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L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato Pt.2

Categorie: Agrarian Question, China, CPC, Trotsky

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Gli avvenimenti sociali succedutisi nelle campagne cinesi dalla Liberazione del 1949 alla proclamazione delle Comuni Agricole nel 1958, e la portata reale della Rivoluzione Cinese in campo agrario dimostrano non solo il ruolo che il maoismo si diede, in un decennio almeno, di “guida” del terzo mondo, ma anche smentiscono la pretesa che nel campo della tattica del Partito Comunista rispetto ai contadini, il Partito Comunista Cinese abbia innovato ed arricchito la teoria marxista, splendidamente confermata in tutti i suoi postulati e teoremi dall’Ottobre bolscevico.

Nelle “Tesi sulla rivoluzione Cinese” pubblicate nel gennaio 1965 sul Programma, ribadivamo: «Nella questione agraria, il partito di Mao non ha fatto nulla per combattere le tendenze piccolo borghesi ansiose di sottolineare la rottura con i vecchi rapporti sociali con una consacrazione giuridica di sacri principi della proprietà contadina. E tutte le riforme annunziate a gran voce dopo la creazione della Repubblica Popolare non hanno contemplato una maggiore concentrazione dell’agricoltura che sulla base dello sviluppo della produzione particellare, degli “interessi” del contadino particellare e dell’aiuto statale ad esso. Quando volle superare questi limiti, che sono quelli dei rapporti di produzione borghesi, la catastrofe sociale che ne derivò non fu meno grave di quella seguita alla falsa collettivizzazione staliniana in Russia. Riassumendo, la famosa ‘rivoluzione agraria” si riduce a una difficile accumulazione del capitale nelle campagne cinesi secondo le due fasi classiche di sviluppo dell’agricoltura capitalistica»:prima l’instaurazione della proprietà contadina, poi un lento processo di espropriazione e concentrazione sotto la spinta delle forze produttive borghesi e di una giganteggiante economia di mercato.

Per questo la critica marxista del partito rivoluzionario pur riconoscendo che la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese sotto l’egida delle armate maoiste rappresentava un innegabile passo in avanti rispetto alla Cina di Jiang Jieshi («La rivoluzione francese e la rivoluzione cinese sono serie di fatti positivi che esprimono la stessa sequenza di leggi storiche della lotta di classe, e sono quelle scoperte e scolpite in modo insuperabile nei classici di Marx»scrivemmo nel 1958), subito dovette mostrare come tale avanzamento aveva avuto come prezzo una terribile sconfitta proletaria la cui responsabilità ricadeva sull’intero indirizzo tattico dell’Internazionale staliniana.

Tale sconfitta si rispecchiava nella politica agraria del Partito Comunista Cinese che, nel cercare il compromesso con il contadino ricco e medio difendendone, nei limiti del possibile, gli interessi a danno dei contadini senza terra, si precludeva anche la possibilità di spingere fino in fondo la rivoluzione agraria.

Situazione sociale nelle campagne

La caratteristica fondamentale dell’agricoltura cinese prima della costituzione della Repubblica Popolare, caratteristica tuttora presente e anche grandeggiante, era l’estrema parcellizzazione della conduzione agricola, con appezzamenti piccoli ed intensamente sfruttati, situazione questa che, in special modo dal 1400 in poi, con la popolazione che è aumentata del doppio rispetto alla superficie coltivata, è andata sempre più a rivelarsi in tutta la sua crudezza.

Tale caratteristica era il risultato, oltre che dello sfavorevole rapporto fra terra coltivata e popolazione allocata, anche dell’antichissima rottura del tradizionale sistema comunitario di regolamentazione dei campi per cui si ha che nello Stato dei Chin, fin dal IV secolo avanti Cristo, la terra può essere comprata e venduta liberamente ed appare conseguentemente la figura del produttore nella veste di contadino libero proprietario od affittuario della terra che coltiva.

Verso il 1930 la terra di proprietà privata ammontava al 93,3% della totale disponibilità, mentre la terra assegnata ai nobili manciù e alla corona arrivava solo al 3,3%, con la terra di Stato (per scuole e culto) che era leggermente superiore, il 3,4% del totale.

Le terre di proprietà privata (le cifre si riferiscono solo ad alcune provincie, sono però significative perché nelle altre non ci si discostava di molto) erano così suddivise: le aziende da 1 a 30 mu (1 mu = 1/15 di ha) ammontavano al 68% del totale delle aziende e dovevano provvedere al sostentamento del 32% della popolazione agricola con una estensione del 19% del territorio; sono gli appezzamenti della fame e dell’indebitamento continuo. Le aziende da 30 a 50 mu rappresentano il 16% delle aziende, con il 7% della popolazione e ben il 17% del territorio. Ci sono poi le grandi aziende da 50 mu in su che appartengono al 7% della popolazione e rappresentano il 64% delle terre coltivate. Il 55% della popolazione agricola fa parte quindi della grande massa dei contadini senza terra.

Se si considera che, per vivere discretamente e sfruttare lavoro bracciantile bisognava possedere circa 50 mu di terra (e come già detto gli appezzamenti da 1 a 10 mu sono del tutto insufficienti al sostentamento di una famiglia contadina) e che la generale polverizzazione delle unità produttive era ancora più accentuata nelle regioni meridionali produttrici di riso, si comprendono subito le misere condizioni del contadino cinese.

Trotski, delle condizioni di vita del mugik delle terre nere russe, descriveva che nemmeno le cimici albergavano nella isba di paglia e di legno tanto basso era il livello termico del tugurio e quello alimentare del mugik: tali condizioni di indigenza erano generalizzate nelle campagne cinesi !

Sempre con riferimento agli anni Trenta l’assetto della proprietà nelle campagne era basato principalmente sulla piccola proprietà contadina che, secondo stime dell’epoca, interessava circa il 46% della conduzione, il 23% comprendeva proprietari parzialmente affittuari (allo scopo di creare un’unità produttiva minimamente vitale) ed infine il 31% era costituito da affittuari.

Gran parte della popolazione agricola gemeva schiacciata sotto il peso delle imposte e soprattutto dell’usura derivante, nel caso dei contadini poveri affittuari, dalla necessità di corrispondere al proprietario terriero il canone d’affitto dell’appezzamento coltivato (canone che non sempre era sotto forma di percentuale sul prodotto totale e che in questo caso variava dal 40 al 90%) e per tutta la popolazione agricola, fosse affittuaria, proprietaria o bracciante poco importa, dal generale divario tra le capacità produttive degli appezzamenti e le necessità minime di sussistenza per la famiglia.

Mercanti, proprietari terrieri, contadini ricchi, bottegai, mandarini, erano le figure che detenevano la chiave dell’usura con tassi superiori al 2% al mese (!) nelle aree produttrici di riso e al 3% in quelle a grano, cioè più rischiose dal punto di vista del raccolto.

Il cumulo degli interessi inchiodava poi la maggioranza della popolazione contadina ad una miseria talmente estesa e profonda che il confine dal servaggio era minimo, ma ciòlo ripetiamonon derivava da una pretesa organizzazione di privilegi feudali: la rendita in natura, in denaro e in lavoro, che opprimeva il contadino e spiegava lo spaventoso indebitamento del piccolo produttore, con la sua fame di terra, e capitali e con la galera della proprietà particellare, derivava da una affittanza ed una usura, non feudali e semifeudali, ma facenti parte del modo di produzione capitalistico e della sua barbarie.

Il proprietario fondiario, l’usuraio rappresentavano il capitale commerciale, il mercante, il funzionario che collocano i loro denari in prestiti accordati alle campagne proprio per il semplice fatto che uno sviluppo industriale ritardato non permette loro di investire il capitale nell’industria. Ciò farà scrivere a Trotski:

«La proprietà fondiaria grande e media (come esiste in Cina) è legata nel modo più stretto al capitale cittadino, compreso il capitale straniero. Non esiste in Cina una casta di signori feudali opposta alla borghesia. Il tipo di sfruttatore più diffuso, più comune e più odiato nelle campagne è il kulak usuraio, agente del capitalismo finanziario cittadino. Per conseguenza la rivoluzione agraria ha un carattere sia antifeudale sia antiborghese. Non ci sarà in Cina – o non ci sarà quasi per niente – una fase paragonabile alla prima fase della nostra rivoluzione, durante la quale il kulak marciava con i contadini medi, poveri, spesso alla loro testa, contro il proprietario fondiario (…) La “dekulakizzazione” sarà il primo e non il secondo passo dell’Ottobre in Cina» (”La Terza Internazionale dopo Lenin”).

La citazione di Trotski è potente: la rivoluzione agraria dovendo fare i conti con l’usuraio e il contadino ricco, oltre che con i rimasugli di nobili e mandarini, sarà costretta a fare i conti con la “borghesia nazionale” ed industriale delle città, uscita dai ranghi della gentry – i funzionari proprietaridella vecchia Cina, cioè con la quarta classe del fronte unito realizzato nella Repubblica Popolare e fin dal 1926 auspicato da Stalin, il quale, vedendo in Cina insistenti strutture produttive feudali, ne deduceva che borghesi e proletari, indistintamente uniti, dovevano abbattere il potere dei signori della guerra in un “terzo stato” liberatore, in un blocco di Quattro classi.

La tesi di Trotski significa anche che maggiore sarà il compromesso con la borghesia nazionale, maggiore sarà quello con il contadino ricco, maggiore sarà il cedimento alle illusioni proprietarie dei contadini, minore sarà l’incedere della rivoluzione agraria.

Politica agraria del Partito Comunista Cinese prima della legge agraria del giugno 1950 – Leggi agrarie degli anni 1928-1931

Scrivemmo il 15.9.1970 in Programma Comunista che il PCC, dopo la sconfitta del 1927 culminata con il soffocamento feroce della Comune di Canton, espulso dai centri urbani, riorganizzò le sue forze nell’immenso retroterra agrario divenendo il vero Guo-min-dang, il vero rappresentante della rivoluzione nazionale borghese: «Subordinò la sua vita e le sue possibilità di vittoria alla capacità di barcamenarsi fra gli interessi contrastanti dei diversi strati sociali che si muovevano nelle campagne, e questo imperativo di “unità nazionale” e di “blocco delle classi”, che in definitiva significava sacrificare gli interessi dei contadini poveri e del proletariato alle necessità di uno Stato nazionale indipendente, è la caratteristica che contraddistingue tutto il corso della sua politica fino alla presa del potere nel 1949».

Come abbiamo già indicato nel capitolo che precede, in Cina la proprietà terriera statale, per i culti dei guerrieri e nobili manciù, era nell’anno 1929, notevolmente ridotta per ammontare solamente al 6,7% dell’intera superficie coltivata, con il 93,3% rimanente in proprietà privata.

Altri dati: nel 1946 il Ministero dell’agricoltura cinese dava per l’intera Cina la seguente situazione: 94 milioni di ettari coltivati da 329 milioni di contadini ripartiti in 63,2 milioni di aziende, cioè in media 0,28 ettari a testa e 1,48 ettari per azienda.

Ciò determinava che per l’assenza di un latifondo feudale da cui attingere, per l’importanza ed estensione delle terre in affitto, per lo sbriciolamento della proprietà, la misura della partizione egualitaria delle terre, o peggio l’abbassamento dei canoni d’affitto degli appezzamenti, era la tipica misura riformista piccolo borghese per eccellenza e, di converso, la nazionalizzazione (il trasferimento della rendita fondiaria allo Stato) la sola via rivoluzionaria che si imponeva date quelle condizioni economiche-sociali, la sola capace di far uscire l’agricoltura cinese dalle secche delle crisi agrarie, della piccola proprietà con famiglie di 5 persone ristrette su 1,48 ettari !

Nazionalizzazione della terra significa quindi far marciare la rivoluzione agraria, rivendicazione che, ancora al suo V Congresso del maggio 1927, il PCC, traballante ma non ancora del tutto docile di fronte allo stalinismo, manteneva.

Ma sostenere questa rivendicazione avrebbe significato scatenare la lotta di classe nelle campagne, appoggiarsi direttamente sulla maggioranza dei contadini senza terra e dei piccolissimi fittavoli (il 55% i primi, il 32% i secondi) contro non solo i proprietari fondiari ma anche i contadini ricchi e medi.

Tale rivendicazione non poteva pertanto essere affermata da un Partito che dopo gli aggiustamenti maoisti, non aveva come obbiettivo una radicale riforma agraria ma vedeva nelle rivolte contadine e nell’armamento delle campagne solo un mezzo per condurre a buon fine il compito dell’unificazione ed indipendenza della Cina.

Il PCC dovette quindi rinnegare il suo programma agrario, non meno del Guo-min-dang, e invece di tendere a scatenare la lotta di classe nelle campagne tese invece a reprimerla, a incanalarla barcamenandosi tra le illusioni dei contadini sulla ripartizione egualitaria e la necessità di limitare gli “eccessi» dei contadini poveri. Tale politica di compromesso e conciliazione ebbe come padrino riconosciuto il Timoniere Mao che come tutti gli eroi entrò dalla porta di servizio !

Legge agraria del Jinngangshan (dicembre 1928): 1° tutta la terra viene confiscata e trasferita in proprietà del governo; 2° i contadini hanno solo il diritto all’uso della terra che coltivano che non può essere né comprata né venduta; 3° la distribuzione delle terre dovrà essere egualitaria.

Nel suo rapporto al C.C. del PCC sulla “Lotta sui monti Chingkang”, sempre nel 1928, Mao che nel novembre 1927 era stato estromesso dall’Ufficio politico, velatamente critica tutti e tre i punti sostenendo che soltanto le terre dei grandi proprietari dovevano essere distribuite, per non urtare i “ceti medi”, il cui appoggio alla rivoluzione va salvaguardato.

Ne concludeva che la terra da confiscare doveva limitarsi a quella demaniale e a quella dei proprietari fondiari, e che invece di una distribuzione egualitaria delle terre, si sarebbe dovuto adottare il principio di una distribuzione secondo la “capacità produttiva” (forza lavoro, attrezzi agricoli, ecc.); nel contempo si doleva per «l’eccessiva gravità dei colpi che la rivoluzione infligge» alle classi intermedie.

Nel 1941 in Inchiesta nelle campagne (aprile-maggio), ormai trionfante nella leadership del PCC, Mao può tranquillamente parlare dei “gravi errori” della legge del 1928 e della sua lotta contro la linea opportunista di “sinistra”: noi rileviamo soltanto che fin dall’inizio il “programma agrario” di Mao si distingue per l’obbiettivo di soddisfare i contadini medi, per creare un potere “stabile”, un esercito “nazionale”, un “regime borghese”, una strada che irrimediabilmente si divaricava dalla preparazione della rivoluzione proletaria.

La legge agraria dell’aprile 1929 promulgata a Xing’guo: si differenzia dalla legge del 1928 solamente per la rilevante sostituzione della proposizione «confisca di tutta la terra» con quella di «confisca delle terre demaniali e di quelle appartenenti ai proprietari fondiari». Il cambiamento significa un atteggiamento completamente diverso da parte del Governo Sovietico nei confronti degli strati intermedi, dei contadini ricchi ed anche dei piccoli proprietari fondiari. Inutile dire che fu lodato da Mao sempre nello scritto Inchiesta sulle campagne di 12 anni dopo.

Legge del 1930: la legge, composta di 4 capitoli e 31 articoli è estremamente rigorosa, la “più radicale” adottata dal Partito Comunista Cinese, tenendo conto che le leggi del 1928-29 furono pochissimo applicate sia per il carattere precario dell’occupazione sovietica delle basi rosse di quegli anni, sia per la loro limitata estensione.

L’articolo 1 confisca e trasferisce in proprietà al governo sovietico le terre, i boschi, gli stagni e le case dei proprietari fondiari, dei notabili, dei contadini ricchi. Terre, case, boschi e stagni vengono distribuiti «ai contadini che non posseggono o posseggono poca terra o ad altri poveri che ne hanno bisogno».

L’articolo 2 concede adeguati lotti di terra ai familiari dei proprietari fondiari e notabili che non hanno altri mezzi di sussistenza. La distribuzione delle terre del Governo Sovietico è assolutamente egualitaria.

Inoltre l’articolo 10 afferma che per «distruggere il potere feudale e assestare un colpo ai contadini ricchi, la distribuzione della terra sarà effettuata secondo i principi “togliere al ricco per dare al povero” e “togliere al grasso per dare al magro”».

L’articolo 11 proclama che tutti i titoli di proprietà verranno pubblicamente bruciati.

Si ritorna in genere alle proclamazioni della legge 1928 che tanto aveva scandalizzato Mao.

Legge agraria del I Congresso pancinese dei soviet. Il Congresso che si tiene a Juichin nella provincia del Jiangxi approva una legge definitiva, valida per le zone sovietiche e per quelle che lo saranno, composta di 14 articoli, senz’altro ben più moderata delle precedenti le quali avevano alienato le simpatie dei contadini medi nei confronti del Governo Sovietico in quanto il divieto di acquisto e vendita delle terre impediva loro di accrescere le loro terre e migliorare la loro situazione economica.

Gli articoli più importanti della legge erano:
Art. 1: confisca di tutte le terre dei proprietari fondiari, dei notabili e dei funzionari le quali verranno distribuite ai contadini poveri e medi, non rammentati nemmeno nelle precedenti leggi.
Art. 3: confisca delle terre dei contadini ricchi che potranno ottenere lotti di terra di qualità inferiore a condizione che la lavorino personalmente;
Art. 5: era un capolavoro di diplomazia: riconosceva che la distribuzione egualitaria delle terre confiscate è il metodo più radicale per distruggere rapporti agrari servili e feudali ed eliminare la proprietà privata dei proprietari fondiari, ma aggiungeva che si poteva procedere solo con l’accordo e l’appoggio delle grandi masse contadine e che il contadino mediovero ago della bilanciapoteva non partecipare a questa partizione egualitaria.
L’articolo 7, proclamato che la richiesta dei contadini agiati di distribuire la terra secondo «gli strumenti di produzione» è da respingere, lascia a ciascun Soviet la cura di valutare, in funzione delle caratteristiche locali, il miglior modo di ripartire le terre con l’unica condizione di avvantaggiare i contadini poveri e medi rispetto agli altri.
L’articolo 12 riconosceva che «la nazionalizzazione delle terre e delle opere idrauliche sotto il regime sovietico è un passo necessario verso la distruzione definitiva di tutti i rapporti feudali nei circondari rurali, e di fatto verso il conseguimento di uno sviluppo sostenuto e rapido dell’economia rurale», comunque, spiegati i benefici della nazionalizzazione, «l’affitto della terra o l’acquisto e la vendita della terra non saranno per il momento vietati», preposizione che rappresentava una vittoria politica degli interessi dei contadini medi e ricchi.

La legge del 1931 fu applicata fino alla Lunga Marcia dell’ottobre 1934, e, anche se in misura minore delle precedenti leggi, fu un mezzo fiasco: la precarietà del potere sovietico faceva sì che in molte zone il potere e la proprietà dei fondiari e dei contadini ricchi non venissero intaccati, e per la loro influenza economica (usura, traffici, ecc.) ed anche istruzione riuscivano ad introdursi nelle nuove amministrazioni sovietiche, come già era successo nel passato, questo nonostante che improvvise rivolte di poveri e senza terra applicassero armi alla mano partizione di terra e di case di ricchi e fondiari, incuranti di prudenze e consigli di guardarsi dagli eccessi che venivano dal Partito Comunista Cinese e dal Governo Sovietico. Rivolte che allora costituivano in tutta la Cina la normalità.

Ma ciò che costituiva la verasvolta” era la questione della nazionalizzazione; lasciata a metà del guadodel resto non fu proclamata nemmeno a Liberazione avvenuta nel 1949 quando vi era la possibilità di applicarla per tutta la Cinarappresentò la manifestazione statutaria legislativa degli sforzi del Partito Comunista Cinese per farsi amici contadini medi e ricchi.

La storiografia ufficiale del Partito Comunista Cinese attribuisce il rimanente “radicalismo” della Legge del 1931 alla “terza deviazione di sinistra” di Wang Ming, ed a Mao il realismo e la moderazione necessari per l’applicazione della legge agraria e perché nel contempo il contadino medio e ricco non sabotassero la produzione; realismo e moderazione che negli anni a venire, come vedremo nei capitoli seguenti, avrebbe prodotto una politica agraria di semplice riduzione dei canoni di affitto delle terre, misura che lo stesso Guo-min-dang applicava nei territori che controllava.

Certo è che già con il Decreto Decisioni relative ad alcuni problemi sorti nella lotta nelle campagne” del 10 ottobre 1933 non solo si distingue fra contadini medi e medi agiati i cui interessi «sotto il regime sovietico devono ricevere la stessa protezione dei contadini medi normali», ma la stessa protezione veniva estesa ai contadini ricchi, gli stessi che secondo l’articolo 1 della legge 1931 avrebbero dovuto vedere confiscate tutte le loro terre: «la terra e la proprietà di quegli elementi la cui origine di contadini ricchi e le cui serie attività controrivoluzionarie sono state accertate, saranno confiscate. La terra e le proprietà, degli altri contadini ricchi che, nonostante abbiano partecipato ad attività controrivoluzionarie, non hanno giocato un ruolo importante o di primo piano (sic !) in queste ultime, non saranno confiscate».

Ed ancora, «Dobbiamo distinguere chiaramente tra proprietari terrieri e contadini ricchi, e nel corso della nostra lotta spietata per annientare i residui dei proprietari terrieri non deve essere permesso nessun tentativo di annientare i contadini ricchi» (da “Primo bilancio della campagna per il controllo della distribuzione della terra” 29 agosto 1933).

Tale politica significava che, invece di far appello all’iniziativa rivoluzionaria delle forze sociali che scaturivano dallo sviluppo delle forze produttive, si cercava di vivacchiare consolidando, con qualche ripulitura, i vecchi rapporti di produzione, politica che divergeva irreversibilmente dalla rivoluzione socialista e proletaria