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L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato Pt.14

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Nelle utime puntate della serie abbiamo esposto i dati economici del quinquennio 1953-57, arrivando alla conclusione che lo stesso procedere dello sviluppo economico della giovane Repubblica aveva determinato la fine del regime di Nuova Democrazia, proprio in quanto le contraddizioni sviluppatesi nel sottosuolo economico produttivo richiedevano imperiosamente la risoluzione del travagliato rapporto fra il settore agricolo ed industriale dell’immenso paese.

La soluzione che si affermerà, il «Balzo in avanti», cioé l’appello alla volontà di sacrificio delle masse operaie e contadine cinesi, poggiava interamente sui dati produttivi e fisici esposti; va aggiunto, ad evitare errate interpretazioni che tale affermarsi non fu né piano né scontato ma invece frutto di una vera lotta politica all’interno del Partito Comunista Cinese, lotta che portò a accelerazioni che faranno sentire il loro peso ancora un ventennio dopo.

Sarà questa lotta fra «destra» e «sinistra» che mostreremo nelle puntate a venire, mettendo in evidenza come sia la «destra» che la «sinistra» poggiassero la loro piattaforma su precisi capisaldi borghesi.

L’VIII Congresso del PCC: il difficile nodo della industrializzazione

Nelle ultime puntate della serie abbiamo esposto i dati economici del quinquennio 1953-57, arrivando alla conclusione che lo stesso procedere dello sviluppo economico della giovane Repubblica aveva determinato la fine del regime di Nuova Democrazia, proprio in quanto le contraddizioni sviluppatesi nel sottosuolo economico produttivo richiedevano imperiosamente la risoluzione del travagliato rapporto tra il settore agricolo ed industriale dell’immenso paese.

La soluzione che si affermerà, il “Balzo in avanti”, cioè l’appello alla volontà di sacrificio delle masse operaie e contadine cinesi, poggiava interamente sui dati produttivi e fisici esposti; va aggiunto, ad evitare errate interpretazioni che tale affermarsi non fu né piano né scontato ma invece frutto di una vera lotta politica all’interno del Partito Comunista Cinese, lotta che portò a lacerazioni che faranno sentire il loro peso ancora un ventennio dopo.

Sarà questa lotta fra “destra” e “sinistra” che mostreremo nelle puntate a venire, mettendo in evidenza come sia la “destra” che la “sinistra” poggiassero la loro piattaforma su precisi capisaldi borghesi.

Abbiamo già detto che il 1956 fu un anno particolarmente positivo per l’andamento della produzione industriale il che significò immediatamente una forte espansione della popolazione rurale e degli addetti.

Tale andamento positivo seguiva l’ottima annata agricola del 1955, anno decisivo per la cooperativizzazione, per gli aiuti russi e per il commercio estero.

Il congresso riunitosi nel settembre 1956 era in una certa misura ipnotizzato da tali successi economici e, stabilita la falsa equivalenza fra statalizzazione e socialismo (equivalenza da tutti accettata), pomposamente poteva affermare nella risoluzione finale che oramai si era giunti alla fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e che sparita la classe borghese era pure scomparsa la lotta fra classe proletaria e classe borghese detentrice dei mezzi di produzione.

Tale risoluzione non era altro che il riassunto del rapporto di Liu Shaoqi e sarà quindi apertamente sconfessata dalle Guardie Rosse della Rivoluzione Culturale che bollarono rapporto, risoluzione ed estensore come “borghese”, giudizio senz’altro giusto ma che non dà certo automaticamente diritto a chi lo formula di rappresentare gli interessi immediati e storici del proletariato.

«Questa trasformazione socialista ha già riportato una vittoria decisiva, ciò dimostra che, per l’essenziale, la contraddizione fra il proletariato e la borghesia è risolta in Cina, è finita la storia millenaria del sistema di sfruttamento di classe ed il regime socialista è già stato stabilito nel nostro paese (…) nelle condizioni del nostro regime socialista la vera natura delle contraddizioni è fra il regime socialista avanzato e le forze produttive della società».

Ma dopo una così decisa ed ottimistica affermazione, la risoluzione finale dell’VIII Congresso doveva rilevare le evidenti difficoltà contro cui si scontrava il processo di industrializzazione che nell’anno 1956 cominciò ad accusare i primi colpi, non tanto per il ritmo annuo di crescita della produzione industriale ma riguardo alla capacità dello Stato cinese di finanziare tale processo, sia prelevando surplus agricolo sia esportando prodotti agricoli.

La risoluzione infatti avvertiva sì che l’industria pesante ha la priorità nello sviluppo dell’intera economia, ma che «la tendenza ad insistere troppo sullo sviluppo dell’industria pesante a spese di quella leggera, ha come conseguenza l’indebolimento della stessa industria pesante».

La mancanza di fondi di finanziamento era poi ripresa nel punto 7 della stessa risoluzione: «7. Con il fine di alimentare lo sviluppo generale dell’economia nazionale alla scala di tutto il paese, è necessario dare una giusta soluzione al problema della ripartizione geografica delle industrie e delle altre imprese economiche. Per quel che concerne il rapporto fra le regioni interne e le regioni costiere, bisogna non solamente continuare a dislocare in maniera razionale le industrie chiave verso l’interno, a sviluppare l’edificazione economica nelle regioni interne, ma anche utilizzare al massimo e sviluppare come conviene l’edificazione economica nelle regioni costiere, soprattutto sfruttare pienamente le basi industriali costiere esistenti per alimentare il più rapidamente possibile le basi industriali nelle regioni interne del paese (…) Per quel che concerne il rapporto fra la grande, la media e la piccola industria, bisogna non solamente edificare le grandi imprese industriali che sono l’ossatura della nostra industria, ma anche costruire e ristrutturare in maniera sistematica le medie e piccole imprese che giocano il ruolo di ausiliarie e necessitano di uno sfruttamento minore per essere redditizie».

L’affermazione del punto 7 sulla mancanza di fondi per finanziare il processo di industrializzazione aveva costretto i pianificatori di Pechino a rivolgere per la prima volta in maniera preoccupata la propria attenzione alla vecchia industria leggera messa su dai vari imperialismi lungo le coste ed agli estuari dei fiumi.

Lo Stato investitore si vedeva costretto a battere cassa, ma lo stato di cose non poteva far sentire il suo terribile peso sull’intera struttura economica e sociale, non certo limitarsi a pretendere una maggiore redditività dell’industria leggera costiera.

Snodiamo il rosario: dietro la mancanza di fondi stava la necessità di esportare di più, cosa non possibile senza una agricoltura moderna capace di fornire un crescente surplus di prodotti, senza quindi meccanizzare il processo produttivo il che avrebbe significato meno addetti rurali ed un maggior inurbamento. Ma tutto questo richiedeva a sua volta un maggiore sviluppo industriale e, come ultima conseguenza, maggiori fondi.

La spirale era così innescata, preoccupando così i dirigenti di Pechino che già intravedevano e fìnanco toccavano con mano le prime difficoltà economiche, preludio di altro grave problema: lo Stato avrebbe retto ? Sarebbe riuscito a mantenere il suo controllo sugli operai e sui contadini chiamati a nuovi sforzi e sacrifici, sarebbe riuscito a mantenere fermo il suo compito di centralizzazione dell’immenso paese ? Problemi questi non economici, ma schiettamente politici.

Per queste ragioni gli interventi dei vari leader nell’arena congressuale toccarono, chi per un verso chi per l’altro, non solo il difficile rapporto fra agricoltura ed industria, ma anche le questioni cosiddette “burocratiche” (cioè i rapporti fra lo Stato, con le sue esigenze, e le classi, con le altrettanto proprie esigenze) e quelle riguardo il “soggettivismo” della conduzione economica delle aziende, questione questa che in verità non era altro che la punta affiorante dell’iceberg della centralizzazione delle varie regioni e di quella delle migliaia di aziende.

Pianificazione uguale centralizzazione politica ed economica

Dobbiamo per un momento soffermarci su quest’ultimo problema. Il potere di Pechino nel giro di un quinquennio era riuscito a statalizzare la quasi totalità del settore industriale, come quello dei servizi (trasporti, ecc.), ed in più manteneva fermo nelle sue mani il monopolio del commercio con l’estero, questo ben prima di aver quasi totalmente statalizzato il commercio al dettaglio ed all’ingrosso. Le dimensioni stesse del paese, il pulviscolo di aziende esistenti, la stessa arretratezza dei mezzi tecnici a disposizione, aveva imposto tale procedere pena il fallimento di qualsivoglia progetto di nazionalistica industrializzazione.

Tale “centralizzazione” è nella strada che conduce al socialismo ? Certo, come del resto i monopoli e le imprese multinazionali, i quali hanno soppiantato la libera concorrenza e le piccole aziende individuali, solo che il socialismo estenderà la sua assoluta centralizzazione alla scala dell’economia mondiale, primo passo per strappare ai prodotti il loro attuale contingente carattere di merci. La differenza non è di poco !

Per la Cina poi si stavano già delineando le prime chiare difficoltà in questa limitata centralizzazione, difficoltà che promettevano di far sentire il loro peso sui vari progetti di pianificazione.

Questo perché lo Stato centrale di Pechino poteva sì estendere il suo controllo sulla struttura industriale e commerciale, ma doveva limitarsi a semplicemente incoraggiare le attività economiche dello sterminato mondo contadino, le quali non potevano certo essere inquadrate con le imposte e con l’ammasso obbligatorio di una parte del raccolto dei cereali. Il mercato contadino, per di più un mercato alimentato dalla incontrollabile piccola conduzione, in definitiva dominava la struttura produttiva statale, vanificando per un verso la spinta centralizzatrice di Pechino. Da qui non solo la richiesta di prezzi “remunerativi” per i prodotti industriali ed agricoli, ma anche la richiesta di una certa autonomia delle singole aziende riguardo a cosa produrre, e come produrlo.

Soprattutto lo Stato non riusciva a “pianificare” la disponibilità di mano d’opera, troppo superiore alle effettive capacità di investimento di capitali nel processo produttivo.

Per queste convergenti ragioni fin dal 1953, dai vari Ministeri e dalle varie Regioni Amministrative provenivano evidenti spinte centrifughe subitamente annullate dal deciso potere centrale di Pechino, in questo all’altezza della borghesia rivoluzionaria europea.

L’esempio più clamoroso della funzione centralizzatrice di Pechino fu l’affare Gao Gang, potente leader Commissario politico della Regione del Nord ovest (Manciuria) e responsabile della Commissione di Pianificazione. La lotta contro la “cricca” di Gao Gang iniziata al IV Plenum del VII Congresso, febbraio 1954, terminò con l’annuncio di una sanguinosa purga al V Plenum nell’aprile 1955, che in campo economico significò diminuzione dei poteri dei vari Ministeri e delle varie Commissioni economiche a tutto vantaggio del potere centrale di Pechino e delle Commissioni di Partito, vero ente centralizzatore a cui non doveva opporsi nessun centro, nessuna autorità regionale o periferica.

La purga è significativa per altro verso: velatamente fu accusato Gao Gang di essere in procinto di costituire uno Stato indipendente in Manciuria rigidamente filo-russo anche per gli stretti legami di Gao con i dirigenti moscoviti. La lunga visita di Krusciov, Bulganin, Mikoyan e Svernik nel settembre 1954 a Pechino probabilmente quindi riguardò anche la purga in atto all’interno del PCC, ed il fatto che i russi concessero allora notevoli crediti, proprio quando un loro pupillo era in evidente disgrazia, depone a favore della forza ed autonomia di Pechino rispetto a Mosca, autonomia che si rimanifesterà clamorosamente con il balzo in avanti e la crisi politica ed economica susseguente.

Il nuovo sistema di conduzione economica, introdotto a seguito della purga contro Gao Gang ed i suoi seguaci, fu detto “sistema di combinazione della direzione collettiva e della responsabilità individuale”. Si basava sui “quadri” di Partito preposti al controllo della politica ed i manager direttori delle operazioni, divisione che, secondo Pechino, avrebbe impedito ad i vari Ministeri ed alle varie Regioni Amministrative di avvantaggiarsi gli uni nei confronti degli altri.

Il mondo rurale non si lascia pianificare

Ma se il nuovo sistema meglio impediva la decentralizzazione delle deboli risorse economiche, le esigenze di un mercato che si sviluppava spontaneamente premevano sui manager-direttori e sui quadri delle singole aziende.

Un anno dopo infatti nel settembre 1956, l’auditorio del congresso risuonò ossessivamente di appelli ad una maggiore libertà di movimento nella stesura dei piani produttivi, sia per le singole Regioni che per le Aziende.

Li Xue-feng, allora a capo della sezione Industria del Comitato Centrale, dopo aver rivelato che spesso i direttori delle fabbriche, le organizzazioni di Partito ed i Sindacati, usavano la coercizione per “convincere” gli operai ad attività extralavorative: «Il burocratismo e l’autoritarismo si sono fatti largo e lo spirito capitalistico di sfruttamento è rinato a sua volta. La presunzione e la sufficienza come gli atti arbitrari si susseguono di giorno in giorno»; richiede con decisione una revisione dei sistemi di compilazione ed esecuzione dei piani produttivi.

Se il primo rilievo di Li Xue-feng la dice lunga sul socialismo della gialla Repubblica, per niente diverso dallo schietto capitalismo occidentale, il secondo ci porta pari pari alle tesi aziendalistiche sostenute all’inizio degli anni Sessanta dall’economista Liberman, anticipato di un quinquennio circa.

Per Li infatti i “piani” non dovevano essere definiti una volta per tutte dagli uffici amministrativi regionali o ministeriali, ma, pur basandosi sugli obiettivi di massima fissati dal piano statale, ogni fabbrica doveva poterne modificare gli obiettivi, attraverso una specie di democrazia industriale in cui operai e tecnici avrebbero collaborato entusiasticamente.

Se polemicamente vale il riferimento che l’autogestione jugoslava, bollata con i peggiori epiteti dai caporioni di Pechino, non faceva che portare alle estreme conseguenze le considerazioni di Li Xue-feng, se materialisticamente vogliamo fissare gli avvenimenti politici alla base economica-produttiva, altra deve essere la considerazione: è facile centralizzare e coordinare un sistema di grandi fabbriche facendo perno sul monopolio del commercio e della mano d’opera in un ambiente già in alto grado proletarizzato; il difficile è quando la fabbrica, grande o piccola che sia, affonda in un vero e proprio oceano di piccola produzione familiare e particellare, dato quest’ultimo che non poteva essere certo esorcizzato con una cooperativizzazione la quale nulla mutava riguardo la conduzione tecnica aziendale.

Tale piccola produzione non solo genera spontaneamente “capitalismo”, passo in avanti per l’arretrata conduzione agricola cinese, ma di più, il mercato rappresentato da 500 milioni circa di “rurali” determina e regola i piani dell’industria statalizzata, siano questi piani formulati in un grigio ufficio statale o invece dalla collaborazione fra maestranze, direttori e quadri di partito !

«Linea di massa ! Un’amministrazione fortemente centralizzala su una base altamente democratica», esclama Li Xue-feng presentando il suo sistema di formulazione dal basso degli obbiettivi produttivi, continuando: «La direzione fa prima di tutto un’analisi e uno studio secondo le possibilità date, valuta il potenziale di produzione, ricerca i punti deboli della produzione, definisce gli obbiettivi economici e tecnici preliminari e formula le misure concrete necessarie, e ciò costituisce il progetto di piano; poi questo progetto è presentato alle masse degli operai e degli impiegati per essere discusso seriamente; il piano deve essere successivamente studiato dall’alto in basso, dal basso in alto, scala per scala, sintetizzato ed equilibrato per essere finalmente stabilito. Questo significa che il piano, pur essendo elaborato secondo le cifre di controllo avanzate dallo Stato, è determinato nello stesso tempo dalla pratica e dalle masse».

Se Li Xue-feng crede di poter quadrare il difficile problema della coesistenza fra il settore industriale-statale e quello agricolo-privato avanzando l’idea di una gestione aziendalistica della produzionemille volte peggiore di un burocratico accentramento – sarà invece lo stesso Li Fuzhun, presidente della Commissione di Piano, a presentare una “pianificazione” regionalistica spezzando l’ennesima lancia contro il soggettivismo e il burocratismo di una Commissione di Piano che, ammissione dello stesso Li Fuzhun, manca di conoscenze profonde:

«Bisogna adottare dei metodi di direzione unificata, di divisione di lavoro congiunto alla cooperazione. L’organo centrale di pianificazione è responsabile dell’equilibrio generale e coordina il paese intero; mentre gli organi di pianificazione delle diverse regioni e delle diverse branche devono effettuare seri sforzi per migliorare il lavoro di equilibrio coordinato nella sezione di competenza, salvaguardare al meglio il quadro di insieme e perfezionare i metodi per stabilire un tale equilibrio (…) gli obiettivi inclusi nel piano di Stato possono essere divisi in 3 categorie: gli obbiettivi aventi un valore direttivo, gli obbiettivi suscettibili di riaggiustamento e gli obbiettivi che servono solo come riferimento. Le regioni o branche che intendono modificare gli obiettivi che hanno valore direttivo possono farlo solo con l’approvazione della Commissione degli Affari dello Stato. Gli obbiettivi suscettibili di riaggiustamento possono essere modificati nel quadro e nei limiti previsti dalla Commissione».

Li Fuzhun sintetizza il suo sistema con lo slogan «una pianificazione unitaria ed una direzione economica divisa», ma il difficile rapporto fra il settore agricolo ed industriale, dal quale aveva origine l’esposizione di Li, non poteva certo risolversi con frasi più o meno belle.

I piani dell’industria statalizzata, nonostante il “monopolio” commerciale governativo, avevano come giudici ultimi 500 milioni di rurali, sui guadagni e sulle spese dei quali lo Stato poteva solo minimamente influire, un reddito quindi non pianificabile, vera incognita e, soprattutto, forza politica centrifuga nei confronti del Governo centrale di Pechino.

Tale Governo centrale si era costituito attraverso il tradizionale sistema cinese della mobilitazione delle masse contadine e dal mondo contadino non si era ancora totalmente emancipato; lo Stato doveva venire a patti con la arretrata conduzione particellare familiare !

Piani o prezzi ?

Più spregiudicatamente Chen Yun e Li Xiannian, anticipando nettamente futuri contrasti, rifuggiranno dall’attaccarsi a qualsivoglia formula. Partendo ambedue dalla considerazione che lo Stato non controlla le forze sociali agenti sul mercatoconfessione esplicita che la “pianificata” e statalizzata industria cinese dipendeva dagli umori del contadino e dal suo bilancio di entrate ed usciteimposteranno i loro discorsi sulla determinazione dei prezzi agricoli ed industriali, e sui sistemi di acquisto dei prodotti industriali da parte delle imprese commerciali.

Abbiamo già detto che in campo agricolo Chen Yun proponeva prezzi di acquisto remunerativi per i prodotti delle culture industriali avvantaggiandole rispetto alla sempre essenziale coltivazione dei cereali. Ora, tale proposta avrebbe conseguentemente determinato un allargamento delle attività private dei contadini e, secondo lo schema di Chen, accelerato il processo di meccanizzazione dell’agricoltura.

In campo industriale, anche qui anticipando di un quinquennio la “flessibilità” dell’economista russo Liberman, Chen propose che le imprese che producevano articoli di uso quotidiano fissassero l’entità della loro produzione secondo le richieste del mercato; Chen auspicava così un controllo centrale solo per determinate produzioni di interesse nazionale, mentre le altre non solo dovevano orientarsi seguendo le oscillazioni del mercato, ma le singole aziende sarebbero state anche pienamente responsabili dei propri guadagni e delle proprie perdite, postulato questo del classico capitalismo liberista con lo Stato decisiva forza economica ma non ancora Stato assistenziale.

«I dipartimenti commerciali hanno il diritto di acquistare prioritariamente le merci selezionate. Le merci che non sono oggetto di questi acquisti o che non sono state acquistate possono essere smerciate dagli stabilimenti stessi (…) Bisogna che la nostra politica dei prezzi sia favorevole alla produzione (…) Adesso, esiste nella nostra politica dei prezzi, un certo aspetto sfavorevole alla produzione, cioè a dire che nel campo dei prezzi di vendita, si considera in maniera semplicistica la stabilizzazione dei prezzi come unificazione dei prezzi o “blocco dei prezzi. È per questo, che non c’è che un debole scarto di prezzo fra prodotti di qualità differente (…) Non bisogna allarmarci per gli aumenti limitati e temporanei dei prezzi».

E la questione dei prezzi sarà decisamente ripresa da Li Xiannian Ministro delle Finanze, il quale associandosi con Chen Yun fece ben intendere che solo “stimoli materiali” derivanti da prezzi remunerativi potevano aumentare la produzione agricola, come del resto quella industriale.

Una parentesi si impone prima di riprendere la trattazione dello snodarsi degli avvenimenti: il quesitopiani” oprezzi” si risolve solo fissando indiscutibilmente i caratteri propri della struttura economica sulla quale uno Stato poggia, oltre alle sue caratteristiche politiche di classe. Uno Stato proletario poggiante su una struttura produttiva come quella cinese degli anni Cinquanta, o come su quella russa degli anni Venti, non ha da scegliere ipso facto frapiani” eprezzi”, in quanto lo Stato proletario determina il suo indirizzo economico secondo i dettami e le esigenze della politica comunista, che sono in primo luogo quelli della rivoluzione internazionale, dal che la potente espressione di Lenin economia-politica.

Su un piano totalmente diverso si svolgeva invece la contesa fra Chen e Li da una parte, e Li Fuzhun dall’altra: non la rivoluzione internazionale ma invece sviluppo borghese di una Cina capitalistica, sviluppo che logicamente abbisognava di entrambi gli aspetti dei termini in contrasto, di ambedue le politiche.

Posteriormente possiamo però affermare che la destra di Chen Yun e Li Xiannian intravedeva una strada più sicura e veloce di industrializzazione, proprio perché meno illusoria, più decisa a far precipitare l’immensa classe contadina nel girone infernale dell’accumulazione, usando per la bisogna il cavallo di Troia dei prezzi remunerativi.

Chen Yun e Li Xiannian in definitiva sostennero che uno Stato dotato di una salda Amministrazione e saldo Esercito, grandeggiante in campo industriale e commerciale, può dar corso al libero gioco delle forze economiche, attestandosi però in difesa di tale accumulazione originaria e senza abbassare la guardia di fronte agli inevitabili contrasti sociali.

Ecco un brano del discorso di Li Xiannian: «Bisogna sottolineare che essendo il commercio socialista divenuto poco a poco il commercio unico del nostro paese, la politica dei prezzi gioca un ruolo capitale nel commercio di Stato, la fissazione razionale o irrazionale dei prezzi influenza direttamente e largamente la produzione, il consumo del popolo e l’accumulazione di fondi da parte dello Stato. Nel corso degli anni passati non abbiamo fatto degli studi seri sui prezzi, né fatto il bilancio di queste esperienze; questo stato di cose non può durare».

Tant’è che Li Xiannian propone una serie di “stimoli” materiali per i contadini:

«Elevando i prezzi di acquisto dei prodotti agricoli, lo Stato conseguentemente metterà in circolazione una quantità maggiore di denaro. I redditi dei contadini aumenteranno e così il loro potere di acquisto. Pertanto, oltre all’approvvigionamento dei mezzi di produzione che deve essere assicurato ai contadini per permettergli di aumentare la loro produzione, occorre fornirgli una maggiore quantità di beni di consumo rispondenti agli accresciuti bisogni di consumo dei contadini. Siamo quindi obbligati ad accrescere di qualcosa la proporzione degli investimenti nell’industria leggera e a modificare in una certa misura la proporzione degli investimenti nell’industria pesante e negli altri settori».

La citazione mostra come la stessa “destra” non fosse abbagliata dalle sorti dell’industria pesante,e come pure fosse per uno sviluppo equilibrato dei tre settori produttivi, agricoltura, industria pesante e leggera.

Cadono quindi le tesi sostenute dalle Guardie Rosse durante la Rivoluzione Culturale quando la lotta politica all’interno del PCC evocò, come sarebbe poi successo con la lotta susseguita alla morte di Mao, le clamorose calunnie proprie dell’inquisizione europea.

Per verità storica va scritto che all’VIII Congresso tutti, esponenti della destra e della sinistra all’interno del PCC, sono per lo sviluppo simultaneo di agricoltura, industria pesante e leggera, rappresentato con lo slogan: sventolino i tre stendardi rossi. Perché tutti, dopo iniziali illusioni di industrializzazione accelerata, devono cedere di fronte all’inerzia storica del mondo contadino sprovvisto di qualsiasi ritrovato tecnico necessario ad una agricoltura moderna.

Il cedimento di Chen Yun e di Li Xiannian conduceva a manovrare i prezzi in favore del rurale, cedimento che non difetta di franchezza: il cedimento della Sinistra, rappresentata allora non solo da Mao ma in quel frangente anche da Deng Xiao-ping e per certi versi da Liu Shaoqi, avrebbe invece condotto alla mobilitazione sociale del Balzo in avanti che avrebbe consegnato in pompa magna l’etichetta di “socialista” a tutto quello che aveva un minimo riferimento con la campagna, nell’illusione che le forze materiali che sono i rapporti di proprietà e di produzione siano dominabili dalla Volontà umana.

Cedimento questo che avrebbe fatto fare un vero e proprio balzo all’indietro alle forze produttive ritardando così l’inevitabile processo di accumulazione e di proletarizzazione delle campagne cinesi.