Partito Comunista Internazionale

Il Congresso di Lilla

Categorie: CGT, France, Revolutionary-syndicalism

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Nell’ultima settimana del mese scorso ha avuto luogo a Lilla, il Congresso nazionale della Confédération Générale du Travail

Non ne faremo la cronaca, certamente già nota ai nostri lettori: ci limiteremo ad alcune osservazioni che meglio serviranno a chiarire ed a spiegare l’importanza ed il significato nazionale ed internazionale che detto Congresso ha avuto per il movimento proletario e rivoluzionario.

Innanzi tutto un fatto s’impone all’attenzione generale: il forte e rapido sviluppo dello spirito rivoluzionario fra i lavoratori francesi. Chi non ricorda le condizioni del movimento francese durante e dopo la guerra? Le masse ubriacate di spirito sciovinista e nazionalista, immerse nell’orgia patriottarda, apparivano lontane da ogni più elementare coscienza di classe. La loro incoscienza ed impotenza di fronte ad una borghesia ferocemente reazionaria, aveva fatto della Francia la cittadella della reazione mondiale. Ed i riformisti, i centristi, in genere tutti i controrivoluzionari, ci additavano le condizioni delle masse francesi come argomento definitivo per dimostrare l’impossibilità della rivoluzione. La nostra fede però non vacillò per questo. Lo spirito marxista di cui è animata ogni nostra concezione politica ci diceva che date le condizioni economiche e finanziarie, ben presto si sarebbero risvegliati ed acuiti gli antagonismi economici e quindi gli antagonismi sociali. E la nostra previsione si è avverata fra l’esultanza di tutti i rivoluzionari ed il dispetto e terrore della borghesia e dei suoi valletti. Fra le masse francesi si sta sviluppando un processo di radicale spostamento a sinistra. Non per niente i riformisti dirigenti della Confédération hanno con tutti i mezzi anticipato di parecchi mesi il Congresso; e ciò nonostante non hanno avuto che la debole maggioranza di 200 voti su 3250 votanti. Tre o quattro mesi più tardi si sarebbero trovati in minoranza.

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E prima di venire a dire qualche cosa del Congresso è necessario accennare brevemente alle correnti politiche e sindacali esistenti nel movimento francese. 

Alla destra noi troviamo gli attuali dirigenti, Jouhaux, Metrheim, Bidegarray, ecc., i più tipici rapresentanti del tradimento riformista. L’opera di adulterazione della coscienza di classe dei lavoratori da essi compiuta è stata enorme. E’ superfluo ricordare minutamente i fasti e nefasti di cotesti signori durante e dopo la guerra. Essi, come i loro compagni di tutto il mondo, appartengono a quella schiera che nelle sue diverse sfumature è diversamente definita come socialnazionalista, socialtraditrice, ecc., ed oggi costituisce il più valido sostegno della borghesia. 

All’opposizione invece troviamo una corrente rivoluzionaria che nella sua maggioranza si differenzia in qualche punto dai comunisti. Essi sono i seguaci di quel sindacalismo rivoluzionario che proprio in Francia ebbe la sua origine, oltre che per una differenziazione teorica e di principio della concezione di-rivoluzionaria marxista, che non è qui il caso di analizzare, anche per reazione e protesta contro il politicantismo e l’arrivismo, di cui è in special modo intesuta la storia del movimento proletario francese.

Nelle file dell’opposizione non mancano naturalmente i comunisti i quali sostengono la adesione incondizionata a Mosca, il riconoscimento del partito politico e la subordinazione ad esso, la centralizzazione, ecc.: ma si trova in prevalenza l’altra corrente, quella dei sindacalisti rivoluzionari, che accettano di entrare nell’Internazionale rossa, ma con la pregiudiziale dell’autonomia sindacale sia nel campo nazionale che internazionale. 

Nonostante queste divergenze, il fronte d’opposizione è unito e compatto contro i riformisti della CGT. Contro di essi si conduce una lotta energica ed accanita, che aumenta sempre più l’influenza del «Conseil Sindycaliste révolutionnaire» fra le organizzazioni proletarie e diffonde lo spirito rivoluzionario fra le masse lavoratrici. 

I primi effetti si sono già visti nei brillanti risultati ottenuti al Congresso, per i quali uno dei leader dell’opposizione poteva affermare d’aver conseguito una grande vittoria.

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Come abbiamo in precedenza accennato il Congresso doveva tenersi in settembre. Ma il risvegliarsi dello spirito rivoluzionario fra le masse chiaramente manifestatosi con il rivoluzionamento avvenuto nei più importanti sindacati, turbò i sonni tranquilli dei mandarini sindacali, i quali si affrettarono a convocarło in anticipo nella speranza di porre un argine alla crescente influenza dell’opposizione rivoluzionaria ed arrestare lo spostamento verso sinistra della massa operaia.

E per raggiungere tale scopo non si peritano di provocare anche la scissione nei sindacati. Allontanando gli avversari dalle file dell’organizzazione, essi si ripromettevano di preservare dalla propaganda rivoluzionaria quella parte della massa ancora ad essi devota e mantenere quindi su di essa la propria influenza. Ma se a tanto giunsero in qualche organizzazione ed al sentimento unitario degli stessi organizzati che in massima seguono ancora le loro direttive. 

Con questi precedenti si è adunato il Congresso, il cui burrascoso e violento inizio è a tutti noto. 

L’urto fra le due correnti si è iniziato nella discussione sulla relazione morale, e si è poi allargato e sviluppato nel dibattito sull’indirizzo sindacale e internazionale.

Tutta l’azione della Confederazione venne sottoposta ad un’aspra critica da parte dei minoritari. Indubbiamente essi non hanno dovuto faticar molto per dimostrare il tradimento dei riformisti e la loro azione nettamente collaborazionista e controrivoluzionaria. La disfatta subita nelle più grandi battaglie del lavoro è la documentazione più evidente dell’inefficacia dei metodi di lotta da essi adottati Il voler persistere nella stessa via nonostante le disastrose conseguenze da essa derivate, è la aperta manifestazione di una cosciente volontà di voler legare il proletariato agli interessi della borghesia e mantenerlo sotto il giogo dello sfruttamento capitalistico. Nel campo internazionale poi, l’adesione incondizionata all’opera collaborazionista di Amsterdam esplicata nella Conferenza di Washington, nei nei rapporti col «Bureau Internazionale» di Ginevra, nei legami con la Società delle Nazioni, ecc., ecc., costituisce una riprova lampante di quale spirito sia animata la Confederazione, ormai passata dalla lotta di classe alla più aperta e sfacciata collaborazione di classe. 

Questa la sostanza intorno alla quale si sono accesi i più vivaci ed appassionati dibattiti fra le due frazioni gli uni riaffermando la loro passata attività e propugnando l’adesione ad Amsterdam, gli altri chiedendo un cambiamento nell’indirizzo sindacale e nei suoi metodi di lotta e proponendo l’adesione a Mosca previo rispetto dell’autonomia sindacale. 

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Nelle due votazioni avvenute, il rapporto delle forze opposte si mantiene quasi identico. 

Sulla relazione morale i maggioritari hanno avuto 1556 voti, i minoritari 1348, astenuti 46. 

Sull’indirizzo sindacale ed internazionale i maggioritari 1572 voti, i minoritari 1325. astenuti 66.

L’esigua maggioranza ottenuta dai riformisti è resa ancor più precaria dal fatto che gli astenuti pur avendo qualche indecisione per quanto si riferisce alla dichiarazione di solidarietà con Mosca, sono però apertamente contrari al Bureau confederale.

E degno di nota poi lo spostamento nel rapporto delle forze delle singole frazioni verificatosi dall’ultimo Congresso (settembre 1920) ad oggi. Mentre i maggioritari aumentano di soli 72 voti, i minoritari invece si accrescono di ben 700 voti. 

Dei 600 voti di maggioranza ottenuti ad Orléans, oggi i maggioritari non ne contano che 200, nonostante l’aumento degli effettivi della Confederazione. Abbiamo detto più sopra quale sia in ultima analisi il reale valore di questa maggioranza, tanto più quando si pensi ai vantaggi derivati ai maggioritari dal fatto di essere al potere e di poter quindi disporre di mezzi ben superiori a quelli dei minoritari per influire sulla volontà degli organizzati.

Le cifre riportate sono l’indice migliore dello sviluppo del movimento rivoluzionario in Francia. Man mano che la propaganda rivoluzionaria, strappando gli ultimi veli dietro cui si nasconde il tradimento del riformismo ed il danno da esso recato al proletariato, renderà sempre più evidente agli occhi dei lavoratori gli effetti disastrosi della politica nefasta di Jouhaux e C., la loro vera natura e fisionomia di servi della borghesia; man mano che l’acuirsi della crisi economica e finanziaria, accelerata dalla folle politica imperialista della borghesia francese, renderà sempre più aspri i conflitti di classe; le masse si libereranno completamente d’ogni illusione sulla possibilità di migliorare le proprie condizioni di esistenza sotto il dominio della borghesia e comprenderanno quale sia la via da seguire, per difendere realmente i propri interessi di classe. Ed allora si accentuerà lo spostamento verso sinistra dei lavoratori francesi, e non è difficile prevedere come al prossimo Congresso i minoritari conquisteranno con una schiacciante maggioranza la Confédération Général du Travail. 

In tale opera essi sono poi aiutati dagli stessi dirigenti confederali, che a differenza di quanto avviene tra noi, difendono apertamente e senza sottintesi le forme più sfacciate di collaborazione di classe e di tradimento della rivoluzione proletaria.

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Alcune osservazioni saranno necessarie sui risultati del Congresso e sulle mozioni votate. 

Per quanto riguarda la possibilità di una scissione è degno di nota quest’affermazione contenuta nella mozione maggioritaria in merito ai diritti della minoranza: 

«L’azione della minoranza può esercitarsi nel seno delle organizzazioni e nelle assemblee regolari dei Congressi. Essa non può essere tollerata quando prende un carattere di opposizione alle decisioni prese regolarmente dalla maggioranza. Come un organizzało non può aderire a due Sindacati, un Sindacato a due Federazioni, i raggruppamenti confederali si interdicono di appartenere a due Internazionali sindacali ».

E’ evidente che i maggioritari tendono a scindere l’organizzazione economica del proletariato, pur non manifestandolo apertamente, ben sapendo di incontrare in tal caso la ostilità della gran massa degli organizzati. 

In ogni caso essi dovranno lottare contro la risoluta volontà dei minoritari che si opporranno a qualunque tentativo di scissione. E tal fatto ha oggi una importanza ben maggiore che non per il passato, data la grande influenza che questi esercitano in seno alla Confederazione. Non per niente i riformisti si sono apertamente e pubblicamente pentiti di non aver escluso i comunisti al Congresso di Orléans, quando non contavano che un numero limitato di seguaci.

Ciò richiama alla nostra mente l’opera dei socialdemocratici in Germania, il deliberato ultimo della nostra Confederazione in merito alla disciplina delle minoranze, e ci fa comprendere come la tattica seguita dai controrivoluzionari sia ovunque la stessa, come gli stessi sono gli scopi: lotta contro i rivoluzionari e difesa della borghesia. Ovunque essi sentono vacillare sotto di sè il terreno, e per non cadere dal posto di comando non si peritano di calpestare gli interessi del proletariato a spezzare proprio quegli organismi della lotta proletaria, che a differenza dei partiti politici, devono rimanere uniti. Essi furono unitari là dove era necessaria la scissione, sono secessionisti qua dove è necessario l’unità. 

Un’ultima osservazione dobbiamo fare sulla valutazione dei suffragi raccolti dall’opposizione rivoluzionaria dal punto di vista comunista. Come abbiamo già accennato, nell’opposizione vi sono due correnti, di cui la più numerosa è costituita dai «sindacalisti rivoluzionari», sulla cui differenziazione dalla nostra tattica abbiamo già fatto menzione. Ora noi non possiamo certo valutare, l’insieme delle forze di opposizione come forze comuniste. Non che queste forze manchino, ma fra i rivoluzionari esse costituiscano ancora una minoranza. Infatti nella mozione estremista presentata al Congresso, là dove si parla dell’adesione a Mosca, è detto chiaramente che ciò deve avvenire a condizione che «i suoi statuti rispettino l’autonomia sindacale». Perciò una vittoria degli estremisti in seno alla Confederazione, noi non possiamo considerarla come una vittoria nettamente comunista pur riconoscendo in essa un gran passo in avanti della rivoluzione. 

Pertanto noi auguriamo ai sindacalisti rivoluzionari che essi possano al più presto sbalzare dalla posizione di comando la camarilla riformista attualmente dominante, ma ci auguriamo altresì che fra di essi si affermino i principii comunisti col riconoscere la gravità dei pericoli che presenta l’autonomia e l’indipendenza sindacale, da essi reclamata, di fronte ai ritorni offensivi della controrivoluzione, che solo un forte partito politico, centralizzato e disciplinato, può inesorabilmente spezzare per il trionfo della rivoluzione sociale.