Partito Comunista Internazionale

I Sindacati, la situazione attuale e gli errori di Trotzky 

Categorie: Lenin, Union Question

Discorso alla seduta comune dei delegati dell’VIII Congresso dei soviet, dei membri del Consiglio centrale dei sindacati di tutta la Russia e del Consiglio dei sindacati di Mosca iscritti al PCR (b)

* * * * * * * * * *


Compagni, innanzi tutto debbo scusarmi per dover turbare l’ordine dei lavori, dato che, naturalmente, per partecipare alla discussione sarebbe stato necessario ascoltare il rapporto, il corapporto e il dibattito. Purtroppo mi sento poco bene e non sono stato in grado di farlo. Tuttavia ieri ho avuto la possibilità di leggere i principali documenti stampati e di preparare le mie osservazioni. È naturale che questa violazione dell’ordine dei lavori, come ho detto, provochi per noi degli inconvenienti: forse mi ripeterò, ignorando ciò che hanno detto gli altri, non risponderò a questioni che meriterebbero risposta. Ma non mi è stato possibile fare altrimenti.

Il documento fondamentale al quale mi riferirò è l’opuscolo del compagno Trotski Funzione e compiti dei sindacati. Confrontando questo opuscolo con le tesi presentate da Trotski al Comitato centrale, leggendolo attentamente, mi sorprende il numero di errori teorici e di palesi inesattezze ivi concentrate. Come si poteva, affrontando una grande discussione del partito su questo problema, preparare una cosa cosí infelice invece di presentare un lavoro piú meditato? Indicherò in breve i punti fondamentali che, secondo me, contengono radicali errori teorici.

I sindacati non sono soltanto l’organizzazione storicamente necessaria del proletariato industriale, ma anche l’organizzazione storicamente inevitabile di questo proletariato, che, nelle condizioni della dittatura del proletariato, viene da essa quasi interamente reclutato. È questa la considerazione fondamentale che il compagno Trotski dimentica costantemente, dalla quale non prende le mosse, di cui non tiene conto. Eppure il tema che egli si propone, Funzione e compiti dei sindacati, è straordinariamente ampio.

Da quanto ho detto già discende che nell’esercizio della dittatura del proletariato la funzione dei sindacati è estremamente importante. Ma qual è questa funzione? Passando all’esame di questo problema, uno dei problemi teorici fondamentali, giungo alla conclusione che questa funzione è assai originale. Da una parte, i sindacati comprendono, includono nelle loro file la totalità degli operai dell’industria e sono quindi un’organizzazione della classe dirigente, dominante, della classe al potere che esercita la dittatura, che applica la costrizione esercitata dallo Stato. Ma non si tratta di un’organizzazione statale, di un’organizzazione coercitiva, ma di un’organizzazione che si propone di educare, di far partecipare, di istruire, di una scuola, di una scuola che insegna a dirigere, ad amministrare, di una scuola del comunismo. Si tratta di una scuola di tipo assolutamente insolito, perché non abbiamo a che fare con insegnanti e studenti, ma con una determinata combinazione estremamente originale di ciò che è rimasto del capitalismo, e che non poteva non rimanere, con ciò che i reparti rivoluzionari avanzati, l’avanguardia rivoluzionaria del proletariato, per cosí dire, esprimono dal loro seno. Ed ecco perché parlare della funzione dei sindacati senza tener conto di queste verità significa arrivare inevitabilmente a una serie d’inesattezze.

I sindacati, per il posto che occupano nel sistema della dittatura del proletariato, stanno, se cosí si può dire, tra il partito e il potere dello Stato. La dittatura del proletariato è inevitabile al momento del passaggio al socialismo, ma essa non viene esercitata dall’organizzazione che riunisce tutti gli operai dell’industria. Perché? A questo proposito possiamo leggere le tesi del II Congresso dell’Internazionale comunista sulla funzione del partito politico in generale. Non mi soffermerò qui su questo argomento. Accade che il partito assorba, per così dire, l’avanguardia del proletariato e quest’avanguardia eserciti la dittatura del proletariato. Ma se non si hanno fondamenta, quali i sindacati, è impossibile esercitare la dittatura, adempiere le funzioni dello Stato. Bisogna adempierle per tramite di diverse istituzioni, anch’esse di tipo nuovo, e precisamente per tramite dell’apparato dei soviet. In che cosa consiste la peculiarità di questa situazione dal punto di vista delle conclusioni pratiche? Nel fatto che i sindacati creano il legame dell’avanguardia con le masse, che con il loro lavoro quotidiano essi convincono le masse, le masse della sola classe capace di farci passare dal capitalismo al comunismo. Questo da un lato. Dall’altro lato, i sindacati sono la “riserva” del potere statale. Ecco che cosa sono i sindacati nel periodo di passaggio dal capitalismo al comunismo. In generale non si può compiere questo passaggio senza l’egemonia della sola classe educata dal capitalismo per la grande produzione, della sola classe che ha rotto con gli interessi del piccolo proprietario. Ma non si può attuare la dittatura del proletariato per mezzo dell’organizzazione che riunisce tutta questa classe. Perché non soltanto da noi, in uno dei paesi capitalistici piú arretrati, ma anche in tutti gli altri paesi capitalistici, il proletariato è ancora così frazionato, umiliato, qua e là corrotto (proprio dall’imperialismo in certi paesi), che l’organizzazione di tutto il proletariato non può esercitare direttamente la sua dittatura. Soltanto l’avanguardia che ha assorbito l’energia rivoluzionaria della classe può esercitare la dittatura. In tal modo si forma una specie di ingranaggio. E questo meccanismo è la base stessa della dittatura del proletariato, l’essenza del passaggio dal capitalismo al comunismo. Già questo basta per vedere che, quando, nella sua prima tesi, il compagno Trotski, richiamandosi alla “confusione ideologica”, parla particolarmente e appositamente della crisi dei sindacati, c’è in questo qualcosa di fondamentalmente errato sul piano dei principi. Se si vuol parlare di crisi bisogna prima analizzare il momento politico. La “confusione ideologica” si ha proprio in Trotski, perché è proprio lui che, esaminando il problema fondamentale della funzione dei sindacati sotto l’aspetto del passaggio dal capitalismo al comunismo, ha perso di vista, non ha considerato che c’è tutto un complesso sistema d’ingranaggi, che non può esserci un sistema semplice perché non si può esercitare la dittatura del proletariato per mezzo dell’organizzazione che riunisce tutto il proletariato. Non è possibile realizzare la dittatura senza alcune « cinghie di trasmissione » che colleghino l’avanguardia alla massa della classe avanzata, e quest’ultima alla massa dei lavoratori. In Russia questa massa è una massa di contadini, che in altri paesi non esiste; ma anche nei paesi piú avanzati c’è una massa non proletaria o non puramente proletaria. Già da qui deriva effettivamente una confusione ideologica. E Trotski ha torto di accusarne gli altri.

Quando considero il problema della funzione dei sindacati nella produzione, vedo che Trotski commette un errore capitale parlandone sempre “in linea di principio”,  di “principio generale”. Tutte le sue tesi sono concepite dal punto di vista del «principio generale ». Già questa impostazione è radicalmente errata. Senza contare che il IX Congresso del partito ha parlato a sufficienza, e piú che a sufficienza, della funzione dei sindacati nella produzione. Non starò a dire che Trotski stesso cita nelle sue tesi le dichiarazioni assolutamente chiare di Lozovski e di Tomski, che debbono servirgli, come dicono i tedeschi, da  “ragazzo da frustare”, ossia da bersaglio polemico. Non ci sono divergenze di principio, e la scelta di Tomski e di Lozovski, autori degli scritti citati dallo stesso Trotski, non è stata felice. Avremo un bel cercare, non troveremo nessuna seria divergenza sul piano dei principi. In generale il gravissimo errore, l’errore di principio, del compagno Trotski è di trascinare indietro il partito e il potere sovietico, ponendo oggi la questione « di principio ». Grazie a Dio, siamo passati dai principi al lavoro pratico, concreto. Allo Smolny abbiamo chiacchierato dei principi, e certamente piú del necessario. Oggi, dopo tre anni, su ogni punto del problema della produzione, su tutta una serie di elementi costitutivi di questo problema esistono dei decreti – triste cosa questi decreti! -:che vengono firmati e che poi noi stessi dimentichiamo e non applichiamo. E dopo s’inventano dei ragionamenti sui principi, s’inventano dei dissensi di principio. Parlerò poi di un decreto relativo alla funzione dei sindacati nella produzione, decreto che abbiamo tutti dimenticato, me compreso, lo debbo confessare.

Le divergenze reali che esistono non concernono affatto i principi generali, se si eccettuano quelli che ho ora menzionato. Quanto alle mie “divergenze” col compagno Trotski, che ho ora elencato, le dovevo menzionare perché, scegliendo un tema vasto come « la funzione e i compiti dei sindacati», il compagno Trotski ha commesso, a mio parere, una serie di errori che riguardano il contenuto stesso del problema della dittatura del proletariato. Ma se si trascura questo fatto, ci si domanda: perché in realtà non riusciamo a lavorare d’accordo, mentre ne avremmo tanto bisogno? Perché dissentiamo sul modo di accostarsi alle masse, di conquistare le masse, di legarsi con le masse. È questa la sostanza del problema e qui sta la particolarità dei sindacati, istituzioni create durante il capitalismo e indispensabili durante il passaggio dal capitalismo al comunismo, il cui lontano avvenire è un punto interrogativo. È in un avvenire lontano che i sindacati saranno messi in forse; ne parleranno i nostri nipoti. Ma adesso si tratta del modo di accostarsi alle masse, di conquistarle, di legarsi ad esse, di creare le complesse cinghie di trasmissione del lavoro (esercizio della dittatura del proletariato). Notate che quando parlo di complesse cinghie di trasmissione non penso all’apparato sovietico. Quali saranno le complesse cinghie di trasmissione di quell’apparato, è una questione a sé. Per ora parlo soltanto in astratto e in linea di principio dei rapporti tra le classi nella società capitalistica, ove esiste il proletariato, esistono le masse lavoratrici non proletarie, la piccola borghesia e la borghesia. Anche solo da questo punto di vista, anche se l’apparato del potere sovietico fosse esente dal burocratismo, avremmo già delle cinghie di trasmissione assai complesse a causa di ciò che il capitalismo ha creato. Ed è la prima cosa alla quale bisogna pensare se ci si chiede in che consiste la difficoltà dei “compiti” dei sindacati. La vera divergenza, lo ripeto, non sta affatto là dove la vede il compagno Trotski, ma sul modo di conquistare le masse, di accostarsi ad esse, di legarsi ad esse. Debbo dire che se studiassimo attentamente e dettagliatamente, sia pure su piccola scala, la nostra pratica, la nostra esperienza, eviteremmo le centinaia di  “divergenze” e di errori di principio inutili, di cui questo opuscolo del compagno Trotski è pieno. Per esempio, intere tesi di questo opuscolo sono dedicate alla polemica contro il “tradunionismo sovietico”. Non c’erano abbastanza guai, bisognava inventare un nuovo spauracchio! E chi dunque l’ha fatto? Il compagno Riazanov. Conosco il compagno Riazanov da oltre vent’anni. Voi lo conoscete da un minor numero di anni, ma non meno di me conoscete la sua opera. Sapete benissimo che tra le sue qualità, ed egli ne ha certamente, non c’è quella di saper valutare le parole d’ordine. E noi dovremmo far figurare nelle tesi come « tradunionismo sovietico » ciò che il compagno Riazanov ha detto una volta non del tutto a proposito! Ma vi pare una cosa seria? Se lo fosse, avremmo un « tradunionismo sovietico », un  “rifiuto sovietico di concludere la pace”, e non so che altro. Non c’è un solo argomento sul quale non si possa creare un  “ismo” sovietico. (Riazanov: « L’antibrestismo sovietico ».) Sí, giustissimo, «l’antibrestismo sovietico»

Del resto, macchiandosi di questa leggerezza, il compagno Trotski commette subito a sua volta un errore. Secondo lui in uno Stato operaio la funzione dei sindacati non è di difendere gli interessi materiali e spirituali della classe operaia. È un errore. Il compagno Trotski parla di uno « Stato operaio ». Scusate, ma questa è una astrazione. Quando, nel 1917, noi parlavamo di uno Stato operaio, ciò era comprensibile; ma oggi, quando ci si viene a dire: “Perché difendere la classe operaia, da chi difenderla, visto che non c’è piú borghesia, visto che lo Stato è operaio “, si commette un errore palese. Questo Stato non è completamente operaio. Ecco il punto. Qui sta uno dei fondamentali errori del compagno Trotski. Adesso siamo passati dai principi generali alla discussione concreta e ai decreti, e ci si vuole tirare indietro da questo lavoro pratico e concreto. È inammissibile. In realtà il nostro non è uno Stato operaio, ma operaio-contadino; questo in primo luogo. E ne derivano molte conseguenze. (Bukharin: «Come? Operaio-contadino? ».) E benché il compagno Bukharin gridi qui dietro: «Come? Operaio-contadino?», non starò a rispondergli su questo argomento. E chi lo desidera si ricordi del congresso dei soviet appena finito, e troverà la risposta.

Ma non basta. Il programma del nostro partito, documento che l’autore dell’Abbiccí del comunismo conosce assai bene, mostra che il nostro Stato è uno Stato operaio con una deformazione burocratica. E noi abbiamo dovuto apporgli questa triste, come dire?, etichetta. Eccovi il periodo di transizione nella sua realtà. Dunque, in uno Stato che si è formato in condizioni concrete di questo genere, i sindacati non avrebbero niente da difendere, se ne potrebbe fare a meno per difendere gli interessi materiali e spirituali del proletariato interamente organizzato? È un ragionamento del tutto errato dal punto di vista teorico, che ci riporta nel campo dell’astrazione o dell’ideale che raggiungeremo tra quindici o vent’anni; e non sono neppure certo che lo raggiungeremo entro questo termine. Dinanzi a noi vi è una realtà che conosciamo bene se non cadiamo in preda all’euforia, se non ci lasciamo trasportare da discorsi intellettualistici o da ragionamenti astratti o da ciò che talvolta sembra “teoria”, ma in realtà è errore, errata valutazione delle particolarità del periodo di transizione. Il nostro Stato attualmente è tale che il proletariato interamente organizzato deve difendersi, e noi dobbiamo utilizzare queste organizzazioni operaie per difendere gli operai contro il loro Stato, e perché gli operai difendano il nostro Stato. Queste due difese si effettuano mediante una combinazione originale dei nostri provvedimenti governativi e del nostro accordo, mediante la “simbiosi” con i nostri sindacati.

Dovrò ancora parlare di questa simbiosi. Ma questa sola parola mostra che è sbagliato farsi un nemico del  “tradunionismo sovietico”.

Perché il concetto di « simbiosi » implica l’esistenza di cose distinte che bisogna amalgamare; nel concetto di « simbiosi »
è implicito che bisogna sapersi servire delle misure del potere statale per difendere da questo potere statale gli interessi materiali e spirituali del proletariato interamente unito. E quando, invece della simbiosi, avremo una saldatura e una fusione, ci riuniremo a congresso per discutere concretamente la nostra esperienza pratica e non le nostre “divergenze” di principio o i nostri ragionamenti astrattamente teorici. Il tentativo di scoprire divergenze di principio con i compagni Tomski e Lozovski, che Trotski dipinge come “burocrati”  professionali, non è felice; preciserò in seguito da che parte vi è, in questa discussione, una tendenza burocratica. Sappiamo benissimo che se il compagno Riazanov ha talvolta la piccola debolezza d’inventare parole d’ordine quasi di principio, il compagno Tomski non aggiunge questo peccato ai molti di cui è colpevole. Perciò mi sembra che aprire qui un conflitto di principio (come fa il compagno Trotski) contro il compagno Tomski sia cosa che sorpassa ogni misura. Ne sono veramente stupito. C’è stato un tempo in cui abbiamo molto peccato in materia di divergenze frazionistiche, teoriche e di altro genere ma, naturalmente, abbiamo fatto anche qualcosa di utile – e sembrava che da allora fossimo cresciuti. Ed è ora di passare dall’invenzione e dall’esagerazione delle divergenze di principio al lavoro concreto. Non ho mai sentito dire che il teorico domini in Tomski, che Tomski pretenda questo titolo; forse è un suo difetto, ma ciò è un’altra questione. Ma se Tomski, dopo aver lavorato a lungo nel movimento sindacale, deve rispecchiare, consapevolmente o inconsapevolmente, questa è un’altra questione e non dico che egli lo faccia sempre consapevolmente, se nella sua situazione deve rispecchiare questo complesso periodo di transizione, se le masse soffrono senza sapere esattamente di che cosa, e senza che lui stesso sappia che cos’è che non va (applausi, ilarità), e tuttavia egli getta alte grida, io affermo che questo è un merito, e non un difetto. Sono assolutamente convinto che si possano trovare molti errori teorici parziali in Tomski. E noi tutti, se ci sedessimo intorno a un tavolo per scrivere una risoluzione o delle tesi ben meditate, correggeremmo tutto, e forse non ci metteremmo neppure a correggere perché il lavoro produttivo è piú interessante della correzione di piccole divergenze teoriche.

Passo ora alla «democrazia della produzione»; questo, per così dire, è per Bukharin. Sappiamo benissimo che ogni uomo ha le sue piccole debolezze, anche i grandi uomini, compreso Bukharin. Se una paroletta è ben tornita, egli non può fare a meno di essere « per ». All’assemblea plenaria del Comitato centrale del 7 dicembre egli ha scritto quasi con voluttà una risoluzione sulla democrazia della produzione. E quanto piú rifletto su questa « democrazia della produzione », tanto piú chiaramente vedo una falsa teoria, insufficientemente meditata. Non c’è altro che una gran confusione. E questo esempio ci induce a dire ancora una volta, almeno in una riunione di partito: “Compagno Bukharin, un po’ meno frasi ben tornite, e meglio sarà per voi, per la teoria, per la repubblica”. (Applausi.) La produzione è sempre necessaria. La democrazia è una categoria attinente soltanto al campo politico. Non c’è niente da obiettare contro l’impiego di questa parola in un discorso, in un articolo. Un articolo prende una sola correlazione, per esporla chiaramente, e basta. Ma quando se ne fa una tesi, quando se ne vuole fare una parola d’ordine che riunisce quelli che sono “d’accordo” e quelli che non lo sono, quando si dice, come fa Trotski, che il partito dovrà “scegliere tra due tendenze”, ciò suona assai strano. Dirò in seguito se il partito dovrà o no « scegliere » e di chi è la colpa se esso è stato posto nella situazione di dover  « scegliere». Ma siccome è andata così, dobbiamo dire: « In ogni caso sceglierete il minor numero possibile di parole d’ordine teoricamente errate, che non contengono altro che confusione, come la “democrazia della produzione”». Né Trotski né Bukharin hanno ben riflettuto sul significato teorico di questo t (?) e si sono messi nei pasticci. La « democrazia della produzione » fa sorgere idee assai lontane da quelle che li hanno affascinati. Essi volevano mettere l’accento sulla produzione, dedicarle piú attenzione. Mettervi l’accento in un articolo, in un discorso, è una cosa, ma quando se ne fanno delle tesi e il partito deve scegliere, io dico: scegliete contro, perché questa non è che confusione. La produzione è sempre necessaria, la democrazia non sempre. La democrazia della produzione genera una serie d’idee radicalmente false. È passato ben poco tempo da quando abbiamo preconizzato la direzione unica. Non si deve seminare confusione creando il pericolo che la gente si disorienti e si chieda: quando occorre la democrazia, quando la direzione unica, quando la dittatura? Non bisogna in nessun caso ripudiare neppure la dittatura; sento qui dietro Bukharin ruggire: “Giustissimo”. (Ilarità. Applausi.) Proseguiamo. Da settembre stiamo parlando del passaggio dalla politica della priorità a quella del livellamento, lo diciamo nella risoluzione della conferenza generale del partito, approvata dal Comitato centrale. È un problema difficile. Perché bisogna coordinare in un modo o in un altro queste due politiche, e questi concetti si escludono a vicenda. Ma noi abbiamo pure imparato un po’ il marxismo, abbiamo imparato quando e come si possono e si debbono unire elementi contrapposti e, soprattutto durante i tre anni e mezzo della nostra rivoluzione, abbiamo piú volte unito praticamente gli elementi contrapposti.

È evidente che bisogna affrontare questo problema con molta cautela e riflessione. Non abbiamo forse già discusso queste questioni di principio durante quelle tristi assemblee plenarie del Comitato centrale1 nelle quali si sono costituiti i gruppi di sette e di otto e il famoso “gruppo-cuscinetto” del compagno Bukharin, e nelle quali abbiamo già stabilito che il passaggio dalla politica della priorità a quella del livellamento non sarebbe stato facile? E per attuare questa risoluzione della conferenza di settembre dobbiamo lavorare parecchio. Perché queste nozioni opposte si possono combinare in modo da ottenere una cacofonia, ma anche in modo da ottenere una sinfonia. La politica della priorità è la preferenza accordata a una produzione tra tutte le produzioni indispensabili, in nome della sua maggiore urgenza. In che consiste questa preferenza? Fino a che punto la si può spingere? È un problema –
debbo dire – che per risolverlo non basta la coscienziosità nell’esecuzione, non basta neppure essere un uomo eroico, dotato forse di molte eccellenti qualità, ma che serve soltanto al suo posto; qui bisogna saper affrontare una questione specifica. E se si pone la questione della priorità e del livellamento, bisogna in primo luogo rifletterci bene, ed è proprio questo che non si vede nell’opera del compagno Trotski; quanto piú egli rimaneggia le sue tesi iniziali, tanto piú numerose diventano le tesi errate. Ecco quello che leggiamo nelle sue ultime tesi:

“…Nel campo del consumo, cioè delle condizioni di esistenza individuale dei lavoratori, occorre condurre la politica del livellamento. Nel campo della produzione il principio della priorità resterà ancora a lungo decisivo per noi… » (Tesi 41, p. 31 dell’opuscolo di Trotski).

Teoricamente è una confusione completa. È assolutamente errato.

La priorità è una preferenza, ma la preferenza senza il consumo non è niente. Se mi si dà la preferenza concedendomi un ottavo di libbra di pane, io ringrazio umilmente per tale preferenza! La preferenza sul piano della priorità è preferenza anche sul piano del consumo. Senza di ciò la priorità è un sogno, una nuvoletta, e noi siamo pur sempre dei materialisti. Anche gli operai sono dei materialisti; se si parla di priorità bisogna dare pane, abiti, carne. È soltanto così che abbiamo inteso e intendiamo la questione, discutendone centinaia di volte, su casi concreti, al Consiglio della difesa, dove ciascuno tira l’acqua al suo mulino dicendo: «Io sono un settore prioritario», e l’altro afferma: «No, lo sono io, altrimenti i tuoi operai non reggeranno e il tuo settore prioritario andrà in malora ».

Come risultato, il problema delle priorità e del livellamento è posto nelle tesi in maniera radicalmente errata. Inoltre si fa un passo indietro rispetto a ciò che si è già verificato nella pratica e conquistato. Non si può fare così; non se ne può ottenere nulla di buono.

Proseguiamo e affrontiamo il problema della « simbiosi». In questo momento la cosa piú giusta sarebbe tacere. La parola è d’argento e il silenzio è d’oro. Perché? Perché ce ne siamo già occupati praticamente; non c’è un solo importante Consiglio economico di governatorato, una sola sezione importante del Consiglio superiore dell’economia nazionale e del Commissariato del popolo per le comunicazioni, ecc. in cui praticamente non esista la « simbiosi ». Ma i risultati sono completamente soddisfacenti? Ecco il punto. Bisogna studiare l’esperienza pratica, il modo in cui la « simbiosi »
è stata effettuata e ciò che abbiamo ottenuto. I decreti sulla « simbiosi» in questa o quella istituzione, sono talmente numerosi che non si possono enumerare. Ma non abbiamo ancora saputo studiare concretamente la nostra esperienza pratica, studiare che cosa ha dato quella tale « simbiosi» in quella determinata branca dell’industria quando quel tale membro del sindacato di governatorato occupava quella determinata carica nel Consiglio economico di governatorato, che cosa ne è risultato, in quanti mesi si è effettuata questa «simbiosi », ecc. Abbiamo saputo inventare divergenze di principio sulla «simbiosi »,  e commettere inoltre un errore: siamo diventati maestri in quest’arte, ma non siamo capaci di studiare la nostra esperienza e di verificarla. E quando ci saranno i congressi dei soviet, dove, accanto alle commissioni incaricate di studiare le regioni agricole per vedere come sia stata applicata la legge sul miglioramento dell’agricoltura, vi saranno commissioni per lo studio della « simbiosi », per lo studio dei suoi risultati nell’industria molitoria del governatorato di Saratov, nell’industria metallurgica di Pietrogrado, nell’industria carbonifera del bacino del Donets, ecc.; quando queste commissioni, dopo aver raccolto un mucchio di materiale, dichiareranno: “Abbiamo studiato questo e quest’altro”, dirò: “Si, ci siamo messi seriamente al lavoro, non siamo piú dei bambini!”.
Ma se, dopo tre anni che stiamo effettuando la « simbiosi», ci si presentano “tesi” nelle quali s’inventano divergenze di principio sulla “simbiosi”, che cosa ci può essere di piú triste e di piú errato? Noi ci siamo messi sulla via della « simbiosi », e non dubito che abbiamo fatto bene, ma non abbiamo ancora studiato come si deve i risultati della nostra esperienza. Perciò la sola tattica intelligente da seguire su questa questione è il silenzio.

Bisogna studiare l’esperienza pratica. Io ho firmato decreti e risoluzioni che contengono indicazioni pratiche sulla « simbiosi », e la pratica è cento volte piú importante di qualsiasi teoria. Perciò, quando mi si dice: Parliamo un po’ della “simbiosi” », rispondo: “Studiamo un po’ quello che abbiamo fatto”. Che abbiamo commesso molti errori, è fuori dubbio. Può anche darsi che la maggior parte dei nostri decreti debba essere modificata. Sono d’accordo, e non sono affatto innamorato dei decreti. Ma allora fate proposte concrete: trasformate questo e quello. Questa sarebbe un’impostazione efficace. Non sarebbe un lavoro improduttivo. Quando esamino la VI sezione dell’opuscolo di Trotski Conclusioni pratiche, vedo che le sue conclusioni pratiche hanno proprio questo difetto. Vi si dice che nel Consiglio centrale dei sindacati di tutta la Russia e nella presidenza del Consiglio superiore dell’economia nazionale ci dev’essere da un terzo a una metà di membri appartenenti a entrambe queste istituzioni, e nel collegio questa proporzione deve variare tra la metà e i due terzi, ecc. Perché? Semplicemente così, « a occhio ». Certo, nei nostri decreti queste proporzioni sono state piú volte fissate precisamente « a occhio »; ma perché questo è inevitabile nei decreti? Non sono un difensore di tutti i decreti e non voglio raffigurarli migliori di quanto in realtà siano. Accade spesso che vi si stabiliscano a occhio certe proporzioni, come la metà o un terzo di tutti i membri, ecc. Quando un decreto lo dice, vuol dire: provate a fare così e poi faremo un bilancio della vostra “prova”. Esamineremo in seguito che cosa ne è risultato. E quando avremo capito, andremo avanti. Stiamo operando la “simbiosi” e la effettueremo sempre meglio perché diventiamo sempre piú pratici ed esperti.

Ma, mi sembra, mi son messo a fare la « propaganda della produzione »? E inevitabile! Parlando della funzione dei sindacati nella produzione, è indispensabile trattare questo problema.

Passo dunque al problema della propaganda della produzione. È ancora una volta una questione pratica, e noi la poniamo praticamente. Sono già stati creati organi statali addetti alla propaganda della produzione. Non so se siano buoni o cattivi; bisogna metterli alla prova, e non c’è nessun bisogno di scrivere delle “tesi” a questo proposito.

Se si parla in complesso della funzione dei sindacati nella produzione, quanto a democrazia non occorre nulla, tranne i normali principi democratici. Le sottigliezze del tipo della “democrazia della produzione” sono errate e non possono approdare a nulla. Questa è la prima questione. La seconda è la propaganda della produzione. Gli organismi sono già stati creati. Le tesi di Trotski parlano della propaganda della produzione. È inutile, perché in questo campo le “tesi” sono già superate. Se questi organismi sono buoni o cattivi, ancora non lo sappiamo. Mettiamoli alla prova, e allora lo potremo dire. Studiamo il problema e poniamo delle domande. Supponiamo che in un congresso si formino dieci sezioni di dieci persone: «Hai fatto propaganda della produzione? Come, e con quale risultato? ». Dopo aver esaminato questo materiale, premieremo coloro che hanno avuto i risultati migliori e scarteremo l’esperienza infruttuosa. Abbiamo già un’esperienza pratica, debole, scarsa, ma l’abbiamo; e ci si spinge indietro da questa esperienza verso  “tesi di principio” . Si tratta piuttosto di un movimento “reazionario”  che non di «tradunionismo ».

In terzo luogo, i premi. Ecco la funzione e il compito dei sindacati nella produzione: la concessione di premi in natura. Si è incominciato. La cosa è avviata. Sono stati assegnati a questo scopo cinquecentomila pud di grano; e centosettantamila sono già stati distribuiti. Se sono stati distribuiti bene, giustamente, non lo so. Al Consiglio dei commissari del popolo si è detto che non sono stati ben distribuiti, che invece di un premio si è avuto un supplemento di salario; i sindacalisti e i membri del Commissariato del popolo per il lavoro lo hanno affermato. Abbiamo incaricato una commissione di studiare la questione, ma non è stata ancora studiata. Centosettantamila pud di grano sono stati assegnati, ma bisogna distribuirli in modo da premiare coloro che hanno dato prova di eroismo, di zelo, di abilità e di devozione, in una parola delle qualità che Trotski esalta. Ma adesso non si tratta di esaltarle nelle tesi, ma di distribuire grano e carne. Non è meglio, per esempio, togliere la carne a una determinata categoria di operai e darla, in forma di premio, ad altri, agli operai dei settori “prioritari” ? Noi non respingiamo una simile concezione del principio della priorità. Esso ci è necessario. Studieremo accuratamente la nostra esperienza pratica nell’applicazione del principio della priorità.

Poi, in quarto luogo, i tribunali disciplinari. La funzione dei sindacati nella produzione, la « democrazia della produzione », sia detto senza offesa per il compagno Bukharin, non sono che bazzecole, se non abbiamo tribunali disciplinari. Ma nelle vostre tesi non se ne parla. E sul piano dei principi, e su quello teorico, e su quello pratico la conclusione sulle tesi di Trotski e sulla posizione di Bukharin è quindi una sola: sono una cosa pietosa!

E giungo ancor piú a questa conclusione quando mi dico: voi non impostate la questione da marxisti. Nelle tesi ci sono molti errori teorici, e inoltre il modo di valutare “la funzione e i compiti dei sindacati” non è marxista perché non si può affrontare un tema così ampio senza riflettere sulle particolarità del momento attuale dal punto di vista politico. Non per niente abbiamo scritto col compagno Bukharin, nella risoluzione del IX Congresso del PCR sui sindacati, che la politica è l’espressione piú concentrata dell’economia.

Analizzando la situazione politica attuale, potremmo dire che stiamo attraversando un periodo di transizione in un periodo di transizione. Tutta la dittatura del proletariato è un periodo di transizione, ma adesso abbiamo, per così dire, tutta una serie di nuovi periodi di transizione. Smobilitazione dell’esercito, fine della guerra, possibilità di una tregua assai piú lunga di prima, di un passaggio piú stabile dal fronte militare al fronte del lavoro. Questo, soltanto questo cambia già i rapporti tra la classe del proletariato e la classe dei contadini. Come li cambia? Bisogna esaminare attentamente la questione, ma dalle vostre tesi ciò non risulta affatto. Finché non avremo esaminato il problema dovremo saper aspettare. Il popolo è estenuato, molte riserve che bisognava utilizzare per determinate produzioni prioritarie sono già state impiegate, l’atteggiamento del proletariato verso i contadini sta cambiando. La stanchezza dovuta alla guerra è immensa, i bisogni sono aumentati, e la produzione non è aumentata o è aumentata in misura insufficiente. D’altra parte ho già detto nel mio rapporto all’VIII Congresso dei soviet che abbiamo impiegato giustamente e con successo la costrizione quando abbiamo saputo basarla sulla convinzione. Debbo dire che Trotski e Bukharin non hanno assolutamente tenuto conto di questa importantissima considerazione.

Abbiamo gettato una base abbastanza larga e solida di convinzione per tutti i nuovi compiti della produzione? No, abbiamo appena incominciato. Non abbiamo ancora trascinato le masse. E le masse possono passare di colpo a questi nuovi compiti? No, perché se si tratta di stabilire se bisogna abbattere il grande proprietario fondiario Wrangel, se vale la pena di fare dei sacrifici per questo scopo, non c’è bisogno di una propaganda particolare. Ma la funzione dei sindacati nella produzione, se non si tiene conto della questione « di principio », dei ragionamenti sul “tradunionismo sovietico” e simili futilità, ma si considera dal lato pratico, è un problema che abbiamo appena incominciato a elaborare; abbiamo appena creato l’organismo addetto alla propaganda della produzione, non abbiamo ancora esperienza. Abbiamo istituito i premi in natura, ma non abbiamo ancora esperienza. Abbiamo creato i tribunali disciplinari, ma non ne conosciamo i risultati. Ma dal punto di vista politico l’essenziale è proprio la preparazione delle masse. La questione è stata preparata, studiata, meditata, considerata sotto questo aspetto? Ne siamo ben lontani. Ed è un errore politico radicale, assai profondo e pericoloso perché in questo piú che in ogni altro campo, bisogna agire secondo la regola: “Misura sette volte e poi taglia una volta”, mentre ci si è messi a tagliare senza aver misurato neppure una volta. Si dice che « il partito deve scegliere tra due tendenze », ma non si è misurato nemmeno una volta e si è inventata la falsa parola d’ordine della “democrazia della produzione”.

Bisogna capire il significato di questa parola d’ordine, soprattutto in un momento politico in cui il burocratismo è diventato evidente agli occhi delle masse e in cui abbiamo posto questo punto all’ordine del giorno. Il compagno Trotski dice nelle sue tesi che, quanto alla democrazia operaia, al congresso non resta che “ribadirla all’unanimità”. È falso. Non basta ribadirla; ribadire vuol dire confermare qualcosa che è già stato pienamente pesato e misurato, mentre la questione della democrazia della produzione è lungi dall’essere stata pesata fino in fondo, provata, sperimentata. Pensate a come le masse possono interpretare la parola d’ordine della “democrazia della produzione”, se la lanciamo.

“Noi, gente comune, gente del popolo, diciamo che bisogna rinnovare, bisogna correggere, bisogna cacciare i burocrati, e voi venite a distrarci con delle chiacchiere: occupati della produzione, dài prova di democrazia ottenendo dei buoni risultati nella produzione; io voglio occuparmi della produzione, ma non con queste direzioni e queste amministrazioni generali piene di burocrati, ma con altre”. Non avete permesso alle masse di parlare, di capire, di riflettere; non avete permesso al partito di acquisire una nuova esperienza e avete già fretta, sorpassate ogni limite, create formule teoricamente errate. E di quante volte gli esecutori troppo zelanti aggraveranno ancora questo errore? Un dirigente politico è responsabile non soltanto del suo modo di dirigere, ma anche di ciò che fanno i suoi subalterni. Talvolta egli non lo sa, spesso non lo vuole, ma la responsabilità ricade su di lui.

Passo adesso alle assemblee plenarie del Comitato centrale di novembre (9 novembre) e di dicembre (7 dicembre) che hanno espresso questi errori non piú in forma di analisi logica, di premesse, di ragionamenti teorici, ma nell’azione. Al Comitato centrale ne è venuta fuori una gran confusione e una gran baraonda; è la prima volta che questo accade nella storia del nostro partito dalla rivoluzione in poi, ed è pericoloso. La cosa piú grave è che si è avuta una divisione, si è formato il gruppo “cuscinetto” di Bukharin, Preobragenski e Serebriakov, che ha recato piú danno e fatto piú confusione di tutti.

Ricordatevi la storia del “Glavpolitput” e dello “Tsektran” . Nell’aprile 1920, la risoluzione del IX Congresso del PCR diceva che il Glavpolitput veniva creato come organo “provvisorio” e che bisognava passare «nel piú breve tempo possibile » a una situazione normale. In settembre si legge: « Passate alla situazione normale»2. In novembre (il 9 novembre) si riunisce l’assemblea plenaria e Trotski presenta le sue tesi, le sue considerazioni sul tradunionismo. Per quanto fossero belle certe sue frasi sulla propaganda della produzione, bisognava dire che tutto questo era fuor di proposito, fuori dell’argomento, era un passo indietro, e il Comitato centrale non poteva occuparsene in quel momento. Bukharin dice: « Va molto bene ». Può darsi che vada molto bene, ma non è una risposta alla questione. Dopo accanite discussioni si approva, con dieci voti contro quattro, una risoluzione nella quale si dice in forma cortese e fraterna che lo Tsektran “ha già posto esso stesso all’ordine del giorno” “il rafforzamento e lo sviluppo dei metodi della democrazia proletaria all’interno del sindacato”. Si dice che lo Tsektran deve « partecipare attivamente al lavoro generale del Consiglio centrale dei sindacati di tutta la Russia, entrando a farne parte con diritti eguali a quelli delle altre unioni sindacali »

Qual è l’idea fondamentale di questa risoluzione del CC? Essa è chiara: “Compagni dello Tsektran, seguite non soltanto la forma, ma anche lo spirito delle risoluzioni del congresso e del Comitato centrale per aiutare col vostro lavoro tutti i sindacati, perché in voi non vi sia piú traccia di burocratismo, di favoritismo, di quella vanteria che consiste nell’affermare che siete migliori di noi, piú ricchi, ricevete piú aiuti”.

Dopo di che passiamo al lavoro concreto. Si costituisce una commissione, la sua composizione viene resa pubblica. Trotski esce dalla commissione, la sabota, non vuole lavorare. Perché? Il motivo è uno solo. Accade a Lutovinov di giocare all’opposizione. È vero che anche Osinski fa altrettanto. È un giuoco sgradevole, debbo dirlo in coscienza. Ma è forse un argomento? Osinski ha condotto benissimo la campagna delle semine. Bisognava lavorare con lui nonostante la sua campagna “d’opposizione”, e un procedimento come il sabotaggio della commissione è burocratico, non è né sovietico, né socialista, né giusto, ed è politicamente dannoso. Nel momento in cui bisogna sceverare ciò che è sano da ciò che è malsano nell'”opposizione”, un simile procedimento è tre volte sbagliato e politicamente dannoso. Quando Osinski conduce “una campagna d’opposizione”, io gli dico: « Questa campagna è dannosa », ma quando egli dirige la campagna delle semine c’è di che leccarsi le dita. Che Lutovinov commetta un errore con la sua campagna “d’opposizione”, non mi metterò mai a negarlo, e così per Istcenko e Scliapnikov, ma non è questa una ragione per sabotare la commissione.

Del resto, quale era il senso di questa commissione? Essa significava che si passava dalle discussioni intellettualistiche su vacue divergenze al lavoro pratico. La propaganda della produzione, i premi, i tribunali vdisciplinari, ecco di che cosa si doveva parlare nella commissione e la base su cui essa doveva lavorare. Qui il compagno Bukharin, capo del “gruppo-cuscinetto” con Preobragenski e Serebriakov, vedendo la pericolosa divisione del Comitato centrale, si mette a creare un cuscinetto, un cuscinetto per la cui qualifica non riesco a trovare un’espressione parlamentare. Se, come il compagno Bukharin, sapessi fare caricature, disegnerei il compagno Bukharin in questo modo: un uomo con un secchio di petrolio che versa il petrolio sul fuoco, e la didascalia sarebbe: “Petrolio-cuscinetto”. Il compagno Bukharin voleva creare qualcosa; non c’è dubbio che il suo desiderio era dei piú sinceri, era un desiderio ” cuscinetto”. Ma il cuscinetto non è riuscito; si è visto che Bukharin non ha tenuto conto del momento politico e inoltre ha commesso errori teorici.

Bisognava sottoporre tutte queste controversie a una larga discussione? Dovevamo occuparci di tali futilità? Dedicarvi le settimane di cui avevamo bisogno prima del congresso del partito?? Durante quel tempo avremmo potuto elaborare e studiare il problema dei premi, dei tribunali disciplinari, della « simbiosi ». E questi problemi li avremmo risolti efficacemente nella commissione del Comitato centrale. Se il compagno Bukharin voleva costituire un cuscinetto e non voleva trovarsi nella situazione di chi “voleva entrare in una stanza, ed è capitato in un’altra”, egli doveva dire che il compagno Trotski doveva restare nella commissione e insistere perché vi restasse. Se egli l’avesse detto e fatto, avremmo imboccato una via costruttiva, avremmo definito in questa commissione che cos’è in realtà la direzione unica, che cos’è la democrazia, che cosa sono i responsabili designati, ecc.

Proseguiamo. Nel mese di dicembre (assemblea plenaria del 7 di-cembre) eravamo già in presenza di una rottura con gli addetti ai trasporti fluviali che aggravò il conflitto; e al Comitato centrale vi furono otto voti contro i nostri sette. Il compagno Bukharin scrisse in fretta e furia la parte “teorica” della risoluzione dell’assemblea plenaria di dicembre, cercando di conciliare e di far funzionare il “cuscinetto”, ma naturalmente, dopo il fallimento della commissione, non poteva venirne fuori nulla.

Bisogna ricordare che un dirigente politico è responsabile non soltanto della sua politica, ma anche di ciò che fanno i suoi subalterni. In che cosa consisteva dunque l’errore del Glavpolitput e dello Tsektran? Non certo nell’aver fatto uso della costrizione. Anzi, ciò è stato il loro merito. Il loro errore è stato di non aver saputo passare in tempo e senza conflitti, come esigeva il IX Congresso del PCR, a un normale lavoro sindacale, di non essersi saputi adattare come avrebbero dovuto ai sindacati, di non averli saputi aiutare considerandoli come loro eguali. Abbiamo una preziosa esperienza militare: eroismo, zelo, ecc. Abbiamo anche aspetti negativi nell’esperienza dei peggiori elementi militari: burocrazia, boria. Le tesi di Trotski, malgrado la coscienza e la volontà dell’autore, hanno appoggiato non già quanto vi era di meglio, ma quanto vi era di peggio nell’esperienza militare. Bisogna ricordare che un dirigente politico non è soltanto responsabile della sua politica, ma anche di ciò che fanno i suoi subalterni.

L’ultima cosa che volevo dirvi, e per la quale ieri avrei dovuto darmi dello stupido, è che ho lasciato passare inosservate le tesi del compagno Rudzutak. Rudzutak ha il difetto di non saper parlare forte, con aria imponente, con eloquenza. Non lo si nota, lo si lascia passare inosservato. Ieri, non avendo potuto assistere alla riunione, ho esaminato il materiale pervenutomi e ho trovato un foglietto pubblicato per la V Conferenza dei sindacati di tutta la Russia che ha avuto luogo dal 2 al 6 novembre 1920. Questo foglietto è intitolato: I compiti dei sindacati nella produzione. Ve lo leggerò tutto, non è lungo.

NOTE

  1. Si tratta delle assemblee plenarie del Comitato centrale del novembre e di-cembre 1920. Cfr. i testi delle risoluzioni che vi furono approvate sulla Pravda, n. 255 del 13.XI.1920 e n. 281 del 14.XII.1920, e il resoconto pubblicato nelle Izvestia del CC del PCR, n. 26 del 20.XII.1920 ↩︎
  2. Cfr. le Izvestia del CC del PCR, n. 26, p. 2, risoluzione dell’assemblea plenaria del Comitato centrale di settembre, paragrafo 3: «Il Comitato centrale ritiene poi che la situazione difficile dei sindacati dei trasporti, che aveva dato vita al Glavpolitput e al Politvod come strumenti provvisori per sostenere e organizzare il lavoro, sia oggi sensibilmente migliorata. Oggi si può e si deve quindi procedere all’inclusione di queste organizzazioni nel sindacato, come organismi federati che s’inseriscono e si fondono nell’apparato sindacale» ↩︎