Partito Comunista Internazionale

L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato Pt.20

Categorie: China, CPC, Great Leap Forward, History of China

Articolo genitore: L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato

Questo articolo è stato pubblicato in:

L’andamento dell’economia nel triennio 1958-60

La tabella che presentiamo mostra l’andamento delle principali produzioni industriali ed agricole nel triennio 1958-60, confrontando gli incrementi percentuali medi annui con quelli dei periodi precedenti, già presi in esame.

Va subito detto che molti di questi dati non sono ufficiali, ma sono invece ripresi da studi effettuati da più parti sull’economia cinese, preferendoli a quelli ufficiali comunicati per alcune produzioni fino al 1960 e generalmente considerati poco attendibili. L’avvertenza varrà fino al 1978, quando il Governo centrale della Repubblica Popolare ricomincerà a ripresentare, in grande stile, le statistiche della propria economia.

La mancanza di un quadro statistico di sicuro riferimento, carenza fondamentale sentita persino dalle computerizzate economie occidentali, non impedisce però l’allineamento di cifre e dati che, pur non brillando per esattezza quantitativa, sono pienamente in grado di delineare e delimitare le tendenze generali dell’economia cinese in ogni suo periodo, base unica questa delle lotte politiche e sociali svoltesi.

Prima di commentare la tabella è bene riannodare ulteriormente il filo degli avvenimenti.

Abbiamo già detto come il lancio delle Comuni Popolari e del Grande Balzo in Avanti ebbe la formidabile base di appoggio dell’ottimo raccolto agricolo del 1958 che portò la quota pro-capite di cereali a 312 kg. l’anno (dato che sarà nuovamente toccato solo dopo venti anni), ed il successo agricolo poteva ben determinare tutto l’andamento economico in un paese in cui l’agricoltura forniva la metà delle risorse dello Stato ed alimentava per i 2/3 il commercio estero.

In pieno periodo di fervore di mobilitazione sociale, il VI Plenum di Wuchang comunicò gli eccezionali dati sulle varie produzioni dell’anno 1958: l’acciaio prodotto sarebbe stato 11 mil. di t.; il carbone 270 mil. di t.; i cereali ben 375 mil. di t. ed il cotone 3,35 mil, di t. Questi risultati di alcune fondamentali produzioni, avevano spinto in avanti la produzione industriale ed agricola del 70% rispetto a quella dell’anno precedente, aumento superiore persino a quello avutosi nell’intero quinquennio 1953-57, solo il 68%.

Sulla base di questi stratosferici successi il Plenum del dicembre 1958, redasse gli obbiettivi per l’anno seguente: 18 milioni di tonnellate di acciaio, 380 di carbone, 525 di cereali, 5 di fibra di cotone, cifre che rappresentavano il livello di produzione fissato per la fine del III piano quinquennale, cioè a dire il lontano 1967.

Il clamore delle cifre doveva però lasciare il passo al cupo incedere degli avvenimenti.

Già l’VIII Plenum di Lushan, deve registrare le dure critiche di Peng Dehuai e degli altri suoi sostenitori; la difesa accorata di Mao che di fronte alla possibilità di rendere pubbliche le aspre critiche al Grande Balzo in Avanti ed alle Comuni Popolari, minaccia: «In tal caso io andrei in campagna e mi metterei alla testa dei contadini per rovesciare il Governo. Se quelli di voi, che sono nell’Esercito di Liberazione, non mi vogliono seguire, allora io andrò a cercarmi un’Armata Rossa e organizzerò un altro Esercito di Liberazione. Ma io penso che l’Esercito di Liberazione mi seguirebbe»; la sconfitta di Peng e dei suoi, qualificati dei peggiori epiteti, e una radicale revisione dei dati statistici mesi prima annunciati, indiretta conferma di alcune delle principali critiche di Peng, «del ricorso generalizzato alle spacconate, alla millanteria, quella megalomania dilagata ovunque, cosa che pregiudica assai il prestigio del nostro partito».

Il Plenum di Lushan fu costretto a passare dai 375 milioni di tonnellate di cereali a 250; da 3,35 di cotone a 2,1; dagli 11,1 di acciaio ad 8, cifre pure queste, per acciaio e cereali, ancora superiori a quelle da noi ordinate ed incasellate.

La rettifica, automaticamente, coinvolse anche il piano per il 1959: per l’acciaio si corressero i previsti 18 mil. di t. in 12; per il carbone da 380 mil. di t. si scese a 335; per i cereali dai 525 mil. di t, programmati (pure oggi vera e propria chimera), si precipitò a 275 mil. di t.; idem per il cotone, da 5 mil. di t. a 2,3.

Anche se ufficialmente continuò l’esaltazione della politica del Grande Balzo in Avanti, ed il popolo fu chiamato a vincere “lo spirito opportunista di destra”, per realizzare nel biennio 1958-59, i traguardi produttivi del II piano quinquennale 1958-62, fu quello il primo decisivo passo per la messa in soffitta della politica di mobilitazione sociale, processo già descritto riguardo la sorte delle Comuni Popolari.

Gli ultimi dati ufficiali verranno forniti da Li Fuzhun, alla II sessione della II Assemblea Nazionale, dal 30 marzo al 10 aprile 1960, e furono l’ultimo sbotto di un ottimismo che i disastri naturali atmosferici ed il ritiro degli aiuti russi del luglio-agosto successivo, si incaricheranno di rimpiazzare con uno sdegnoso e dignitoso silenzio.

Li Fuzhun mostrò che alla fine del 1959, per la maggior parte dei prodotti agricoli ed industriali, era stata raggiunta la quota prevista per il 1962, e che nuovi ambiziosi programmi dovevano essere stilati per il 1960.

Cifre e programmi enunciati in quell’Assemblea, possono però dormire sonni tranquilli, nessuno li disturberà. La tabella presentata, fa infatti giustizia di molte di queste cifre, fino ad ora esposte più che altro per mostrare la difficoltà di un regime a conoscere la condizione di marcia della sua economia, riflesso da una parte di anarchia produttiva e, dall’altra di autarchia e arretratezza tecnico-produttiva delle campagne, solo marginalmente interessate e coinvolte dal flusso mercantile dei prodotti, base per ogni statistica borghese.

Il triennio 1958-60, presenta un incremento percentuale medio annuo superiore di gran lunga a quello del periodo precedente 1953-57, per tutti i prodotti industriali, la produzione dei quali raddoppia in tre lunghi anni di eccezionali e duri lavori. Per l’energia elettrica, il petrolio e l’acido solforico viene persino superato l’incremento del periodo di ricostruzione 1949-52, dai molti record per la precedente caduta della produzione ai minimi livelli di sussistenza.

Le produzioni di petrolio (+55,6%) e di macchine utensili (+47,6%), sono quelle che vantano gli incrementi maggiori rispetto alle altre produzioni, che si attestano su un incremento medio annuo variante dal 32,6% del cemento al 39,1% del carbone, tutte rate eccezionali non più ripetute, da allora ad oggi, dalla Gialla Repubblica.

L’industria, pur con tutte le difficoltà e tutti gli immensi sprechi, ha le carte in regola con le esigenze produttive del Grande Balzo in Avanti. Ma se è relativamente facile comandare i ritmi delle macchine, del capitale fisso messo in moto dal lavoro salariato, solo estendendo la giornata di lavoro, il difficile è comandare alla natura, la quale obbedisce a ben altri cicli che non quello della riproduzione capitalistica, ed immensi investimenti di capitali sono necessari per dotare di infrastrutture ed attrezzaggio la campagna e renderla adatta allo sfruttamento capitalistico.

La produzione di filati di cotone (industria leggera dipendente per la materia prima dall’agricoltura), deve infatti segnare il passo con un -1% medio nel triennio, che anticipa il vero e proprio tracollo dell’essenziale produzione cerealicola che, non solo non riesce a tener dietro all’aumento della popolazione (+1,82%), ma regredisce pure in valore assoluto scendendo dai 206 mil. di t. del 1958, ai 171 del 1959, e ai 156 del 1960, al disotto della quota raggiunta nel lontano 1952, inizio della riforma agraria e di tanti sogni collettivisti.

L’andamento è ulteriormente peggiore per la disponibilità annua pro-capite dei cereali, per la continua pressione di una sempre aumentante popolazione costretta a spartirsi una quantità minore di prodotti alimentari.

Non l’acciaio teneva la chiave dell’economia cinese, ma i cereali, proprio perché prima si mangia e poi si produce; ed il segno negativo della produzione cerealicola aveva il potere di tutto svendere del Grande Balzo in Avanti e delle Comuni Popolari, sia questo che quelle reggentesi sulla scommessa di aumentare, ipso facto, il surplus agricolo, chiave di volta di una problematica industrializzazione nazionale.

Massimo prima 1949194919521957195819591960Aumento % medio annuo 1949–1952Aumento % medio annuo 1953–1957Aumento % medio annuo 1958–1960
Acciaio (mil. t.)0,9230,1581,3495,356,088,3513,67104,431,736,7
Ghisa (mil. t.)1,8010,2521,9295,9366,513,0015,097,025,236,2
Carbone (mil. t.)61,8832,466,4130,0200,0273,0350,027,014,439,1
Energia elettrica (mld. kwh)5,964,317,2619,3427,5341,5047,0019,021,634,4
Petrolio (mil. t.)0,3210,1210,4361,4582,263,705,5053,327,355,6
Cemento (mil. t.)2,290,662,866,869,312,2716,063,019,132,6
Acido solforico (mil. t.)0,180,040,190,6320,741,061,5068,127,233,4
Macchine utensili (unità)5.3901.58213.73428.00050.00070.00090.000105,515,347,6
Filati di cotone (mld. mt.)2,791,893,835,055,706,104,9026,55,6-1,0
Cereali (mil. t.)150,0113,2163,9195,0206171,0156,013,13,6-7,2
Cotone (mil. t.)0,80,4451,3041,6042,102,4143,14,2
Popolazione (mil.)541,7574,8646,5660,0671,1682,52,02,41,82
Disponib. pro capite cereali (kg)285285302312255229

Scambi mercantili ed accumulazione capitalistica

Parallelamente quindi alla ritirata operata nel campo delle strutture e dei compiti delle Comuni, dal 1960 il regime di Pechino dovette prima annacquare, poi sbarazzarsi dei vari aspetti del Grande Balzo in Avanti anche in campo industriale.

Questo processo di ritirata si caratterizzò prima di tutto per una costante diminuzione di entusiasmo ed ottimismo nei discorsi dei massimi dirigenti, poiprosaicamenteseguì la riorganizzazione delle Comuni e le pressanti esigenze alimentari.

Un esempio di ciò si poteva leggete sul “Jenmin Jihpao” del 2 agosto 1960:

«Dobbiamo fare in modo di intensificare la produzione nell’industria senza aumentare la mano d’opera che vi lavora. L’economia delle Comuni non deve assorbire più del 5% dei lavoratori agricoli e, nell’alta stagione, le imprese delle Comuni dovranno trasferire quanta più mano d’opera è possibile al lavoro dei campi».

Queste brevi e lapidarie frasi erano una vera condanna per il Grande Balzo in Avanti; il regime riconosceva infatti, la sua impossibilità a continuare, pena la bancarotta alimentare, la mobilitazione delle masse per grandi lavori e grandi industrializzazioni, che dovevano segnare il passo in favore delle esigenze alimentari che imponevano l’assoluta priorità dei cereali, dell’agricoltura rispetto a tutti gli altri settori produttivi.

Il ritmo fragoroso dell’incremento dell’industria pesante passava la mano a quello più discreto dell’industria leggera, fornitrice di necessari beni di produzione e di consumo, per l’immenso ed affamato, pure di merci, mondo contadino.

Il cambio di consegne va marxisticamente letto: non si accumulava, ma si riattivava il necessario scambio mercantile fra Agricoltura ed Industria, unico fondamento della solo successiva accumulazione di capitale, sia nell’industria che nell’agricoltura.

Questo cambio di consegne verrà ben riassunto dal IX Plenum tenutosi dal 14 al 18 gennaio, anno 1961, a Pechino:

«I settori dell’industria leggera debbono sforzarsi di superare le difficoltà derivanti dalla scarsezza di materie prime prodotta, aprire nuove fonti di materie prime, accrescere la produzione e assicurare fin dove è possibile la soddisfazione delle necessità quotidiane del popolo. Nell’industria pesante, tenuto conto del grandioso sviluppo che si è conseguito negli ultimi tre anni e del fatto che la produzione dei beni principali ha notevolmente superato le quote originariamente stabilite per il 1961 e 1962, ultimi due anni del secondo Piano quinquennale, l’obbiettivo della costruzione di base deve essere convenientemente ridotto, il tasso di sviluppo deve essere riaggiustato, e, sulla base delle vittorie già conseguite, occorre adottare una linea di consolidamento, completamento e miglioramento dei livelli qualitativi. Ciò significa che bisogna far sforzi per migliorare la qualità dei prodotti, accrescerne la varietà, rafforzare gli anelli deboli del processo produttivo e continuare a sviluppare il movimento di massa per le innovazioni tecniche, economizzare materie prime, abbassare i costi di produzione e accrescere la produttività del lavoro.
«Le temporanee difficoltà nell’approvvigionamento del mercato causate dal cattivo raccolto e dalla scarsità di materie prime per l’industria leggera costituiscono problemi importanti che esigono una urgente soluzione».

La confessione è chiara ed esplicita: non si tratta di una società che veleggia verso il socialismo ed il comunismo, ma di una che chiaramente punta all’affermazione del modo di produzione capitalistico, che deve maneggiare le tradizionali borghesi leve dell’abbassamento dei costi di produzione e dell’accrescimento della produttività del lavoro, per rafforzare gli anelli deboli del processo produttivo sconvolto dalla crisi agricola che aveva determinato prima una crisi industriale, poi un bloccarsi degli scambi fra le città e le campagne per mancanza di merci.

Il livello dei prezzi era rimasto immutato, successivamente verrà nuovamente favorito il settore agricolo, ma la rarefazione dei beni di consumo aveva automaticamente diminuito il potere di acquisto dei contadini, bloccando gli scambi mercantili e favorendo l’autarchia economica della miriade di villaggi, nemico mortale per il generale processo di accumulazione e riproduzione di capitale.

Tale processo, di accumulazione e riproduzione, esalta gli incrementi produttivi dell’industria pesante fornitrice di beni strumentali, come per il biennio 1958-59 era stato. È la consegna classica del modo di produzione capitalistico: più beni strumentali, più operai, più tempo di lavoro, più intensità di lavoro, consegna che ha il suo logico sbocco in un’accumulazione progressiva di capitale a ritmi d’inferno, parafrasando i cinesi a Grandi Balzi in Avanti.

La svolta quindi, di rimettere sull’altare l’industria leggera fornitrice di beni di consumo, indirettamente manifestava che anche da un punto di vista borghese la Cina mordeva il freno, che non si era ancora decisamente e risolutamente impiantato, nell’immenso territorio, un esteso scambio di merci fra i vari settori produttivi, che senza tale impianto era vano parlare, non solo di socialismo, ma di moderno capitalismo, e che industrializzazioni forzate accelerate avrebbero finito per bruciare i pochi capitali disponibili.

Tesi queste sostenute dalla “destra” di Chen Yun, come già descritto.

La storia non si fa né con i se né con i ma, né tantomeno a posteriori.

Lo Stato cinese, borghesemente, ha fatto quello che poteva e, soprattutto, quello che le condizioni materiali date imponevano. Anche lo Stato influenza le forze produttive (e come !), se quindi si affermò la soluzione della mobilitazione sociale, con i suoi scarsi risultati, va detto che lo sviluppo dello Stato era esso stesso ad un basso livello, e che i rischi di una lacerazione sociale presupposti dalle tesi economiche della “destra”, non potevano essere allora accettati dalla necessaria integrità dello Stato centrale.

Prime conclusioni sull’economia e le lotte politiche in Cina

Con il Grande Balzo in Avanti e il dimostrato fallimento delle consegne che lo caratterizzavano, si chiude il decennio epico ed eroico della Repubblica Popolare cinese, con il romanticismo proprio di ogni rivoluzione nazionale borghese in ascesa.

È il decennio dello Stato forte, che manovra e mobilita l’immensa popolazione, segnatamente quella contadina, e lo può fare sull’onda di un genuino, forte ma anche ingenuo movimento contadino che per decenni aveva alimentato costantemente il PCC, dandogli vigore e decisione. Ed il PCC, vero partito borghese non per estrazione sociale dei suoi vertici e base ma per programma politico, impiega il vigore e la decisione contadina prima nella costituzione della Repubblica Popolare, poi nel suo rafforzamento sbarazzando il campo da corruzione e debolezze.

È il decennio dei grandi sommovimenti del mondo contadino, della Riforma agraria e della collettivizzazione e comunalizzazione. Titubanze e tendenze al compromesso del PCC, non possono arrestare una marea che impietosamente inghiottisce i grandi proprietari fondiari prima, e l’economia dei contadini ricchi poi. Il risultato che ne consegue non può però impedire successive differenziazioni sociali nelle campagne, ineliminabili in ambiente necessariamente mercantile, cioè borghese.

È il decennio della salda alleanza cino-russa, con cospicui aiuti economici del regime di Mosca che tenta, attraverso questa leva, di legare indissolubilmente a sé l’inquieto alleato. Nel decennio, la Cina sfrutta mirabilmente a fini interni nazionali la dispendiosa ed onerosa guerra di Corea, scontrandosi con la potente America protettrice del Generalissimo confinatosi a Formosa; con la Conferenza di Bandung, la Cina fa poi valere tutto il suo fascino e la sua forza nei confronti dei Paesi cosiddetti Non allineati presso i quali gode di grande prestigio.

È il decennio della grande crescita economica, politica e militare del grande Stato giallo, crescita che, secondo i dirigenti di Pechino, non doveva arrestarsi di fronte a qualsivoglia ostacolo ma darsi obbiettivi sempre più ambiziosi.

Ma l’epica e mistica mobilitazione estensiva del lavoro e degli sforzi dei 600 milioni di cinesi non poteva andare più in là di dove arrivò; raggiunti tutti gli obiettivi possibili alla volontà umana, urtò naturalmente contro la necessità della specializzazione e concentrazione della grande industria di base, unico ossigeno per l’affermazione di un’agricoltura capitalistica moderna.

Il rumoroso urto renderà impossibile l’avvento di un altro decennio di eroismo ed epicità; gli anni Sessanta, nonostante il chiasso ed i colori della Rivoluzione Culturale, saranno il decennio non degli eroi, ma delle comparse che tenteranno di recitare una parte non loro, di cui non sono all’altezza.

In campo economico, il decennio, a parte trascurabili parentesi, sarà caratterizzato da moderazione e pragmatismo che sostituiranno l’entusiasmo e l’ottimismo precedenti. Le grandi mobilitazioni sociali del passato non potranno essere tentate da un regime in evidente crisi interna. La stessa Rivoluzione Culturale poggerà sul disciplinato Esercito più ancora che sulla massa studentesca, corpo estraneo rispetto al mondo contadino oltremodo diffidente, ma anche rispetto agli operai, istintivamente in difesa delle loro immediate condizioni di esistenza minacciate dagli isterismi ed estremismi delle Guardie Rosse.

In politica estera, il decennio si aprirà con la rottura con la Russia e si chiuderà con il riavvicinamento all’America. Nonostante un virulento antimperialismo verbale, la Cina sarà oltremodo cinica ed utilitaristica, difenderà vittoriosamente i suoi confini con l’India, non altrettanto farà con la Russia, gli scontri sull’Amur riveleranno anzi una preoccupante debolezza militare; si terrà pilatamente in disparte quando scoppierà la guerra del Vietnam, e quando si dispiegherà con tutta la sua ferocia il colpo di Stato in Indonesia arriverà persino a non far mancare il suo appoggio al regime di Sukarno.

Anche i personaggi saranno all’altezza dei tempi.

Oltre a Mao, il primo decennio vanta mitiche figure, il decennio a seguire non sarà a tale altezza.

Tramonteranno le forti e rudi figure militari di Zhu De e Peng Dehuai, ed il grigio Lin Biao conoscerà nel volgere di pochi anni la massima gloria e la massima infamia. Tacerà il brillante economista Chen Yun, come l’ingegnere del Grande Balzo in Avanti, Li Fuzhun, più volte acerrimi rivali; solo lo sfuggente Li Xiannian rimarrà in sella appoggiandosi al vero ed unico super pragmatico ed equilibrista, Zhou Enlai.

Gli eroi semiseri saranno i componenti della futura Banda dei Quattro, autori di una rapida quanto effimera carriera, Jiang Qing, Zhuang Chunqiao, Yao Wenyuan e Wang Hong-wen, appoggiati dallo stanco timoniere Mao, dal poliziotto Kang Sheng, dal segretario Chen Boda, dal militare Lin Biao, capitaneranno una pilotata Rivoluzione Culturale, fallimentare in tutti i suoi dichiarati fondamentali propositi.

Unico personaggio che ottimamente e seriamente si farà portavoce della forza sociale agente sotto la sovrastruttura delle dure cruenti lotte politiche, sarà Zhou Enlai.

La sua capacità al compromesso che gli ha valso di non conoscere l’onta della polvere, unico nella storia della giovane Repubblica, lo rendeva mirabile interprete della forza sociale dell’accumulazione e riproduzione capitalistica cinese che doveva ad ogni modo poggiare sulla continuità dello Stato, sulla sua stabilità ed efficienza.

Senza questa continuità e stabilità, nessuna accumulazione e riproduzione di capitale, nessuna lotta politica, nessuna modernizzazione della giovane potenza capitalistica quale è la Cina !