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L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato Pt.8

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Nei due capitoli precedenti, abbiamo esposto le ragioni materiali che portarono alla collettivizzazione degli anni 1955-1956, e, come la collettivizzazione cinese, al pari di quella russa negli anni ’30, rivelasse in maniera esplicita non solo il carattere borghese di tali misure ma anche la natura di classe della Repubblica Popolare Cinese, dello Stato di Nuova Democrazia, dietro la cui maschera si cela lo Stato dell’anonimo Capitale.

A tale conclusione ci riallacciamo prima di riprendere la trattazione degli avvenimenti.

Contraddizioni nel processo di collettivizzazione

Queste le ragioni materiali che portarono alla collettivizzazione degli anni 1955-56; la collettivizzazione cinese, al pari di quella russa negli anni Trenta, rivelò in maniera esplicita non solo il carattere borghese di tali misure ma anche la natura di classe della Repubblica Popolare Cinese, dello Stato di Nuova Democrazia, dietro la cui maschera si cela lo Stato dell’anonimo Capitale.

A tale conclusione ci riallacciamo prima di riprendere la trattazione degli avvenimenti.

La riforma agraria non potendo risolvere la situazione economica e sociale dei contadini stava determinando una nuova accumulazione di terra e di capitale nelle mani dei contadini ricchi, quindi un processo di proletarizzazione nelle campagne che, esplicandosi in un paese in cui i contadini rappresentavano l’80% della popolazione e in cui l’industrializzazione era limitata e parziale, metteva in crisi la stessa base sociale sulla quale poggiava lo Stato, minacciando persino la ripresa dello scontro sociale nelle campagne che questa volta non poteva essere esorcizzato con il feticcio della Nuova Democrazia.

Questa necessità di impedire il deterioramento dei rapporti di classe nelle campagne («Dopo la riforma agraria fra i contadini è sorta una scissione – dirà Mao il 1 ottobre 1955 – Se non abbiamo nuove cose da dar loro, se non li aiutiamo a crescere le forze produttive, ad aumentare il loro reddito, ad avere una comune agiatezza, quelli che sono poveri non avranno fiducia in noi, potranno avere la sensazione che seguire il Partito comunista non ha senso; e se con la divisione della terra sono rimasti ancora poveri perché dovrebbero seguirci ?»), e quella di sostenere e soprattutto aumentare la produzione agricola spinsero lo Stato cinese verso la collettivizzazione, per ottenere crescenti forniture di prodotti agricoli dai contadini ai bassi prezzi imposti dallo Stato.

«Soltanto quando sarà attuata la cooperativizzazione, la vita di tutta la popolazione rurale migliorerà di anno in anno e si avrà più abbondanza di prodotti agricoli e di materie prime industriali», aveva esclamato con fiducia Mao al VI Plenum del CC del VII Congresso del PCC, quando fu ratificata la decisione di accelerare il ritmo della cooperativizzazione.

Se queste furono le ragioni reali che spinsero lo Stato Cinese alla collettivizzazione, ugualmente fu mostrato come, al contrario delle pretese della teologia maoista, tale processo non fosse stato per nulla né previsto né controllato nel suo verificarsi dalla stessa struttura statale e questo nonostante i “piani” e le “tappe” decine di volte esposte ed aggiornate; processo quindi che non solo dovette soggiacere a quelle che erano le caratteristiche dell’economia cinese, ma che significò il non superamento dei limiti dell’economia privata della terra e della conduzione particellare, con la conseguenza che la proletarizzazione della massa contadina e la formazione di moderne imprese agricole dovranno battere il passo !

Il VII Plenum del CC del PCC che doveva originariamente riunirsi nell’aprile 1956, proprio mentre nelle campagne aveva pieno corso la collettivizzazionericordiamo che da gennaio a giugno le famiglie contadine organizzate nelle cooperative passarono da 93 milioni a 110 milioninon fu convocato ed al suo posto si riunì invece una conferenza allargata del Politburo che approvò la tradizionale ed immancabile “Direttiva”. Questa, ratificata e pubblicata in comune dal Comitato Centrale e dal Consiglio di Stato, costituì un nuovo aggiustamento, in quanto intendeva «correggere i progressi temerari nel lavoro dei quadri», ed accusava gli organi del partito e di governo, di tutti i livelli, di aver ecceduto nella collettivizzazione, negli investimenti, dando una importanza smisurata alla produzione e alla quantità, senza curarsi dei prezzi e dei costi di ogni eventuale progresso.

La direttiva denunciava pertanto la situazione caotica che regnava nelle campagne dove i quadri rurali, spinti dai loro superiori, «agivano inconsideratamente» irreggimentando i contadini nelle cooperative e confiscando i loro beni senza indennizzarli convenientemente, fatto che spingeva i contadini agiati e medi ad abbattere i loro animali da tiro e i loro maiali, a sabotare o distruggere i beni e le attrezzature delle cooperative.

Sono le prime resistenze del contadino medio, pilastro della Nuova Democrazia e della produzione agricola, alla collettivizzazione maoista !

La collettivizzazione era stata divisa in tappemutuo aiuto, cooperative elementari quindi cooperative avanzateil regime aveva consigliato prudenza e cautela per non scatenare il malumore degli strati superiori del contadiname, le cui aziende erano anche le più produttive; lo stesso Mao aveva più volte insistito sul rispetto del «principio del libero consenso e dell’interesse reciproco», però in molti luoghi, nuovi e vecchi contadini medi divenuti oramai piccoli proprietari, vi contribuirono con assai poco fervore e poco disposti a superare la prima tappa, poco compromettente, come squadre di mutuo aiuto.

I rapporti locali sull’andamento della collettivizzazione indicarono chiaramente che, in molti casi, i contadini agiati rifiutarono di unirsi alle cooperative lasciando così i contadini poveri soli a formare un’associazione che nasceva con una quantità limitata di terra, di strumenti e di animali da tiro; in altri casi invece i contadini agiati si erano posti da loro stessi alla guida delle cooperative utilizzandole così per gli interessi particolaristici del villaggio, che erano i loro.

Ecco perché sia Mao sia Liu diranno, per tutto il 1956, che solo “in un secondo momento” i contadini agiati saranno organizzati nelle cooperative: la necessità diventa virtù !

Ed ancora: il bestiame a soccida, già poco numeroso, venne frequentemente abbattuto, le scorte che non era più possibile nascondere vennero consumate, ed a volte vennero pure assassinati quadri rurali particolarmente esigenti e ligi.

È il patrimonio zootecnico il miglior termometro della resistenza, in genere passiva, dei contadini alla collettivizzazione !

Per primo l’allevamento del maiale; praticato alla scala dell’individuale produzione familiare ed il cui relativo sviluppo dipende soprattutto dalla mancanza di terra da foraggio e dal fatto che è possibile ingrassarli con rifiuti agricoli ed alimentari, i suini costituiscono una importante risorsa alimentare per tutta la Cina. Il loro allevamento subì sensibili oscillazioni: nel 1949 si hanno 57,8 milioni di suini, sono 89,8 nel 1952 e 96,1 nel 1953 anno di fine “riforma agraria”; passano a 101,7 milioni nel 1954 per precipitare negli anni 1955 e 1956 a 87,9 e 84,0 milioni, anni quindi di minimo che coincidono con la accelerazione della collettivizzazione; infatti nel 1957, anno che come vedremo sarà della massiccia uscita dei contadini dalle cooperative, si risale a 145,9 milioni, con un aumento di ben il 73,7% rispetto all’anno precedente ! Potenza dell’individualismo familiare contadino e risultato delle concessioni all’economia piccolo borghese.

Dati ugualmente simili e significativi si hanno per bovini ed equini; i primi dopo aver segnato negli anni precedenti al 1955 un aumento annuo di circa il 60% nel 1955 rallentano con +3,7%, nel 1956 passavano ad un impercettibile +0,9%, per diminuire nel 1957 del 4,5%; per gli equini invece si ha il 1955 come un anno stazionario (+0,5% rispetto al precedente) mentre il 1956 e il 1957 segnano regressioni. Le cifre assolute: 1954, -21,3 milioni di equini, 1955, -21,4 milioni, 1956, -20,8 milioni, 1957, -19,9 milioni e 1959, -20,0 milioni, ancora lontani dalla cifra di 5 anni prima.

La situazione di mancanza di entusiasmo nelle campagne era stata per forza rilevata anche dallo stesso Mao che, nella sua relazione Sui Dieci Grandi Rapporti, nel capitolo riguardante le campagne, l’aveva così descritta: «I nostri rapporti con i contadini sono stati sempre buoni, ma sulla questione dei cereali abbiamo commesso un errore. Nel 1954, quando le inondazioni avevano provocato un calo della produzione in alcune regioni del paese, abbiamo aumentato i nostri acquisti di tre milioni e mezzo di tonnellate (…) I contadini si lamentavano e si sentivano molte critiche, dentro e fuori il partito. Certo non sono poche le persone che hanno esagerato deliberatamente e approfittato dell’occasione per attaccarci, ma non possiamo dire che non c’erano difetti (…) Nel 1955 abbiamo diminuito i nostri acquisti di cereali di tre milioni e mezzo di tonnellate e abbiamo preso una misura chiamata i “tre fissi”, cioè quote fisse per la produzione, gli acquisti e le vendite; per di più abbiamo ottenuto un buon raccolto. Grazie a questa riduzione degli acquisti alla quale si è aggiunto un aumento della produzione, le riserve di cereali sono aumentate di più di dieci milioni di tonnellate. E anche i contadini che si erano lamentati hanno dichiarato: “Il Partito Comunista è veramente buono”. È una lezione che tutto il partito deve tener presente».

E la lezione fu tenuta di conto, tanto che la “resistenza» crescente di una parte del ceto contadino fece sì che la proporzione del raccolto requisito dallo Stato, sotto forma di imposta in natura e di prelievi in moneta, passò dal 29,1% del raccolto nel biennio 1953-54 al 25,1% nel biennio della “collettivizzazione 1956-57 quando il contadino cinese si incamminava nella strada “socialista ma subito si faceva fare lo sconto dallo Stato, il che pesava immediatamente non solo sulle sorti dell’industrializzazione, ma anche sulle condizioni materiali del proletariato urbano.

La riunione del Politburo dell’aprile, fu il segno che il pendolo di Pechino, che aveva oscillato violentemente a sinistra nell’autunno 1955 e nell’inverno 1955-56, in cui la collettivizzazione era stata intensificata, adesso naturalmente ritornava verso la destra, proprio con l’avvicinarsi dell’estate, dei grandi lavori agricoli e dell’inizio dei primi raccolti. Non a caso fu messo nel dimenticatoio “Abbozzo per un programma nazionale di sviluppo agricolo, 1956-67, presentato con clamore da Mao il 25 gennaio, appena passato, a “una riunione suprema dello Stato, e che riprendeva pari pari le previsioni di raddoppio della produzione cerealicola del 1949 alla fine del piano quinquennale nel 1967, già contenuta nella Prefazione alla raccolta dei testi “L’alta marea del socialismo nelle campagne cinesi”, su cui ci soffermammo nel numero passato.

Così Liu Shaoqi, alla II sessione del l’VIII Congresso del PCC, descrisse la situazione dell’anno 1956, riguardo l’agricoltura e l’industria che portò all’abiura del programma di sviluppo agricolo:

«Ci furono difetti individuali di lavoro durante il balzo in avanti del 1956. Questi consistettero soprattutto in una certa difficoltà di rifornire il mercato, dovuta all’assunzione di un eccessivo numero di lavoratori nuovi e dirigenti e dell’eccessivo aumento di certe categorie di salariati. Questi difetti furono di poca importanza di fronte ai formidabili risultati ottenuti in quell’epoca e i problemi sorgenti da questi difetti furono risolti dopo alcuni mesi di sforzi del popolo in tutto il paese, in una campagna di economie. Comunque alcuni compagni a quell’epoca diedero gran risalto a questi difetti e sottovalutarono i grandi risultati ottenuti, ragion per cui consideravano il balzo in avanti del 1956 come una “avanzata avventata”. In una ventata di opposizione a questa cosiddetta “avanzata avventata” alcuni individui ebbero persino dei dubbi riguardo al principio di “ottenere risultati maggiori, più rapidi, migliori e più economici” e riguardo al Programma in 40 articoli per lo sviluppo agricolo. Ciò scoraggiò l’iniziativa delle masse e ostacolò il progresso sul fronte della produzione nel 1957, e in particolare sul fronte dell’agricoltura».

L’VIII Congresso del PCC

L’VIII Congresso del PCC che si tenne dal 15 al 27 settembre 1956, non modificherà le cautele dell’aprile; il rapporto politico, tenuto da Liu Shaoqi sarà l’ennesimo corteggiamento del contadino medio, mentre sia il rapporto di Deng Zihui, capo della Sezione Agricoltura del Comitato Centrale, che l’intervento dell’autorevole Chen Yun anche oggi uno dei massimi dirigenti di Pechino, spezzeranno più lance a favore dell’economia particellare ed individuale dei contadini.

Del Piano duodecennale di Mao non si ha nessun riferimento nella risoluzione finale, come anche negli interventi e nei rapporti principali, a parte un piccolo riferimento di Liu; del resto Mao stesso si limitò ad un breve discorso di apertura.

Ma vediamo una delle parti più interessanti del discorso di Liu Shaoqi:

«La politica di classe del partito nel corso del movimento di cooperazione agricola è quella di favorire in seno alle cooperative il predominio dei contadini poveri e degli strati inferiori dei contadini medi sorti dal contadino povero dopo la riforma agraria e, nello stesso tempo, di stringere solidamente intorno a sé i contadini medi. Benché i contadini medi agiati e relativamente agiati siano in minoranza nelle nostre campagne, essi esercitano tuttavia una grande influenza sugli strati inferiori dei contadini medi e anche sui contadini poveri. Questi contadini medi agiati in generale danno il loro appoggio al Partito Comunista e al Governo Popolare (…) È tuttavia inevitabile che essi siano inclini ad assumere un atteggiamento ambiguo quando si tratta di prendere la via della cooperazione.
«In vista di consolidare l’alleanza con i contadini medi, il fattore chiave consiste nella applicazione rigorosa nel movimento di cooperazione della politica della libera adesione e del reciproco vantaggio (…) Non solo il Partito proibisce ai contadini medi di aderire alle cooperative, ma ha prescritto di ammettervi in primo luogo i contadini poveri e gli strati inferiori dei contadini medi relativamente agiati durante lo sviluppo iniziale del movimento di cooperazione. Il Partito ha anche precisato che, prima e dopo l’entrata dei contadini medi nelle cooperative, soprattutto per ciò che riguarda le disposizioni relative ai mezzi di produzione messi come apporto nelle cooperative, non è permesso nuocere ai loro interessi o non tenerne conto
».

Ed il “non nuocere agli interessi dei contadini medi, costringendoli ad entrare nelle cooperative e confiscando di fatto (senza pagare) i loro attrezzi agricoli ed i loro animali da tiro, volle pure dire che le cooperative non dovevano insistere troppo sui propri interessi, sui propri lavori di coltivazione e di infrastrutture; le cooperative venivano parimenti chiamate socialiste ed avanzate, ma l’interesse individuale, la libertà individuale e la produzione domestica dei singoli membri delle cooperative, rimanevano il pilastro portante della collettivizzazione e soprattutto dello Stato cinese e dei suoi progetti di industrializzazione. Ieri come oggi, quindi, a scorno di una Rivoluzione Culturale e della Banda dei Quattro, tutti timorosi e alfine soccombenti di fronte all’oceano dell’immenso mondo contadino !

Deng Zihui e Chen Yun parleranno fuori dai denti e… dalle metafore, tanto care alla mitologia maoista, e senza tanti abbellimenti diranno delle “concessioni che lo Stato cinese viene costretto a concedere al contadino, agiato o povero che fosse.

Il primo, dichiarando che negare gli interessi dei contadini (prezzi di acquisto remunerativi, attività individuale, ecc.) equivaleva di fatto a non interessarsi della vita delle masse, a sviluppare soggettivismo e burocratismo, frecciata forse diretta a Mao; ed il secondo auspicando, in determinate condizioni, l’aumento degli appezzamenti privati:

«Una parte della produzione sussidiaria deve essere svolta individualmente dai membri delle cooperative (…) È lasciando, in larga misura, i membri delle cooperative liberi di svolgere individualmente un gran numero di produzioni sussidiarie che si può aumentare la varietà di questi prodotti, al fine di soddisfare i bisogni del mercato e di accrescere i loro redditi. Là dove l’apporto delle terre dei membri delle cooperative ha in media un’estensione assai vasta, ed alla condizione tuttavia che questo non sia a discapito della produzione dei principali prodotti agricoli delle cooperative (comprati dallo Stato), si deve considerare la possibilità di riservare ai singoli contadini, una parte più grande di terra per la loro propria coltivazione, per permettere loro di coltivare piante foraggere utili all’allevamento del suino e per aumentare i prodotti sussidiari».

La virata a destra del PCC si confermerà con gli avvenimenti di Ungheria nel corso dei mesi di ottobre e novembre 1956, mesi che videro una campagna contro il “caporalismo dei quadri di partito, prima avvisaglia della politica dei Cento fiori.

Anche riguardo l’acquisto delle derrate agricole ci furono significativi cambiamenti: lo Stato, negli anni precedenti, aveva manovrato sui prezzi di acquisto favorendo la coltivazione del riso e del grano, a spese delle produzioni secondarie anche più redditizie per molti contadini; aveva anche imposto la coltura di prodotti industriali come il cotone. Le difficoltà derivanti dalla resistenza passiva dei contadini, che accettavano sì la collettivizzazione, ma che intralciavano le periodiche operazioni di ammasso del personale amministrativo statale, fecero sì che dall’inverno 1955-56, mentre si spingeva il ritmo collettivista, si concedesse rispetto alle imposizioni passate, sia riguardo al tipo di colture, sia riguardo ai prezzi.

Vediamolo dal discorso di Mao al II Plenum del CC dell’ VIII Congresso del PCC, 15 novembre 1956:

«Dall’inverno dell’anno scorso ci si è concentrati sui cereali, trascurando le attività sussidiarie e le colture industriali. Poi questa deviazione è stata corretta, ci si è occupati delle attività sussidiarie e delle colture industriali; specialmente la fissazione di prezzi comparati delle venti categorie e delle trenta categorie di prodotti, prezzi comparati dei cereali rispetto al cotone, alle piante oleose, al maiale, al tabacco, e così via, in questa maniera i contadini trovavano molto allettanti le attività sussidiarie e le colture industriali, mentre i cereali non erano più convenienti. All’inizio abbiamo dato peso eccessivo ai cereali, dopo un peso eccessivo alle attività sussidiarie e alle colture industriali. Se i cereali sono deprezzati si danneggia l’agricoltura, se tenete i prezzi così bassi i contadini non piantano più cereali».

In effetti durante tutto l’anno 1956, i diversi avvenimenti avevano convergentemente contribuito ad indebolire il regime della Nuova Democrazia. La collettivizzazione con i suoi mediocri risultati economici aveva forse provocato, od anche solamente non aveva potuto impedire, scioperi di operai e studenti che erano scoppiati, a più riprese, in diverse parti della Cina,come avrebbe rivelato lo stesso Mao nel febbraio 1957, senza però specificare le località e l’estensione degli scioperi, e questo malcontento si univa a quello contadino, a quello dell’intellighenzia, anima della struttura statale.

Questa la ragione reale della campagna contro l’autoritarismo dei quadri di partito, dell’appello di Mao del maggio 1956, perché: «Cento fiori sboccino, cento scuole gareggino», sia quella che questo tendenti ad incanalare in un innocuo movimento di opinione l’urto fra le antagoniste forze sociali messe in moto dalle stesse necessità dello Stato cinese di procedere all’accumulazione e concentrazione del capitale.

In tale situazione, il problema dell’assicurare un regolare approvvigionamento delle città diveniva di capitale importanza: «Bisogna aumentare il tasso di commercializzazione dei prodotti agricoli, in specie dei cereali, sulla base di uno sviluppo della produzione agricola. Se c’è da mangiare per tutti, non dobbiamo aver paura, anche se delle minoranze creano disordini nelle scuole e nelle fabbriche (…) l’agricoltura ha un enorme incidenza sull’economia nazionale e le condizioni di vita del popolo. Fate attenzione, non prendere in pugno il problema dei cereali è molto pericoloso. Se ci disinteressiamo dei cereali prima o poi scoppieranno gravi disordini», dirà drammaticamente Mao, il 18 gennaio 1957, ad una conferenza di Segretari di Partito.

Il drammatico appello dell’inizio 1957, non fu buttato lì a caso, infatti, nella stessa riunione, Mao deve rilevare che oramai si poteva dire a buon punto l’organizzazione dei contadini nelle cooperative avanzate, ma che pure la sfiducia nelle campagne e nel Ministero della Agricoltura è grandeggiante «come se le cooperative oramai si avviassero verso il crollo e la scomparsa», del resto, continuava Mao «non si poteva dire che la nostra politica nelle campagne sia troppo di sinistra (…) Il governo, da parte sua, fa molto per aiutare i contadini, costruendo opere idrauliche, concedendo crediti all’agricoltura, ecc. Le nostre imposte agricole, comprese quelle sulle attività sussidiarie, costituiscono circa l’8% del valore globale della produzione contadina e diverse attività sussidiarie non sono soggette ad imposte (…) anche nello scambio tra prodotti industriali e prodotti agricoli, il profitto che lo Stato ottiene dai contadini è molto basso».

Ed il pendolo di Pechino continuò la sua corsa verso la “destra», cioè verso il corteggiamento dell’economia familiare ed individuale dei contadini.

La sosta e il riaggiustamento del 1957

Il 1957 è infatti un anno critico per la collettivizzazione, tanto che nonostante le cifre ufficiali diano in espansione la quota di famiglie organizzate in cooperative (118,9 milioni di famiglie nel 1957 contro i 111,7 milioni del 1956), pare che durante l’anno si determinasse di fatto una diserzione su vasta scala dei contadini dalle cooperative, che probabilmente furono subitamente riorganizzate.

Su tali eventi, mancanti del tutto di attendibile materiale statistico, i vari sinologhi concordano, anche se nessuno porta a sostegno di tali fatti dei dati significativi; certo gli appelli concitati di Mao e del PCC sono indirettamente una conferma. Guillermaz, studioso non di parte, nella sua “Storia del PCC” indica in circa 200 mila le cooperative (gestite male o costituite frettolosamente) sciolte durante l’anno 1957, e non a caso le tre direttive del 16 settembre di quell’anno si titolavano: Rettificare il lavoro nelle cooperative agricole. Migliorare l’amministrazione della produzione agricola. Rivedere il metodo di applicazione della politica di reciproco beneficio tra i membri delle cooperative.

La prima di queste riguardava soprattutto le dimensioni tipo della cooperativa che aveva il compito, secondo i dirigenti di Pechino, non solo di collettivizzare i principali mezzi di produzione, gli animali da tiro e le terre, ma anche di creare un’economia unificata di villaggio, politicamente e soprattutto economicamente responsabile di fronte allo Stato centrale (collettore raccoglitore di tasse), e verso il quale vigeva l’obbligo delle vendite, a prezzi fissati, delle principali produzioni agricole, dai cereali al cotone.

Si ritornava quindi ad una struttura politica ed economica ricalcante quella dell’antica Cina del modo di produzione asiatico: si aveva infatti, alla base, la popolazione inquadrata nei villaggi naturali, legata alla terra ed alla autosufficienza locale, poggiante sulla combinazione fra agricoltura minuta ed industria (ecco il richiamo prima visto alle attività sussidiarie e, durante il periodo delle Comuni, all’industrialismo agrario); al vertice invece lo Stato, raccoglitore sì di imposte, ma anche gestore delle grandi opere di pubblica utilità e nel contempo agente e pianificatore della produzione dei principali prodotti industriali.

La direttiva limitava ad un villaggio di circa 100 famiglie le dimensioni della cooperativa modello, ed a 20 famiglie circa quelle della “brigata di produzione, equivalente della vecchia cooperativa elementare. Venivano previste anche le dimensioni della “squadra di produzione, dalle 7 alle 8 famiglie, che si occupava principalmente di lavori sussidiari, non propriamente agricoli. Era la brigata la vera unità di base dell’organizzazione della produzione, come la detentrice dei mezzi di produzione e delle terre; ma le ridotte dimensioni di questa facevano si che la tradizionale influenza di famiglie e clan nella stessa stesura dei programmi produttivi della brigata fosse ancora forte e salda: nuova concessione e nuovo compromesso dello Stato cinese all’economia familiare contadina.

Per la creazione di una economia unificata di villaggio era indispensabile l’appoggio dei contadini ricchi, di quelli medi, persino – là dove ancora esistevano – dei proprietari fondiari, in quanto erano loro che possedevano ancora le terre migliori nei villaggi, oltre a possedere i principali mezzi di produzione e le bestie da tiro.

Il regolamento modello delle Cooperative, adottato nel giugno 1956, aveva del resto reso particolarmente facile per chiunque l’ingresso in queste. La paura poi di perdere tutto, unita al rassicurante articolo 13 del regolamento che prevedeva un regolare acquisto rateizzato annualmente delle terre, dei mezzi di produzione e degli animali, tutto concorse a rendere relativamente rapida la collettivizzazione, questo nonostante le resistenze contadine già viste, che furono niente di fronte al disastro economico che seguì alla collettivizzazione stalinista degli anni Trenta.

Scriverà Liu Shaoqi nel settembre 1959, in occasione del decimo anniversario della Repubblica Cinese, ricordando gli anni della collettivizzazione: «Un altro punto di vista era quello che la realizzazione della cooperazione agricola a quella velocità avrebbe indebolito l’unità dei contadini, o, in altre parole, che oltre i contadini ricchi, anche i contadini medi si sarebbero sentiti insoddisfatti di noi o ci avrebbero addirittura ostacolato, mentre solo i contadini che erano in condizioni peggiori ci avrebbero appoggiato. I fatti hanno fatto saltare anche questo punto di vista. Grazie alla nostra politica di unificazione con i contadini medi e la politica di pagamento compensativo in rate annuali ai contadini medi che si associavano a delle cooperative con le loro grandi attrezzature e animali da tiro, e grazie alla crescita della produzione delle cooperative di anno in anno, la stragrande maggioranza dei contadini medi fu soddisfatta in linea di massima della cooperazione agricola».

Altre attenzioni facilitarono la collettivizzazione.

La prima consisteva nel fatto che il “regolamento della cooperativa modello prevedeva immancabilmente due distribuzioni annue di prodotti agricoli, dopo il raccolto primaverile e dopo quello estivo, più il pagamento sempre annuo di una esigua somma di denaro. Questa vera e propria “garanzia interessava particolarmente i contadini poveri e, nel contempo, era un avvertimento ai dirigenti delle cooperative di non opprimere troppo i contadini per accelerare inconsideratamente l’accumulazione dei fondi.

La seconda era che, assegnata ad ogni contadino una quota nella produzione collettiva, questi era libero di impiegare il suo tempo come voleva. Al contadino era permesso allevare animali domestici, coltivare ortaggi e mantenere un piccolo orto per sé stesso; tutto questo costituiva la sua proprietà privata difesa dalla Legge.

I piccoli appezzamenti che generalmente rappresentavano inizialmente il 5% circa della superficie totale della cooperativa, si rivelarono subito una fonte importantissima di reddito supplementare per i contadini, tanto più importante per i contadini ricchi ed agiati. Secondo G. Etienne in “La lunga marcia dell’economia cinese”, l’importanza degli appezzamenti privati variava molto a secondo dell’ambiente fisico, del tipo di raccolto e dell’abilità dei contadini, ed il ricavo proveniente da questi variava dal 18,6% del reddito totale di una famiglia contadina del Nord Ovest al 33,6% di una famiglia del ricco Sud !

Da settembre 1956, anche per far fronte alla mediocrità dei raccolti ed anche alle uccisioni di maiali e pollame da parte dei contadini, vengono permessi ed aperti “mercati liberi» privati in cui i contadini vendevano maiali, pollame, verdura, testimonianza visiva, fino alla abolizione nel giugno 1957, della produzione agricola domestica.

Appezzamenti privati e mercati liberi, insieme all’acquisto di terre, animali e mezzi di produzione da parte delle cooperative, furono le garanzie che interessarono i contadini medi e ricchi. Questi, anche se la produzione cooperativa batteva il passo ed il reddito contadino non aumentava in misura apprezzabile (i “quadri dovevano continuamente convincere i contadini sulla superiorità delle cooperative), potevano in qualche modo rifarsi vendendo nei mercati liberi i prodotti degli appezzamenti privati, a prezzi ben maggiori di quelli praticati da Stato e Cooperative.

Come il suo analogo sovietico il contadino cinese collettivizzato cominciò a dedicare sempre maggiori energie alle sue terre private e ai suoi animali.