Partito Comunista Internazionale

Il movimento operaio nell’Iraq moderno Pt. 1

Categorie: Iraq

Articolo genitore: Il movimento operaio nell’Iraq moderno

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Studio esposto nelle riunioni del partito dal maggio 2003 al maggio 2005.  


L’Iraq sotto la monarchia

La struttura sociale

La regione attualmente conosciuta come Iraq fu incorporata nel mercato mondiale nella seconda metà dell’Ottocento, a partire dall’apertura del canale di Suez nel 1869, e vi si inserì come paese esportatore di grano. In pochi decenni l’agricoltura orientata al mercato conobbe uno sviluppo senza precedenti: mentre negli anni 1867-1871 venivano esportati annualmente cereali per 140 mila lire sterline, nel 1912-1913 si era arrivati a un valore di 8 milioni all’anno.

Questo aumento produttivo, di quasi 60 volte in quarant’anni, fu determinato dal processo di modernizzazione dell’agricoltura, che portò alla disgregazione della precedente economia pastorale, strutturata a livello sociale nelle tribù, e alla sedentarizzazione delle popolazioni nomadi. I nomadi diminuirono dal 37% della popolazione nel 1860 al 7% nel 1930, mentre i contadini aumentarono, dal 1867 al 1930, dal 41% al 68%. Allo stesso tempo, per intervento diretto dello Stato turco, di cui quella regione faceva parte, venne disgregata la proprietà comune della terra, e gli antichi capi tribali (chiamati sceicchi nelle zone arabe e agha in quelle curde) furono trasformati in proprietari terrieri. Negli anni Settanta dell’Ottocento infatti fu introdotta una riforma del regime di proprietà della terra, per cui era richiesto, per il suo possesso, di esibire l’atto legale di proprietà; la terra restava di proprietà dello Stato, ma il possessore dell’atto godeva praticamente di tutti i diritti, come se fosse sua.

Secondo il nuovo codice «la proprietà collettiva della terra veniva espressamente proibita e la registrazione del titolo di possesso poteva essere fatta solo a nome di un individuo. In aree di coltivazione in gran parte tribali il titolo era spesso intestato al nome dello sceicco, quale personalità più riconosciuta e potente. O per ignoranza o per sospetto, o per mal riposta fiducia nell’altruismo delle famiglie degli sceicchi, moltissimi coltivatori tribali non furono registrati e si trasformarono così in mezzadri» (Charles Tripp, Storia dell’Iraq, p.47).

Questo processo di accentramento della proprietà terriera nelle mani degli sceicchi si aggravò ulteriormente con l’occupazione, poi il controllo inglese delle tre province ottomane di Bassora, Baghdad e Mosul e con la nascita dello Stato iracheno, sotto monarchia haschemita, nel 1921. I proprietari terrieri infatti vennero confermati dagli inglesi come il pilastro della società irachena. I latifondisti divennero la classe sociale su cui poggiava la monarchia filobritannica, che operò a loro quasi esclusivo favore, promulgando leggi che ne allargavano e proteggevano i diritti, reprimendo le rivolte contadine, spendendo buona parte del bilancio statale a loro vantaggio. Nel giro di pochi decenni riuscirono a concentrare nelle loro mani la quasi totalità delle terre: quando cadde la monarchia, nel 1958, il 2% dei proprietari possedeva ancora i 2/3 delle terre coltivate, e 49 grandi famiglie possedevano da sole il 17% di tutte le terre, mentre il 64% dei contadini proprietari possedeva appena il 3,6% delle terre coltivate.

Il sistema di conduzione predominante era quello dell’iqta, secondo il quale le grandi tenute erano divise in piccoli appezzamenti dati in mezzadria o in affitto a famiglie contadine, legate con un rapporto quasi-servile al padrone. «Nel 1933 l’influenza dominante dei possidenti fu riscontrabile nella Legge sui diritti e sui doveri dei coltivatori. Essa conferiva ai proprietari terrieri ampi poteri sui loro affittuari, che diventavano responsabili della scarsezza dei raccolti, oltre che passibili, da un lato, di sfratto con breve preavviso, dall’altro vincolati alla terra affidata finché non fossero stati regolati i debiti contratti con il proprietario. Date le condizioni di indebitamento dei contadini in certe aree, molti di loro si sentirono indotti a scappare dalla terra e ad andare a vivere in miseria nelle sarifa, agglomerati di capanne costruite con paglie e fango, nei dintorni di Baghdad» (Tripp, p.125).

Una delle conseguenza di questo sistema di conduzione fu che la produzione agricola, destinata in gran parte all’esportazione, veniva aumentata attraverso l’allargamento delle superfici coltivate (quintuplicate tra il 1913 e il 1943 e poi raddoppiate tra il 1943 e il 1958) o torchiando sempre più i contadini (negli anni ‘50 molti dei contadini che lavoravano la terra a mezzadria non ricevevano che il 15-20% del loro raccolto), mentre era ostacolata la modernizzazione delle tecniche agricole.

L’arretratezza di questi rapporti nelle campagne fu anche una delle cause del lento sviluppo industriale del paese. Poiché i latifondisti, spesso assenteisti, erano restii ad investire le loro rendite nell’industria, questa si sviluppò lentamente, confinata alla trasformazione dei prodotti agricoli e alla produzione di beni di consumo per il mercato interno, d’altronde ben ristretto.

La produzione di petrolio, completamente in mano a compagnie straniere, iniziò ad essere significativa dal 1934.

In questa situazione economica le maggiori concentrazioni operaie si formarono tra i portuali di Bassora, dove negli anni Quaranta del Novecento si contavano 5.000 operai, nelle ferrovie (11.000) e nell’industria dell’estrazione petrolifera (13.000). Complessivamente i lavoratori iracheni che lavoravano in imprese con più di cento addetti passarono da 13.000 nel 1926 a 63.000 nel 1954, di cui la metà concentrati a Baghdad e Bassora. Negli anni Cinquanta del Novecento i proletari, compresi coloro che lavoravano nei trasporti e nei servizi, assommavano a circa 400.000 persone (su una popolazione urbana di 2.600.000 abitanti), ma per lo più erano impiegati in piccolissime imprese con meno di cinque lavoratori.

La situazione del proletariato, soprattutto di quello agricolo, per tutta la prima metà del Novecento era di grande povertà. Negli anni Cinquanta l’80% della popolazione era ancora analfabeta, percentuale che saliva al 90% tra le donne; vi era un dottore ogni 6.000 persone e un dentista ogni 500.000. Non esisteva alcuna forma di copertura assistenziale per la disoccupazione, la vecchiaia e la malattia. La speranza di vita in ambito rurale era tra i 35 e i 39 anni.

La borghesia irachena, in questa fase dello sviluppo economico, non poteva che essere una classe sociale molto fragile; la borghesia commerciale rappresentava il settore più importante, ma era ben poco interessata a investimenti a lungo termine, mentre la borghesia industriale aveva legami diretti, spesso anche di tipo familiare, con la proprietà fondiaria, essendo più del 34% della giovane industria irachena un’industria di trasformazione dei prodotti dell’agricoltura.

La nascita dei primi sindacati

La prima organizzazione economica di tipo sindacale nacque nel 1929, si chiamava “Associazione degli artigiani” ed era diretta da Muhammad Salih al-Qazzaz, un meccanico che divenne il primo leader operaio dell’Iraq. Questa associazione combinava aspetti tipici di una corporazione, con aspetti sindacali moderni, e non aveva caratteristiche esclusivamente di classe poiché insieme ai lavoratori delle officine ferroviarie di Baghdad organizzava artigiani e piccoli commercianti che lottavano soprattutto per un sistema fiscale meno iniquo.

L’Associazione organizzò uno sciopero generale di 14 giorni nel luglio 1931 contro nuove tasse municipali, che mobilitò a livello nazionale l’opposizione alla monarchia retta dagli inglesi. Il governo rispose mettendo fuori legge l’Associazione e arrestando il suo capo. Nel 1932 però, sempre al-Qazzaz fondò la prima Federazione sindacale, che fu anch’essa messa fuori legge nel gennaio 1934, dopo aver organizzato il boicottaggio, durato un mese, della compagnia elettrica di Baghdad, posseduta dagli inglesi.

Per dieci anni fu impossibile qualsiasi lavoro sindacale legale, ma i lavoratori scesero in sciopero in massa in tutto l’Iraq nell’aprile-maggio 1937 per richiedere maggiori salari: è stato stimato che gli scioperanti fossero circa 20.000.

La penetrazione del comunismo

La diffusione del movimento comunista in Iraq avvenne negli anni Venti del Novecento seguendo un processo simile alla Russia, dove la teoria comunista era penetrata nel Paese attraverso gli intellettuali, gli unici in grado di leggere letteratura comunista, pressoché inesistente in lingua russa; così accadde in Iraq, dove i primi comunisti provennero soprattutto da famiglie di piccola borghesia. Ma se a Baghdad la propaganda era per lo più limitata ai circoli intellettuali, a Bassora e Nassiria, città operaie, l’attività si rivolgeva anche ai lavoratori.

Il primo appello di cui si ha notizia, riconducibile ad una organizzazione comunista, era firmato “Un lavoratore comunista” ed apparve proprio a Nassiria nel dicembre 1932, con il titolo «Lavoratori del mondo unitevi! Lunga vita all’unione delle repubbliche dei lavoratori e dei contadini dei paesi arabi!». Il testo era molto semplice, ma il tono appariva chiaramente classista. Questo, come quasi tutti i documenti che citiamo del Partito Comunista Iracheno sono tratti dal volume di Ilario Salucci, al-Wathbah (il salto) Movimento comunista e lotta di classe in Iraq (1924-2003) che riporta anche una dettagliata bibliografia.

Qualche tempo dopo i circoli di Baghdad, di Bassora e di Nassiria fissarono un congresso di unificazione. L’8 marzo 1935 a Baghdad venne proclamata la nascita del partito comunista iracheno, sotto il nome molto generico di “Associazione contro l’Imperialismo”, probabilmente un modo per cercare di sfuggire, almeno all’immediato, alla repressione. Il Manifesto dell’Associazione si rivolgeva “Agli operai e ai contadini, ai soldati e agli studenti, a tutti gli oppressi!” ed esprimeva certamente una maggiore maturità politica del precedente delineando una chiara critica, anche dal punto di vista economico, al sistema di sfruttamento cui era sottoposto il proletariato iracheno da parte delle classi dominanti indigene, legate a doppio filo con l’imperialismo inglese e avanzando addirittura un programma di rivendicazioni immediate sia per i proletari delle città sia per quelli delle campagne.

«La prima rivoluzione irachena [quella del 1920 contro l’occupazione inglese] crebbe grazie alle nostre braccia, a noi, masse degli operai e dei contadini. Dalla nostra classe vennero le angosce, i sacrifici, le decine di migliaia di vittime (…) I benefici andarono ai finanzieri, ai signori feudali, agli alti ufficiali (…) A noi invece è toccato in sorte solo fame, freddo e terribili malattie (…) e un’orda di esattori di tasse senza un’ombra di pietà e umanità (…)

«Oggi gli inglesi e la classe dominante sono stretti insieme allo scopo di perpetuare l’oppressione e lo sfruttamento di cui soffriamo… Il petrolio e altre materie prime del paese sono diventati una riserva esclusiva per gli inglesi, e l’Iraq è ridotto a uno sbocco per le loro merci e i loro capitali in surplus, e in una base di guerra diretta contro i popoli vicini, e contro ogni aspirazione per la libertà che possono avere i paesi arabi. La classe dominante, per parte sua, saccheggia gli incassi delle tasse, si appropria indebitamente della terra, e costruisce palazzi sulle rive del Tigri e dell’Eufrate. I milioni di contadini ed operai, nel frattempo, continuano a morire di fame, a morire dissanguati, a contorcersi nei tormenti (…)

«Dobbiamo porre termine a queste condizioni così ingiuste e intollerabili. Domandiamo un cambiamento nei veri fondamenti della vita, un decisivo cambiamento a vantaggio di tutte le classi produttive (…) Alziamo ancora la nostra voce nelle campagne, il tuono che riempie di terrore il cuore dei nostri oppressori (…) Uomo di città e uomo del villaggio, operaio e contadino, uniti, qualsiasi sia la setta o la razza, appoggiati dai pensatori rivoluzionari, marciamo fianco a fianco per conquistare nella prima fase della lotta: – la cancellazione di tutti i debiti dei contadini; la loro liberazione da tutte le tasse onerose; la distribuzione ai loro poveri delle terre statali; e la garanzia di tutti i crediti necessari; – la garanzia agli operai della libertà di assemblea e di parola (…); la riapertura dei loro circoli e sindacati; la promulgazione di leggi che proteggano gli operai (…) contro i licenziamenti arbitrari e che li assicurino contro la fame nella loro vecchiaia e la realizzazione della giornata di otto ore in tutti i posti di lavoro, posseduti da iracheni o da stranieri (…)

«Abbasso l’imperialismo inglese! Via tutti i trattati schiavisti! Lunga vita al fronte unito contro l’imperialismo e contro gli oppressori dei contadini e degli operai!»

Il partito però si disgregò, dopo solo un mese di esistenza, sulla questione se presentarsi o meno pubblicamente come Partito comunista: alcuni dei gruppi si distaccarono (Bassora, Nassiria, una parte di Baghdad), mentre il nucleo che rimase decise di pubblicare un giornale illegale, il cui primo numero uscì a luglio con il titolo La lotta del Popolo e con l’indicazione “organo del Comitato Centrale del Partito Comunista d’Iraq”.

Il programma pubblicato nell’agosto 1935 in sei punti chiamava alla lotta per: «1. L’espulsione degli imperialisti; la garanzia della libertà al popolo, della completa indipendenza ai curdi e dei diritti culturali (…) a tutte le minoranze dell’Iraq; 2. La distribuzione della terra ai contadini; 3. L’abolizione di tutti i debiti e ipoteche sulla terra (…); 4. La requisizione di tutte le proprietà appartenenti agli imperialisti, in primo luogo le banche, i campi petroliferi, le ferrovie, e l’espropriazione dei latifondi agricoli; 5. La concentrazione dei poteri nelle mani dei lavoratori e dei contadini; 6. L’inizio immediato della rivoluzione sociale in tutti gli ambiti della vita e la liberazione del popolo da tutte le molteplici oppressioni esistenti».

È interessante notare come il programma si rivolga indistintamente ai lavoratori e ai contadini, dando rilievo solo alle contraddizioni di classe ed ignorando senz’altro le distinzioni di ordine religioso, riconoscendo solo l’esistenza di una questione nazionale per i curdi e le altre minoranze.

Probabilmente l’inesperienza e la mancanza della disciplina necessaria in una situazione di illegalità, portarono dopo pochi mesi all’arresto dei militanti che pubblicavano La lotta del popolo, il quale giornale, dopo aver avuto una diffusione di 500 copie a numero, cessò di uscire alla fine del 1935.

Per altro il giovane partito veniva a costituirsi ed impostarsi in un ambiente esterno dominato da una Internazionale Comunista stalinizzata e già completamente soggetta agli interessi dello Stato russo. Il regime ex-sovietico russo, ormai Stato borghese fra Stati borghesi nel mondo capitalistico, non appoggiava più la presa del potere da parte del proletariato di altri paesi, il che avrebbe messo in pericolo i suoi rapporti di collaborazione e le sue alleanze diplomatiche.

Ad affossare ogni politica rivoluzionaria ben si prestava la tattica, suicida, della Rivoluzione per tappe, che fu imposta alle varie Sezioni nazionali: prima si sarebbe dovuto lottare per attuare, o per completare, a seconda dei casi, la rivoluzione borghese a fianco dei partiti nazionalisti borghesi, solo successivamente, a rivoluzione borghese completata, con tutte le sue istituzioni ben costituite ed assestate, si sarebbe potuto intraprendere la lotta per il socialismo.

Il VII Congresso dell’IC, del 1935, impose la tattica del Fronte popolare antimperialista nei paesi coloniali e relegò i comunisti a «prendere parte attiva al movimento di massa antimperialista capeggiato dai nazionalriformisti e a sforzarsi di attuare un’azione congiunta con le organizzazioni nazionalrivoluzionarie e nazionalriformiste sulla base di una ben definita piattaforma antimperialista», togliendo quindi loro ogni funzione autonoma.

Una successiva risoluzione approvata dal Segretariato dell’Internazionale Comunista nel febbraio del 1936, rivolta alle sezioni arabe, non faceva mai riferimento alla lotta di classe: «I comunisti dei paesi arabi devono essere profondamente consci del fatto che essi rispondono del destino del loro popolo e della loro patria, che su di essi ricade la responsabilità dell’esito della lotta per l’indipendenza nazionale e l’emancipazione sociale, devono essere consci del fatto che essi sono gli eredi e i difensori delle migliori tradizioni nazionali e culturali dei loro popoli». Ai partiti comunisti si raccomandava di «assicurare una stretta collaborazione con i nazional-rivoluzionari, di conseguire la collaborazione con le organizzazioni nazional-riformiste, di appoggiare le rivendicazioni di queste organizzazioni dirette contro le posizioni dell’imperialismo».

La crisi politica degli anni Trenta

Negli anni Trenta la struttura del potere monarchico iracheno entrò in crisi. Il 30 giugno 1930 il nuovo Primo Ministro Nuri Said firmò un nuovo trattato con la Gran Bretagna, che rimpiazzava quello del 1922. «Questo atto diplomatico riconosceva l’indipendenza dell’Iraq, sotto riserva del mantenimento di importanti privilegi per la Gran Bretagna per un periodo di venticinque anni, tra i quali il possesso di due basi militari, di Habbaniya vicino a Baghdad e di Chouiba presso Bassora. I nazionalisti si indignano e l’effervescenza guadagna la popolazione, ma Nuri Said, che cumula le funzioni di presidente del Consiglio, Ministro degli Affari Esteri, dell’Interno e della Difesa, tiene il Paese con mano di ferro. Il 3 ottobre del 1932 l’Irak, con il patronato della Gran Bretagna, entra nella Società delle Nazioni: il mandato britannico finisce automaticamente» (P. Rondot, L’Irak, p.28).

La rapida crescita di una élite di potere era basata fondamentalmente sulla comunità sunnita e sull’esercito, formato dagli Inglesi nel 1921, insieme alla Monarchia.

Nel 1934 il Re riuscì ad introdurre la leva militare obbligatoria; questo provvedimento era avversato da Londra, che avrebbe voluto un esercito professionale, meno numeroso, meno costoso e più controllabile; la monarchia invece intendeva usare l’esercito come strumento per unificare il Paese e rafforzare il sentimento nazionale; l’introduzione della leva obbligatoria fu però accolta negativamente dai grandi latifondisti sciiti del Sud e dalla etnia curda.

Nel gennaio del 1935, nella regione del medio Eufrate, scoppiarono tumulti ed eminenti sceicchi tribali sciiti presentarono al governo, nel marzo 1935, una Carta del popolo che presentava le preoccupazione di gran parte della popolazione: «Essa accettava lo Stato iracheno ma metteva in evidenza la mancanza di proporzione della rappresentatività sciita sia nel parlamento sia nel sistema giudiziario e invocava libere elezioni, libertà di stampa e riduzione delle tasse» (Tripp, p.122).

Dopo trattative durate alcune settimane il governo decise di passare alla repressione, fu proclamata la legge marziale e la rivolta degli sceicchi fu domata con la forza dall’esercito, composto prevalentemente da ufficiali e truppa provenienti dalle aree sunnite, agli ordini del Capo di Stato maggiore Bakr Sidqi, che non esitò ad usare contro gli insorti anche l’aviazione, appena costituita. Dopo questa sanguinosa repressione «fu chiaro – commenta Tripp – che le tribù non avrebbero più costituito una minaccia al potere dello Stato centrale».

Nel frattempo anche nelle città stava crescendo una opposizione politica al potere monarchico: si trattava soprattutto di intellettuali e professionisti, la nascente borghesia, critici verso le cricche e le fazioni che si erano arroccate al vertice dello Stato iracheno. Questa opposizione, raccolta attorno al giornale Al-Ahali, notava che molte delle difficoltà finanziarie dell’Iraq, molti dei suoi problemi economici e sociali potevano essere imputati ai principali proprietari del paese, accusati di condurre una politica di vera e propria rapina verso le classi più povere, provocando una situazione di estrema tensione sociale e andando così contro lo stesso interesse dello Stato borghese iracheno.

Il colpo di Stato del 1936

Nell’ottobre del 1936, mentre il nuovo capo del governo Taha al-Hashimi si trovava in visita di Stato in Turchia, il capo di Stato Maggiore delle Forze Armate Bakr Sidqi, d’accordo con Hikmat Sulaiman e altri dirigenti del gruppo Ahali, ordinò alle unità sotto il suo comando di marciare su Baghdad, mentre si richiedeva al Re di far dimettere al-Hashimi e nominare primo ministro Hikmat Sulaiman, cosa che il Re si affrettò a fare.

Il nuovo governo fu formato da molti componenti del gruppo Ahali, per cui anche alcuni sciiti divennero ministri, ma Capo di Stato Maggiore dell’esercito restò quel Bakr Sidqi che pochi mesi prima aveva dato ordine di massacrare i contadini insorti. Nonostante questo il nuovo governo fece sperare nell’inizio di un’era di riforme sociali e la sua formazione «fu salutata da dimostrazioni di sostegno, praticamente in tutte le città dell’Iraq, organizzate da vari gruppi radicali di discussione, dai sindacati più o meno clandestini e da un embrionale Partito Comunista Iracheno (PCI), tutti speranzosi che i loro obbiettivi potessero essere raggiunti» (Tripp, p.133).

Dunque “l’embrionale” PCI, in ossequio alle direttive di Mosca, pur incontrando resistenze in una parte dei compagni, diede il suo appoggio al colpo di Stato del generale Bakr Sidqi ed entrò a far parte della Associazione per la Riforma Popolare, un’organizzazione progressista che si batteva per le libertà democratiche, per la libertà di organizzazione sindacale, per le otto ore e la fissazione del salario minimo, per una riforma agraria, e una tassazione progressiva.

L’appoggio dei comunisti alla frazione “progressista” della borghesia fu pagato caro: bastò la modesta proposta, da parte dell’Associazione per la Riforma Popolare, di distribuire una limitata quota di terra governativa a singoli agricoltori con titolo proprietario, perché il fronte dei proprietari fondiari e della borghesia si compattasse contro i riformisti accusati di voler realizzare una riforma agraria radicale e di essere dei comunisti camuffati.

«In marzo e aprile una serie di scioperi sulle questioni delle paghe e delle condizioni di lavoro furono indetti da quei settori riformisti che volevano fare un gesto di sfida contro la loro sempre più marcata esclusione dal gioco politico. Però questo servì soltanto ad irrigidire le linee del conflitto. Hikmat Sulaiman dette mostra della sua inclinazione autoritaria, mandò la polizia a por fine agli scioperi, arrestò alcuni degli organizzatori e altri li mandò al confino» (Tripp, p.134). Il 12 luglio 1937 la stessa Associazione della Riforma Popolare venne messa fuori legge, e numerosi comunisti di primo piano furono arrestati, espulsi dall’Iraq, o costretti a fuggire all’estero. Da questo momento fino al 1946 non fu più permessa l’azione politica legale a nessun partito.

A decenni di distanza, dopo le tante sanguinose sconfitte patite dal proletariato iracheno, così commenta questi fatti tragici lo stalinista Aldo Agosti nella sua Storia dell’Internazionale Comunista (vol.II, tomo II, p.927): «L’indirizzo dato dal Comintern all’azione dei Partiti comunisti arabi ebbe effetti positivi anche in Iraq, dove il colpo di Stato dei militari progressisti nell’ottobre del 1936 fu, dopo qualche esitazione, appoggiato con decisione dal piccolo partito comunista, il quale ebbe un ruolo importante nella mobilitazione delle masse ponendo obbiettivi di riforma agraria e di nazionalizzazione delle industrie. Il Partito della Riforma Nazionale, che assunse il governo del paese, aveva per certi aspetti il carattere di un vero e proprio fronte popolare, e l’esperienza fu seguita dalla stampa del Comintern con interesse e con speranza. Già nel giugno del 1937, tuttavia, vennero alla luce in seno alla nuova leadership profondi contrasti fra moderati e rivoluzionari, e gli elementi di sinistra, compresi i comunisti, furono estromessi dal governo e costretti sulla difensiva». Non v’è qui nessun accenno alla azione repressiva della borghesia, nessuna critica per la tattica suicida imposta dal Comintern al giovane partito iracheno, costretto ad accodarsi ai partiti borghesi, rinunciando ad ogni suo connotato.

«Il centrismo – scriveva invece con molta lucidità l’organo della nostra corrente, Bilan, nell’autunno del 1937 – evidentemente dà molta importanza ai movimenti nazionalisti e invita i loro rappresentanti ai suoi congressi “antimperialisti”. Ma è certo che il Wafd in Egitto, il Comitato Esecutivo Arabo in Palestina, il Blocco “Nazionale” in Siria, il Destour (partito nazionalista) in Tunisia sono sempre pronti ad arrivare a patti con l’imperialismo. E quando si sono messi alla testa di agitazioni di tipo violento, l’hanno fatto col fine di cercare di frenarle e impedire che ne uscisse una soluzione di classe. Sia per l’imperialismo straniero, sia per le classi arabe privilegiate, il nemico è lo stesso: la massa degli sfruttati che cerca il suo sbocco. La grande rivolta del Marocco del 1924-26 (Abd-el-Krim), di Siria del 1925, il movimento in Palestina del 1929 e del 1936, le agitazioni in Tunisia e in Egitto sono, piuttosto che opera dei nazionalisti, espressione del malcontento delle masse contro il loro doppio sfruttamento. Meno ancora sono opera della “mano rossa” di Mosca (…)

«Ci sono evidentemente in Medio oriente dei partiti comunisti, almeno in Egitto, Palestina, in Siria e nell’Africa del Nord francese, ma sono tutti eccessivamente deboli numericamente e sottomessi alla più spietata repressione da parte della Francia e dell’Inghilterra “democratiche”. La loro storia interna è rappresentata dalla “arabizzazione” reclamata da Mosca, che significa, in parole povere, la loro integrazione nel movimento nazionalista. Naturalmente non mancano minoranze trotskiste e noi sappiamo cosa questo significhi».

Nonostante la repressione già nell’estate del 1937 una cellula “comunista” fu ricostruita a Baghdad, alla quale si unì, nel gennaio 1938, Yusuf Salman Yusuf, un militante che si era formato nelle scuole di partito della Russia, dove si era trasferito nel 1935.

In questo periodo la posizione del giovane partito sulla guerra appare in linea con la tradizione comunista e internazionalista: la guerra è imperialista e va combattuta su entrambe i fronti; il partito si batte perché l’Iraq resti neutrale e si oppone al transito delle truppe inglesi. L’imboccata veniva però dal Cremlino che, dopo aver concluso il patto di non aggressione con la Germania hitleriana il 23 agosto del 1939, alla fine di settembre lo aveva trasformato in vero e proprio patto di amicizia. Questo costrinse l’Internazionale Comunista e le varie Sezioni nazionali a “rivedere” le parole d’ordine rispetto alla guerra, non più scontro tra democrazia e fascismo, come si sosteneva ai tempi dei Fronti Popolari, propugnati appena quattro anni prima dal VII Congresso dell’I.C., ma “guerra imperialista”.

Questa nuova giravolta nell’orientamento dell’Internazionale Comunista venne ufficializzata da un articolo di Dimitrov e dall’appello per il 22° anniversario della rivoluzione d’Ottobre del novembre 1939, nel quale si definisce la guerra come “ingiusta, reazionaria e imperialista” e la si presenta come il frutto delle rivalità tra le potenze per le colonie e il controllo delle fonti di materie prime, per il dominio delle vie marittime e per lo sfruttamento di altri popoli; la responsabilità della guerra non viene più attribuita alla Germania nazista ma agli imperialisti inglesi e francesi. «In questa situazione – scriveva Dimitrov nel suo articolo – per la classe operaia c’è una sola posizione giusta: una lotta coraggiosa e senza compromessi contro la guerra imperialistica, una lotta contro i responsabili e gli agenti di questa guerra, prima di tutto nel proprio rispettivo paese, una lotta per mettere fine a questa guerra brigantesca».

Bene. Peccato che fossero solo parole, dato che la politica dell’Internazionale non era finalizzata a cercare di risparmiare al proletariato l’esperienza terribile di una nuova più devastante guerra imperialista preparandone la trasformazione in guerra di classe, ma era tesa ad appoggiare il complesso gioco diplomatico di Mosca.

Il piccolo gruppo che costituiva il Partito Comunista Iracheno ebbe la forza, nel dicembre 1940, di costituire una “Comitato Centrale” e di lanciare un giornale, La scintilla, inizialmente con una diffusione di 90 copie, che tuttavia erano diventate 2.000 due anni dopo. Ma il ricostituito Partito iniziava la sua opera in un momento di particolare difficoltà, era infatti in pieno svolgimento il secondo conflitto imperialista e lo scacchiere medio-orientale era uno dei principali fronti di guerra.

L’Iraq nella Seconda Guerra mondiale

Lo scoppio della guerra in Europa nel settembre 1939 determinò un rafforzarsi della presa della Gran Bretagna sull’Iraq; Londra chiese al governo iracheno di rompere i rapporti diplomatici con la Germania, di internare tutti i cittadini tedeschi presenti in Iraq e di fornire ogni tipo di assistenza all’esercito inglese. Re Ghazi, che in più occasioni non aveva nascosto la sua ostilità nei confronti della politica britannica in Medio oriente, era morto in un incidente d’auto nell’aprile del 1939 e fu nominato reggente, dato che suo figlio Re Feisal II aveva solo tre anni, il principe ‘Abd al-Ilah, più tollerante verso le pressioni britanniche.

Intanto una serie di colpi di Stato avevano portato all’estromissione dal governo dei settori della borghesia modernista e ad un rafforzamento del potere delle gerarchie militari; il governo era diretto da quel Nuri al-Sa’id che aveva già mostrato le sue doti politiche e la sua fedeltà agli interessi britannici nella repressione dello sciopero dell’estate del 1931.

«Visti gli sviluppi che la guerra prendeva in Europa, con la Germania che riportava continue vittorie, con l’ingresso dell’Italia in guerra e con la caduta della Francia, nel consiglio dei ministri iracheno le opinioni si fecero sempre più divise tra chi riteneva che l’Iraq doveva fare il possibile per assistere la causa alleata e chi pensava invece che ciò sarebbe stato fatale per gli interessi del Paese» (Tripp, p.146). Una parte delle gerarchie militari, raccolte attorno al cosiddetto “Quadrato d’oro”, convinte della prossima vittoria delle potenze dell’Asse e insofferenti della pressione inglese, costrinsero Nuri al-Sa’id prima a dimettersi e poi a fuggire, insieme al reggente, in Transgiordania, mentre reparti dell’esercito iracheno occupavano Baghdad. Fu formato un governo di difesa nazionale, presieduto da Rashid ‘Ali al-Kailani, con lo scopo di “salvaguardare l’integrità e la sicurezza del Paese”.

Era un momento critico per gli Alleati perché le truppe tedesche dilagavano nei Balcani e in Africa Settentrionale erano avanzate con gli italiani fino a Tobruk. La minaccia era serissima e assoluta la necessità di impedire che alle spalle dello schieramento britannico si potesse aprire una falla.

Nonostante le dichiarazioni del nuovo governo tese a rassicurare la Gran Bretagna sul rispetto degli obblighi previsti dal trattato, Londra non volle riconoscerlo, e decise anzi di sondarne le intenzioni con la richiesta che soldati britannici potessero sbarcare immediatamente a Bassora; l’atteggiamento temporeggiante del governo iracheno spinse la Gran Bretagna a inviare le truppe senza attendere l’autorizzazione irachena. Il governo iracheno rispose schierando alcune unità nei pressi della base aerea britannica di Habbaniya e, il 2 maggio, il comandante militare della base ordinò ai suoi soldati di attaccarle. Sarà la “guerra dei trenta giorni”. I comunisti appoggiarono il nuovo regime, che ottenne anche il riconoscimento diplomatico da parte della Russia. C’era grande eccitazione popolare; i comunisti aspettavano le armi dalla Russia, che naturalmente non arrivarono; il governo intanto sospese la Costituzione e il diritto di associazione politica e sindacale.

Nonostante la mobilitazione popolare gli inglesi non impiegarono molto ad avere ragione dell’esercito iracheno: ricevuti rinforzi di truppe provenienti dall’India operarono da Sud contro Bassora mentre da Ovest la Legione araba del sicuro Regno di Transgiordania attaccò verso il nodo petrolifero e strategico di Rutba. Fu una corsa col tempo, per impedire che Italia e Germania (dal 20 maggio era in corso l’operazione tedesca su Creta), potessero rifornire e sostenere gli iracheni: solo qualche aereo arriverà a el-Kailani. Il 31 maggio 1941, il primo ministro fu rovesciato da un colpo di Stato ispirato dal reggente principe Abdull Illah, di sentimenti filo-britannici. Il 1° giugno le truppe inglesi occuparono Baghdad.

Il 22 giugno del 1941 – a sorpresa – la Germania attaccò la Russia. Questo fatto, al quale Mosca era del tutto impreparata, la portò ad imporre un repentino cambiamento di politica a tutti i partiti comunisti: gli Stati nuovamente alleati dell’URSS tornavano ad essere “democratici”, ed ogni azione contro di essi, ed anche nelle loro colonie, andava cessata. Il Partito Comunista Iracheno è lento ad inghiottire il rospo, colà particolarmente indigesto, ed è solo nel novembre che si legge in un suo documento: «Se il governo inglese vorrà cercare l’appoggio delle grandi masse, lenendo la crudele crisi nella quale si dibattono (…) allora la libera e illuminata gioventù araba, seguita dalle vaste masse arabe, prenderà anche le armi e combatterà per il fronte democratico che è anche il nostro fronte (…) Con l’entrata in guerra dell’Unione Sovietica e della Repubblica Cinese e in conseguenza dell’atteggiamento mostrato dal popolo americano e inglese, le ostilità hanno perso il loro carattere imperialista (…) La guerra è ora la guerra di tutta l’umanità poiché dal suo esito dipende il destino di ogni nazione (…) La guerra è quindi la nostra guerra e noi dobbiamo prendere il nostro posto di fronte ai popoli democratici e liberi». Fu solo nel maggio 1942 che il giornale del PC Iracheno assunse in pieno le posizioni di Mosca, affermando: «Il nostro partito vede l’esercito inglese, che ora combatte il nazismo, come un esercito di liberazione (…) noi siamo dalla parte degli inglesi (…) dobbiamo quindi aiutare l’esercito inglese in Iraq in qualsiasi modo possibile». Il che significava per i lavoratori iracheni che il PC si poneva dalla parte della monarchia e dei latifondisti che dominavano il paese.

Nel corso dei sei anni intercorsi tra la fondazione del partito e la sua ricostituzione nel 1940-1941 si era prodotta una mutazione profonda: l’assoggettamento alla politica dello Stato russo diventava uno dei fattori determinanti nell’elaborazione politica e nelle sue indicazioni, e un accentuato moderatismo nelle parole d’ordine sostituiva la spinta rivoluzionaria, talvolta ingenua, della prima generazione di comunisti.

Il 29 ottobre 1941 il massimo dirigente del ricostruito gruppo comunista, Abdallah Mas’ud, venne arrestato dalla polizia. Yusuf Salman Yusuf lo rimpiazzò come segretario generale del partito. Sotto la sua direzione il Partito comunista iracheno si allineerà sempre di più alle direttive imposte da Mosca e diverrà un partito di massa imponendosi, nel giro di sette anni, come la più importante forza politica in Iraq.

Il dopoguerra

Dopo l’occupazione militare del Paese da parte dell’esercito di Sua Maestà britannica e il ritorno a Baghdad del Reggente con il codazzo di uomini politici che lo avevano accompagnato nella fuga in Transgiordania, la vita politica in Iraq riprese apparentemente come prima. Appena tornato a capo del governo Nuri al-Sa’id, fedele ai suoi metodi, iniziò una radicale opera di epurazione sia nelle forze armate sia nelle varie branche dell’amministrazione pubblica.

La politica puramente repressiva di Nuri lo portò tuttavia in conflitto con una parte della classe dominante, che pensava all’introduzione di alcune riforme per impedire che la situazione sociale diventasse esplosiva.

Anche il Reggente iniziò ad «esprimere le sue preoccupazioni per la mancanza di riforme economiche e sociali, oltre che di libertà politiche. Benché non fossero emanate pubblicamente, le opinioni del Reggente vennero apprese dalla classe dirigente e dall’ambasciata britannica, dove si nutriva un crescente timore per le esplosive conseguenze politiche che il regime conservatore e repressivo di Nuri, poteva avere» (Tripp, p.158).

La ricostruzione del PC sotto la direzione di Yusuf Salman Yusuf (“il compagno Fahd”) era avvenuta con forte centralizzazione delle strutture e rigetto di ogni critica al segretario generale. Questo provocò numerosi dissensi, che nell’agosto 1942 portarono all’espulsione di un primo gruppo di militanti che fondarono il giornale Avanti, poi nel novembre dello stesso anno si verificò una vera e propria scissione e si formarono due PC d’Iraq: uno sotto la direzione di Abdallah Mas’ud, liberato dalla prigione, con proprio organo La scintilla, l’altro sotto la direzione di Fahd con organo La base. I due gruppi antagonisti, dopo essere stati pesantemente indeboliti da un’ondata di arresti, si unificarono e pubblicarono il giornale Unità della lotta.

Tutti i gruppi scissionisti avevano come propria richiesta centrale la tenuta di un congresso del PCI e la fissazione di regole statutarie di funzionamento interno, richiesta a cui Fahd si oppose in quanto «nelle condizioni internazionali esistenti la tenuta di un congresso clandestino dei comunisti in paesi che aderiscono al campo democratico può provocare collisioni tra i comunisti e le autorità che non sono nell’interesse di nessuno, né sono nell’interesse dei popoli che stanno lottando contro il fascismo».

Il PC di Fahd, come tutti i partiti stalinisti dei paesi industrializzati o semi industrializzati, si dedicò dall’inizio del 1944 ad organizzare i lavoratori dell’industria con lo scopo di impedire la loro sindacalizzazione su basi di classe. Gli stalinisti riuscirono a costituire cellule clandestine prima a Baghdad poi nel resto del paese, associando alla direzione del partito intellettuali provenienti dalla piccola borghesia più povera (la cosiddetta “intellighenzia del popolo”), e convocando finalmente una conferenza del partito nel marzo 1944, poi il primo congresso nel marzo 1945.

La conferenza adottò una “Carta Nazionale” del partito, che combinava posizioni patriottiche e democratiche con un programma socialdemocratico; i lavoratori erano confinati a richieste di tipo legalitario e sindacale. Niente più prospettiva socialista, niente più repubblica, nessuna abolizione del trattato Anglo-Iracheno (che stabiliva il potere de facto della Gran Bretagna sull’Iraq), solo una revisione di alcune clausole; nessuna richiesta di esproprio del capitale estero e dei latifondisti; niente più unità araba; niente più indipendenza per il popolo curdo (tacciata di “richiesta reazionaria nell’interesse dell’imperialismo”). La “tappa” della lotta era quella “della liberazione nazionale e della lotta per i diritti democratici”, e gli obiettivi dovevano essere congruenti alla fase della “rivoluzione nazionale borghese”.

Va solo riconosciuto che la politica propugnata da Mosca al tempo, e fatta propria dal PC siriano, che arrivò fino all’autoscioglimento del partito, non fu mai accolta dal PC iracheno, che anzi vi si oppose sempre fermamente, entrando in feroce polemica con i “liquidatori”, che anche in Iraq si facevano interpreti di questa linea.

Dal gennaio 1944, in ossequio naturalmente alle direttive provenienti da Mosca, che si apprestava a rompere l’alleanza con gli alleati del giorno prima, la direzione del PCI iniziò una nuova virata che indicava come l’appoggio all’esercito inglese e al governo fosse terminato o stesse terminando.

Naturalmente i motivi per opporsi al governo e ai suoi padroni inglesi non mancavano. La nuova linea del PCI iniziò in modo sfumato, denunciando l’aumento del costo della vita, poi attaccando pesantemente la presenza inglese in Iraq nell’aprile del 1945.

Il nuovo governo iracheno di al-Suwaidi, in carica dal febbraio 1947, poneva fine alla legge marziale, chiudeva il campo di prigionia di al-Faw, toglieva la censura sulla stampa e introduceva una nuova legge elettorale per consentire una maggiore rappresentatività alle aeree urbane, dove la popolazione era in rapida espansione. Il nuovo governo consentì anche che si formassero di nuovo i partiti politici: oltre al Partito Democratico Nazionale, un nazionalista di tendenza socialdemocratica, e al Partito Indipendente, di tendenza panaraba, furono riconosciuti anche due piccoli partiti socialisti; fu invece respinta la richiesta del PCI, nonostante la moderazione del suo programma politico, di costituirsi come Partito di Liberazione Nazionale.

Questa nuova libertà di associazione e di propaganda politica permise che fossero avanzate pesanti critiche alla situazione economica e sociale del Paese. «Sullo sfondo di un crescente scontento, discendente in parte minore dalle vecchie disuguaglianze strutturali della società irachena e in misura maggiore dalla preoccupazione immediata della gente che vedeva falcidiati i salari a causa del costo della vita, le attività dei partiti d’opposizione e dei sindacati ora riconosciuti sembravano promettere una stagione di crescente protesta sociale. Furono organizzati scioperi nel porto di Bassora e continuarono le agitazioni tra gli operai delle ferrovie, il cui sindacato era stato bandito in seguito agli scioperi dell’aprile del 1945.

«Le condizioni economiche di tanti iracheni comuni si erano notevolmente deteriorate durante i cinque anni precedenti. Penuria di scorte da tempo di guerra, cattivi raccolti, accresciuto potere d’acquisto da parte delle forze britanniche stanziate in Iraq: tutti questi fattori avevano fatto lievitare drammaticamente i prezzi di quasi tutti i prodotti, incidendo soprattutto sul settore alimentare e sul vestiario. Il costo della vita era aumentato di cinque volte, colpendo in particolar modo i salari del lavoro dipendente, sia a livello governativo e statale sia a livello industriale, poiché tale aumento non aveva avuto come contropartita alcun incremento di salari e stipendi. La spirale dei prezzi dei prodotti cerealicoli (al tempo la principale voce d’esportazione dell’Iraq) non solo in Iraq ma in tutta la regione aveva indotto i proprietari terrieri ed i commercianti ad approfittare delle opportunità offerte dall’esportazione. Questo acuì non solo le pressioni inflazionistiche all’interno dell’Iraq creando scarsa disponibilità di prodotto ma, in alcune parti del paese, specie nelle zone curde, determinò una situazione che si avviava alla carestia grave. Gli scioperi organizzati durante questi tre mesi di relativa agibilità furono quasi tutti indirizzati alla richiesta di aumenti salariali e di migliori condizioni di lavoro» (Tripp, p.163).

Il PCI partecipò attivamente all’organizzazione degli scioperi, nonostante fosse clandestino pare infatti che su sedici sindacati che avevano avuto riconoscimento legale ben dodici fossero a direzione comunista. I più importanti coincidevano con le maggiori aggregazioni operaie, porto di Bassora, ferrovie e estrazione petrolifera: in questi tre settori il tasso di sindacalizzazione era tra il 30 e il 60% e tutti i maggiori dirigenti erano del PCI. Una prima, massiccia, ondata di scioperi in questi tre settori (gli scioperi venivano convocati sempre “a oltranza” e duravano anche diverse settimane) vi fu tra l’aprile 1945 e il maggio 1947, con richieste di aumenti salariali, di legalizzazione degli organismi sindacali e di una vera indipendenza nazionale – contro la presenza inglese in Iraq. «Agli occhi dei britannici, che avevano interessi strategici negli importanti settori industriali, dei trasporti e del petrolio, gli scioperi facevano parte di un più generale attacco agli interessi britannici» (Tripp. p.164). Per molti esponenti della classe dirigente irachena costituivano addirittura il preludio della rivoluzione sociale. La risposta del governo e degli inglesi fu dunque quella di concedere gli aumenti salariali, ma di dissolvere i sindacati dopo gli scioperi, arrestando i capi operai e perseguitando i comunisti. Lo stesso Fahd venne arrestato nel febbraio 1947 (ma non venne identificato come il segretario generale del PCI) e condannato a morte (la condanna venne commutata nell’ergastolo dopo le numerose proteste internazionali).

Il grande balzo, la rivolta del 1948

Una nuova grave crisi del regime iracheno si ebbe nel gennaio 1948 quando, in seguito alla firma del trattato di Portsmouth tra Iraq e Gran Bretagna, vi fu a Baghdad la più formidabile insurrezione di massa nella storia della monarchia, l’al-Wathbah.

Tutto iniziò con manifestazioni studentesche il 4 gennaio, convocate per protestare contro l’ipotesi di un nuovo trattato anglo-iracheno, che avrebbe mantenuto l’Iraq sotto tutela britannica, si protrasse nei giorni seguenti con diversi incidenti e si allargò dopo che il 15 gennaio venne annunciata la firma del nuovo trattato che, pur prevedendo il ritiro delle truppe britanniche dal Paese, sanzionava formalmente l’influenza britannica sull’Iraq, per altri 25 anni.

Tutti i partiti d’opposizione si adoperarono per mobilitare l’opinione pubblica contro il trattato. Il 20 e il 21 gennaio scesero per le strade i lavoratori delle ferrovie e delle altre fabbriche di Baghdad, i disoccupati, le masse di contadini da poco immigrati nella capitale. La polizia tentò di fermare i manifestanti, armati di bastoni, sparò ed uccise, ma non fu sufficiente a fermare i cortei. «L’atmosfera che avvolgeva Baghdad era profumata di rivoluzione sociale», scrive lo storico Batatu descrivendo quei giorni.

Il PCI, non ancora addivenuto ad essere repubblicano, si impegnò in una polemica contro quei “settori estremisti”, che partecipavano ai cortei con striscioni che richiedevano la caduta della monarchia e la repubblica.

Nonostante il ripudio del Trattato da parte del Reggente, le manifestazioni non cessarono. Il 23 si svolse una manifestazione gigantesca ed il 27 un’altra; il governo decise allora di spezzare il movimento di massa con la forza delle armi. La polizia sparò in modo indiscriminato, continuo, uccidendo come mezzo di scioglimento dei cortei. Per terra rimasero uccisi tra i 300 e i 400 manifestanti, ma le manifestazioni si ricomposero e di fronte al loro avanzare la polizia decise di ritirarsi totalmente dalle strade.

Il primo ministro scappò per rifugiarsi in Gran Bretagna. Venne formato un nuovo governo. Il nuovo capo del governo, lo sciita Muhammad al-Sadr, promise nuove elezioni, ma non bastò.

Iniziò un periodo – che durerà fino alla primavera – di continue mobilitazioni in tutto il paese, con forti scioperi nelle ferrovie tra marzo e maggio (il sindacato era stato messo fuori legge nell’aprile 1945, per cui fu direttamente il PCI a organizzare gli operai e a indire gli scioperi); nelle stazioni di estrazione del petrolio, in aprile e maggio (assunse a vera leggenda operaia lo sciopero alla stazione K3 vicino ad Haditha con la “grande marcia” su Baghdad dei 3.000 lavoratori); al porto di Bassora, in aprile e maggio. Scoppiò anche una rivolta contadina con direzione comunista ad Arbat, in aprile. Le domande avanzate dai lavoratori erano per aumenti salariali, di “pane e scarpe”, diritti democratici, liberazione dei prigionieri politici, e indipendenza nazionale.

La risposta, come nel 1945-’47, fu sempre la messa al bando delle organizzazioni operaie, arresto delle direzioni sindacali e, in cambio, una parziale accettazione delle richieste salariali.

Questa rivolta diede grande impulso alla crescita dell’influenza del PCI, che però si mantenne sempre in una prospettiva di appoggio ad un “governo democratico nazionale” della borghesia irachena. Le manifestazioni cessarono solo nel maggio 1948 quando il governo proclamò la legge marziale prendendo a pretesto lo scoppio della guerra in Palestina.

La sconfitta in questa guerra, a cui l’Iraq aveva partecipato inviando alcune migliaia di soldati, determinò, nel gennaio 1949, la caduta del governo. Le accuse del governo egiziano, che incolpò di inazione le forze irachene, provocarono gravi disordini, soprattutto a Baghdad; il Reggente chiamò dunque ancora una volta il boia Nuri al-Sa’id a capo del governo. Furono usate le corti marziali per processare tutti quelli che erano accusati di istigare disordini e centinaia di persone finirono in carcere. Il prezzo più alto fu pagato dai comunisti che, ancora una volta, pagarono col sangue di centinaia di militanti l’acquiescenza alla politica moscovita.

L’accettazione da parte del PCI della linea dettata da Mosca di approvazione della divisione della Palestina e della nascita dello Stato di Israele, arrivò solo il 6 luglio 1948, dopo sette mesi di resistenza, provocando grande sconcerto e generale demoralizzazione nel partito: a centinaia i militanti lo abbandonarono disgustati. Di questa situazione approfittò l’apparato repressivo dello Stato, che negli ultimi mesi del 1948 arrestò centinaia di comunisti. Il governo scoprì il ruolo di segretario generale di Fahd e lo impiccò pubblicamente nel febbraio 1949 insieme a due altri suoi compagni. Il PCI si ridusse da 4.000 militanti a poche centinaia.

La ricostruzione avvenne lentamente, a partire dal giugno 1949 ma solo a partire dall’autunno 1951 si può affermare che la crisi fosse stata superata.

È così che il PCI poté partecipare – ed avere un ruolo dirigente – nella nuova ondata di scioperi della primavera-autunno del 1952, che culminarono nella rivolta del 22-24 novembre 1952, quando a Baghdad ed in altre città manifestazioni di massa richiedevano diritti civili e democratici e libere elezioni. Il governo rispose esclusivamente con la forza delle armi, e proclamò la legge marziale: tutti i partiti vennero dichiarati fuorilegge (il PCI lo era da sempre) e i loro dirigenti arrestati. Ma non appena la legge marziale venne sospesa, l’anno successivo, una nuova serie di scioperi percorse il paese, e a Bassora il governo impose di nuovo la legge marziale nel gennaio 1954. La nuova ascesa al potere di Nuri al-Sa’id portò nel giugno 1954 alla messa fuori legge di qualsiasi partito, club culturale, sindacato e stampa anche solo vagamente liberale.

In questi anni il PCI conobbe una “svolta a sinistra” con l’adozione, nel marzo 1953, di una nuova “Carta Nazionale” in sostituzione di quella del 1944, in cui venne posto l’obiettivo di “una Repubblica popolare democratica che rappresenti la volontà dei lavoratori, dei contadini, delle masse popolari”, e venne riconosciuto il diritto di autodeterminazione del popolo curdo, fino alla secessione.

Questo provocò l’espulsione di 73 membri del partito che si erano opposti alla nuova “Carta Nazionale” in nome delle vecchie posizioni di Fahd: questi oppositori diedero vita ad un proprio organo, La bandiera dei lavoratori.

Nei mesi successivi il partito, chiamava a una “rivoluzione popolare”, con la “conquista del potere da parte del proletariato (…) come compito immediato”, attraverso la costruzione di un “esercito popolare rivoluzionario”, che “pratichi la lotta armata”, coprendo il paese con “roccheforti rivoluzionarie”. Questa linea assunse i toni più roboanti tra il giugno 1954 e il giugno 1955, tutto questo con un partito approssimativamente di circa 500 militanti.

Nel giugno 1955 questa linea viene sconfessata dal Comitato centrale e tutte le posizioni “estremiste” adottate dal 1953 vengono rigettate.

Nel luglio 1955 viene siglato un accordo di vendita d’armi tra l’Urss e l’Egitto degli “Ufficiali liberi”, che, con un colpo di Stato, tre anni prima avevano rovesciato la monarchia. È una svolta che porta quasi immediatamente il PCI ad abbracciare la causa del panarabismo propugnato dai dirigenti egiziani. Questa linea viene rafforzata l’anno successivo quando, nel luglio 1956, in seguito alla nazionalizzazione del canale di Suez, l’Egitto è attaccato da una coalizione anglo-francese-israeliana, e ufficializzata dalla seconda conferenza del partito, tenuta nel settembre 1956.

Ma si trattò di una politica tutto sommato di breve durata, che non resse all’impatto della rivoluzione del luglio 1958. Per il PCI «il compito immediato è la formazione di un governo patriottico che metta fine all’isolamento dell’Iraq dal movimento di liberazione arabo e persegua una politica patriottica araba indipendente».

La stipula del Patto di Baghdad – concluso in funzione antirussa e contro il nazionalismo arabo, sotto supervisione statunitense, che includeva Iraq, Iran, Pakistan e Turchia – e il successivo attacco all’Egitto da parte di Israele con l’appoggio di Gran Bretagna e Francia, provocarono un’ondata di proteste e di rivolte in Iraq, questa volta centrate nelle zone più periferiche, Mosul, Kirkuk, Bassora, e con vere e proprie insurrezioni a Najaf e Havy. Come sempre la risposta governativa fu unicamente la repressione militare.

Sull’onda di questa nuova rivolta, venne formato nel febbraio 1957 un “Fronte Nazionale Unito” – che includeva il PCI, il Partito Nazionale Democratico (il partito della borghesia antimonarchica e nazionalista iracheno), il Ba’th (il partito, formato all’inizio degli anni ‘50, che faceva del panarabismo la sua bandiera) e altre formazioni – avendo come piattaforma l’indipendenza politica ed economica, l’abolizione del Patto di Baghdad, la distruzione del sistema agrario dell’iqta, diritti democratici, libertà civili e solidarietà araba contro l’imperialismo e il sionismo.

A parte il breve periodo “estremista” dal 1953 al 1955, la prospettiva strategica del PC iracheno si mantenne in questi anni (ed in quelli successivi) coerentemente socialdemocratica. Secondo le parole dello storico Samira Haj, nel PCI, «mentre la posizione teorica affermava la lotta di classe e l’internazionalismo, in pratica la politica del partito fu costantemente compromessa dalla dottrina della rivoluzione in due stadi (…) Il partito vedeva la lotta anticoloniale in Iraq come parte di un inevitabile processo evolutivo che avrebbe portato alla rivoluzione nazionale borghese. Il partito vedeva il suo ruolo centrale come la direzione delle “classi oppresse” (operai e contadini) in alleanza con la frazione progressista della “borghesia” nazionale, per forgiare la lotta di liberazione, le riforme sociali, e l’estensione dei diritti democratici nel quadro di uno Stato borghese (…) Questa posizione dogmatica di uno stadio “democratico borghese” di sviluppo separato si è dimostrato dannoso al PCI, ai suoi quadri e alla stessa rivoluzione nazionale. Per mantenere questi principi, il PCI fu obbligato a subordinare il conflitto di classe alla lotta nazionale (…) appoggiando il nazionalismo iracheno rispetto al nazionalismo pan-arabo (…) e assumendo che vi fosse una “borghesia nazionale” capace di realizzare [la rivoluzione agraria]. Il PCI (…) non riconobbe l’intrinseca debolezza della “borghesia” irachena e gli stretti legami di questo gruppo con le strutture agrarie».

Pur con questo orientamento strategico il PCI riuscì comunque ad assumere un ruolo centrale nella vita politica irachena, nonostante le condizioni di illegalità e clandestinità cui fu permanentemente obbligato. Ma se nel periodo terribile di lotta contro la monarchia la linea socialdemocratica poté intralciare solo marginalmente il radicamento del PCI nella classe operaia, nel periodo della rivoluzione nazionale, l’asservimento del partito al movimento nazionale borghese lo porterà alla catastrofe e insieme ad esso – in assenza di una direzione operaia alternativa – porterà alla catastrofe il movimento operaio nel suo complesso.