L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato Pt.10
Categorie: China, CPC, History of China, Mao Zedong
Articolo genitore: L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato
Questo articolo è stato pubblicato in:
Risultati economici del triennio 1950-52
Il triennio 1950-52 fu, per la Repubblica Popolare Cinese, il triennio della “ricostruzione”, non solo dell’apparato statale amministrativo, come abbiamo visto nel numero passato, ma anche dell’apparato produttivo industriale. Questo infatti, causa i lunghi anni di guerra e di lotte civili, era alla quasi totale paralisi, e tutte le sue pecche spietatamente venivano alla luce.
L’apparato produttivo industriale cinese era essenzialmente costituito da industrie leggere di trasformazione – soprattutto tessili ed alimentari – le quali predominavano rispetto all’industria pesante; dati resi noti successivamente da Pechino valuteranno che il settore dei “beni di consumo“ costituiva nel 1949, il 73,4% della produzione totale, ed il dato rivelava nettamente non certo il socialismo, ma la presenza di una debole struttura produttiva dipendente dall’estero per la propria accumulazione ed il proprio sviluppo. Certe branche industriali infatti, quali motori, macchine utensili, attrezzature di precisione, rame, prodotti petroliferi, erano inesistenti o quanto meno ai primissimi passi.
Tale situazione era poi aggravata dal profondo squilibrio geografico nella ripartizione dei centri industriali: sempre i dati ufficiali di Pechino rivelano che le 7 provincie costiere da nord a sud (Liaoning, Hebei, Shandong, Jiangsu, Zhejiang, Fujian. Guangdong) nel 1949 concorrevano alla produzione industriale totale con ben il 78%, e la sola municipalità di Shanghai arrivava al 33%.
Shanghai, polo industriale ma anche proletario negli anni Venti come oggi.
Considerando che buona parte del residuo settore industriale era dislocato nelle regioni della Manciuria, rimaneva l’enorme serbatoio delle rimanenti regioni interne, quasi totalmente agricole ed anche in questo campo totalmente arretrate.
Pochi dati dell’anno 1952: le 7 regioni costiere hanno una superficie pari a circa l’11% del territorio nazionale, ma contano il 33% della terra coltivabile ed il 39% della popolazione; vantano poi il 65,7% della produzione di energia elettrica, il 34,4% del carbone, il 75% del petrolio, l’84,6% dell’acciaio, il 72,4% del cemento ed l’81,6% della produzione dei tessuti di cotone.
E questa non è una cadenza di fredde cifre: la pretesa di Trotski e nostra che il proletariato cinese dovesse sgarrotare signori della guerra e bianchi, trascinandosi dietro l’immenso mondo contadino, si basava proprio su un’esatta valutazione di tale situazione economica dalla quale derivava che chi deteneva il potere sulla costa ed a Shanghai poteva dirigere l’interno, solo a questa condizione riserva di energie rivoluzionarie e non spegnitoio della controrivoluzione mondiale, non solo cinese.
Tale situazione determina un dualismo economico tutt’oggi pienamente esistente, con poche regioni con produzioni industriali ed agricole eccedenti il proprio consumo, e le rimanenti altre che si attestano su minimi livelli di autosufficienza e con i più modesti generi quotidiani – quali fiammiferi e sigarette – prodotti in quantità insufficienti e quindi importati dalle regioni vicine.
Era questo il primo terribile nodo che i pianificatori di Pechino dovevano affrontare: tale dualismo era stato perfettamente accettato dalle imprese straniere che nell’ottocento e nel primo novecento si erano piazzate lungo le coste, alle foci dei grandi fiumi, ma non poteva certo corrispondere ai fini generali di sviluppo borghese industriale della Repubblica Popolare.
Non che il capitalismo sia modo di produzione armonico, ma le stesse esigenze di industrializzazione pretendevano di limitare (anche se non sopprimere) lo sciupio di risorse che comportava il drenaggio di materie prime dalle province interne per lavorarle, trasformarle, nelle aree costiere per poi rimandarne una parte verso l’interno, sotto forma di prodotti finiti.
Una diversa distribuzione dell’apparato produttivo era poi assolutamente necessaria per la scarsità assoluta della rete di trasporto merci, che aveva fino allora impedito anche lo sfruttamento di conosciute risorse minerarie.
Ma tali giganteschi problemi non erano per il triennio; la Repubblica si costituiva su una fragilissima base, sulla sua arretratezza che permetteva alla Cina di sopravvivere essenzialmente grazie al carattere artigiano ed agricolo della sua economia, tanto era il baratro in cui era piombata la sua industria, ben riassunta dalla tabella che abbiamo preparato.
Se il 1949 fu il punto più basso toccato dalla economia cinese, il 1952 segna la fine della ricostruzione, il raggiungimento dei massimi traguardi dell’anteguerra, con un incremento medio annuo di tutto rispetto, ma derivante dal basso livello di partenza. Va infatti rilevato che gli incrementi maggiori di macchine utensili, acciaio, ghisa e concimi chimici si hanno per produzioni che erano del tutto crollate.
Altri dati significativi: la produzione artigianale ed artigiana si sarebbe elevata dal valore di 14.020 milioni di yuan a 34.330 milioni di yuan, tra il 1949 e il 1952, l’incremento è del 244,9%, il 34,8% l’anno, e la rata della produzione industriale ed artigiana sulla totale passa dal 30,1% al 41,5%. Sono i primi passi dell’industrializzazione.
Primi passi che si rivelano anche nel progresso del settore dell’industria moderna, questa dal 56,4% della produzione industriale ed artigiana nel 1949 passa al 64,2%.
Nell’altra tabella preparata abbiamo un confronto fra la Cina, l’India e la Russia; per le prime due abbiamo preso l’anno 1952, anno rispettivamente di fine ricostruzione e di inizio di piano quinquennale,mentre per la Russia il confronto è con il 1927, vigilia del primo piano quinquennale moscovita.
Le cifre assolute non suonano condanna per l’economia cinese, ma sono le produzioni pro capite che fanno vedere la chiara posizione di primato industriale della Russia 1927, e lo scarto – meno marcato – in favore dell’India.
Abbiamo per l’acciaio la Russia con 20,4 kg. a testa, l’India è con 4,4 kg., la Cina solo a 2,3 kg.; per l’energia elettrica la Russia sempre in testa con 26,5 kwh pro capite, seconda l’India con 16,8 kwh, la Cina è a 12,6 kwh; per il cemento prima l’India con 9,8 kg. pro capite, segue la Russia con 9,5 kg., poi la Cina a 4,9 kg,; per la ghisa stacca tutti la Russia con 20,4 kg. pro capite, l’India con 5,1 kg. e la Cina con 3,4 kg.; per il carbone la Russia si distanzia con 218,4 kg., poi Cina con 115,5 e India con 100,3 kg.; solo nei cereali rivincita netta di Cina con l’India, segno evidente di cronica debolezza dell’apparato industriale indiano, poggiante sull’estrema povertà dei paria delle città e su quella dei contadini: la Cina è a 285 kg. pro capite, l’India solo a 154 kg., ambedue però lontane dai 491,8 kg. della Russia.
| Raffronto fra Cina, India e Russia | ||||
| Cina anno 1952 | India anno 1952 | Russia anno 1927 | ||
| Popolazione | mil. | 574,8 | 367,5 | 147,0 |
| Acciaio | mil.t | 1,349 | 1,603 | 3,0 |
| Energia elettrica | mil.kwh | 7.260 | 6.192 | 3.900 |
| Cemento | mil.t | 2,860 | 3,594 | 1,403 |
| Ghisa | mil.t | 1,929 | 1,885 | 3,0 |
| Carbone | mil.t | 66,400 | 36,885 | 32,1 |
| Rete ferroviaria | km | 24.518 | 56.000 | 75.600 |
| Superficie coltivata | mil.ha | 107,9 | 136 | 112,4 |
| Cereali | mil.t | 163,9 | 56,6 | 72,300 |
| La sup.coltivata dell’India è nel 1950-51 | ||||
Dove netto è il ritardo cinese è rispetto l’estensione della rete ferroviaria: solo 24.518 km. contro i 21.989 del 1949 il che dà un aumento medio annuo del 3,7%, aumento medio inferiore non solo agli indici di sviluppo dell’industria e del reddito nazionale, ma anche agli stessi sviluppi produttivi dell’agricoltura.
La bassa estensione della rete ferroviaria è indice importantissimo sul quale dobbiamo soffermarci. La rete ferroviaria della Repubblica Popolare, si sviluppa conseguentemente a tutto il sistema economico cinese, cioè come un imbuto verso la costa, verso i porti, per il drenaggio di ricchezze indigene verso l’esterno, verso il Giappone, la lontana Inghilterra, Francia, Germania.
Una rete ferroviaria quindi che si sviluppava solamente verso la Cina orientale e costiera, quasi inesistente nelle immense aree centrali ed occidentali, con vasti territori, come la ricca provincia del Sichuan e dell’Yunnan completamente isolati. Anche i ponti sono incredibilmente scarsi. Nessun ponte sullo Yang Tze; uno solo per la ferrovia sul Fiume Giallo, a nord di Chengchow, importante nodo ferroviario, ed il famoso ponte stradale di Lanchow.
| Max prima 1949 | 1949 | 1952 | Incr. medio an. % | ||
| Acciaio | migl. di t. | 923 | 158 | 1349 | 104,4 |
| Ghisa | migl. di t. | 1801 | 252 | 1929 | 97,0 |
| Carbone | migl. di t. | 61880 | 32400 | 66400 | 27,0 |
| Energia elettrica | mld. kWh | 5,960 | 4,31 | 7,26 | 19,0 |
| Petrolio | migl. di t. | 321 | 121 | 436 | 54,3 |
| Cemento | migl. di t. | 2.290 | 660 | 2.860 | 63,0 |
| Acido solforico | migl. di t. | 180 | 40 | 190 | 68,1 |
| Concimi chimici | migl. di t. | 227 | 27 | 181 | 88,5 |
| Macchine utensili | unità | 5.390 | 1.582 | 13.734 | 105,5 |
| Tessuti di cotone | mil. m. | 2790 | 1889 | 3829 | 26,5 |
| Cereali | migl. di t. | 150 | 113,2 | 163,9 | 13,1 |
| Cotone | migl. di t. | 0,8 | 0,445 | 1,304 | 43,1 |
Le nuove linee ferroviarie, già avviate dal Guo-min-dang, cercheranno di rompere l’isolamento dell’Ovest, ma i progressi furono, e saranno lenti per l’alto costo e per la complessità delle opere necessarie.
I pochi dati esposti fanno risaltare nettamente due considerazioni che nel lavoro futuro riprenderemo continuamente; la prima è a tutto sfavore della propaganda di Pechino che, riprendendo la moda lanciata da Stalin, sfoggerà negli anni 1957-59 “favolosi” ritmi di incremento della produzione spacciandoli per ritmi socialisti, quando invece era il bassissimo livello di partenza, al di sotto della stessa India, la ragione del giovanile scatto del capitalismo dell’Impero di Mezzo; tale bassissimo livello di partenza è nel contempo, questa è la seconda considerazione, la migliore testimonianza dei ciclopici sforzi che il Capitale nazionale cinese ha dovuto sostenere per toccare gli immensi spazi che gli si aprivano davanti.
Abbiamo detto toccare, non ancora dominare completamente, ma l’opera rimane grandiosa e da tanto di cappello, non fosse altro perché tale incedere forma un immenso esercito di proletari il quale farà nel futuro risuonare il proprio grido di battaglia.
Politica sociale negli anni 1949-52
Il triennio della “ricostruzione“ aveva raggiunto risultati militari ed economici ottimi; all’unificazione era seguita la totale liquidazione delle residue truppe del Guo-min-dang in ogni angolo dell’immenso paese, e tale vittoria militare era subito seguita da significativi risultati economici, dalla sostituzione dell’apparato amministrativo – marcio ed inetto – del vecchio regime con una amministrazione incorruttibile di quadri, all’introduzione di un sistema unico fiscale e di una moneta stabile, alla relativamente veloce ricostruzione dell’apparato industriale e della malandata rete ferroviaria, sulle quali ci siamo soffermati nel capitalo precedente.
Tale “ricostruzione” poggiò simultaneamente sia sul proletariato industriale, sia sulla borghesia industriale delle città che fino alla campagna dei “cinque anti” (wu fan) verrà blandita e protetta dallo Stato centrale di Pechino.
Abbiamo già visto, precisamente nei cap. 2 e 3, come le immediate misure prese dalla Repubblica Popolare Cinese fossero nel senso di ridare fiato alle imprese, a tutto discapito delle condizioni materiali degli operai.
Diminuzioni dei salari, detrazioni di assistenze sociali, liberalizzazione di certi prezzi di generi alimentari portarono a scioperi nelle fabbriche dall’ottobre 1949 al maggio 1950, ma da allora sia il costante miglioramento della situazione produttiva, sia la rapida scomparsa di ogni tensione inflazionistica, fecero si che le condizioni di esistenza della classe lavoratrice subissero piccoli ma significativi miglioramenti, proprio in quanto si assicurava una distribuzione abbastanza equa del cibo, del vestiario, delle abitazioni, tutti generi disponibili in scarse quantità.
Mancano i dati relativi ai salari negli anni 1949-52, ma anche quelli relativi al numero di operai che usufruiscono delle assicurazioni sono significativi: sono 600 mila gli operai ed impiegati che nel 1949 beneficiano di assicurazioni sul lavoro (malattie, infortuni, spese funerarie, pensioni e maternità); nel 1952 si passa a 3 milioni e 300 mila.
Anche la crescita delle vendite al dettaglio (17.060 milioni di yuan nel 1950 e ben 27.680 milioni nel 1952) sono conferma del miglioramento delle condizioni di esistenza dei salariati, memori dei difficili lunghi anni di guerra.
Ciò innegabilmente portò, se non ad un entusiastico aderire della classe lavoratrice al nuovo regime, per lo meno ad una neutralità che sarà ben manovrata dal Partito comunista cinese.
Pechino infatti, con tutti i suoi esponenti da Mao a Liu a Gao Gang, che sarà “epurato” di lì a poco, ribadirà con insistenza che qualsiasi miglioramento nelle condizioni di vita poteva solo seguire agli incrementi produttivi. I sindacati, costituiti nel 1948, serviranno perfettamente allo scopo; questi infatti fin dall’inizio ebbero come obiettivo la produzione, “l’educazione” e non mai le questioni salariali prese a sé.
Il testo della risoluzione del CC del PCC del 18 febbraio 1951, riassumeva, per mano di Mao, tale politica:
«5) Sforzarsi di migliorare gradualmente le condizioni di vita degli operai sulla base di un incremento della produzione». Il punto 4) della stessa risoluzione ribadiva poi la totale subordinazione dei sindacati al PCC: «Nelle fabbriche, avendo come compito centrale la realizzazione del piano di produzione, il partito deve esercitare una direzione unificata sulle proprie organizzazioni, sulla amministrazione, sui sindacati e la Lega della gioventù».
La catena si chiudeva quindi: gli operai dovevano dare la propria fiducia ai Sindacati, questi la davano al PCC, che la dava a sua volta allo Stato, alle sue leggi e soprattutto alle direttive ed ai Piani elaborati dai vari ministeri; questi piani assumevano tutto e tutti gli individui, dal vertice del Ministero il legame arrivava in tutte le fabbriche e legava i responsabili tecnici individuali, gli imprenditori, gli operai, i manovali.
Tutto per la produzione !
Ed infatti sia Liu Shaoqi che Lai Rouyn al congresso sindacale del maggio 1953, interverranno duramente contro l’ugualitarismo di salari e trattamenti, ricordando come per il periodo precedente era impossibile concedere troppo agli operai “date le condizioni presenti”, direttive, due anni prima, di Mao !
Queste varie prese di posizione non erano estemporanee uscite dei vari leaders. L’articolo IX della Legge Sindacale del giugno 1950 era esplicito nel riassumere l’aperto appoggio dei nascituri Sindacati, al processo di accumulazione capitalistico.
«Art. IX – Per salvaguardare gli interessi fondamentali della classe lavoratrice i sindacati svolgeranno le seguenti attività, secondo le proprie rispettive costituzioni e decisioni: a) educare ed organizzare le masse dei lavoratori e degli impiegati per appoggiare le leggi e i regolamenti del Governo popolare, per mettere in atto la politica del Governo Popolare, e per consolidare la forza dello Stato popolare, diretto dalla classe lavoratrice; b) educare ed organizzare le masse dei lavoratori e degli impiegati perché adottino un nuovo atteggiamento verso il lavoro, rispettino la disciplina del lavoro, e organizzino campagne di emulazione nel lavoro ed altri movimenti di incremento della produzione in modo da assicurare la realizzazione dei piani di produzione; c) proteggere la proprietà pubblica ed opporsi alla corruzione, allo spreco e alla burocrazia, e combattere i sabotatori nelle imprese gestite dallo Stato o dalle cooperative e nelle scuole; d) promuovere nelle imprese a proprietà privata la politica di sviluppare la produzione e di incrementare sia il lavoro che il capitale, ed opporsi alla violazione delle leggi e ad ogni atto nocivo alla produzione».
Ma la Legge sindacale, con i suoi articoli, le sue raccomandazioni, i suoi consigli, l’inquadramento che ne venne fuori, con Sindacati epurati della stessa funzione di rivendicazione e contrattazione salariale delle maestranze – gli aumenti salariali vengono decisi da decreti governativi e fanno parte interamente delle misure di piano produttivo – travalicano, come questione, gli stessi confini, non ristretti, della Cina; viene riconfermata, in piena luce, che nell’epoca imperialistica le contraddizioni che i regimi borghesi sono chiamati a sciogliere sono di tale forza ed antagonismo, che qualsiasi modo che non sia quello totalitario di dirigere l’intera macchina statale è inefficace e del tutto inadatto alla bisogna.
Tale necessità totalitaria si impone a quegli stessi Stati, come la Cina, che riescono, rompendo la tutela imperialistica, a costituirsi in Stato nazionale; necessità totalitaria che si impone rispetto ad ogni organizzazione, ad ogni classe, ad ogni settore industriale.
In tali condizioni il ciclo che l’organizzazione sindacale compie è piuttosto un saltare tappe che nell’Europa sono durate decine di anni, per approdare subitamente a organismi sindacali educativi, produttivi, che hanno come solo scopo di ribadire la disciplina del lavoro, di assicurare campagne di emulazioni, di assicurare realizzazioni di piani, di realizzare cioè la collaborazione fra Capitale e Lavoro, ma mai di determinare, con la propria organizzazione, forza e lotta, il miglioramento delle condizioni di esistenza della classe lavoratrice, miglioramento coattivamente legato al buon andamento produttivo ed alla crescita borghese del regime, dello Stato.
Questa esigenza totalizzatrice, una volta rimessa in piedi la struttura produttiva, avrebbe dovuto fare i conti con gli stessi imprenditori privati i cui interessi particolari cozzavano con l’interesse generale del capitale sociale, infatti la “borghesia nazionale” nel triennio 1949-52 protetta e corteggiata, sarà successivamente – come già mostrato nel numero passato – “statalizzata”.
«Dopo il rovesciamento della classe dei proprietari fondiari e della borghesia burocratica, la contraddizione tra la classe operaia e la borghesia nazionale è diventata la contraddizione principale in Cina: per questo la borghesia nazionale non dovrà più essere definita come classe intermedia».
Annota Mao, il 6 giugno 1952, quando da qualche mese era stata fondata la campagna dei “cinque anti”, contro i corruttori, lanciata non a caso quando già si intravedeva il ristabilimento dell’apparato produttivo.
Liu Shaoqi, più francamente, il 14 settembre 1959, ricordando la politica del PCC di quel triennio, scriverà: «La nostra politica di trasformazione socialista dell’industria capitalista e del commercio ci ha reso possibile di ridurre l’opposizione alla trasformazione, e nel corso della trasformazione graduale, usare il capitalismo condizionatamente per servire il socialismo, in modo da facilitare il progresso dell’edificazione socialista».
Ora, sostituendo all’aggettivo “socialista” quello “capitalista’, il periodo di Liu non fa una piega, e le contraddizioni di Mao diventano quelle che sono, le contraddizioni cioè fra agricoltura ed industria, fra industria pesante e industria leggera, ecc. ecc., contraddizioni che un processo di accelerata industrializzazione portava al parossismo.
Il quesito diveniva quindi quello, non di usare capitalismo per edificare socialismo, come scrive Liu, ma di sapere se lo Stato centrale riuscirà ad incanalare tutte le forze “nazionali”, cioè borghesi, in questo sforzo non da dozzina.
Incanalamento che ovviamente non ha, per il Partito marxista, niente a che fare con il socialismo, ma invece con l’originaria accumulazione del Capitale, tanto che già nella Russia zarista come nell’Europa dei primordi industriali, lo Stato ha giocato un ruolo determinante per tale accumulazione primitiva.