L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato Pt.11
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Faticosa stesura del primo Piano Quinquennale
Quando oramai la ricostruzione economica poteva dirsi conclusa, il 24 dicembre 1952, davanti all’Assemblea Consultiva, Zhou Enlai annunciava la decisione di varare, entro il 1953, un piano quinquennale per la ricostruzione ed industrializzazione della Cina, per la cui realizzazione «sarà necessario un considerevole aiuto da parte sovietica».
I lavori di approntamento del piano quinquennale erano del resto già iniziati nel 1951 con i primi aiuti russi, ma solo nel 1955, febbraio, due anni dopo l’inizio ufficiale, il progetto fu messo a punto, ed approvato dall’Assemblea Nazionale il 30 luglio successivo, dopo una ampia relazione di Li Fuzhun.
Significativamente, la definitiva stesura del primo piano quinquennale seguì di qualche mese la visita di Krusciov, Bulganin, Mikojan e Svernik, nel settembre-ottobre 1954 a Pechino, ed è sempre dopo questa visita che il 12 ottobre fu annunciata una serie di accordi cino-sovietici che comprendevano, oltre alla cessione alla Cina delle partecipazioni russe a 4 società miste e la restituzione di Port Arthur, anche la concessione di un ulteriore credito (400 milioni di rubli) per la realizzazione di grandi progetti industriali.
Altro allineamento di fatti: il 1955, oltre ad essere l’anno del piano quinquennale, è anno di ottimo raccolto agricolo, di deciso inizio della “collettivizzazione” ed ultimo atto della statalizzazione dell’industria.
È l’affluire dei rubli pertanto che dà la cadenza ai fatti, ennesimo sberleffo alla pretesa creatività dell’Uomo e dell’Idea.
Mancanza di informazioni statistiche attendibili, valutazioni incomplete sulle risorse disponibili, inesperienza di capi militari per la prima volta di fronte a complessi problemi economici, tutto concorse al ritardo nella stesura del piano quinquennale; Li Fuzhun nella Prefazione al “Progetto” deve rilevare che: «La mancanza di esperienza e l’imperfezione delle nostre statistiche si farà risentire ovviamente sulla precisione dei nostri piani», per concludere che: «Faremo meno errori se studieremo coscientemente l’esperienza d’avanguardia dell’Unione Sovietica nell’edificazione del socialismo. L’aiuto che ci apporterà l’Unione Sovietica e i paesi della democrazia popolare è un fattore importante che contribuirà a favorire il successo della nostra edificazione economica pianificata».
Dichiarazioni che certo non lasciavano intravedere la futura rottura cino-russa, eppure Stalin, il “padre dei popoli” era già scomparso da due anni e già si stava affermando quel Krusciov che anni dopo sarebbe stato fatto oggetto dei peggiori epiteti.
Questo ricalcare la esperienza russa non era una sorpresa; già alla firma del primo accordo di cooperazione tra il governo popolare del Nordest (la vecchia Manciuria) e l’Unione Sovietica nel 1949, accordo firmato da Gao Gang, i primi passi “pianificatori” della giovane Repubblica sancivano l’assoluta priorità dell’industria pesante come fattore decisivo dell’industrializzazione della Cina e di meccanizzazione della struttura produttiva agricola.
Anche gli scritti teorici dei vari economisti concordavano pienamente su questo punto; è Li Chen in People’s China del 1° febbraio 1953 a rispondere in questi termini alla domanda: Come industrializzare ?
«L’esempio classico di rapido sviluppo dell’industria (come la Cina richiede oggi) è l’esperienza dell’Unione Sovietica nel primo piano quinquennale. Nel 1928, quando iniziò il piano, l’industria rappresentava il 48% del prodotto nazionale dell’URSS. Nel 1932, quando il piano fu completato, era il 70%».
La Cina – Li Chen (e per gli autori del primo piano quinquennale) – deve fare lo stesso. Poi si cita Stalin:
«Il punto chiave dell’industrializzazione, la sua base, è lo sviluppo dell’industria pesante (energia, metallurgia) per poi sviluppare la produzione di mezzi di produzione».
E dunque: «D’accordo con questo principio la cui validità è testimoniata dal successo sovietico, il piano nazionale di edificazione economica su larga scala dà la priorità all’industria pesante rispetto all’industria leggera che produce beni di consumo». Perciò, soltanto «dopo che l’industria pesante avrà realizzato solide fondamenta, l’industria leggera, i trasporti e l’agricoltura potranno svilupparsi al tasso richiesto in una democrazia popolare».
Il che era perfettamente in linea con l’appello del 22 maggio 1953 dell’organo “Jenmin Jihpao”: «L’industria occupa nella nostra economia un posto più importante dell’agricoltura».
Lo stesso Mao è costretto – potenza dell’impersonalità del modo di produzione capitalistico e delle sue esigenze – a riprendere pari pari questo leit motiv, ed il 12 agosto 1953 spezza l’ennesima lancia a favore dell’industria pesante statalizzata, pupilla di Gao Gang: «al problema della ripresa e dello sviluppo produttivo è necessario stabilire con precisione che la produzione dell’industria a gestione statale va al primo posto, quella dell’industria a gestione privata al secondo, quella dell’artigianato al terzo. Il punto centrale è l’industria e il punto centrale dell’industria è l’industria pesante, che è a gestione statale. Tra le cinque componenti che formano oggi l’economia del nostro paese, l’economia a gestione statale è quella dirigente».
Ma ancora più significativo è il seguente brano tratto dal discorso di Mao alla XXIV sessione del Consiglio del Governo popolare centrale, discorso con accenni di polemica al rapporto di Chen Yun sulle finanze e sull’economia. Una breve parentesi: Mao Zedong è morto da un quinquennio e Chen Yun dopo la sua eclisse politica durante la Rivoluzione culturale è di nuovo massimo dirigente di Pechino; il disaccordo di allora, anno 1953, 12 settembre, ridivamperà con il Grande Balzo in avanti e negli anni successivi, ma è lo stesso Mao che inconsapevolmente fornisce la chiave per comprendere l’evolversi delle lotte politiche cinesi, cioè il contraddittorio sforzo del regime di Pechino di procedere all’accumulazione originaria (base per una Cina potente ed industrializzata e scopo di tutte le varie leadership, da Liu Shaoqi, alla “Banda dei Quattro” a Deng Xiaoping), ed il miglioramento delle condizioni di vita del popolo, perché solo con ciò si sviluppa un mercato interno, solo con ciò alle masse si possono chiedere sacrifici e ancora sacrifici.
Come un pendolo quindi la politica di Pechino deve oscillare fra l’ “economicismo”, cioè la concessione di premi materiali, ed il pathos romantico che parla alla morale, all’entusiasmo, al sacrificio collettivo di masse enormi di uomini che danno senza nulla chiedere allo Stato Centrale, come millenni prima era già accaduto, solo che il lavoro gratuito metterà in moto il Capitale e non servirà a tramandare il modo di produzione asiatico !
E questa oscillazione non sarà solo della politica di Pechino, ma dei suoi stessi uomini, ed il Mao del 1953 tutto teso verso l’industria pesante sarà lì a poco il partigiano di quella leggera, dell’agricoltura che marcia allo stesso passo dell’industria, contraddizione non dell’Uomo, di non trascurabile altezza storica, ma proprio del compito a cui si era votato volgendo la schiena alla rivoluzione internazionale e al socialismo:
«Ci sono due tipi di politica di benevolenza: una a favore degli interessi immediati del popolo, una a favore dei suoi interessi a lunga scadenza, ad esempio la resistenza all’aggressione americana e l’aiuto alla Corea, la costruzione dell’industria pesante. La prima è una politica di piccola benevolenza, la seconda è una politica di grande benevolenza (…) Su cosa va messo l’accento ? L’accento va messo sulla grande politica di benevolenza. Adesso l’accento della nostra politica di benevolenza va messo sulla costruzione dell’industria pesante. Per la costruzione ci vogliono fondi. Quindi, le condizioni di vita del popolo devono essere migliorate, ma per il momento non possono essere migliorate molto. In altre parole, non è possibile né trascurare il miglioramento delle condizioni di vita del popolo, né fare troppo in questo campo; né trascurare di prenderlo in considerazione, né prenderlo troppo in considerazione».
Tutto per l’industrializzazione!
Si può leggere nella Prefazione del testo sul “I Piano Quinquennale”: «Lo scopo dell’adozione di una politica positiva di industrializzazione, cioè a dire una politica che accorda la priorità allo sviluppo dell’industria pesante, è di creare una base materiale per rafforzare la nostra difesa nazionale, soddisfare i bisogni del popolo e realizzare la trasformazione socialista della nostra economia nazionale. Per questo, nell’elaborazione del primo piano quinquennale, mettiamo l’accento sulle costruzioni di base dell’industria pesante e concentriamo i nostri sforzi sulla costruzione di 156 imprese al cui progetto ci aiuta l’Unione Sovietica; è su questa base primaria che noi continueremo a utilizzare, limitare e trasformare il settore capitalista dell’economia nazionale per assicurare il consolidamento e l’allargamento progressivo del settore socialista».
Ecco il nodo che si accingevano a sciogliere i pianificatori cinesi: l’impiantarsi di questa base primaria è necessario per «utilizzare, limitare, trasformare» il capitalismo nazionale privato in capitalismo nazionale statale, non dimentichiamo che il PCC stava assolvendo a compiti economici pienamente borghesi; e questo non era problema semplicemente cinese, ma possiamo ben dire che è problema arcireale di tutti i paesi in determinate condizioni di arretratezza economica.
Lo vediamo continuamente con tutti i paesi cosiddetti in via di sviluppo i quali cercano di superare il gap di una struttura industriale ai primi passi e di una arcaica ed arretrata conduzione agricola – sopravvivenze intollerabili di fronte alle condizioni del mercato mondiale a cui volenti o nolenti si devono affacciare, e alla cui pressione non possono sottrarsi – solo statalizzando l’industria sulla base di un suo sviluppo e potenziamento privilegiato rispetto agli altri settori industriali; pena da una parte l’indebitamento cronico con il capitale finanziario internazionale e, dall’altra, la monocoltura agricola ed una fragile struttura industriale.
A scanso di equivoci la “Prefazione al Piano” più in là scandiva: «Il compito fondamentale del primo piano quinquennale è stato stabilito sulla base del compito fondamentale dello Stato nel periodo di transizione. Questo può essere così riassunto: dirigere il nostro sforzo principale sulla costruzione industriale, consistente in 694 imprese sopra la norma (non si trattava soltanto di fabbriche, ma anche di grandi progetti di infrastrutture: la diga di Sanmen sul fiume Giallo e il ponte di Wuhan, ad es.) che hanno per base le 156 imprese al cui progetto ci ha aiutati l’Unione Sovietica al fine di gettare così le basi preliminari dell’industrializzazione socialista della Cina; sviluppare le cooperative agricole di produzione il cui sistema di proprietà è in parte collettivo ed anche le cooperative artigiane di produzione, al fine di gettare le basi preliminari della trasformazione socialista dell’agricoltura e dell’artigianato; per l’essenziale fare entrare l’industria e il commercio capitalistici nelle differenti forme del capitalismo di Stato, per gettare le basi delle trasformazioni socialiste dell’industria e del commercio».
Gli anni trascorsi da allora sono ben ventisei, e se lo sforzo imperioso è riuscito nei confronti di una industria oggi totalmente statale, un mezzo fallimento si è avuto in agricoltura dove il sistema in parte collettivo, dopo aver mostrato un’enorme inerzia storica già in Russia, è adesso scalfito nelle sue posizioni non dalla proprietà statale ma da quella privata, giusta la formula marxista che conta il godimento, la conduzione economica e non la proprietà giuridica.
Ma se in tal caso l’inanità piccolo borghese si rivela nei confronti delle prospettive maoiste in campo agricolo (più in là vedremo il grande arretramento produttivo che seguirà il “Balzo in avanti”), non possiamo misurare i piani quinquennali cinesi con metro socialista, nel socialismo non si avranno piani produttivi calcolati sulla base di valori, ma con un metro capitalista per cui la Cina di Mao e Liu è costretta ad impiegare tutte le sue risorse deboli, come capitali, ma immense da un punto di vista umano, per lo sviluppo della grande industria.
Tale compito non si deve etichettare semplicemente come modello “russo” ricordando i piani quinquennali stalinisti; più giustamente si deve dire che è modello borghese, che assolvendo a tali compiti getta le basi per un forte Stato nazionale, che altra cosa è il socialismo, compito internazionale. Questo non intese l’Opposizione Russa prima propugnatrice di industrializzazioni forzate, questo non intendono i critici ed i sinologi di oggi come di ieri.
Alcuni risultati del Primo Piano
Il primo piano quinquennale prevedeva: «Il valore della produzione industriale passerà da 27.010 milioni di yuan del 1952 ai 53.560 milioni di yuan del 1957»; l’aumento del quinquennio sarebbe stato del 98,3% con un incremento medio annuo del 14,67%. Fu raggiunto invece il traguardo di 65.000 milioni di yuan con un aumento totale del 140,7% ed un incremento medio annuo del 19,2%. Le previsioni del piano furono sorpassate del 21,3%.
Un’andatura senz’altro veloce che risaltava ancor più nei confronti con gli altri paesi: da quelli di vecchio capitalismo tipo l’Inghilterra – uscita vincitrice dal secondo macello – e che si attestava in quegli anni su un aumento annuo modesto di circa il 5%; a quelli di giovane capitalismo tipo Russia vincitrice con immense perdite umane e grande razziatrice di impianti in Europa ed in Manciuria – e Giappone – sconfitto ma con ben altre risorse di capitali ambedue in rapida ascesa con aumenti medi annui del 17-18%. Anche il raffronto con il primo cinquantennio del novecento è a tutto vantaggio del primo piano quinquennale: le imperfettissime statistiche danno un aumento medio annuo dal 1912 al 1949 del 5,5%, e del 9,2% nei tredici anni dal 1937 al 1949, dati ben inferiori al 19,2% ottenuto dal 1952 al 1957.
Nel settore agricolo si prevedeva invece di raggiungere la somma di 59.660 milioni di yuan con un aumento del 23,3% rispetto al 1952 anno di partenza (48.400 milioni di yuan); l’incremento medio annuo sarebbe stato del 4,3%, ben inferiore alla crescita industriale, ma pure il doppio dell’aumento della popolazione.
Fu raggiunto invece 60.300 milioni di yuan, aumento nel quinquennio del 24,58%, incremento medio annuo del 4,49%; il piano fu superato dell’1%.
In particolare, gli obbiettivi del piano furono raggiunti o superati per i cereali ed il cotone (prodotti principali), ma non raggiunti per le fave, le arachidi, la colza, la iuta, la canapa e, a parte i maiali, per l’intero patrimonio zootecnico il quale fece le spese della collettivizzazione.
Industria a grande carriera quindi, rincorsa da un’agricoltura a passo di lumaca, come fu notato nel capitoletto n.16 quando esponemmo dati economici già significativi.
Uguale il commento, che è bene ribadire: la stessa esotica Cina deve sottostare al dettame della civiltà mercantile borghese mille volte descritto dalla scuola marxista, cioè di dotare il genere umano di molto ferro e poco pane, fatto che di per sé è esplicita confessione di reo capitalismo.
| Ripartizione delle Produzioni | |||||||||||||
| Totale | Agricoltura | Industria | Artigianato | Industria | % sul Totale | % su Totale Industria | |||||||
| Moderna | Beni di | Agricoltura | Industria | Artigianato | Industria moderna | Beni di consumo | Beni di produzione | ||||||
| Consumo | Produzione | ||||||||||||
| Miliardi di yuan | |||||||||||||
| 1949 | 46,6 | 32,6 | 14,02 | 3,2 | 7,91 | 3,73 | 10,29 | 69,9 | 30,1 | 22,8 | 56,4 | 73,4 | 26,6 |
| 1950 | 57,5 | 38,4 | 19,12 | 5,1 | 10,86 | 5,65 | 13,47 | 66,7 | 33,3 | 26,7 | 56,9 | 70,4 | 29,6 |
| 1951 | 68,4 | 42,5 | 26,35 | 6,1 | 15,91 | 8,50 | 17,85 | 61,4 | 38,6 | 23,1 | 60,4 | 67,8 | 32,2 |
| 1952 | 82,7 | 48,4 | 34,33 | 7,3 | 22,05 | 12,22 | 22,11 | 58,5 | 41,5 | 21,3 | 64,2 | 64,4 | 35,6 |
| 1953 | 94,6 | 49,9 | 44,70 | 9,1 | 28,81 | 16,68 | 28,02 | 52,8 | 47,2 | 20,3 | 64,5 | 62,7 | 37,2 |
| 1954 | 103,5 | 51,6 | 51,97 | 10,5 | 33,98 | 19,99 | 31,98 | 49,8 | 50,2 | 20,2 | 65,4 | 61,5 | 38,5 |
| 1955 | 110,4 | 55,5 | 54,87 | 10,1 | 37,08 | 22,89 | 31,98 | 50,3 | 49,7 | 18,4 | 67,6 | 58,3 | 41,7 |
| 1956 | 128,7 | 58,3 | 70,36 | 11,7 | 50,34 | 32,04 | 38,32 | 45,3 | 54,7 | 16,6 | 71,6 | 54,3 | 45,7 |
| 1957 | 138,7 | 60,3 | 78,39 | 13,4 | 55,63 | 37,94 | 40,45 | 43,5 | 56,5 | 17,1 | 70,9 | 51,6 | 48,4 |
La prima tabella che abbiamo preparato mostra nel dettaglio, anno per anno, il procedere della produzione nei vari settori, dalla produzione totale alle differenti produzioni industriali. Come si può osservare poi dalla lettura delle colonne dall’8 al 13 si ha una rapida industrializzazione ed ammodernamento del settore industriale – industria moderna e beni di produzione.
Pochi dati: la produzione industriale è sulla totale il 30,1% nel 1949, passa al 41,5% nel 1952 e si attesta al 56,5% nel 1957; la produzione dell’industria moderna, ossia dotata di macchine azionate da energia meccanica, progredisce tanto che è il 56,4% della produzione industriale nel 1949. il 64,2% nel 1952 ed il 70,9% nel 1957; sempre per i tre anni e sempre riguardo la produzione industriale abbiamo per la produzione dei beni di produzione: 26,6%, 35,6% e 48,4%.
Come si può vedere infatti dalla tabella che presenta gli aumenti percentuali medi annui nei periodi 1949-52 e 1952-57, la produzione agricola, la produzione artigiana, la produzione dei beni di consumo, presentano dei ritmi di incremento notevolmente più scarsi dalle altre produzioni.
| Ritmo di crescita dell’economia cinese 1953-57 Aumenti percentuali medi annui | |||
| 1949 -57 | 1949 -52 | 1953 -57 | |
| Totale produzione | 14,6 | 21,1 | 10,9 |
| Totale popolazione | 2,2 | 2,0 | 2,4 |
| Produzione agricola | 8,0 | 14,1 | 4,5 |
| Popolazione rurale | 1,7 | 1,3 | 1,9 |
| Produzione Industriale | 24,0 | 34,8 | 18,0 |
| Popolazione urbana | 6,0 | 7,5 | 5,1 |
| Produzione artigianato | 19,6 | 31,6 | 12,9 |
| Produzione industria moderna | 27,6 | 40,7 | 20,3 |
| Produzione beni di produzione | 33,6 | 48,5 | 25,4 |
| Produzione beni di consumo | 18,66 | 29,04 | 12,84 |
| Salario medio operai impiegati | – | – | 7,38 |
| Reddito dei contadini | – | – | 5,04 |
Nella tabella si sono riportate anche le percentuali medie di crescita annua della popolazione, quella totale, quella urbana e rurale, ed infine la crescita dei salari di operai ed impiegati e del reddito dei contadini. Premettiamo che anche queste statistiche sono molto imprecise, se possibile più delle altre, ma a noi servono per dipanare le tendenze dell’economia cinese, cioè per determinare i caratteri di classe di una rivoluzione, di un partito, di un governo, unicamente affidandoci ai dati economici e sodali, al carattere del trapasso a cui si lavora, non alle opinioni, alle intenzioni e alle tendenze spirituali dei componenti il governo.
Gli incrementi di salari e redditi contadini sono di gran lunga inferiori agli incrementi produttivi industriali, pure dei beni di consumo; ancora più inferiori i ritmi di aumento della popolazione; bassi pure i ritmi di aumento della produzione agricola tanto che questa non riesce a tenere il passo della popolazione urbana nel periodo 1952-57. Ma le cifre brute se ben collocate mostrano a chiare lettere la legge della riproduzione capitalistica, e secondo tale legge i piani debbono accrescere la produzione di beni strumentali di produzione, accrescere l’esercito proletario che li mette in moto e quindi li “consuma”, accrescere l’intensità del lavoro per riiniziare un nuovo ciclo di accumulazione e riproduzione progressiva del capitale a ritmo infernale, scandito dal procedere dei ritmi di incremento.
Per l’immensa Cina dalle sconfinate province questa esaltazione delle forze produttive è necessaria, rivoluzionaria, ma va etichettata giustamente come capitalismo, perché il socialismo si scorge quando il settore dei beni di consumo batterà quello della sezione dei beni di produzione, quando la produzione agricola pareggerà con quella industriale, quando la crescita dei salari potrà beneficiare interamente dell’aumento delle forze produttive proprio per la rottura dell’esosa riproduzione capitalistica !
Il quadro d’insieme che abbiamo quindi descritto è di un giovane capitalismo, il quale fiduciosamente spicca il volo e si attrezza alla bisogna; non è un caso che la stessa ultima risoluzione del Comitato Centrale del PCC su “Qualche questione della storia del PCC” considera gli otto anni dal 1949 al 1957, come il periodo dell’oro, di felici e metodici passi in avanti, unico periodo della Storia della Repubblica Popolare in cui non vengono mosse critiche all’operato del Grande Timoniere la cui stella raggiunse allora il culmine, proprio come la cadenza delle produzioni e dei record produttivi, stella e record che si offuscheranno di lì a poco.
E sarà la produzione agricola il problema che angoscerà i dirigenti cinesi, mettendo a repentaglio la loro reputazione. La produzione agricola, seppur in vantaggio sul piano riesce a malapena a mantenere un leggero vantaggio sulla espansione demografica, anche se già la popolazione urbana presenta un ritmo di crescita più alto.
Rimane il fatto che i raccolti hanno conosciuto, pure nel quinquennio, evidenti fluttuazioni in ragione delle condizioni atmosferiche, ed è qui il grosso nodo da sciogliere: l’aumento necessario della cadenza della produzione industriale esige manifestamente una produzione agricola accresciuta.
Il difficile rapporto tra industria ed agricoltura
L’imperativo: Tutto per l’industrializzazione si dovette affermare nella stessa ripartizione degli investimenti occorrenti all’accrescimento del capitale fisso.
Li Fuzhun nel presentare il primo piano quinquennale indicherà che la cifra globale delle spese per lo sviluppo dell’economia, della cultura e dell’educazione sarebbe stata 76.640 milioni di yuan; di tale somma il 55,8%, cioè 42.740 milioni di yuan ripartiti fra i vari Dipartimenti economici, sarebbe servito per l’accrescimento del capitale fisso, mentre il rimanente comprendeva le normali spese di bilancio.
Rispetto all’intero reddito nazionale si trattava di somme notevoli, tanto che lo stesso Li Fuzhun dichiarerà che il 22,6% di questo avrebbe rappresentato la parte accumulata; recenti comunicazioni statistiche danno per il quinquennio 24,2% e confermano che la “quota consumi” ebbe una costante discesa durante tutto il primo piano.
L’industria riceverà dei 42.740 milioni di yuan ben 24.850 cioè il 58,2%. È indubbiamente il settore favorito, e favorito fra i favoriti è il settore dell’industria pesante: «Le industrie produttrici di mezzi di produzione riceveranno l’88,8% degli investimenti riservati all’industria, le industrie produttrici di beni di consumo ne riceveranno l’11,2%».
Tale forte differenza fra gli investimenti riservati all’industria pesante e all’industria leggera era determinata oltre che dalla preoccupazione costante dei pianificatori di Pechino di dotare la Repubblica di una struttura produttiva autonoma e nazionale, anche dal tentativo di spostare verso l’interno, ricco di materie prime, importanti strutture industriali tanto che fu allora iniziata la creazione di nuovi centri industriali e proletari non costieri, a Taiyuan, Lanzhou, Baotou, Luoyang e Xi’an.
Il primo piano quinquennale prescriveva: «(è necessaria una politica mirante ad) insediare convenientemente nuove industrie in diverse parti del paese, per far si che la produzione industriale sia vicina alle fonti di materie prime e di combustibile, così come ai mercati di consumo».
È qui che risalta nuovamente la funzione del CC come anonimo agente dell’accumulazione capitalistica e come questa sottometta partiti e governo.
Infatti questa ripartizione settoriale e geografica degli investimenti seppur funzionale al destino di una futura grande Cina, comportava iniziali costi negativi, proprio perché lo Stato si assumeva l’onere di grossi investimenti che solo dopo anni avrebbero riportato profitti nelle sue casse, per anni rimpinguate solamente dai traffici di Canton e dalle industrie di Shanghai e della Manciuria.
Era qui la quadratura del cerchio, infatti la creazione di nuove industrie poteva aversi solo se, contemporaneamente all’afflusso di “aiuti” russi, le industrie esistenti utilizzavano pienamente e in maniera razionale le proprie capacità produttive.
Le industrie esistenti erano in gran parte di industria leggera, i prodotti di questa alimentavano insieme alle materie prime e ai prodotti agricoli le esportazioni di merci; essendo in buona parte industrie tessili la loro capacità produttiva dipendeva in ultima analisi dallo sviluppo produttivo agricolo, ed erano qui le dolenti note.
Li Fuzhun, capo del piano, deve esclamare presentando la sua relazione all’Assemblea Nazionale: «Il nostro compito è di arrivare ad una corretta ripartizione degli investimenti tra le grandi, medie e piccole imprese nel corso della costruzione industriale, assicurando nel contempo il coordinamento ed il reciproco sostegno tra le diverse vie di costruzione, in modo da garantire non solo la realizzazione degli indispensabili progetti prioritari, ma anche la rapida remunerazione degli investimenti. Molte imprese piccole e medie si possono costituire in breve tempo, diventando presto remunerative e ampliando le nostre capacità produttive. Non solo esse esercitano un ruolo importante contribuendo ad aumentare le scorte dei prodotti industriali e a sostenere la produzione agricola, ma costituiscono anche un fattore indispensabile dell’incremento dell’accumulazione di fondi necessari per finanziare i grandi progetti prioritari».
La citazione di Li Fuzhun ci porta ad altre decisive riflessioni: Li non descrive il socialismo, come non lo potrà fare Mao stabilendo le armonie dei “dieci grandi rapporti”, ma neanche un completo capitalismo di Stato, ossia un’economia in cui, pur sussistendo una circolazione monetaria delle merci, ogni prodotto è a disposizione dello Stato centrale che può a sua volta fissare tutti i rapporti di equivalenza cioè i prezzi e i salari.
L’agricoltura – dice Li – deve essere sostenuta dalla produzione dell’industria leggera la quale deve assicurarle prodotti a buon mercato ed in quantità necessarie; ma tale è il modo in cui il regime borghese liberale ha sempre presentato la risoluzione della questione agraria, dell’industrializzazione e proletarizzazione, da sempre propugnatore di far bene lo scambio fra prodotti della terra e prodotti dell’industria, l’aumento della produzione dei quali sostiene lo scambio con i secondi.
Solo se il giro si conclude lo Stato può incassare le “remunerazioni” degli investimenti, ma questa conclusione anticipava il reale problema di una società che doveva prima di tutto risolvere il problema della costituzione di un surplus agricolo, per giungere da qui al traguardo di una “efficace ripartizione degli investimenti”. Surplus agricolo – rifornimento di derrate per la crescente popolazione – sostegno finanziario all’importazione dei mezzi di produzione.
Solo poi si poteva dotare di macchine e concimi l’agricoltura, e nel frattempo le strade erano due: o quella del gioco dei “prezzi” in modo che spontaneamente si realizzasse nelle campagne un processo di formazione di capitale e di proletarizzazione, o quella dell’imponente mobilitazione delle masse in funzione di un aumento delle produzioni e, pertanto, della rendita dello Stato, il quale, in tal modo avrebbe potuto procedere alla voluta, da tutti, industrializzazione.
Un’ultima rimessa in riga: è falso che solo Mao fosse per uno sviluppo equilibrato dell’economia, come si è poi propagandato negli sciocchi circoli filo-cinesi, tale preoccupazione era di Li Fuzhun come di Liu, questo per verità storica.
Il fatto era, ed è, che i piani quinquennali non si scontravano solamente con i ritmi di sviluppo dei vari settori produttivi: dietro le cifre stavano masse enormi di uomini; la meccanizzazione dell’agricoltura – di cui tutti sono partigiani – proletarizza col suo procedere masse sterminate che, nei limiti della economia capitalistica, sono inurbate e abbisognerebbero di una enorme crescita industriale, di un’incredibile struttura urbana.
Altrimenti si avrà l’inurbamento di disoccupati, nuova penuria alimentare, inedia, e già nel biennio 1956-57 nelle città cinesi ricominciarono ad apparire questi fenomeni.
Dopo quindi un breve periodo di “ricostruzione”, lo Stato cinese si scontra con questi formidabili problemi, e tenterà di dargli una “soluzione” nazionale-borghese, tanto che i vari leader, proponendo indirizzi diversi, si ispireranno tutti allo stesso identico principio: come accelerare l’industrializzazione del paese senza comprometterne l’indipendenza nazionale ?
Il mercato mondiale pure da un punto di vista borghese, è sbarrato, chiuso; il mercato dei “paesi socialisti”, è tutt’altro che un mercato fratello e generoso.
Rimessasi in piedi la Cina borghese dovrà, in mancanza di capitali e in mancanza di un mercato disposto a prestarglieli in condizioni non esose, rifare un nuovo appello al suo unico capitale di cui era fornitissima: il capitale-uomo !
Il balzo in avanti è lì a venire.