Le lavoratrici della casa
Categorie: Women's Question
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Esiste una categoria di lavoratrici disperse nelle numerose case borghesi e piccolo- borghesi, sottoposte più di tutte le altre categorie di sfruttati a condizioni di vita misere ed umilianti, non salvaguardate nei loro diritti da una organizzazione propria e delle quali non è apprezzato l’ufficio. Esse compiono nelle case altrui lavori domestici, le umili fatiche con cui si mantiene pulita, bella e gradevole la casa.
In Torino c’è un ufficio di collocamento per queste lavoratrici quasi sempre raminghe di famiglia in famiglia, perennemente scontente della loro situazione e tormentate dall’inutile desiderio e dalla più inutile speranza di trovare nella padrona ideale il rimedio alla tristezza della loro sorte.
Nel locale miserevole in cui questo ufficio ha la sede s’affollano ogni giorno le donne alla ricerca di lavoro; molte offrono l’opera loro per alcune ore della giornata, e sono queste le meno infelici. Sono proletarie che con qualche ora di lavoro giornaliero tentano di supplire alla deficienza delle [testo illeggibile] della famiglia, utilizzando le loro capacità di donne di casa e quel po’ di tempo che rimane loro libero dal disbrigo delle faccende domestiche; sono delle salariate compensate con salari troppo esigui e sproporzionati al loro lavoro, non sufficientemente valutato e pessimamente organizzato. Ma la loro condizione più o meno misera rientra nel quadro delle miserie e dei mali fra cui si dibatte l’innumerevole proletariato, sempre assillato dal bisogno, sempre abbrutito nella fatica.
Ben più triste è la condizione di quelle, fra queste donne, che si rassegnano a vivere tutta la loro vita nella casa dei padroni, di cui diventano la macchina di lavoro a disposizione di tutti i membri della famiglia, in tutte le ore della giornata.
Senza parlare del tristissimo modo con cui esse sono alloggiate (quasi sempre nei locali non altrimenti utilizzabili per le loro infelici condizioni) e del peggior modo con cui sono abitualmente trattate; si consideri che per queste lavoratrici l’orario del lavoro giornaliero non è limitato o comunque stabilito da alcuna regola; esse sono occupate tutto il giorno; non è loro riservata un’ora della giornata per pensare, agire, vivere liberamente; la loro personalità è come assorbita, distrutta da coloro per cui lavorano, e che in compenso le mantengono.
La servitù proletaria non è cosi brutalmente evidente per le altre categorie di salariati, i quali sono schiavi in quanto per essi la vita, il mantenimento, l’alloggio, la possibilità di crearsi una famiglia, di farsi una casa, dipendono dal lavoro e dal salario che il padrone loro concede, ma almeno godono nella loro giornata di qualche ora che può essere liberamente vissuta.
A queste infelici donne, invece, anche la libertà materiale di uscire, di dormire, di mangiare, di esprimersi è impedita.
Vi sono padroni e padrone che vietano alle loro domestiche la lettura dei libri e dei giornali, la cura della propria persona, della propria bellezza, con una crudeltà incosciente, che le vittime stesse non misurano e tanto meno giudicano.
Se fossero capaci di questa comprensione e di questo giudizio sarebbero pure capaci di ribellione. La sottomissione con cui accettano la loro condizione proviene appunto da un errore di giudizio connaturato nella loro coscienza, e che si esprime nella costatazione fatalista che il mondo è fatto così, e c’è chi nasce ricco e chi nasce povero e servo; nel riconoscimento passivo che esistono sulla terra due umanità: quella che s’ impadronisce della vita, delle sue ricchezze, dei suoi godimenti, che dispone delle moltitudini per servirsene, per sfruttarne le forze, le energie, le capacità; che governa, fa le leggi, parla, scrive, delibera in nome dell’umanità intera, poiché alle moltitudini di cui si serve come di strumento non riconosce una voce, un pensiero, una volontà di orientarsi nella vita in un modo suo, secondo un interesse proprio. E l’altra umanità, quella costituita appunto da queste moltitudini che lavorano, soffrono mille stenti, si difendono affannosamente dalla fame, sono dominate, soffocate materialmente e spiritualmente.
Le più umili lavoratrici, le più schiave, quelle per cui l’esistenza di queste due umanità è più evidente, non si domandano perché ciò avvenga, da che ciò nasca; come si mantenga questo assurdo stato di cose, come sia tollerato da chi ne soffre.
Così disperse, disorganizzate, isolate, sono troppo lontane dall’avanguardia operaia, che lotta tenacemente allo scopo di riconquistare all’umanità lavoratrice il diritto di crearsi un Governo suo, per ricostruire la società in modo che l’umanità ritrovi, in un regime comunista, la sua unità; e la produzione sia razionalmente organizzata in tutte le sue forme, in tutti i lavori femminili in cui oggi queste misere lavoratrici consumano la lorо pallida e muta esistenza.
G.R.