L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato Pt.18
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Inizio della ritirata delle Comuni: il Plenum di Wuchang
Il Grande Balzo in Avanti era in pieno corso e la comunalizzazione si era appena conclusa, quando già si stavano diffondendo le prime preoccupazioni per il buon funzionamento della nuova organizzazione del mondo rurale, preoccupazioni derivanti anche dalla non uniformità di un movimento lasciato da Pechino senza precise indicazioni riguardo molte importanti questioni (dalle requisizioni della proprietà privata contadina all’organizzazione della Comune).
I segnali d’allarme non erano mancati: i contadini non avevano accolto con favore l’eliminazione degli appezzamenti privati, le mense collettive erano mal viste dalla popolazione oltre che in generale mal gestite, la costruzione di immobili collettivi non aveva superato lo stadio di esperienze isolate, ugualmente il principio di garantire servizi gratuiti (funerali, parti, ecc.) non era andato più in là. In più, per la mancanza di fondi, le Comuni rischiavano di non pagare in molti casi i salari, situazione questa che si sarebbe aggravata fino alla realizzazione del futuro raccolto primaverile.
Per questo, riunitosi a Wuchang dal 28 novembre al 10 dicembre 1958 l’VI Plenum del CC del PCC, oltre ad esaminare i risultati economici dell’anno ormai trascorso ed a fissare gli obiettivi per quello a venire, ritornò sul problema delle Comuni popolari approvando una lunga deliberazione intitolata “Risoluzione a proposito di certi problemi riguardanti le Comuni”.
L’ottimismo di maniera iniziale addolciva, ma non troppo, le chiare critiche a come era stato preparato il movimento; secondo la risoluzione infatti, a causa della loro breve esistenza, della entità dei lavori dei campi durante l’autunno, della campagna per la produzione dell’acciaio le Comuni Popolari non avevano avuto il tempo di «rafforzare la loro organizzazione, di emendare il loro sistema e risolvere metodicamente i loro problemi di produzione, di distribuzione, di opere sociali e di amministrazione». La risoluzione pertanto si predisponeva a definire con molta più precisione e prudenza della risoluzione di Beidaihe, le caratteristiche e le funzioni delle Comuni.
Prima importante rettifica riguardava le retribuzioni dei membri della Comune. Si doveva mantenere «il sistema di distribuzione che combina il sistema dei salari con quello del compenso in natura (…) la più sentita esigenza della grande massa dei membri», ma «attualmente l’estensione dei compensi in natura non deve essere eccessiva; l’applicazione del sistema del compenso in natura non deve rendere uniforme la vita del popolo; nel sistema del socialismo e del comunismo i membri del popolo sono nel complesso simili, ma variano secondo gli individui».
La precisazione oltre a far stropicciare le mani di soddisfazione ai dichiarati difensori del sistema capitalistico di produzione e distribuzione, vale per altro verso: è conferma che, come durante la collettivizzazione del biennio 1955-56, i contadini stavano dando fondo alle scorte, distribuendosi e mangiandosi tutto il capitale di esercizio e fisso, il che non impediva ai quadri di risfoderare la tipica bandiera del contadino rivoluzionario borghese, spartizione e uguaglianza !
Altra importante rettifica:
«Alcuni pensano che il passaggio alla Comune porterà ad una redistribuzione delle proprietà esistenti dei singoli consumatori: bisogna chiarire alle masse che i mezzi di vita posseduti dai membri (compresi case, abiti, corredo e mobilio) e i loro depositi nelle banche e cooperative di credito, resteranno di loro proprietà dopo che essi si sono uniti ad una Comune, e continueranno ad appartenere a loro. Ove sia necessario, la Comune può prendere in prestito gli alloggi in sovrappiù dei membri, col loro consenso, ma la proprietà rimane sempre ai proprietari; i membri possono avere alberi propri intorno alle loro case, e piccoli strumenti, piccoli animali domestici e pollame; possono anche continuare ad impegnarsi in qualche piccola occupazione secondaria domestica, purché questo non comprometta la loro partecipazione al lavoro collettivo».
Erano questi chiari cedimenti alle spinte proprietarie della pleiade contadina, spinte sostenute anche dalla parte povera partigiana di una spartizione egualitaria, chiaro indice del difficile ammaestramento del pulviscolo familiare-aziendale-rurale da parte dello stesso grandeggiante capitalismo !
La risoluzione continuava ristabilendo legalità a tutti i debiti anteriori alla istituzione delle Comuni, sia quelli fra gli individui e questi e la Comune; stabilendo infine che, anche in periodi di grandi lavori, va garantito ad ognuno 8 ore per il sonno e 4 per i pasti e la ricreazione, segno questo che i ritmi di lavoro, sotto la spinta dei quadri e delle promesse di un imminente passaggio al comunismo, erano arrivati al livello della rivoluzione industriale nell’ottocento europeo.
Con uguale spirito rettificatore, si incoraggiavano le Comuni a sviluppare la loro produzione commerciabile (buona parte di questa proveniva dagli appezzamenti privati appena aboliti e subito semi-permessi), come i loro scambi reciproci e con lo Stato, significativo punto a favore degli “economicisti” e nuova piccola sconfitta della mobilitazione sociale, non rispettosa nemmeno di 8 ore di sonno. La risoluzione scandiva:
«C’è chi, pensando di anticipare “l’era comunista”, vuole rifiutare troppo in fretta la produzione di merci e il loro scambio, negando il ruolo positivo delle merci, dei valori, delle monete e dei prezzi».
È proprio il caso di dire: L’ha da veni’… Deng Xiaoping !
La risoluzione ordinava anche agli organi provinciali e regionali del Partito di procedere nei mesi a venire, ad un lavoro di “risistemazione» delle Comuni con relativa eliminazione degli elementi dubbi ed incompetenti.
La stessa identica prudenza la leggiamo nel “Messaggio di saluto alla conferenza nazionale dei delegati delle unità primeggianti nella costruzione socialista in agricoltura”, da parte del grigio Liu Shaoqi, in data 25 dicembre 1958:
«I nostri successi sono stati grandi, ma in nessun modo dobbiamo essere presuntuosi (…) attualmente il compito centrale nelle aree rurali è di controllare, di consolidare seriamente le Comuni Popolari in combinazione con la produzione invernale. Per controllare e consolidare le Comuni deve essere posto in atto un alto livello di democrazia, e le masse devono essere consultate con modestia (…) noi dobbiamo basarci sul popolo non solo per dirigere la produzione bene e portare a termine altri compiti, ma anche per prenderci seriamente cura della vita quotidiana del popolo, regolare appropriatamente l’orario di lavoro, lo studio, il riposo e la ricreazione, esercitare ogni sforzo possibile per far funzionare bene i refettori, gli asili, le case per i vecchi e tutti gli altri mezzi di sussistenza».
Le enunciazioni di Liu non erano semplici consigli, ma un minuzioso elenco di difetti già presenti e che il regime cercava di correggere nel futuro, tentativo che sarebbe fallito non per mancanza di volontà, ma per fatti materiali che travalicavano anche gli stessi confini dell’immensa Repubblica.
Passaggio di consegne fra Comune e Brigata
La ritirata fu continua, costante per tutto l’anno 1959. Dal gennaio all’agosto, il PCC si sforzò di far diminuire la quota di derrate e di servizi assegnati ai membri della Comune, migliorando nel contempo il sistema dei salari, infatti fin dalla primavera diverse Comuni cominciano a reintrodurre metodi di misura del lavoro del singolo e di gruppo.
Nel marzo-aprile si tenne a Shanghai il VII Plenum del CC, sempre sulla situazione economica generale e sulle Comuni. È la preparazione dell’VIII Plenum che si terrà a Lushan nello Jiangxi dal 2 al 16 agosto, dei cui risvolti drammatici si seppe solo 7-8 anni più tardi, quando la Rivoluzione Culturale sollevò qualche velo sulle passate lotte politiche all’interno del PCC.
Allora niente si seppe del duro scontro tra Mao Zedong e il Ministro della Difesa, il mitico Peng Dehuai, né dell’epurazione della “cricca antipartito” di Peng, Huang Kecheng, Zhang Wentian e Zhou Xiaozhou, tutti oggi pienamente riabilitati.
Al pubblico ed ai giornalisti, instupiditi ieri come oggi, il regime si limitò a correggere le enormi cifre fornite per la produzione del 1958, ed a modificare di conseguenza gli obbiettivi del 1959, pur facendo nuovamente sfoggio del Grande Balzo in Avanti e della Comune, sua esemplare esplicazione.
Il Plenum di Lushan è però costretto a ratificare un importante dato di fatto seguito alla riunione di Wuchang: L’unità economica fondamentale della Comune, cioè la struttura base di calcolo di profitti e perdite e che prende le decisioni economiche oltre che ripartire i prodotti, era divenuta la Brigata di produzione, cioè la vecchia cooperativa i cui confini andavano poco più in là di un semplice villaggio.
Il rinculo era netto, non era un semplice passaggio di consegne fra pari, ma un intero pezzo della complessa visione del Grande Balzo in Avanti e delle Comuni Popolari, era fragorosamente crollato, a tutto beneficio della prosperità degli appezzamenti privati di terra, fornitori alla fine del 1959 del 15-20% dell’intero bilancio di un villaggio.
Nell’importante scritto “La vittoria del marxismo-leninismo in Cina”, Liu Shaoqi deve riassumere in un linguaggio involuto ed ermetico la ritirata: «Di particolare importanza è il fatto che sebbene la proprietà nella Comune Popolare sia ancora una proprietà collettiva socialista, e sebbene la proprietà collettiva delle brigate di produzione corrispondenti alla cooperativa avanzata dei produttori agricoli, sia la forma fondamentale di proprietà, mentre solo parte della proprietà è conferita alla Comune globalmente, questa parte di proprietà conferita ora alle Comuni Popolari non esisteva nelle cooperative (…) Quando quella parte di proprietà conferita ora alla Comune globalmente diventerà la forma fondamentale di proprietà, sarà posta una base sicura per la transizione dalla proprietà collettiva socialista alla proprietà dell’intero popolo delle campagne (…) La Comune Popolare, può fare avanzare rapidamente lo sviluppo economico rurale, mentre la crescita economica a sua volta promuovere lo sviluppo del sistema delle Comuni Popolari sia nella forma che nel contenuto».
La buona produzione industriale, tuttavia, concorse a conservare l’ottimismo ufficiale della II Sessione dell’Assemblea Nazionale, tenutasi dal 30 marzo al 10 aprile 1960.
Secondo Li Fuzhun, Presidente della Commissione di Piano, nel 1960 era previsto ben 300 mil. di t. di cereali raccolti, un aumento del 10% rispetto al 1959 che avrebbe avuto 270 mil. di t.
Cifre fantastiche che solo vent’anni dopo, con attrezzaggio di capitale incomparabilmente diverso, si sarebbero realmente raggiunte. Con le posteriori prove, l’anno 1959 avrebbe avuto 170 mil. di t., il 1960 appena 156 mil. di t., ben lontane dal record del 1958, 206 mil. di t., ma anche dalla produzione del 1952.
Uguale ottimismo Li Fuzhun lo ha per le previsioni di aumento della intera produzione industriale (+23% nel 1960) e per la sua produzione principe, l’acciaio (18,4 mil. di t., +38% nel 1960).
Quasi inavvertitamente però Li Fuzhun pone significativi accenti sul settore agricolo e sui necessari sforzi per meccanizzarlo: «l’agricoltura è la base, l’industria il settore dominante», diviene lo slogan ufficiale, e subitamente il regime aumenta del 50% l’aiuto finanziario dello Stato nei confronti delle Comuni diminuendo nel contempo le tasse che queste erano chiamate a versare allo Stato (5,3% del prodotto nel 1960 contro il 5,8% del 1959, secondo il rapporto di Li Xiannian sempre alla II sessione dell’Assemblea Nazionale).
Altro dato significativo: riveduto e corretto verrà presentato “Il programma duo-decennale agricolo in 40 punti”, il 6 aprile da Tan Zhelin, che darà la stura alla stampa per insistenti articoli sulla modernizzazione del settore agricolo.
La critica situazione alimentare del biennio 1960-61
Passata però l’Assemblea Nazionale, avvicinandosi il momento dei raccolti estivi, sulla stampa si manifesteranno continuamente le preoccupazioni del regime per l’andamento della produzione agricola: appariranno le prime notizie di frequenti e varie intemperie, si riconoscerà lo squilibrio fra lo sviluppo delle città e quello delle campagne, insistendo sul sostegno che le città e l’industria potevano dare al settore agricolo.
Li Fuzhun, il 16 agosto 1960, in un articolo apparso sull’organo teorico “Bandiera Rossa” titolato ”Impugniamo la bandiera rossa della linea generale e continuiamo ad avanzare”, deve ribadire la priorità agricola, dei cereali soprattutto, su tutte le altre produzioni, scacco definitivo del programma di industrializzazione forzata del Grande Balzo in Avanti: «Bisogna perseguire la politica dello sviluppo simultaneo dell’industria e dell’agricoltura e bisogna esercitare fermamente il nostro controllo sul meccanismo fondamentale – l’agricoltura – per promuovere lo sviluppo di tutta l’economia nazionale. Tutti i compagni di partito devono far propria l’idea di Mao Zedong secondo la quale l’agricoltura è la base di sviluppo dell’economia nazionale, e accordare il primato all’agricoltura. In questa accelerazione dello sviluppo agricolo, la stessa priorità deve essere accordata alla produzione cerealicola».
L’appello di Li Fuzhun fu ripreso con vigore dalla stampa, e poco alla volta si delineò un vasto “fronte agricolo” alimentato dalle migliaia di lavoratori licenziati dalle industrie costrette a rallentare il ritmo, non solo per la crisi alimentare ed agricola che si stava manifestando ma anche per il ritiro, sempre nell’agosto, dei tecnici russi e dei loro aiuti, ritiro che minacciava seriamente di mettere in ginocchio l’intera economia cinese dando un duro colpo al Governo centrale di Pechino mai completamente domato da Mosca.
Gli inurbati rimandati nelle campagne furono, secondo varie dichiarazioni in tempi diversi, circa 20 milioni, tanto che la popolazione urbana passa dai 130 milioni del 1959 ai 110 del 1961, cifre confermate anche da un articolo del “T’oung Pao” il 2 gennaio 1961: «Nel corso degli ultimi tre anni la popolazione di città e dei distretti minerari ed industriali è aumentata di 20 milioni. Molti contadini sono diventati operai e si sono stabiliti in città. Le scorte di prodotti agricoli non sono sufficienti a coprire i nuovi bisogni».
Il ritorno alle campagne naturalmente era la fine dello slogan, vieppiù riaffermato, dello sviluppo simultaneo di “agricoltura ed industria”, ma rivelava chiaramente che la società cinese non si era ancora emancipata dal suo problema millenario, quello dell’alimentazione, ed il grano scacciava l’acciaio mentre la piena affermazione del capitalismo vede l’acciaio che scaccia il grano !
Nelle città il razionamento si fa stretto e rigoroso; non solo furono introdotti buoni per l’acquisto di prodotti industriali di consumo per porre “rimedio” ad un’acuta carenza di questi manufatti, ma soprattutto per le razioni alimentari.
Secondo la testimonianza di G. Etienne, nelle fabbriche gli operai ricevevano 15 kg. di cereali al mese, quota che doveva bastare anche per la famiglia, e nonostante questo per due-tre mesi i cereali scarseggiarono. Pare che la razione mensile di carne per un adulto fosse di 250 grammi, e altrettanto quella dei grassi; per il pesce 500-570 grammi, talvolta meno, e queste quantità non sempre furono assicurate nelle grandi città.
Dall’inverno 1960 a tutto il 1961 fu tollerato il mercato nero dei contadini nelle campagne dei dintorni delle città. A Pechino come a Shanghai un pollo veniva venduto a 4-5 yuan contro un prezzo ufficiale di 1-2 yuan; un uovo a 1-2 yuan, cifra con la quale ufficialmente si sarebbe dovuto poter comprarne una o due dozzine; il costo del riso era triplicato rispetto al prezzo ufficiale.
E ad ulteriore conferma della gravità della situazione alimentare, sulla stampa si esortava alla raccolta delle bacche e delle piante selvatiche, si consigliava di mettere in produzione i terreni più ingrati e marginali, cortili, scarpate e marciapiedi in terra battuta.
La mancanza di notizie impedisce ancora oggi di apprezzare la profondità reale della crisi alimentare nel biennio 1960-61, allineiamo però altri fatti.
Secondo un documento della Rivoluzione Culturale, nella Provincia del Guangdong, di cui era segretario un futuro avversario di Mao, Tao Zhu, nel 1959-60 si ebbero 20.000 decessi dovuti a carestia, cifra enorme perché riferita ad una Provincia ricca e senza conteggiare il cruciale 1961.
Nel 1961 il Governo comincia i suoi acquisti di granaglie dall’Australia e dal Canada, sottoponendosi ad un doloroso salasso di valuta pregiata: ben 6 milioni di tonnellate per un valore di 350 milioni di dollari, un terzo delle importazioni totali.
Più avanti nell’aprile 1962, il Primo Ministro Zhou Enlai annunciò che veniva lanciata una campagna per rimandare nelle campagne la popolazione urbana eccedente. L’ennesima campagna denominata Hui hsiang, cercò di rimandare ai villaggi coloro che vi erano nati e poi emigrati. Furono nuovamente chiuse altre migliaia di piccole fabbriche, ed in seguito alla loro smobilitazione riapparve la disoccupazione fra le file operaie; ugualmente furono licenziati i lavoratori urbani impiegati dopo il 1958, primo anno del Grande Balzo in Avanti: tutti vennero incoraggiati a far ritorno ai loro villaggi di origine. La riorganizzazione dell’industria, si basava infatti sull’aumento della produttività e non si prevedeva nessuna creazione di posti di lavoro.
Nell’aprile-maggio 1962 si ha la grande fuga ad Hong Kong di circa 200 mila cinesi. Il ritorno dei disoccupati delle città nelle campagne aggravò le deficienze alimentari e produsse una vera e propria ondata di panico per paura della fame, segno che questa nuovamente aveva dispiegato le sue mani nell’immensa campagna.
La rettifica al IX Plenum
All’inizio, soltanto le cattive condizioni atmosferiche furono indicate come responsabili delle difficoltà alimentari.
Certo, nel 1960 la siccità, i fortunali, le inondazioni e le malattie delle piante, devastarono 800 mil. di mu (55,3 mil. di ha) e danneggiarono gravemente altre 300-360 mil. di mu (20-24 mil. di ha), parte dei quali non diede nessun raccolto; nello Shandong il Fiume Giallo rimase praticamente in secca per un mese, fatto senza precedenti.
Tuttavia, contemporaneamente alle dichiarazioni ufficiali di non raggiungimento degli obiettivi economici prefissati, ricominciarono ad apparire articoli sull’organizzazione della Comune.
Il 20-25 novembre 1960, apre le cateratte il “Jenmin Jihpao” con due editoriali, che consideravano la squadra l’unità proprietaria de facto degli strumenti di produzione, oltre che “unità di conto fondamentale”: gli editoriali distinguevano i diritti di proprietà (alla Brigata) da quelli di uso (alla squadra) sul lavoro, la terra, gli animali, gli strumenti e gli equipaggiamenti, distinzione marxisticamente in riga.
Il testimonio veniva raccolto il 16 dicembre dal “Nanfang Jihpao” di Canton:
«Il sistema di base attualmente in vigore nelle Comuni rurali del popolo è il sistema di proprietà a tre livelli con alla base le Brigate di produzione. Se è essenziale rafforzare la proprietà fondamentale al livello della Brigata di produzione, è necessario anche insistere sul diritto ad una piccola parte di proprietà al livello della squadra di produzione e di permettere ai membri della Comune di coltivare piccoli appezzamenti privati e di svolgere piccoli lavori domestici, complementari ed indispensabili alla produzione collettiva».
Ma quest’ultima indicazione non era necessario ufficializzarla ed incoraggiarla, si stava semplicemente svolgendo alimentata dalle difficoltà economiche che avevano fatto rifugiare il contadino al suo orto, alle sue attività supplementari, ai suoi traffici.
Se in generale, il regime tendeva a mantenere al 5% della terra coltivata da una Comune quella sfruttata privatamente, sotto l’incalzare della crisi alimentare e per il rilassamento del controllo del partito e dell’amministrazione statale, tale quota limite lievitò anche al 30-50% della terra totale, e c’è da credere che si trattasse delle terre più fertili e meglio disposte.
Pare anche, secondo talune testimonianze, che gli appezzamenti privati furono oggetto di transazioni fra i contadini stessi, e che, per aumentare l’estensione degli appezzamenti privati, si sia proceduto al dissodamento di terre vergini.
Lo sviluppo delle attività ausiliarie richiese la libera vendita dei prodotti. Sempre il “Nanfang Jihpao”, il 14 dicembre 1960, propose l’organizzazione di fiere rurali per facilitare gli scambi tra Comuni, Brigate e squadre, autorizzando i contadini a vendere i loro prodotti.
Appelli questi che furono ripresi ed amplificati ed incoraggiati per tutto il 1961, in special modo dopo lo svolgimento del IX Plenum del CC, tenutosi a Pechino dal 14 al 18 gennaio, che avrà il compito di riassumere la grave situazione:
«In considerazione delle gravi calamità naturali che per due anni consecutivi hanno colpito la produzione agricola, l’intera nazione deve nel 1961 concentrarsi: nel rafforzamento del fronte agricolo; nell’attuazione piena della linea che pone l’agricoltura a fondamento della economia nazionale e che chiama al lavoro nelle campagne e alla produzione cerealicola tutto il Partito e il popolo intero; nell’intensificazione dell’appoggio all’agricoltura da parte di tutti i mestieri e le professioni, e nell’esercizio del massimo sforzo per ottenere migliori risultati nella produzione agricola. Nelle zone rurali, occorre fare sforzi per consolidare ulteriormente le Comuni Popolari, attuando pienamente le varie disposizioni concernenti la Comune e l’economia agricola, misure efficaci per la difesa del tenore di vita dei membri delle Comuni, aiutandoli a superare le difficoltà derivanti dalle calamità naturali e a fare buoni preparativi per accrescere quest’anno la produzione agricola».
E come rimedi a questa situazione, il Comunicato del Plenum riassumerà quelli da tempo spontaneamente affermatisi nelle campagne ed incoraggiati dalla stampa:
«Il Comitato Centrale invita tutti i settori competenti a muovere solleciti passi per favorire lo sviluppo dell’industria leggera, dell’artigianato rurale e urbano, delle occupazioni collaterali domestiche e dell’agricoltura suburbana, e per accrescere la produzione di ogni sorta di beni di consumo e di generi alimentari secondari, perfezionando nel contempo la attività commerciale e stimolando i mercati primari dei villaggi in modo da migliorare gradualmente le condizioni di approvvigionamento».
Il Comunicato denunciava altresì i quadri ed i funzionari, in odore di campagna di “rettifica”, rimasti attaccati al collettivismo originario del Grande Balzo in Avanti, collettivismo allora di intralcio per una ripresa del commercio privato del contadino, fosse questo povero in canna o un furbo kulak passato indenne dalle varie campagne di collettivizzazione: «Costoro non comprendono gli indirizzi fondamentali del Partito e del Governo; non comprendono abbastanza la distinzione tra socialismo e comunismo, fra proprietà socialista da parte della collettività e proprietà socialista da parte del popolo intero; non comprendono bene la proprietà a tre livelli in seno alle Comuni Popolari e il posto primario che in esse occupa la brigata di produzione; non comprendono chiaramente, infine, i principi propri della società socialista, dello scambio tra valori eguali, “a ciascuno secondo il suo lavoro” e maggior reddito per chi più lavora, tutte cose che il Partito ha ripetutamente illustrato».
Ed a ulteriore conferma della difficile situazione economica e della problematica attuazione delle misure di liberalizzazione, il Comunicato ammoniva nella sua parte finale:
«Il IX Plenum dell’VIII Comitato Centrale tiene a rilevare che i compiti che si prospettano nel 1961 sono estremamente duri».
La Comune riformata
Nonostante che nei discorsi dei massimi dirigenti la Comune Popolare continuasse a far bella mostra di sé, gli avvenimenti l’avevano completamente svuotata delle sue iniziali caratteristiche: rimaneva solo come un’istituzione di controllo, di coordinamento, proprietaria e responsabile unicamente di aziende che interessavano l’intera giurisdizione (tipo concimi o attrezzi), o che interessavano l’industria statale.
Per il resto era la Brigata la principale proprietaria degli strumenti di produzione, ed ad essa lo Stato applicava la formula “tre impegni ed un compenso”, cioè la Brigata si impegnava a produrre determinate quantità di derrate, al costo fissato, nel periodo di tempo deciso, e l’intera eccedenza di prodotti rimaneva a sua disposizione. Contratti e compenso che poi passarono alla squadra, con la Brigata confinata nel semplice ruolo di responsabile finanziaria.
La squadra era l’oggetto delle principali attenzioni e di diritti di uso, le quattro cose d’uso (Szu ku-ting): alla squadra veniva garantito l’uso della manodopera (l’80% della totale), di animali, di terre e di strumenti.
Era la chiusura ufficiale delle requisizioni improvvise delle masse contadine da parte delle Comuni e da parte dello Stato, tipo la campagna per l’acciaio o per i lavori idrici.
Il mugugno contadino segnava punti a suo favore, l’arretrata conduzione agricola, la mancanza di mezzi di produzione, scandivano il passo facendo valere le proprie pretese: lo Stato, pena la crisi alimentare, non doveva disturbare né intralciare i raccolti, rivincita di quella stessa povertà che da un lato favoriva la mobilitazione centrale degli uomini e dall’altro la impediva !
La squadra vantava poi diritti di proprietà su piccoli strumenti ed era chiamata a partecipare alla stesura dei piani di produzione, frenando così lo zelo e le richieste dei quadri e dei funzionari, sia riguardo le quote di produzione sia per l’introduzione di nuove culture o nuove tecniche.
Le nuove misure liberal riguardavano anche il singolo contadino al quale si riconosceva “piccole libertà”: manteneva la proprietà sull’abitazione, sugli animali da cortile, nuovamente gli veniva concesso l’allevamento di un maiale, di coltivare un piccolo appezzamento i cui prodotti poteva vendere nei mercati rurali. Il divieto veniva mantenuto soltanto per cereali, cotone e olio, prodotti di cui lo Stato rimaneva unico acquirente.
Anche il sistema di retribuzione subiva cambiamenti, non più un salario più o meno fisso, ma un sistema di “punti di lavoro” già anni prima sperimentato, che valutava ogni singola operazione eseguita.
La riforma si completava con minori dimensioni delle Comuni che, all’inizio del 1962 passarono da 26 mila circa a 70 mila, facendo cadere così l’ultimo tassello dell’originaria Comune, la fusione della società nello Stato !
Considerazioni finali sul movimento delle Comuni
La realtà oggettiva pose fine alle Comuni, come inizialmente furono concepite.
Le loro dimensioni troppo ampie, la loro estensione media era di 200 Kmq. con una popolazione da 20 a 40 mila persone da organizzare in ogni loro attività, fecero chiaramente risaltare la scarsità assoluta di mezzi di trasporto e di vie di comunicazione, primo dato necessario per centralizzare le attività di un vasto territorio.
La stessa rete di quadri e funzionari, dimostrò di essere inadatta alla bisogna, mettendosi solamente in evidenza per lo zelo con il quale venivano seguite le direttive di Pechino, confezionando così una serie di clamorosi falsi più che dei reali risultati pratici.
Il che suona a difesa della rete di mandarini imperiali del modo di produzioni asiatico, e conferma anche di nostre passate considerazioni: non è semplice ottenere una burocrazia seria, è più facile deriderla, perché abbisogna di un lungo travaglio amministrativo !
L’indocilità, dei contadini fece il resto, Non potendosi opporre alle direttive dei quadri e dei funzionari, inizialmente accettarono tutto, dall’egalitarismo alla vita collettiva, dagli spostamenti di villaggio in villaggio alle dure fatiche che non risparmieranno sonno e riposo, come ricorderà la risoluzione di Wuchang.
Il sordo malcontento sfocerà, secondo il preciso Guillermaz, in disordini circoscritti, in piccoli omicidi di quadri più zelanti degli altri, e soprattutto in apatia, false ubbidienze. Un sordo malcontento che avrebbe interessato pure l’Esercito, grandemente contadino e pilastro portante della struttura della Repubblica. Non è forse un caso che a Lushan fu Peng Dehuai, Ministro della Difesa, ad attaccare con vigore le Comuni ed il Grande Balzo in Avanti, ammonendo gli astanti che solo la “bontà” dei contadini aveva impedito una rivolta tipo l’Ungheria del 1956.
Ma qui il rude Peng prendeva un abbaglio, non si trattava di spirituale bontà ma di prosaici interessi a neutralizzare il brontolio contadino, a far sì che il Mandato del Cielo non fosse tolto al PCC.
Gli appezzamenti privati furono la ciambella di salvataggio del regime, questo prima volutamente li ignorò, poi li accettò, poi ancora disperatamente li incoraggiò.
Ed il contadino, con strumenti rudimentali ma con la sua eccezionale abitudine alla fatica, riusciva a trarre dai terreni privati il 20-30% delle risorse necessarie alla sua sussistenza.
Nei fanghi dei terreni privati affondava quindi la truppa dei quadri e dei funzionari, trascinando con sé la visione maoista di una società caratterizzata da un alto livello di tensione e di lotta perpetua, da una maniera di vivere puritana, dall’assorbimento dell’individuo nella collettività, e dalla credenza quasi religiosa di una trasformazione “ideologica” dell’uomo.
E tale risultato ci induce ad altra considerazione; saldandosi indissolubilmente la conduzione collettiva delle terre con quella individuale, il contadino diventerà una figura ibrida, anziché mutarsi – per effetto degli espropri e concentrazioni capitalistiche di terre e capitali – in quella di moderno proletario salariato.
Risultato quest’ultimo non a favore della futura rivoluzione proletaria, ma di quella controrivoluzione democratica che ha come suoi figli lo stalinismo ed il maoismo.