluzionario, il fascismo naviga verso l’intesa colla socialdemocrazia.
Il leader fascista Mussolini ha concluso il suo ultimo discorso preconizzando la collaborazione delle tre “forze vive” del paese: Partito Popolare, Socialismo e Fascismo. Dopo le ultime elezioni dicemmo scherzando che Milano aveva eletti a capolista i tre futuri componenti del Ministero borghese italiano: Turati pei socialisti, Meda pei popolari, Mussolini pei fascisti. Lo scherzo diverrebbe realtà.
Un giornale giallo ha potuto scrivere parole, che suggestivamente corrispondono al nostro modo di intendere la situazione italiana: Accordatisi fascisti e socialisti ragionevoli, se la sbrighi lo Stato coi comunisti.
Perché ci sono i comunisti. Che danno un gran fastidio, che sono fonte di implacabile preoccupazione, perché rifiutano sdegnosamente ogni contatto pacificatore, invitano e inquadrano le folle per la santa violenza rivoluzionaria. Lo Stato avrà dai ministri fascisti e socialdemocratici l’incarico di sbrigarsela col comunismo. A meraviglia! Poiché proprio con lo Stato il comunismo vuole regolare i conti, proprio lo Stato esso si prefigge di assalire per la realizzazione delle sue finalità.
Quando tutti i contorsionisti della politica borghese avranno preso il posto che loro spetta, le due grandi forze staranno di fronte: lo Stato ed il comunismo; la conservazione e la rivoluzione.
Ma quel giorno, percorsa dalla socialdemocrazia tutta la sua parabola di ignominia, l’intera massa del proletariato starà tra le falangi assalitrici, ed il turpe edifizio dello Stato borghese travolgerà crollando i rinnegati che in esso elessero la propria sede, e si schiereranno a difesa della sua saldezza negriera.