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L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato Pt.19

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Mobilitazione e industrializzazione forzata. Il Grande Balzo in Avanti

Il Grande Balzo in Avanti verrà reso ufficiale dalla II straordinaria sessione dell’VIII Congresso del PCC, tenutasi a Pechino dal 5 al 23 maggio 1958.

Il rapporto principale, unico testo conosciuto della riunione, fu di Liu Shaoqi che ebbe il compito di riassumere le tesi esposte da Mao nelle varie riunioni di inizio 1958, su cui già ci siamo soffermati nella puntata apparsa nell’aprile.

«La primavera 1958 è stata testimone dell’inizio del Grande Balzo in Avanti su ogni fronte della nostra edificazione socialista. Industria, agricoltura e tutti gli altri campi di attività stanno registrando una crescita maggiore e più rapida».

Dirà Liu, per poi descrivere lo spirito del Grande Balzo in Avanti:

«Le vaste masse dei lavoratori hanno compreso in pieno che gli interessi individuali e immediati dipendono e sono legati agli interessi collettivi e a lunga scadenza, e che la felicità dell’individuo si fonda sulla realizzazione degli alti ideali socialisti di tutto il popolo. Questa è la ragione per cui hanno rivelato un eroico spirito comunista di sacrificio personale nel lavoro. Il loro slogan è: “Duro lavoro per pochi anni, felicità per mille. Questo torrente impetuoso di idee comuniste ha spazzato via molti scogli: individualismo, regionalismo, localismo e nazionalismo. In città e in campagna, la gente compete reciprocamente nel prender parte a vari tipi di lavoro volontario (…) Il compagno Mao ha proposto gli slogan: “Portarsi al livello della Gran Bretagna e superarla in 15 anni”, “costruire il socialismo compiendo i nostri massimi sforzi e spingendosi avanti per ottenere i risultati più rapidi, migliori, più grandi e più economici”, “costruire il nostro paese e far funzionare la nostra grande famiglia industriosamente e frugalmente”, “combattere duramente per tre anni per portare a termine un cambiamento di base delle caratteristiche della maggior parte delle zone”, tutti questi appelli hanno subito fatto presa sulla immaginazione della grande armata di milioni di lavoratori e sono stati trasformati in una immensa forza materiale».

Ed a sostegno di questa mobilitazione, Liu descriverà i grandi progressi nello sviluppo delle opere di irrigazione, della campagna per il miglioramento degli attrezzi agricoli, della campagna contro i quattro mali (mosche, zanzare, topi e passeri), respingendo, sempre a nome di Mao, le critiche che già venivano avanzate al Grande Balzo:

«Alcune persone ci criticano di desiderare grandezza e successo per cercare un rapido successo e benefici immediati. Quello che dicono di noi è vero ! Non dovremo desiderare grandezza per i nostri 600 milioni di persone e il successo del socialismo ? Dovremo piuttosto desiderare la meschinità e il fallimento, rifiutare il successo e i benefici ed essere contenti di restare indietro e di non far nulla ?
«Alcune persone si chiedono se l’attuazione della politica di ottenere consistentemente maggiori, più rapidi, migliori e più economici risultati, non ci conduca alla sconfitta. Naturalmente se questa politica viene seguita poco a poco, se noi miriamo semplicemente alla quantità e alla velocità trascurando la qualità e l’economia, o viceversa, allora ci sarà sconfitta. “Maggiori” e “più rapidi” risultati riguardano la quantità e la velocità; “migliori” e “più economici” la qualità e i costi. Sono complementari e si condizionano a vicenda
(…)
«Altri si preoccupano che l’impulso a questa politica porterà le varie branche della produzione in una situazione di squilibrio nel reddito finanziario delle spese. Ci sarà necessariamente uno squilibrio. Anche se non porteremo avanti questa politica, ci sarà sempre uno squilibrio, perché ogni equilibrio è temporaneo e condizionato, quindi relativo. Non esiste un equilibrio assoluto».

Anche se l’intervento di Liu fu giudicato senza il calore e lo spirito mistico di quelli di Mao, la parte finale ben riassume l’ottimismo volontarista del Grande Balzo in Avanti:
«Noi ora ci troviamo in un grande periodo della storia del nostro paese, il periodo dello sviluppo attraverso balzi e salti (…) Dobbiamo ricordare che la modestia aiuta a fare progressi, dove invece la presunzione fa rimanere indietro. Ma la modestia cui ci appelliamo non ha niente a che fare con qualunque senso di inferiorità. Abbiamo una popolazione di più di 600 milioni e il nostro partito ha legami di carne e sangue con questa nostra grande popolazione. Facendo affidamento su questa grande forza noi possiamo, o presto potremo, fare qualsiasi cosa nei limiti delle possibilità umane (..) Nella storia, sono sempre i nuovi arrivati che superano i vecchi, sempre le cose nate da poco, che per un certo tempo appaiono deboli e piccole, ma che rappresentano il progresso, a vincere le cose moribonde, che appaiono potenti, ma che rappresentano la conservazione. In un periodo molto breve lasceremo indietro di gran lunga ogni altro paese capitalista. E quindi non dovremo aver fiducia in noi stessi e scartare ciò che abbia il sapore della superstizione, paura e senso di inferiorità ?».

E le possibilità umane, si sa, sono un materiale elastico dilatabile secondo le sollecitazioni che riceve; su questa “elasticità” poggiava il Grande Balzo in Avanti, il cui postulato primo era che i 600 milioni e più di cinesi dovevano rimpiazzare con i loro sforzi la tecnica avanzata del mondo capitalistico, inavvicinabile per Pechino causa la sua debolezza finanziaria.

Naturalmente il regime, scelta la via della mobilitazione sociale, capì che non sarebbe stata spontanea, volontaria; qualunque controllo organizzativo della manodopera rurale e urbana, per un sistematico impiego in opere che sostituissero l’investimento di capitale, doveva poggiare sui quadri e funzionari di partito, sui legami di questi con la popolazione come ricordò crudamente Liu.

E contemporaneamente alla denuncia delle tecniche e della tecnologia moderna, si innalzava un feticcio, più alto, rozzo e mostruoso, quello della produzione, della “edificazione”.

Il Grande Balzo in Avanti vide, quindi, un vero e proprio clima di guerra, fatto in ugual misura di costrizione e disciplina, ma anche esaltazione mistica perché l’imperativo della “edificazione economica” si sposava con l’imperativo della “salvezza nazionale”, a cui le “armate del lavoro” tutto dovevano dare e sacrificare per vincere le sempre continue e sempre nuove “battaglie della produzione»

«Una fabbrica è un campo militare. Di fronte alla macchina l’operaio è disciplinato come il soldato», dirà la risoluzione di Wuchang, il 12 dicembre 1958, e come ai soldati, a tutta la popolazione veniva richiesto disciplina, dedizione, abnegazione, spirito di sacrificio, spirito di corpo, unico modo per «sviluppare simultaneamente tutta l’economia nazionale», di produrre di più, più rapidamente, meglio !

Questa eccezionale mobilitazione, oltre ad una maggiore produzione industriale ed agricolasostegno finanziario di investimenti e importazionidoveva, con imponenti grandi lavori di insieme (irrigazione, rifacimento terreni, rimboschimenti), emancipare una volta per tutte le produzioni agricole dalle oscillazioni climatiche.

Lo scopo primo del Grande Balzo in Avanti rimaneva però l’industrializzazione forzata, un’industrializzazione che proprio perché intendeva sfruttare anche le materie prime disponibili localmente doveva far ricorso a tecniche produttive tradizionali – fate da voi le macchine ! incitavano i quadrifidando sulla grande disponibilità di forza lavoro a basso prezzo delle campagne e delle città.

Liu aveva esclamato alla II sessione dell’VIII Congresso: «mobilitare tutti i fattori positivi», e lo Stato passò decisamente, da una utilizzazione di capitale industriale che aveva caratterizzato gli anni del primo piano quinquennale, ad una massiccia utilizzazione di forza lavoro che rimpiazzava lo scarso capitale fisso.

Massimo decentramento e fine della pianificazione

Uno degli aspetti principali del Grande Balzo in Avanti fu il decentramento al livello locale delle responsabilità di conduzione delle imprese industriali. Il controllo centrale di Pechino che nel 1957 interessava il 46% delle imprese, passò in un anno al 27%, per calare ancora nel 1959 al 26%.

Escluso quindi determinati principali prodotti, tipo l’acciaio, durante il Grande Balzo le decisioni economiche erano passate dalla Commissione di Piano, tanto cara ai Gao Gang ed ai Chen Yun, ai Comitati Regionali di Partito, primo determinante anello della catena della “mobilitazione”.

Secondo i dirigenti di Pechino, l’autonomia locale delle aziende doveva spingerle alla ricerca ed all’utilizzazione di materie prime estratte e prodotte localmente. Se così fosse stato, non solo gli asfittici trasporti ne avrebbero tratto beneficiomerci in meno da trasportarema anche lo Stato ne avrebbe tratto un indubbio vantaggio potendo destinare tutte le sue poche risorse finanziarie allo sviluppo dell’industria pesante ed all’ammodernamento dell’esercito.

Il che non era poi una grande pensata, ma una carta da giocare per un paese povero costretto a far di necessità virtù !

Ma il decentramento locale cinese, se da un lato favoriva la “mobilitazione” da parte dei quadri di tutte le risorse e di tutti i fattori positivi, automaticamente generava due “mali” contro cui avrebbe dovuto fare i conti lo Stato centrale di Pechino: 1) dava forza ad un sistema economico formato da isole chiuse, autarchiche, base per tendenze localiste e autonomiste; 2) la pur debole pianificazione centrale salta del tutto.

Mao lo deve riconoscere al Plenum di Lushan, il 23 luglio 1959: «Adesso gli organi della pianificazione non si occupano della pianificazione: è già un po’ che non se ne occupano. Gli organi per la pianificazione non si limitano alla Commissione per la pianificazione, comprendono anche altri ministeri così come le amministrazioni locali. Gli organi locali possono essere perdonati se per un certo periodo non si sono interessati all’equilibrio generale dell’economia. Ma la Commissione per la pianificazione e i ministeri centrali operano da dieci anni e all’improvviso a Beidaihe hanno deciso di non occuparsene più. L’hanno chiamata una direttiva sulla pianificazione, ma era equivalente a sbarazzarsi della pianificazione. Voglio dire che, sbarazzandosi della pianificazione, non prestavano più attenzione agli equilibri generali e che semplicemente non procedevano a nessuna stima di quanto carbone, ferro e trasporti sarebbero stati necessari. Carbone e ferro non possono camminare da soli, hanno bisogno di essere trasportati su veicoli. Questo non l’aveva previsto. Io (…) e il Primo ministro non ci siamo occupati di questo punto. Voi potreste dire che noi non lo sapevamo. Io non dovrei scusarmi visto che non sono il capo della Commissione per la pianificazione, ma lo farò lo stesso. Prima dell’agosto dell’anno scorso le mie energie erano tutte concentrate sulla rivoluzione. Io ho una competenza del tutto marginale quando si tratta di costruzione economica e non capisco niente di pianificazione industriale».

La sincerità di Mao riconosceva l’impreparazione della mobilitazione del Grande Balzo e la totale mancanza di pianificazione centrale delle produzioni, problema capitale per uno Stato vasto quanto un continente e super-popolato come quello cinese.

Allentati i freni regolatori di Pechino, gli uominieccezionali faticatorifurono travolti dagli avvenimenti produttivi, come fagocitati dal Moloch dell’accrescimento della produzione.

I quadri vogliosi di vincere le “battaglie produttive», e soprattutto desiderosi di non deludere i superiori con i loro ambiziosi progetti, spodestarono i manager, i direttori, coccolati da Chen Yun e consigliati dagli esperti russi. Se ritmi di lavoro imposti dai quadri furono eccezionali (Liu il 14 settembre 1959 scriveva che «nella campagna di massa per il ferro e l’acciaio, l’anno scorso, dieci milioni di uomini trascurarono il proprio sonno e i propri pasti e non fecero caso alla remunerazione materiale»). L’assenza di cognizioni tecniche e scientifiche, il mancato addestramento del modo di produzione capitalistico, fecero sentire tutto il loro peso, con le macchine super-sfruttate che cedevano, con le materie prime ed i prodotti finiti, fabbricati senza riferimento alla loro rispettiva utilità e alla capacità di trasporto, destinati ad un immane spreco !

I “progressi” nella produzione di acciaio e carbone

La campagna per la fabbricazione dell’acciaio per mezzo di “piccoli altiforni”, fu certamente esemplare manifestazione dello spirito del Grande Balzo, nel bene e nel male. Sempre secondo il discorso di Lushan, fu Mao stesso il promotore della campagna:

«Chi è stato il responsabile dell’idea della fusione d’acciaio di massa ? Ke Quing-shi e io ? Dico che sono stato io. Ho avuto una conversazione con Ke Quing-shi e parlai di sei milioni di tonnellate. Dopo ho voluto parlare anche con altri: anche (…) disse che era possibile. In giugno parlai di 10.700.000 tonnellate. Poi andammo avanti e lo facemmo. Fu pubblicato nel comunicato di Beidaihe; (…) buttò giù alcune idee e considerò che tutto fosse a posto. Così siamo precipitati in una grande catastrofe e 90 milioni di uomini sono scesi in battaglia».

La cadenza degli obbiettivi proposti era impressionante; come se si trattasse di noccioline, dai 5,3 milioni di tonnellate di acciaio del 1957 si passa a proporre una produzione di 6, annunciata anche da Bo Yi-bo il 3 febbraio 1958, ai 7,1 previsti da Liu Shaoqi il 5 maggio, ai 10 mil. di settembre.

Poteva ben scrivere il “Jenmin Jihpao” il 28 febbraio 1958, che «le vecchie quote, i vecchi obiettivi, i vecchi regolamenti e istituti entrano costantemente in collisione con l’iniziativa e la creatività delle masse», ma la collisione era d’altra fatta e niente c’entravano le masse. Erano le condizioni materiali delle forze produttive a disposizione del Governo di Pechino che si scontravano con la volontà di questo di attuare in pochi decenni un’accumulazione di capitale e di proletarizzazione delle campagne che in Europa (paragonabile per dimensione ma non per popolazione) ha impiegato un cicloper molti versi tutt’ora non chiuso nel settore agricolodi secoli, dalle innumerevoli lotte sociali e politiche.

E l’immancabile vaso di coccio fra tradizionali vasi di ferro, erano le condizioni di esistenza e di lavoro dei 600 milioni di cinesi, alla cui creatività, e soprattutto alla cui fatica, tutto si domandava !

Di fatto, durante la seconda metà del 1958, buona parte della popolazione cinese venne impiegata a raccogliere e fondere rottami metallici, fino ai più umili utensili di cucina. Mao successivamente parlò di 90 milioni di persone impiegate nelle “campagne”; altre valutazioni calcolarono in due milioni i piccoli altiforni messi in funzione, ed in 50-60 milioni i contadini che parteciparono all’esperimento, e siccome questo raggiunse il suo culmine in agosto-settembre, mesi di importanti raccolti agricoli, i rudimenti tecnici che molti contadini impararono cimentandosi con elementari forni, furono subitamente pagati con piccoli ma importanti disastri alle colture colpite dal sopraggiungere delle gelate.

Uguali piccoli disastri economici nelle zone urbane, con i cittadini che si davano alla fabbricazione dell’acciaio dopo il normale lavoro, con il risultato di uno scarso “rendimento” nei giorni successivi.

La “campagna”, interrotta dal Governo allorché fu chiaro che la quantità di produzione eccedente era per lo più scadente e che il sistema dei trasporti stentava a reggere l’aumento delle merci da spostare, dette ufficialmente buoni risultati: dal 1957 al 1960 la produzione di acciaio passò da 5,3 milioni di tonnellate a 11,1, a 13,3 e 18,4. Cifre che, non conteggiando la cattiva produzione (nel 1958, 3 milioni di t. di acciaio dovettero essere ritirate e servirono solo per la produzione di piccoli attrezzi agricoli), andrebbero ridimensionate in 5,3; 6,1; 8,3 e 13,7, quote anche esse che saranno definitivamente e sicuramente raggiunte un decennio dopo.

Stessi i risultati per il carbone: dal 1957 al 1960 si ebbe 130; 270; 348; 425 milioni di tonnellate.

I cinesi inneggiando il loro decentramento sostennero che nel 1958 l’80% del prodotto (219 mil. di t.) era estratto con metodi moderni, e di questo circa il 24% (52,5 mil. di t.) in miniere di piccole dimensioni gestite dalle Comuni. Ma da queste cifre certi osservatori deducono che ben 100 mil, di t. sarebbero state di carbone non utilizzabile o di qualità molto scadente. La serie della produzione andrebbe quindi ricostruita in 130; 170; 248 e 325 mil. di t., sempre eccezionale come cadenza pur valendo le considerazioni su esposte per l’acciaio.

La natura non si lascia dominare dai forsennati sforzi umani, condanna di un modo di produzione

Furono però i lavori fatti a braccia dall’enorme esercito di contadini quelli che meglio caratterizzarono il Grande Balzo in Avanti come una epica mobilitazione di forza lavoro, a cui dette un importante contributo la massa di milioni di cittadini spinti nei villaggi forzatamente, ed impiegati anch’essi nei lavori agricoli.

Negli anni del primo piano quinquennale furono progettati e costruiti 83.403 Km. di strade percorribili da veicoli a motore; nel 1958 ne furono costruiti 150 mila circa, e l’anno successivo ancora 80 mila.

Ugualmente per i lavori di irrigazione, di bonifica e di rimboschimento, il biennio 1958-59 superò di gran lunga i risultati quantitativi del primo piano quinquennale.

Nell’anno di massimo sforzo, il 1958, pare che furono rimossi 58 miliardi di metri cubi di terra, pari a 290 volte il movimento di terra che fu necessario per la costruzione del canale di Suez, o, se preferiamo, 300 volte quello di Panama. Cifre enormi, impressionanti, tenendo conto che la gran parte di questi lavori fu eseguita senza ausilio di macchine, con attrezzi primitivi di scavo e con il trasporto a spalla dei materiali di risulta, durante i periodi morti per gli ordinari lavori agricoli.

Ma l’eccezionale mobilitazione delle masse per i lavori idraulici oltrepassò il senso comune; aratura in profondità in una zona, ricerca forsennata di concimi organici nell’altra, completavano il quadro di rara drammaticità.

Per di più, nella corsa alla costruzione di dighe, insufficiente attenzione fu prestata alla esecuzione di studi particolareggiati sulla topografia del limo, il regime dei fiumi e l’andamento meteorologico, trascurando fra l’altro i sistemi di convogliamento delle acque dai bacini artificiali ai campi.

Nella realizzazione di una rete irrigua che doveva tagliare in lungo ed in largo la regione compresa tra il Fiume Giallo, l’Hai e lo Yang Tze-Kiang, furono scavati troppi canali di irrigazione e troppo pochi canali di drenaggio. Essendo troppo piccoli molti canali di irrigazione avrebbero intralciato una futura meccanizzazione agricola, senza garantire d’altra parte una sicura protezione in caso di inondazioni. Parecchi canali perdevano, e l’infiltrazione, provocando l’infradiciamento dei terreni, ne accentuava anche il tenore alcalino o la salinità, contro le quali è difficile combattere.

I dati fisici-storici facevano nuovamente valere il loro peso: i terreni coltivati intensamente per secoli, senza rotazione a maggese per la costante pressione demografica, avevano mantenuto quasi intatta la loro originaria fertilità per il costante apporto di concimi naturali che ricostruivano gli elementi organici del terreno. Questo delicato equilibrio naturale si era preservato per secoli, custodito dalla parsimonia e lentezza dei contadini cinesi saggi ed abili coltivatori.

Questi delicati equilibri naturali furono qua e là infranti dai ricorrenti eccessi del Grande Balzo in Avanti, dopo aver subìto un lento ma costante deterioramento dall’avanzare del capitalismo nelle campagne.

Non si tratta di politiche più o meno giuste, di uomini più o meno preveggenti, è che il modo di produzione asiatico si reggeva sull’ammaestramento centrale delle acque e sul conseguente andamento della produzione agricola, i cui elementi erano da conservare intatti, se non migliorati, alle generazioni successive; mentre il modo di produzione capitalistico deve rompereper affermarsi pienamenteogni legame con la natura i cui cicli sono troppo lenti per le sue esigenze di accumulazione e di riproduzione allargata.

Per questa ragione, storica e non personale, là dove gli antichi regimi avevano dimostrato indubbie capacità, quelli moderni, pur riuscendo talvolta a mobilitare uguali immense masse di uomini, come fu per il Grande Balzo in Avanti, dimostreranno chiare deficienze che non furono del passato.

Il biennio 1959-60, vide infatti i terribili fiumi del Nord rompere molte di quelle opere che avrebbero dovuto preservare dalle inondazioni i terreni coltivati, fatto che indubbiamente concorse all’archiviazione del Grande Balzo in Avanti con le sue eccezionali mobilitazioni di masse di uomini, bocciatura che però va estesa all’intero meccanismo di produzione capitalistico ed a tutti i suoi miti, primo fra tutti quello dell’aumento incessante della produzione di merci !