L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato Pt.21
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La profonda crisi economica dovuta in gran parte ai cattivi raccolti del periodo 1959-61, determinò, come abbiamo già accennato, una radicale svolta politica seguita dal Governo di Pechino in campo economico.
Significativamente, il IX Plenum dell’VIII Congresso del PCC, nel gennaio 1961, decise di rafforzare il “fronte agricolo», facendo dell’agricoltura il settore trainante sia dell’industria che dell’intera economia, considerazione che poggiava sulla constatazione che l’immensa campagna assorbiva l’80% dei prodotti dell’industria leggera, nonché una parte considerevole dei prodotti dell’industria pesante, Naturalmente furono prima di tutto le pressanti esigenze alimentari a spingere il regime a dedicare tutta la sua attenzione al settore agricolo.
La “svolta” si sbarazzò anche della “mobilitazione sociale”, tanto cara all’ideologia maoista e pilastro portante del Grande Balzo in Avanti, e volenti o nolenti si dovette far ricorso al libero gioco delle forze del mercato, alle spontanee oscillazioni dei prezzi, a quell’economicismo anni prima vigorosamente sostenuto da Chen Yun che allora lo inquadrava con un attento controllo dell’amministrazione statale, sicura e vitale.
Sotto l’incedere della crisi economica fu quindi permesso un mercato libero dei prodotti agricoli, coltivati negli appezzamenti privati dei contadini, tollerando giocoforza mercato nero e speculazioni, e specialmente dopo la Conferenza di lavoro del CC del PCC, convocata in sessione allargata nel gennaio 1962, gradualmente nelle campagne si adottarono le misure economiche dette “san-zi-yi-bao”
La Conferenza del gennaio 1962 ed il “san-zi-yi-bao”
La profonda crisi economica dovuta in gran parte ai cattivi raccolti del periodo 1959-61, determinò, come abbiamo già accennato, una radicale svolta politica seguita dal Governo di Pechino in campo economico.
Significativamente, il IX Plenum dell’VIII Congresso del PCC, nel gennaio 1961, decise di rafforzare il “fronte agricolo», facendo dell’agricoltura il settore trainante sia dell’industria che dell’intera economia, considerazione che poggiava sulla constatazione che l’immensa campagna assorbiva l’80% dei prodotti dell’industria leggera, nonché una parte considerevole dei prodotti dell’industria pesante, Naturalmente furono prima di tutto le pressanti esigenze alimentari a spingere il regime a dedicare tutta la sua attenzione al settore agricolo.
La “svolta” si sbarazzò anche della “mobilitazione sociale”, tanto cara all’ideologia maoista e pilastro portante del Grande Balzo in Avanti, e volenti o nolenti si dovette far ricorso al libero gioco delle forze del mercato, alle spontanee oscillazioni dei prezzi, a quell’economicismo anni prima vigorosamente sostenuto da Chen Yun che allora lo inquadrava con un attento controllo dell’amministrazione statale, sicura e vitale.
Sotto l’incedere della crisi economica fu quindi permesso un mercato libero dei prodotti agricoli, coltivati negli appezzamenti privati dei contadini, tollerando giocoforza mercato nero e speculazioni, e specialmente dopo la Conferenza di lavoro del CC del PCC, convocata in sessione allargata nel gennaio 1962, gradualmente nelle campagne si adottarono le misure economiche dette “san-zi-yi-bao”
Della Conferenza del gennaio 1962, detta dei 7.000, è conosciuto interamente solo il discorso di Mao, il quale non solo dovette riconoscere che «anche noi in passato abbiamo trattato alcuni quadri in modo scorretto» e le sue scarse cognizioni economiche: «Nel nostro lavoro di costruzione economica noi stiamo in gran parte agendo ciecamente. Prendete me per esempio: ci sono ancora molti problemi nel lavoro di costruzione economica che non capisco. Non capisco molto di industrie e commercio. Capisco qualcosa di agricoltura ma soltanto in modo relativo, non ne capisco ancora molto»; ma dovette altresì abbassare il tiro sui pretesi grandi destini della Cina, pochi anni prima lanciatasi a raggiungere e superare l’Inghilterra in 15 anni: «Il socialismo è superiore al capitalismo sotto molti aspetti e lo sviluppo economico del nostro paese può essere molto più veloce di quello dei paesi capitalistici. La Cina ha però una grande popolazione, le risorse sono scarse e la nostra economia è arretrata di modo che, secondo me, sarà impossibile sviluppare la nostra capacità produttiva tanto rapidamente da poter raggiungere e superare i paesi capitalistici più avanzati in meno di cento anni».
Secondo le cronache centellinate con cura cinque anni dopo dalle Guardie Rosse, la platea fu poco propensa ai giri di parole di Mao, e Liu Shaoqi, a cui era demandato il rapporto principale, usò toni duri nei confronti della politica economica seguita durante il Grande Balzo: «Il Grande Balzo (…) è stato lanciato troppo affrettatamente e mancava di equilibrio. Tre anni di Grande Balzo richiederanno, in seguito, forse otto o dieci anni di sforzi per ristabilire la normalità; il gioco non valeva la candela (…) Le Comuni Popolari erano un’iniziativa prematura (…) Gli altiforni di campagna hanno pagato con delle chiacchiere (…) Le attuali difficoltà in campo economico e finanziario, sono gravi (…) Lo spreco di energie è stato troppo grande; anche in sette o otto anni, sarà difficile rinormalizzare la situazione», ed il grande timoniere corse il rischio di essere messo clamorosamente sul banco degli accusati.
Il 20 settembre 1967, il “Don fan Hong” (“L’Est è rosso”) organo delle Guardie Rosse dell’Istituto Minerario di Pechino, nell’articolo “Tutti i particolari dell’affare controrivoluzionario di Chang-Guanlou”, rivelò infatti che Peng Zhen, sindaco di Pechino e ascoltato membro del Politburo, capeggiò nel novembre 1961 un gruppo di lavoro per la preparazione di un dossier contro Mao da presentare al “convegno dei 7.000”.
Probabilmente furono gli stessi imperativi economici, i quali imponevano risolutive misure economiche, a consigliare il gruppo dirigente del PCC a non operare una brusca demaoizzazione che avrebbe lacerato Partito e Stato, proprio in un momento in cui ogni integrità di facciata era essenziale per affrontare il difficile momento e per iniziare un deciso “riaggiustamento economico». Anche le difese di Lin Biao e di Zhou Enlai certamente giovarono alla stella di Mao, chiaramente in difficoltà.
La “Risoluzione su qualche questione della nostra storia”, adottata dal PCC il 27 giugno 1981, non lascia dubbio alcuno sulla sostanza di quel lontano avvenimento:
«Nel corso della conferenza di lavoro del CC, convocato nel gennaio 1962 in sessione allargata con la partecipazione di 7.000 persone, si stila un primo bilancio delle esperienze e degli insegnamenti tratti dal Grande Balzo in Avanti, e si pratica la critica e l’autocritica. La maggioranza dei compagni ingiustamente criticata durante il movimento “contro la deviazione di destra” furono riabilitali in questo periodo. Inoltre, gran parte di quelli che erano stati etichettati come “destri” si videro tolto questo titolo. Grazie a queste misure economiche e politiche, l’economia nazionale uscì dalle sue difficoltà e si sviluppò senza difficoltà negli anni dal 1962 al 1966».
E le misure economiche si riassumevano nella formula “san-zi-yi-bao”, tre libertà ed un contratto. Le tre libertà consistevano nella restaurazione degli appezzamenti privati e nella possibilità di estenderli dissodando terre incolte, nella libertà di vendere nei mercati rurali quei prodotti agricoli non consegnati all’ammasso statale, ed infine nella libertà di costituire piccole imprese familiari che si assumevano interamente la responsabilità dei loro profitti e delle loro perdite. Il contratto riguardava invece il fissare quote di produzione su base familiare, anziché per squadra.
Formazione di capitale e forme di proprietà della terra
Secondo l’ “Autocritica” di Liu Shaoqi del 23 ottobre 1966, la formula “san-zi-yi-bao” fu inizialmente proposta da Deng Zihui, responsabile del settore agricolo del CC e dal Segretario generale Deng Xiaoping.
Queste misure economiche non furono mai ratificate da nessun Plenum del PCC, che del resto, dopo la sessione del CC del settembre 1962, non si riunirà più fino al maggio 1966, furono anzi a più riprese aspramente criticate da alcuni massimi dirigenti, specialmente riguardo la norma di fissare quote di produzione per famiglia, sperimentata ufficiosamente in molte regioni, in particolare nell’Anhui e nello Henan.
Deng Xiaoping e Deng Zihui non mancavano però di una logica borghese. Siamo in ritirata, dobbiamo riattivare un minimo di produzione alimentare, base di qualsiasi regime, e per questo diamo il via libera agli appezzamenti privati ed ai mercati liberi. Sbarazziamoci della facciata collettivista, la quota di produzione degli appezzamenti privati è essenziale, e se lo Stato vuol continuare ad investire capitale industriale deve estendere le sue lunghe braccia anche su questa quota di produzione, deve mirare alla famiglia-impresa contadina, non alla squadra !
Questo il filo di un ragionamento difficile da ricostruire con i testi ufficiali quanto mai inattendibili. È facile bollare Deng Xiaoping e Deng Zihui come borghesi, ma di grazia, con le Comuni proprietarie della totale terra cosa si aveva ?
Lo abbiamo già detto: né più né meno di uno Stato borghese poggiante sulla generalizzata proprietà fondiaria contadina, che cerca di far marciare l’industrializzazione forzata dell’immenso paese mantenendo la compattezza della popolazione contadina, evitando qualsiasi differenziazione sociale delle campagne.
Deng Xiaoping mirava alla famiglia e, attraverso di essa, all’economia dei contadini ricchi ? Sia pure ma in tal caso si sarebbe formato capitale privato, braccianti proletari, e tale risultato va preferito per il partito di classe sulla linea di una internazionale uniclassista alla costruzione piccolo-borghese delle Comuni, con tutti i contadini legati alla terra coltivata collettivamente, privi cioè di uno dei massimi risultati delle rivoluzioni borghesi: la libertà di spezzare il giogo della terra, la libertà di andare a lavorare per il Capitale !
Quasi a prova della logica del ragionamento di Deng Xiaoping e Deng Zihui il contributo dei fondi privati alla produzione crebbe enormemente, e con esso il peso e la forza delle correnti “capitalistiche” nelle campagne che alimentavano la generale produzione industriale.
Successive testimonianze raccolte e divulgate dalle Guardie Rosse stimano che, nel 1962, il raccolto privato dei cereali nello Yunnan era maggiore di quello collettivo, e che la terra coltivata privatamente si estendeva per il 50% della totale; in certe regioni le Comuni affittavano fino al 20% della terra ai contadini ai quali si metteva in bocca una dissacrante dichiarazione: «Il fazzoletto di terra è nostro figlio, il campo affittato è nostro figlio adottivo, il campo della Comune un orfano».
Era un vero e proprio funerale di terza classe, non solo per il collettivismo del biennio 1958-59, ma anche per il preteso atteggiamento comunista dei contadini, i quali, trascinati in una impresa non loro, passata la bufera, ritornavano al loro vecchio e non sconfessato amore, la proprietà individuale costretta dalla situazione a mille mutazioni.
Dal corteggiamento dei contadini a quello delle classi medie urbane
La linea dei “san-zi-yi-bao” era duttilmente sostenuta da un prestigioso gruppo di dirigenti, oltre Deng Xiaoping e Deng Zihui, dall’allora presidente Liu Shaoqi, dal vecchio Maresciallo Zhu De, dall’allora Maresciallo He Long, da Chen Yun, Tao Zhu e Tan Zhenlin, sui quali poi le Guardie Rosse rovesciarono furenti accuse che meritano essere riportate perché unici riflessi dei processi sociali in atto nelle campagne cinesi.
Zhu De verrà accusato di essersi fatto paladino delle aziende familiari rurali: Tao Zhu sarebbe stato responsabile di aver introdotto in alcuni hsien del Guangdong un sistema di “responsabilità individuale” dei contadini con premi, multe e prestiti di terre; e se Deng Xiaoping diverrà famoso con la frase: «per aumentare la produzione si può anche intraprendere la coltivazione privata delle terre; che un gatto sia bianco o nero non importa, se acchiappa i topi è un buon gatto». Chen Yun non lo sarà da meno dichiarando lapidariamente, nel 1962, che la fissazione di quote di produzione familiari non era che una mezza misura, «un semplice strato di mercurio-cromo su una piaga», e che bisognava redistribuire le terre collettive ai privati.
Liu Shaoqi avrebbe poi esteso la sua protezione a Zhang Wentian, uno dei grandi sconfitti di Lushan, che era stato inviato fin dall’ottobre 1960, all’Istituto di Studi Economici il cui direttore era Sun Ye-fang, e di lì faceva valere la sua voce in favore di un ritorno alla conduzione privata delle terre.
Ed anche se a questo risultato non si arrivò, niente era rimasto delle originarie Comuni.
Prima furono smembrate e ridotte di dimensioni, passando nel 1961-62 da 24 mila a 74 mila, poi senza traumi la squadra si impossessò di quasi tutti i compiti della Comune e della Brigata, la prima si limitava in genere a trasmettere le indicazioni venute dai Distretti amministrativi con generalissime direttive sulla produzione, la seconda agiva da intermediario fra la Comune e le squadre.
Poco valeva che sia l’una che l’altra, potessero condurre officine, allevamenti e stazioni di trattori da affittare alle squadre.
Tutto ruotava ormai intorno alla squadra con la quale si accordava la Brigata per le quote di produzione, proprietaria di fatto di terre, animali da lavoro, di attrezzi, che prende in affitto macchine e trattori ed acquista dagli organi statali, dalle Comuni e dalle Brigate, concimi, sementi, insetticidi ecc.
È la squadra che ammassa il raccolto, versa allo Stato un’imposta in natura, trattando sempre con lo Stato le vendite obbligate di cereali e cotone; che tiene il conto delle giornate di lavoro dei singoli contadini pagandoli in natura ed in denaro.
Ed in questa situazione i singoli contadini, pur non ritornando a reimpugnare titoli di proprietà delle terre, estendevano caparbiamente i propri possessi. Già la casa di abitazione, appena scalfita dal collettivismo passato, si trasmetteva ai discendenti per via ereditaria, purché questi continuassero ad abitarla: lo stesso rapporto valse per gli orti adiacenti alle case e che facevano parte integrante di queste !
Anche il rapporto fra una famiglia ed il terreno che “privatamente” coltivava divenne un rapporto di proprietà di fatto se non di diritto. La proprietà dei terreni rimaneva ufficialmente collettiva, e sempre ufficialmente alle singole famiglie erano vietate l’affittanza, la vendita, o cederli come pegni di garanzie, ma finché una famiglia non si spostava (e come lo poteva fare, quando il regime febbrilmente rimandava milioni di inurbati nelle campagne ?), il terreno “privato” le apparteneva e di fatto era ereditario.
I contadini poi avevano tratto lezione dalle collettivizzazioni passate, ed i terreni privati erano vere e proprie fette dei terreni collettivi, e sia questi che quelli erano coltivati insieme dalle famiglie della squadra; l’unica differenza formale era nelle concimazioni, molto più abbondanti per le fette di terreni privati. Come stupirsi che le quote dei terreni privati sul totale oscillassero fortemente, e che in genere fossero sconosciuti per il regime ?
Naturalmente la disponibilità dei prodotti dei terreni privati apparteneva totalmente alle famiglie contadine, e nessun diritto, né tassa, potevano vantare la Brigata, la Comune e lo Stato, ed il contadino li poteva tranquillamente vendere allo Stato, nei mercati rurali o semplicemente ammassare.
La teoria marxista vi legge un’economia dichiaratamente borghese e capitalistica, in cui lo Stato è parzialmente estromesso dal processo di accumulazione e riproduzione capitalistica, maneggiando malamente la leva delle imposte per raccogliere surplus agricolo, manovra che sarebbe stata più semplice e fruttifera, con una classica proprietà privata delle terre, come propugnato dai “destri”, consci che, dopo la rottura con i russi, non disponendo la Cina di alcun capitale estero, si doveva accrescere la raccolta di surplus dal mondo rurale se si voleva mantenere elevati tassi di investimento industriale.
Anche Zhou Enlai, che pure nel gennaio aveva difeso Mao, all’Assemblea nazionale dell’aprile 1962, deve stilare un “programma in dieci punti” moderato e cauto, tutto teso a riattivare le libere forze del mercato, blandite francamente dalla destra. Fra i punti più importanti: il terzo sulla draconiana riduzione degli investimenti: «impiegare materiali, attrezzature e mano d’opera là dove siano più urgentemente necessari»; il quarto sul rinvio alle campagne dei lavoratori e funzionari trasferiti in città durante il Grande Balzo in Avanti, 30 milioni furono le persone che dal 1961 al 1965 ritornarono nelle campagne; il quinto sulla parsimoniosa utilizzazione di tutti i fondi e materiali disponibili, dopo averli inventariati impresa per impresa; il decimo che ribadiva la scala gerarchica in economia: «migliorare ulteriormente il lavoro di pianificazione e assicurare un completo equilibrio fra le branche dell’economia nazionale secondo la seguente scala: agricoltura, industria leggera, industria pesante».
Le difficoltà del momento si rilevavano anche da un lungo panegirico di corteggiamento degli elementi patriottici della borghesia nazionale: «È necessario continuare ad unire gli elementi patriottici della borghesia nazionale aiutandoli a progredire e correggere le loro mentalità e prolungando di altri tre anni, dopo il 1963, il periodo di pagamento dell’interesse fisso a loro favore. Allo scadere del suddetto periodo di proroga il problema dovrà essere nuovamente preso in esame».
Ed il corteggiamento discreto delle classi medie, patriottiche ed intellettuali, era parte integrante del generale processo di riaggiustamento economico che, dopo i duri sforzi del Grande Balzo in Avanti con la promessa rivelatasi falsa di “tre anni di fatica un’eternità di felicità”, doveva giocoforza orientare la produzione verso il consumo, concedendo, ad una popolazione senza più molti entusiasmi, generi di consumo elementari per l’Occidente ma nuovi per la Cina.
“Economicismo” e cottimi soppiantano la mobilitazione ideologica
L’obiettivo dell’aumento della produzione industriale, leggera e pesante, si sposò pertanto con l’aumento della gamma dei prodotti di consumo e, soprattutto, con l’adozione, nei confronti dei rimasti lavoratori urbani, di una politica di incentivi materiali, di indennità e premi, tanto che, insieme alla giornata di otto ore, nelle fabbriche furono restaurati generalmente vari sistemi a cottimo.
Insieme quindi ad un riordinamento dell’apparato di pianificazione, che tuttavia non andrà oltre la determinazione di piani annuali, nelle fabbriche si ebbe un ritorno della direzione nelle mani dei direttori e dei manager, spodestati anni prima dai Comitati di Partito.
Il passaggio di consegne – che era un ritorno all’antico – verrà bollato durante la Rivoluzione Culturale come politica del “profitto al posto di comando”, ma il cambiamento non inquietò la classe lavoratrice. Premi e cottimo, come condizioni materiali di esistenza, sul lavoro gratuito spesso elargito dal proletariato industriale durante il Grande Balzo in Avanti che faceva dipendere interamente la possibilità di accumulazione capitalistica sull’aumento della “produttività del lavoro», da aversi con un sistema egualitario di salari e entusiasmo, tanto entusiasmo.
Certo, anche lo Stato proletario richiederà ai propri operai i sacrifici più pesanti e dolorosi senza nulla dare come miglioramento delle condizioni di esistenza e di lavoro, la Russia di Lenin lo fece. Lo potrà fare anche quando, in attesa della rivoluzione internazionale, si trattasse di accumulare nazionalmente capitale, ma in tal caso lo farà senza mistificare tale accumulazione come “costruzione di socialismo”, che non è costruzione nazionale ma demolizione internazionale di Stato e di rapporti di produzione !
Non si tratta di questione morale, “non si deve dire bugie !”, ma di ben altro: le masse, ed il Partito stesso, hanno assoluta necessità di sapere qual è la direzione reale del proprio agire, pena la tragica rottura del legame fra le masse ed il Partito, e un disastroso scompaginarsi dei ranghi dei militanti, illusi e poi delusi.
Cosa si ha in Cina ? Lo Stato nazionale aveva fatto appello ai sacrifici e alla capacità di soffrire delle masse contadine ed operaie, perché il loro entusiasmo e la loro abnegazione desse il là all’industrializzazione, spacciata come socialismo.
Ma oltre un certo limite, la forzata mobilitazione delle forze sociali sfocia in un disastro economico, e sia la classe contadina che la classe lavoratrice delle città, mentre si delinea una sorda lotta politica interna al PCC, riacquistano faticosamente connotati di classe propri: i contadini riabbracciano la Santa Proprietà, mentre la classe lavoratrice ripudia gli entusiasmi nazionalistici spingendo il regime ad usare nei suoi confronti, non le diane patriottiche, ma l’economicismo, riflesso di una minima coscienza tradunionista in una classe che fisicamente non aveva alcun legame con quella valorosa ed eroica degli anni Venti, e solo flebili ricordi degli scioperi del 1949-50 che avevano salutato la costituzione della Repubblica Popolare Cinese.
Dal 24 al 27 settembre 1962, si svolse a Pechino il X Plenum del CC del PCC, riunione che chiude un capitolo e ne apre un altro. Si chiudeva infatti, il capitolo dell’emergenza economica in cui tutto andava parsimoniosamente impiegato e in cui niente andava sprecato, periodo in cui le necessità della sopravvivenza economica e politica del regime assumevano apparati, uomini ed indirizzi programmatici. Si apriva invece il capitolo della “convalescenza economica”, in cui nuovamente il regime dovrà affrontare il difficile corno del necessario passaggio di risorse dalla agricoltura all’industria, dopo che la “liberalizzazione” seguita con la linea del “san-zi-yi-bao” stava ridando fiato all’indispensabile produzione agricola.
Se quindi il X Plenum niente innoverà riguardo la politica economica seguita fin dal 1961 (uno spirito “collettivo” mantenuto nelle campagne al livello più basso possibile ed un’industria pesante ridotta all’indispensabile), una parte della risoluzione era un chiaro preludio di futuri e prossimi scontri:
«Non dobbiamo mai dimenticare che questa lotta di classe è complicata, tortuosa, che ha degli alti e bassi e che a volte è molto acuta. Tale lotta di classe trova inevitabilmente la sua espressione in seno al partito. La pressione che proviene dall’imperialismo straniero e l’esistenza delle influenze borghesi all’interno del paese costituiscono la fonte sociale delle idee revisionistiche nel partito. Mentre lottiamo contro i nemici di classe interni e stranieri, dobbiamo vigilare e opporci decisamente, in tempo utile, alle diverse tendenze ideologiche opportuniste che si manifestano in seno al partito».
Secondo le ricostruzioni dei vari sinologi, tutti ugualmente alle prese con l’arduo problema della mancanza di molti testi ufficiali, il X Plenum fu una delle ultime occasioni in cui il PCC fece sfoggio della vecchia unità dei suoi uomini principali, i fatti posteriori hanno mostrato che se unità vi fu, la si ebbe perché i due futuri schieramenti, seguaci di Liu e di Mao, davano risposte diverse al passaggio decisivo della risoluzione, come meglio vedremo in seguito trattando del “movimento di educazione socialista”.
I due schieramenti concordavano sul fatto che le misure liberali, imposte dalla situazione nelle campagne, avevano oltremodo allentato il controllo dei quadri di partito sulla sterminata popolazione, e che i quadri locali, abbandonati a sé stessi, con una popolarità ed influenza in costante diminuzione, erano sottoposti ad una costante pressione e corruzione.
Ogni chicco di grano sottratto allo Stato minava, la voluta da tutti, industrializzazione, ma, sarà qui il dissidio, come impedire questa sottrazione, come ridare al partito-Stato il controllo dei milioni di villaggi disseminati sull’immenso territorio ?
Difficile quesito è, d’altra parte, ulteriore conferma che la Cina di allora non avanzava verso un’impossibile socialismo nazionale, ma nuovamente era alle prese con compiti schiettamente borghesi, apprestandosi, dopo i disastri economici del biennio 1960-61, a cercare di ricentralizzare le “libere e sparse forze del mercato”, compito che mirava non al superamento del capitalismo, ma semplicemente alla costituzione di una base su cui potesse crescere e svilupparsi Capitale e Lavoro Salariato.