Partito Comunista Internazionale

La situazione della donna in Turchia

Categorie: Turkey, Women's Question

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Per avere una idea che caratterizzi la storia delle donne orientali basterebbe dire che tale storia non ha che due età, due a- spetti, due solamente: L’epoca che data dalla riforma di Maometto agli anni prece- denti alla guerra e quella che data dallo scoppio della guerra, fino ad oggi. Prima del repentino spezzarsi delle inferriate della gabbia, prima di questa irruzione di aria libera nelle loro esistenze oppresse, nulla era accaduto per secoli e secoli, buio assoluto mai il più lieve cambiamento nelle terribili leggi che atrofizzavano la vita della donna. Erano leggi dettate dal Profeta, lungi dall’essere draconiane, costituivano allora un progresso formidabile sui costumi del tempo in cui, alla nascita di una bambina, considerata come una calamità, seguiva lo infanticidio, Maometto elevandosi contro queste pratiche soppresse l’infanticidio delle bimbe, limitò la poligamia e mitigò considerevolmente la sorte di bestia riproduttrice a cui era riservata la donna. Ma una volta compiuta questa rivoluzione, ne segnò i limiti impedendo che s’ avanzasse di più; fino a non molto tempo fa essa si ispirava a principi come questi che scelgo a caso.

Gli uomini sono superiori alle donne perché Iddio ha dato loro la preminenza su di esse. Le donne devono essere sottomesse. I mariti che hanno a soffrire delle loro disubbidienze possono punirle e anche bastonarle. Se qualcuna delle vostre donne ha commesso adulterio, chiamate quattro testimoni, se le testimonianze sono contro di lei, chiudetela in casa e fate che la morte compia la sua opera. Dio vi comanda, nel dividere i vostri beni, di assegnare ai maschi una proporzione doppia di quella delle donne. Chiarissime ed esatte definizioni di inferiorità delle donne. Principi che restarono fissi, impressi nella loro mente, impastati colla loro carne stessa, latenti in tutti i loro gesti.

Una grande evoluzione si è compiuta però dopo la guerra, e, a dire la verità, dalla guerra data il principio della liberazione della donna turca.

Nella piccola borghesia esse lavorano per vivere. Questo cambiamento notevole incominciò fin dal primo anno della guerra coll’ammissione nel Ministero delle finanze d’una dattilografa; naturalmente ne nacque uno scandalo. Ma dopo qualche tempo le grandi amministrazioni ed i ministeri assunsero personale femminile, ed ora le poste, gli ospedali, i magazzini e le prigioni impiegano delle donne. 

Ricordiamo però che, come da noi, esse ricevono uno stipendio inferiore a quello degli uomini e che questo stipendio le costringe a vivere molto miseramente.

Potrei accumulare degli esempi sulla emancipazione delle donne turche, ma per non allontanarmi un istante dalla realtà devo dire subito che vi è una grande differenza fra i diritti che esse hanno e quelli che esse si sono attribuiti.

A questo riguardo mi è parso interessante di riunire qui i punti più salienti degli articoli che compongono legalmente la loro situazione matrimoniale.

L’uomo ha il diritto di sposare nel medesimo tempo quattro donne. (Si vede dunque che se per delle ragioni economiche la poligamia non è più praticata essa è ciononostante legalmente ammessa). E’ proibito ad una donna mussulmana di sposare un non mussulmano. Al contrario un mussulmano può sposare una non mussulmana.

Lo sposo ha tutti i diritti al divorzio. La donna non ne ha alcuno. Ciononostante il giudice può, dietro sua domanda, autorizzare la separazione nei casi particolari, come di demenza o malattia contagiosa del marito.

Come si vede se nella realtà la donna è riuscita a liberarsi di una tutela molto più schiacciante di quella della donna europea, essa resta, dal punto di vista legale in uno stato di notevole inferiorità.

Le donne della buona società sono in generale innegabilmente superiori agli uomini della loro classe; moltiplicando però anche per pagine e pagine le prove, della nuova libertà della donna dovremmo sempre riferirci a quelle della classe privilegiata.

La donna veramente schiava è la moglie dell’operaio di Costantinopoli, carica di fanciulli, che ai nutre appena, che trascina un’esistenza di mendicante, è la contadina dell’Anatolia che assolve il suo compito di madre di massaia, compie lavori che un uomo dei nostri paesi sopporterebbe con gran pena, che quando è incinta si sgrava ai piedi di un albero, involge il suo bimbo e ritorna al lavoro. E’ la donna rosa dalla tubercolosi o dalla sifilide che si vede agonizzare negli ospedali di Stamboul, è l’operaia che lavora nelle tessiture, nelle manifatture di tabacchi, dei tappeti, dei, vasellami, è, in una parola, la lavoratrice. E questa vegeta nell’ignoranza, è sfruttata più qui che altrove: non sa che ella abbia diritti, è uccisa dai suoi doveri.

Come coadiuvare alla sua emancipazione?

Un vago movimento femminista esiste è vero, ma è un movimento senza capi, con pochi gregari, senza coesione, privo di una azione efficace, perché è un movimento borghese. La forse più che dovunque, si può constatare l’inutilità del femminismo. Se si vuole dare a questa “schiava degli schiavi” il posto che le si conviene bisogna attirarla al comunismo, è convincendola con una grande semplicità che essa comprenderà che la sua vita deve cambiare.

Quale imperioso dovere per le donne di Occidente, quale speranza, quale appello!

Un grande desiderio mi viene scrivendo queste ultime righe che sono la fine del mio studio; una grande emozione mi agita.

Il paese che fu per altri l’avventura, il sogno, la dolcezza letargica, non lasciò in me che stupore e dolore.

Ho tanto desiderato, tanto sperato che il mio viaggio non sia vano, che lasci qualche cosa di più di un documento arido, che abbandonando questo paese un sentimento che assomiglia un po’ allo sconforto mi invade.

Ne ho io descritto realmente tutto il caos, l’ingiustizia, tutte le piaghe, tutti i pianti? No, troppo grande, troppo infernale, troppo rivoltando è la sua miseria.

Eppure questa miseria esiste, non sono frasi tracciate freddamente su di una pagina di giornale: sono degli innocenti che si martirizzano, è tutto un popolo che soffre, è una rivoluzione che si inizia laggiù.

MAGDELEINE MARX