L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato Pt.15
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Il 1957: preludio del Balzo in Avanti
L’ottimismo dell’VIII Congresso del settembre 1956 non resse alla prova del raccolto di autunno dello stesso anno. Il cattivo andamento della produzione agricola, proseguito nella primavera-estate 1957, dette gli ultimi colpi alle illusioni di crescita costante e sicura dell’intera economia.
Fattori fisico-climatici facevano valere il loro terribile peso, proprio perché ancora nel 1957 il regime di Pechino non aveva potuto neutralizzare, con grandi opere idrauliche tipiche degli inizi della storia della Cina, gli effetti di un clima di monsoni particolarmente brutale ed imprevedibile, i cui sbalzi, spesso considerevoli, colpivano direttamente la produzione agricola, che a sua volta influiva sull’intera produzione.
Tale difficile situazione fu ben sintetizzata da una dichiarazione emessa dal Governo di Pechino al tempo della visita di Mao a Mosca, novembre 1957:
«A causa dei buoni raccolti del 1952 e del 1955, lo sviluppo dell’economia è proceduto abbastanza rapidamente nel 1953 e nel 1956. Il valore lordo della produzione industriale (compresa l’industria artigianale) aumentò rispettivamente del 30% e del 28%. A causa dei cattivi raccolti nel 1954 e nel 1956, lo sviluppo dell’economia nazionale fu piuttosto lento nel 1955 e nel 1957. Il valore lordo della produzione aumentò rispettivamente del 5,6% e del 4%. Il motivo è che circa l’80% delle materie prime di cui ha bisogno la nostra industria leggera dipende dall’agricoltura, e l’industria leggera costituisce il 50% di tutta la nostra industria».
Secondo queste congetture il 1958 sarebbe stato un cattivo anno per la produzione industriale, a meno che in un modo o nell’altro fosse rotta questa antica dipendenza dalle sorti dell’industria rispetto a quelle dell’agricoltura, nodo che i dirigenti di Pechino cercarono definitivamente di sciogliere durante il dibattito al III Plenum del CC allargato del PCC.
Il III Plenum si svolse dal 20 settembre al 9 ottobre 1957 ed ebbe come rapporto principale, l’unico ad essere interamente pubblicato, una relazione di Deng Xiaoping sulla repressione del movimento dei “Cento fiori”. Gli altri due rapporti, tutt’oggi sconosciuti, furono di Chen Yun sulla proposta di mutare il sistema dell’amministrazione economica e sul problema di un maggior drenaggio di plusvalore dalle campagne, e di Zhou Enlai su “Salari e benessere”.
Questa non pubblicazione probabilmente indica che le decisioni prese dal Plenum non furono quelle prospettate dai relatori; questo ad ogni modo il breve comunicato che seguì la chiusura del Plenum:
«La riunione ha fondamentalmente approvato il programma 1956-67 (dodici anni) per lo sviluppo nazionale dell’agricoltura (abbozzo corretto). Tale abbozzo deve circolare nei villaggi del paese per essere discusso. Successivamente deve essere sottoposto a un Congresso nazionale di Partito per la ratifica, e successivamente presentato al Congresso nazionale del Popolo per la discussione e la ratifica. La riunione ha anche approvato sostanzialmente il miglioramento del sistema di direzione industriale (abbozzo), la regolamentazione per il miglioramento del sistema di direzione commerciale».
Secondo la ricostruzione dello studioso Franz Schurman, collimante con il materiale documentario prima e dopo Plenum, Chen Yun sostenne con vigore che unica possibilità di risolvere il problema dell’aumento della produttività agricola era di dar libero corso ad una politica di incentivi materiali (la questione dei “prezzi”, già svolta all’VIII Congresso), dando quindi alle unità di produzione – le cooperative agricole soprattutto, ma anche le singole aziende – la possibilità di produrre per il proprio guadagno attraverso una certa espansione del mercato, libero dai vincoli imposti dai prezzi statali.
Ma i maggiori guadagni delle cooperative avrebbero influito sulla produzione dell’industria leggera fornitrice di beni di consumo, spingendola ad aumentare la produzione per soddisfare la crescente richiesta di prodotti dalle campagne, sprovviste praticamente di tutto e con condizioni di vita miserrime. Anche l’industria leggera avrebbe beneficiato di una maggiore libertà di azione, sia in campo produttivo che commerciale, per cui le forze spontanee del mercato avrebbero premuto sui governi regionali da cui dipendeva quasi totalmente tale industria. Quella pesante sarebbe rimasta invece sotto il controllo diretto dei Ministeri, cioè di Pechino.
Altro fatto da allineare: nel 1957 Pechino aveva dovuto permettere l’apertura di liberi mercati dei prodotti agricoli dove i contadini vendevano le eccedenze non ammassate dallo Stato centrale attraverso imposte ed acquisti obbligati, e questa apertura dei mercati era stata accompagnata dall’aumento degli appezzamenti privati e dalla diminuzione delle dimensioni delle cooperative che pare fossero generalmente sotto il controllo dei contadini medi e benestanti, più istruiti e maggiori apportatori di terre e capitali, sui quali il PCC aveva in quegli anni poca presa.
Chen Yun pertanto, proponendo una politica di tolleranza nei confronti di questo stato di cose, si aspettava che il mercato desse il là alla formazione di capitale agrario, proletarizzando chi veniva sconfitto nell’oggettiva arena del mercato.
La sua tesi economicamente non faceva una grinza: essendo lo Stato centrale impossibilitato ad attuare, o solamente favorire, questo processo, non gli rimaneva altro che permetterlo alle singole aziende attraverso la concorrenza.
La risoluzione faceva invece riferimento esplicito al programma dodecennale, preposizione che non significava altro che una costante e totale mobilitazione sociale delle masse contadine ed urbane.
I sostenitori della politica di mobilitazione sociale ammettevano l’importanza dell’industria leggera come naturale legame fra l’agricoltura cooperativizzata ed arretrata, e la moderna e centralizzata industria pesante.
Destra e sinistra non potevano non riconoscere che la maggior parte delle materie prime agricole venivano lavorate dall’industria leggera, principale fonte dei capitali investiti nella nascitura industria pesante.
Uno sviluppo rapido dell’industria leggera era pertanto possibile solo con uno sviluppo altrettanto rapido della produzione agricola, pure unica possibilità dell’intensificazione del commercio cino-sovietico. In queste considerazioni le due politiche, quella degli incentivi materiali (prezzi remunerativi) e della mobilitazione sociale (piano dodecennale), presentavano significative concordanze.
La discordanza si manifestava prima di tutto sui ritmi di sviluppo delle diverse branche produttive, ritmi che avevano immediate ripercussioni sociali oltre che produttive.
Mao, nell’allocuzione finale del 9 Ottobre 1957, “Essere stimolo per la rivoluzione”, così presenta le tesi della “sinistra”:
«Parlando del rapporto tra industria e agricoltura, naturalmente consideriamo come fulcro l’industria pesante ed accordiamo ad essa uno sviluppo prioritario: su questo non c’è il minimo dubbio o la minima esitazione. Ma stabilita questa premessa, è necessario procedere ad uno sviluppo simultaneo dell’industria e dell’agricoltura edificando un’industria e un’agricoltura moderne (…) quinto punto, l’anno scorso sono state spazzate via alcune cose, una di queste è il principio di “quantità, rapidità, qualità, economia». Sono state abbandonate quantità e rapidità, e di passaggio, sono state spazzate via anche qualità ed economia. Queste due ultime, a mio parere, non trovano oppositori; quelle che non piacciono sono proprio la quantità e la rapidità, alcuni compagni le chiamano “avventurismo”».
Mao e la “sinistra” erano quindi per ritmi veloci nell’incremento delle varie produzioni, dall’agricoltura all’industria pesante, il che significava però una gravosa dipendenza dal commercio con lo Stato di Mosca, il temuto grande fratello, unico fornitore di macchine e beni di produzione attraverso il dilatarsi degli scambi commerciali.
Chen Yun e la “destra” pertanto, proponendo ritmi di sviluppo più lenti, più equilibrati, sarebbero stati in definitiva più autarchici di Mao e dei suoi seguaci, schierandosi così a difesa della indipendenza delle sorti economiche cinesi da fattori esterni, ennesimo scacco per chi intende l’indagine storica come un allineamento di slogan ad effetto, si avrà infatti che il grande sforzo produttivo delle sterminate masse cinesi nel biennio 1958-59, in cui troneggiava lo slogan: camminare sulle proprie gambe, vide crescere a livelli record il commercio della Repubblica Popolare Cinese con la Russia ed i suoi satelliti.
La politica di mobilitazione sociale aveva poi un’immediata ripercussione su come intendere il decentramento produttivo: Chen Yun lo proponeva come autonomia gestionale delle unità produttive per una loro ricerca di attività più retributive, posto in primo piano l’imperativo economico.
Mao ed i suoi, invece, intesero il decentramento produttivo come una completa libertà di azione dei comitati di partito e dei “quadri” la cui azione andava appoggiata, al di sopra di ogni considerazione economica, surrogate dall’entusiasmo rivoluzionario, dal sacrificio, dall’abnegazione.
Questo il significato reale dello slogan maoista “la politica al posto di comando”; i “quadri” potevano poi alimentare e dirigere tale mobilitazione sociale solo se l’influenza dei contadini ricchi e medi nelle cooperative agricole veniva meno, se i direttori ed i tecnici delle aziende venivano costretti a seguire qualunque direttiva giungesse loro dal quadro di partito, spesso a digiuno di elementari cognizioni tecniche.
Preludio del Balzo in Avanti e della sua catastrofe economica.
Mobilitazione e migrazioni verso la campagna
Il 20 settembre 1957 era iniziato, come già detto, il III Plenum del Comitato Centrale decisivo per l’affermarsi della politica della “mobilitazione sociale” sostenuta da Mao ed i suoi.
Già però il 24 settembre dello stesso anno, il Consiglio di Stato annunciò un nuovo movimento per la costruzione ed il miglioramento degli impianti idrici, il che era un chiaro segnale sul riaffermarsi di una maggioranza favorevole alla “mobilitazione”.
Un programma di irrigazione su vasta scala e di grandi lavori idrici era stato realizzato con successo nell’inverno 1955 e nella primavera 1956, dopo quindi l’ottimo raccolto del 1955, nei mesi invernali morti per i lavori agricoli.
Stavolta, per lo stesso periodo “morto”, il programma era più ambizioso ed i complessi lavori vennero affidati direttamente alle cooperative, cosa che rappresentava la vera novità.
A fine anno, dopo cioè i risultati del III Plenum, il movimento era divenuto una “marea”, con «sei milioni di persone che si lanciarono nella campagna per la costruzione degli impianti idrici».
Siccome i lavori vennero affidati alle cooperative, i progetti furono elaborati su scala relativamente ridotta, poiché «lo Stato spendeva poco e si affidava soprattutto alle masse», come ebbe a dire Tan Zhelin, direttore della Sezione Agricoltura e Foreste del Consiglio di Stato.
Fu questa la prima mobilitazione dei contadini momentaneamente disoccupati, insieme a molte centinaia di migliaia di “urbani” da rieducare o semplicemente da rimandare nello sconfinato retroterra contadino.
La “mobilitazione” fu quindi accompagnata da una nuova ondata migratoria, voluta fortemente dalle autorità centrali e periferiche.
Se il vice sindaco di Wuhan dichiara alla fine del 1957 che la popolazione “fluttuante e temporanea” della città supera i 2,2 milioni, a Tientsin si parla invece dell’arrivo di 205 mila contadini fra il 1956 ed il 1957; sta così al “Jenmin Jihpao” del 16 dicembre, denunciare come le migrazioni verso le città non sono controllate, con imprese che reclutano contadini «senza autorizzazione» e con gli organi amministrativi incaricati del controllo degli abitanti urbani che “lasciano correre”». E due giorni dopo la denuncia, il 16 dicembre 1957, il Consiglio di Stato ed il CC lanciano una direttiva congiunta per l’ennesimo appello per la cessazione dell’esodo dalle campagne alle città.
La mobilitazione per i lavori idrici, con i disoccupati delle città e con le persone poco occupate impiegate nei cantieri rurali che in quei mesi si moltiplicavano, fu quindi un ottimo espediente per frenare il rigonfiamento delle città, ma fu soprattutto una prova di capacità di mobilitazione dell’apparato di Partito e di governo.
I progetti infatti trattavano essenzialmente di bacini di raccolta delle acque per ovviare alle ricorrenti siccità e inondazioni, e dovevano essere terminati velocemente perché con l’arrivo della primavera occorreva ritornare ai necessari ed indispensabili lavori agricoli, senza contare che le piogge primaverili avrebbero intralciato e disturbato l’andamento dei lavori.
L’apparato dei quadri di partito ebbe una parte fondamentale nell’esecuzione dei progetti, e costituì la vera spina dorsale della mobilitazione dello sterminato esercito di mano d’opera, necessariamente perché, per la stessa distribuzione delle acque, certe costruzioni dovevano coordinare il lavoro di più cooperative, e travalicavano gli stessi ristretti confini locali. Ma questa mobilitazione controllata dai quadri di partito ci mostra altresì un aspetto fra i più importanti della politica agricola perseguita con il Grande Balzo in Avanti, pochi mesi dopo: accrescere la produzione agricola associando all’uso massiccio di forza lavoro non specializzata per costruire le infrastrutture necessarie allo sviluppo della produttività agricola, un maggiore controllo della struttura di partito sulla popolazione e controllo necessario per sfruttare la grande ricchezza della Cina, più volte inneggiata da Mao: le braccia di 600 milioni di esseri umani !
Riunioni preparatorie
Se la II sessione dell’VIII Congresso tenutasi a Pechino dal 5 al 25 maggio 1958 sarà l’assise che lancerà il Grande Balzo in Avanti, le riunioni del Comitato Centrale del PCC che si tennero dopo il III Plenum furono, anche per la presenza dei segretari provinciali e dei massimi dirigenti di governo, le vere e proprie riunioni in cui furono sistemati i dettagli dell’ennesima battaglia economica.
La prima riunione si ha nel dicembre 1957 a Hangzhou, la seconda nel gennaio seguente a Nanning, e dalle due riunioni seguì una bozza di risoluzione (segno di non sopiti contrasti interni) il 19 febbraio 1958, titolata “60 punti sui metodi di lavoro” e stesa congiuntamente dai due futuri acerrimi rivali: Mao Zedong e Liu Shaoqi.
Altre due riunioni, sempre del Comitato Centrale e dei segretari provinciali, si tengono a Chengdu nel marzo 1958, e l’ultima, prima della II sessione dell’VIII Congresso,che si ha nell’aprile è la Conferenza di Wuhan.
Il documento più importante di queste riunioni fu la bozza “60 punti sui metodi di lavoro”, accompagnata da una presentazione dello stesso Mao che in poche righe ribadiva il duro compito che i proletari ed i contadini venivano chiamati ad assolvere:
«Stiamo ora constatando un’attività e una creatività delle masse popolari sul fronte della produzione maggiori di quanto abbiamo mai visto finora. Una nuova alta marea della produzione è salita, e sta ancora salendo, poiché il popolo dell’intero paese si è ispirato alla parola d’ordine “Superiamo la Gran Bretagna nel ferro e nell’acciaio e negli altri principali prodotti industriali in quindici anni al più”».
La presentazione avvertiva che questa nuova situazione pretendeva subitamente una modifica di alcuni metodi di lavoro del Centro e dei Comitati di Partito. Una chiosa è facile: l’opportunismo senza capisaldi di principio è costretto ad una serie di mosse e mossettine per aggiustare la sua tattica e la sua organizzazione interna a situazioni non previste, né studiate, né preparate, ma semplicemente subite, condanna, questa, di tutti i vantati Timonieri ! Rilievo questo che naturalmente non vale solo per il defunto Mao, stella d’oriente, ma anche per i moccoli occidentali dalla tremolante luce.
Dei “60 punti” ne rileviamo alcuni fra i più significativi.
I punti 8 e 20 parlano dei piani produttivi e di ispezioni alle Comuni agricole, segno quindi che già nell’inverno 1958 erano iniziate le fusioni fra Cooperative, e che, come nel caso della collettivizzazione di due anni prima, la deliberazione decisiva non ratificherà altro che un dato di fatto.
Il punto 13 è una parola d’ordine di mobilitazione “Lotta dura per tre anni. Il nostro metodo: scuotiamo le masse senza alcuna riserva; tutto deve essere sperimentato”.
Il punto 16 è sull’accumulazione di capitale nelle cooperative agricole, problema sul quale era in definitiva ruotata tutta la polemica precedente fra “destra “e “sinistra”. Gli aumenti di produzione che le cooperative realizzano non dovevano essere interamente consumati; il 50-70% di questi, oppure addirittura tutti gli aumenti, devono servire per l’accumulazione di capitale, come preparazione al Grande Balzo in Avanti.
Produzione quindi in funzione dell’accumulazione, e questa in funzione della produzione futura, ciclo classico di ogni accumulazione originaria, non del sistema produttivo socialistico, ma del classico capitalismo.
Il punto 17 suona come condanna per l’economia degli appezzamenti privati dei contadini e nel contempo preziosa confessione della ritirata dell’anno 1957. In certe località il reddito della famiglia contadina proviene per il 60-70% dall’appezzamento privato, dal che il poco entusiasmo dei contadini per la sorte delle cooperative.
I punti 21 e 22 enunciano completamente lo spirito del Balzo in Avanti:
«Rivoluzione ininterrotta. Le nostre rivoluzioni si susseguono una dopo l’altra (…) Le nostre rivoluzioni sono come battaglie. Dopo una vittoria, dobbiamo subito proporre un nuovo obiettivo. In questo modo, i quadri e le masse saranno sempre pieni di fervore rivoluzionario anziché di presunzione. In verità, non avranno tempo per la presunzione, anche se a loro piacerebbe (…) Rosso ed esperto, politica ed attività professionale,il rapporto tra questi elementi costituisce l’unità delle contraddizioni. Dobbiamo criticare l’atteggiamento apolitico. Dobbiamo opporci da un lato ai “politici” dalla testa vuota, dall’altro ai “pratici” privi di orientamento (…) Ignorare l’ideologia e la politica, preoccuparsi esclusivamente di problemi economici: il risultato sarà un economista o un tecnico disorientato, e questo è un disastro (…) Lo squilibrio è una regola generale, oggettiva. Il ciclo, che è senza fine passa dallo squilibrio all’equilibrio, e quindi di nuovo allo squilibrio. Ogni ciclo, peraltro, ci porta a un livello superiore di sviluppo. Lo squilibrio è normale e assolutamente l’equilibrio è temporaneo e relativo. I cambiamenti verso l’equilibrio e lo squilibrio nella nostra economia nazionale di oggi sono un parziale mutamento quantitativo nel generale processo di mutamento qualitativo».
Queste sono citazioni che meritano un nostro commento, perché se da una parte è tesi nettamente marxista che è la politica che deve dominare l’economia («la politica è l’espressione concentrata dell’economia (…) la politica non può non avere il primato sull’economia», dirà il restauratore Lenin nella polemica con Trotski e Bucharin sui Sindacati nel 1921), nel senso che lo stesso Stato proletario dovrà affrontare tutti i suoi problemi non dal semplicistico punto di vista amministrativo-contabile, ma da quello ben più complicato dei rapporti fra le classi, e della loro influenza sulla politica interna ed esterna del Partito e dello Stato, dall’altro le tesi maoiste approdano completamente nell’idealismo e nel riformismo.
La tesi maoista è che lo slancio delle masse può surrogare un determinato basso sviluppo delle forze produttive, sostituendosi così ai mezzi di produzione che il capitalismo mondiale teneva ben stretti,situazione questa reale e non certo inventata dalla pur fertile mente di Mao. Si ha così che lo sviluppo delle forze produttive dipenderà e seguirà l’intensità di questo slancio, dal che la proposizione di “rivoluzioni che si susseguono”, di “fervore rivoluzionario” che non si deve spegnere.
Solo il “rosso ed esperto” può mantenere questo slancio, e, soprattutto può farlo mantenere, con il bastone e la carota, ai “quadri ed alle masse in odore di presunzione”, tanto più che si deve ammettere che lo sviluppo dell’intera economia passa da un equilibrio ad uno squilibrio, e poi di nuovo ad un equilibrio. Più crudamente, fedele al suo personaggio, Liu Shaoqi dirà alla II sessione dell’VIII Congresso: flusso, riflusso, ancora flusso, presentando così un andamento sinusoidale dell’economia, schema che corrispondeva altresì alle esigenze degli uomini chiamati a mobilitarsi, capaci si di grandi sforzi fisici, ma pure bisognosi del necessario riposo.
Mao lo deve rilevare il 20 marzo a Chengdu: «Se abbiamo soltanto fretta e duro lavoro, questa è unilateralità. Preoccuparsi soltanto dell’intensità del lavoro non sarebbe sufficiente, non è vero ? In tutto il nostro lavoro noi dobbiamo servirci sia della calma che della fretta (per esempio, il segretario di partito del Hsien di Wuchang non aveva tenuto conto dei sentimenti dei contadini e voleva che andassero a lavorare alla costruzione della diga anche il 29° giorno del decimo mese (lunare), così più della metà dei lavoratori civili non si presentarono».
Se di passaggio possiamo notare che questo schema “sinusoidale”, “un progresso ad ondate” dirà sempre il 20 marzo Mao, poggia interamente su capisaldi filosofici idealisti, perché il riconoscimento del “movimento” sociale (al quale erano già approdati i greci) manca della determinazione delle caratteristiche del modo di produzione reale, presente, finendo così sospeso nel niente della teorizzazione equilibrio-squilibrio, è chiaro che la questione non era, e non è, semplicemente filosofica ma ha un’immediata ripercussione nella politica pratica del regime. Infatti un dettame del Grande Balzo in Avanti è che lo sviluppo economico non dipende dalla distribuzione aritmetica delle risorse note, ma dalla mobilitazione di tutte le risorse latenti, delle braccia e delle menti dei 600 milioni di cinesi !
Ma allora spariscono le figure dei contadini poveri e agiati, del proletariato di fabbrica come del suo direttore, del quadro di partito come dell’impiegato statale, ed appare in tutta la Cina, in ogni suo angolo, anche quello più remoto, il volto serio e barbuto di Stachanov ai cui sforzi tutto si chiede !
Mistica di giovane Stato borghese
Se quindi la strada dei “prezzi” propugnata da Chen Yun presupponeva uno Stato chiuso, rigido, pronto a difendersi anche militarmente per controllare le forze sociali messe in moto dalla “liberalizzazione” economica che avrebbe incrinato la sua base sociale, il contadiname, la strada della “mobilitazione” ammetteva uno Stato aperto, più “popolare» e meno “centralizzato”, unico modo perché fosse possibile attuare una mobilitazione fisica, morale, ideologica, capace di sfruttare fino in fondo tutte le risorse, di popolazione e di dati fisici dell’immenso paese, confessione questa di una economia dipendente dalla campagna e che riusciva solo malamente a risolvere il problema base di ogni ulteriore progresso: l’alimentazione !
Il discorso che Mao tenne il 28 gennaio 1958 al Consiglio di Stato, ben sintetizza lo spirito della “mobilitazione» che si stava preparando:
«Raggiungeremo l’Inghilterra in 15 anni circa; la pubblicazione del programma in 40 punti per lo sviluppo agricolo è stata di grande incoraggiamento per le masse (…) Non c’è posto per il pessimismo. Il pessimismo è sbagliato. Quando critichiamo i pessimisti non dovremmo venire alle mani ma cercare di farli ragionare. Dobbiamo dirgli che abbiamo davvero una speranza grande non piccola. Dobbiamo insistere sulla parola “grande”, o come dicono i giapponesi (quando parlano cinese) abbiamo “grande grande” speranza.
«La nostra nazione si sta svegliando, proprio come una persona che si sveglia dopo il sonno della notte. Abbiamo rovesciato il sistema feudale vecchio di migliaia di anni e ci siamo svegliati. Abbiamo cambiato il sistema di proprietà; abbiamo ottenuto vittorie nelle campagne di rettifica e nella campagna contro la destra. Il nostro paese è al tempo stesso povero e bianco. Il povero non ha niente che possa dire di suo. Chi è in bianco è come un foglio di carta bianca. Essere povero è una cosa buona perché ti spinge a essere rivoluzionario. Con un foglio di carta in bianco si possono fare molte cose. Ci puoi scrivere sopra e disegnarci. La carta in bianco è la migliore per scriverci su (…) Tuttavia noi abbiamo grande slancio, dobbiamo metterci alla pari. Raggiungeremo l’Inghilterra entro quindici anni.
«Questi quindici anni dipendono dai primi cinque. I primi cinque dipendono da i primi tre. I primi tre dal primo e il primo anno dal primo mese.
«Ora il nostro entusiasmo si è risvegliato. La nostra è una nazione ardente, travolta da una bruciante marea. C’è una buona metafora in proposito, la nostra azione è come un atomo… quando il nucleo di questo atomo verrà spezzato, l’energia termica sprigionata avrà una potenza davvero impressionante. Noi saremo capaci di fare cose che prima non potevamo fare».
Il mistico discorso tutto teso a scuotere gli animi della Nazione e del popolo lanciati verso borghesi traguardi, innalza la povertà a fattore positivo, secondo l’assioma che il povero è rivoluzionario e possiede entusiasmo.
Ora, l’appello mistico all’entusiasmo delle masse diveniva indispensabile ad un regime che si apprestava a sostituire con l’energia umana i mezzi produttivi offerti dalla rivoluzione tecnica capitalistica, blandendo in una certa misura la diffidenza contadina verso le innovazioni moderne; ma subito va aggiunto che non solo l’equazione povero uguale rivoluzionario è falsa, in special modo quando il povero è rappresentato da una massa di piccoli contadini che tendono a dar soddisfazione ad illusioni proprietarie, ma di più: la Cina non poteva, ne può, essere nessuna pagina bianca.
La Cina è stata teatro di epiche lotte di un giovane ma concentrato e combattivo proletariato, risultato diretto della violenta penetrazione imperialistica in un immenso paese dal modo di produzione asiatico. Sconfitta la rivoluzione proletaria negli anni 1927-28 per cause essenzialmente internazionali, la Cina ha mostrato una rivoluzione borghese contadina capace di decisioni e di impennate orgogliose nei confronti dell’intero schieramento imperialistico, Russia compresa.
Rivoluzione borghese in un processo internazionale di “controrivoluzione democratica”, va giudicata sistemando al loro giusto posto fattori interni ed esterni per un lungo arco di tempo, zeppo di avvenimenti potenti e miseri che fanno della Cina tutto fuorché una pagina bianca.
La dimenticanza di Mao non è di poco conto né casuale, è il mito borghese dell’Uomo che fa la storia mentre il marxismo afferma che la fa ma con il materiale del passato e con i… piedi, dimenticanza che naturalmente intendeva una Cina ridotta ad un modello autoctono ed arcaico, estrema beffa alla pretesa di raggiungere in quindici anni la perfida e vecchia Albione studiata da Marx come modello capitalistico valevole per l’intero globo !