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L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato Pt.27

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Dal novembre 1966 al gennaio 1967

I tre mesi dell’inverno 1966-67, videro la Cina sull’orlo del caos, quasi la sua stessa recente unità nazionale minacciata, con la Rivoluzione Culturale che si estendeva progressivamente agli operai e, marginalmente, alle regioni e popolazioni rurali.

Nei mesi precedenti, la Rivoluzione Culturale si era limitata a mobilitare le masse degli studenti e dei piccolo borghesi in generale. Gli operai erano rimasti organizzati nelle cellule e nei Sindacati, sotto quella burocrazia che prendeva la sua forza dalla presenza ai vertici di Liu e Deng, burocrazia che solo come estrema risorsa e con mille cautele aveva infine organizzato i suoi gruppi operai, per contrastare l’azione delle Guardie Rosse dirette da Pechino allaconquista” dell’intera Cina.

In quei primi mesi della Rivoluzione Culturale, possiamo ben dire che la lotta politica che si dispiegava interessò e coinvolse solo forze statali (dall’Esercito, alla Polizia e alla Milizia), e masse piccolo borghesi studentesche. Furono quindi le stesse necessità della lotta politica, l’estensione e ramificazione dei due schieramenti, ad imporre che anche la temuta,da tutti, classe operaia fosse lanciata sulla scena.

Il coinvolgimento prima ed i successivi potenti scrolloni della classe lavoratrice, andarono quasi di pari passo con la campagna condotta dai maoisti contro Liu Shaoqi e Deng Xiaoping e la schiera dei loro partigiani, campagna che vide, fra l’altro, lo scioglimento della Federazione pancinese dei Sindacati, punta della burocrazia di Liu, ed una vigorosa e virulenta denuncia da parte dei teorici della Rivoluzione Culturale dell’economicismo e dell’anarchismo.

Come quegli stregoni che non riescono a controllare gli spiriti da loro stessi evocati, era successo che la classe lavoratrice non si era lasciata abbacinare dagli eclatanti proclami della Rivoluzione Culturale, aveva approfittato dello sciamare delle Guardie Rosse che avevano scardinato la soffocante struttura burocratica, ed aveva incominciato a percorrere la strada propria della difesa dei propri interessi materiali, richiedendo immediati miglioramenti delle condizioni di vita e di lavoro. Emblematici furono gli avvenimenti di Shanghai di cui fra breve ci occuperemo.

Si ha, pertanto, che la classe lavoratrice, più che parteggiare per uno dei due schieramenti in lotta, si oppose alla Rivoluzione Culturale sul piano delle rivendicazioni economiche, su quello della difesa dei propri interessi immediati, non certo su quello della difesa degli esistenti sindacati di regime.

Questo progressivo estendersi e radicalizzarsi delle lotte politiche e sociali, segnò l’inizio del processo di decomposizione dell’autorità e dei legami amministrativi, impose il deciso e risoluto intervento dell’EPL, la forza statale per eccellenza, unica rimasta intatta ed integra, che dovette intervenire a più riprese laddove la situazione diventava più critica, per i sanguinosi scontri fra Guardie Rosse e fra queste e gli operai.

L’EPL, pertanto, da importante comprimario dello schieramento di Mao (comprimario al quale si doveva partenza e primi risultati della Rivoluzione Culturale) era divenuto l’incontrastato protagonista e nel suo segno apparvero i primi “Comitati Rivoluzionari», organismi che cominciarono a sostituire nelle loro funzioni gli irriducibili Comitati di Partito ed i mai funzionanti Comitati per la Rivoluzione Culturale; risultato inatteso questo, perché nella visione dei suoi promotori, la Rivoluzione Culturale doveva limitarsi ad una purga interna e doveva poggiare su una stretta collaborazione fra Guardie Rosse e EPL, modello organizzativo e sostegno materiale del movimento (trasporti, comunicazioni, mezzi e uomini), senza per questo arrivare a prendere in mano le sorti dell’intera società civile.

Gli attacchi contro Liu, Deng e i loro partigiani

Se i primi volantini che davano un nome ai “massimi dirigenti incamminati sulla via del capitalismo, sono del 15 novembre (Liu è soprannominato il Kruscev cinese), è il 23 novembre 1966 che iniziò in grande stile la campagna contro i due e la lorobanda”.

Quel giorno, Pechino fu invasa da un libello di 20 pagine diretto contro Liu Shaoqi, Deng Xiaoping, Bo Yibo e Wang Guangmei; anche se due giorni dopo sia Liu che Deng assistettero, assieme a tutti gli altri dirigenti, all’ottavo raduno delle Guardie Rosse che sfilarono per Pechino disciplinatamente irreggimentate, una parata in cui significativamente nessuno prese la parola, da allora le accuse delle Guardie Rosse contro il Presidente della Repubblica e gli altri dirigenti, più o meno a lui vicini, furono continue, ossessionanti e puerili assieme.

Oltre a Liu e Deng verranno aspramente attaccati i già citati Bo Yibo e Wang Guangmei, e tutta una schiera di loro collaboratori o semplici sostenitori. Il Maresciallo He Long, l’economista Chen Yun, il mongolo Ulanhu, membri del Politburo; Deng Zihui, responsabile della Commissione agraria del CC; Tan Zheng già vice Direttore del Dipartimento Politico dell’EPL e Huang Kecheng già Capo di Stato Maggioredue sconfitti del Plenum di Lushan; Yan Hongyan primo Segretario dell’Yunnan; Xi Zhongxun membro del CC; Jiang Nanxiang preside dell’Università Qinghua e Ministro dell’Insegnamento Superiore; Lin Feng direttore della più importante scuola di Partito, tutti questi personaggi illustri si aggiungevano alla già nutrita schiera degli accusati e degli sconfitti di una purga ormai incontrollata.

Mentre Liu e Deng venivano giornalmente attaccati ed accusati, si generalizzavano oramai nelle principali cittàsegnatamente a Shanghaii primi cruenti scontri e lotte fra operai e Guardie Rosse, con morti e feriti da ambo le parti; il contraccolpo “teatrale di questa inattesa piega si ebbe la mattina del 4 dicembre quando le Guardie Rosse irruppero nella casa dello sconfitto Peng Zhen e lo arrestarono. Stessa la sorte di Lu Dingyi, Yang Shangkun e Liu Ren.

È invece il 12 dicembre che viene finalmente reso ufficiale l’arresto, eseguito mesi prima, di Luo Ruiqing, mentre all’inizio di gennaio, nel Sichuan, le Guardie Rosse imprigionano il grande oppositore di Mao al Plenum di Lushan, l’ex Ministro della Difesa Maresciallo Peng Dehuai, ed a Canton catturano Bo Yibo.

Il 6 gennaio le Guardie Rosse fanno prigionieri Liu Shaoqi (subito rilasciato sembra per un ordine di Zhou Enlai) e la moglie Wang Guangmei, costretta ad un interrogatorio pubblico che si risolverà in un fiasco per le Guardie Rosse.

Quattro giorni doposiamo al 10 gennaiocome folgorante era stata la sua promozione, altrettanto improvvisa è la destituzione di Tao Zhu da tutte le sue cariche.

Il 16 gennaio, grande manifestazione per la platea di Pechino; Peng Zhen, Lu Dingyi, Liu Ren, Yang Shangkun e Luo Ruiqing e altri “revisionisti sono insultati per ore e ore, braccia legate dietro la schiena e testa china, al grande Stadio Circolare.

Ma la messinscena, per quanto ben riuscita con passionalità e fanatismo profusi a piene mani, non può risolvere minimamente gli ardui problemi con i quali si trova a scontrarsi la Rivoluzione Culturale: ormai è nelle Province, nelle mani dei fucili dell’EPL la chiave risolutiva degli scontri che vedono protagonisti Guardie Rosse e Operai.

Entra in scena la classe operaia

Se ancora il 30 novembre, Zhou Enlai aveva affermato con vigore che la “produzione non andava sconvolta, coinvolgendo gli operai nella Rivoluzione Culturale, il rapido estendersi degli scontri fra Guardie Rosse e operai, spesso organizzati sotto le insegne dei locali Comitati di Partito (secondo la Tass nelle prime settimane di dicembre vere battaglie campali si ebbero a Shanghai e nelle principali città, con decine di morti e centinaia di feriti), così come impose l’intensificarsi della campagna contro Liu e Deng, determinerà una subitanea svolta dei dirigenti del Gruppo Centrale della Rivoluzione Culturale che, volenti o nolenti, dovettero momentaneamente mettere da parte ogni preoccupazione di salvaguardare la “produzione, ricchezza nazionale.

Già il 13 dicembre, la rivista teorica “Bandiera Rossa”, allora vera portavoce degli umori dei massimi dirigenti, cercò di spiegare nell’articolo “Conseguire nuove vittorie”, gli inattesi ed esecrati scontri fra Guardie Rosse ed operai come una provocazione di un pugno di nemici: «Una caratteristica del pugno di persone che hanno l’autorità all’interno del Partito e che hanno preso la strada capitalistica, è che agiscono dietro le quinte, manipolando quelle organizzazioni di massa di studenti e lavoratori ingannati da loro, seminando la discordia creando frazioni, provocando conflitti nei quali si usa la forza o la coercizione e persino ricorrendo a vari tipi di mezzi illegali contro le masse rivoluzionarie»; poi, di indicare il modo di superare iconflitti” che si sperava momentanei: «Condurre la lotta con il ragionamento e non con la coercizione o la forza è una delle linee più importanti della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria (…) Solo insistendo nella lotta con il ragionamento, combattendo risolutamente questa gente che provoca conflitti tra le masse servendosi della forza o della coercizione è possibile attuare con sicurezza la democrazia ampia sotto la dittatura del proletariato».

Certamente, né il ragionamento né la forza riuscirono ad irrobustire l’ “ampia democrazia che si invocava se, solo dopo tredici giorni, in piena campagna contro Liu Shaoqi ed i suoi sostenitori, fu d’imperio sciolta la Federazione dei Sindacati, misura che fu accompagnata dall’interruzione delle pubblicazioni per tre mesi del “Giornale dei lavoratori che ne era l’organo.

E che il problema fosse molto più vasto dello sconfiggere Liu e la sua burocrazia alla testa dei Sindacati (Liu Ningyi, membro della Segreteria del CC e, dal 1958, presidente della Federazione, era da settimane nell’occhio del ciclone delle critiche delle Guardie Rosse) lo rivelava chiaramente la pubblicazione, sul “Jenmin Jihpao” sempre del 26 dicembre, delle prime direttive per estendere alle fabbriche la Rivoluzione Culturale.

L’autorevole articolo doveva confessare, prima di tutto, i successi degli oppositori del grande movimento: «Nonostante i risultati ottenuti dalla classe operaia in 17 anni, molte aziende hanno subìto influenze capitaliste, revisioniste o addirittura feudali nell’ideologia, nella direzione della produzione»; per poi baldanzosamente proclamare: «Per preservare il sistema socialista non si può più evitare di portare la rivoluzione nelle fabbriche». Decisione questa che rivelava quanto profonda ed estesa si fosse fatta la lotta scatenatasi, si poteva infatti leggere più avanti: «Con il pretesto di reclutare nuovi membri del PCC e della Lega dei Giovani Comunisti (i nemici della Rivoluzione Culturale) usano anche incentivi materiali per ingannare il popolo in modo che questi diventi la loro guardia del corpo (…) Il CC del PCC ha deciso che durante la Grande Rivoluzione Culturale Proletaria nessun compagno dirigente di imprese industriali e minerarie adotti misure di rappresaglia contro le masse che lo criticano. Per la stessa ragione, non deve ridurre i salari, licenziare operai o revocare contratti di lavoratori temporanei o di quelli avventizi. Devono essere fatte azioni dirette a riabilitare alcuni membri delle masse rivoluzionarie che sono stati definiti “controrivoluzionari” durante la Grande Rivoluzione Culturale Proletaria. Non è consentito cambiare gli incarichi dei lavoratori o minacciare o perseguire le famiglie dei lavoratori. Deve essere consentito ai lavoratori rivoluzionari che sono stati colpiti o obbligati a lasciare le fabbriche di trovarsi, di partecipare alla produzione e alla Rivoluzione Culturale. I salari di questi lavoratori, per tutto il periodo della loro assenza devono essere pagati».

La parte finale dell’importante articolo autorizzava gli operai a creare loro Comitati o gruppi per la Rivoluzione Culturale, e, nuovamente, a non rallentare la produzione, a non distruggere niente, a cessare l’uso della forza e della coercizione e adaccogliere bene” gli studenti, interpreti primi del pensiero del vate Mao Zedong.

L’economicismo, ecco il nemico !

Le direttive del 26 dicembre trovarono una pronta conferma nell’editoriale del 1° gennaio 1967 del “Jenmin Jihpao” che confermò la decisione di interessare le aziende e le campagne con la Rivoluzione Culturale:

«I fattori più importanti di questa nuova situazione sono i seguenti: la partecipazione di un gran numero di operai e contadini alla Grande Rivoluzione Culturale Proletaria (…) In armonia con le direttive del presidente Mao e del CC del Partito, tenere saldamente in pugno la rivoluzione e promuovere la produzione, la Grande Rivoluzione Culturale Proletaria dovrà essere portata su vasta scala nelle officine e nelle campagne per stimolare il rivoluzionamento del pensiero del popolo e promuovere l’incremento della produzione industriale ed agricola (…) Ogni argomento contrario all’estensione su vasta scala nelle fabbriche, nelle miniere e nelle campagne della Grande Rivoluzione è sbagliato».

Ed anche se l’editoriale scandiva di continuo che «se la Grande Rivoluzione Culturale Proletaria si sviluppa unicamente negli uffici, nelle scuole e negli ambienti culturali, essa si fermerà a metà strada», appello che era immancabilmente accompagnato dalla sacra tesi: «soltanto la rivoluzione può promuovere lo sviluppo delle forze produttive della società», i fatti ben mostrarono la riottosità della classe lavoratrice a seguire gli scarti e gli atteggiamenti sia della Rivoluzione Culturale, che dei suoi profeti, le Guardie Rosse.

Si aveva infatti che, per l’indebolimento dell’apparato statale lacerato dalla lotta politica, incominciarono ad apparire scritti e testimonianze di quanto fosse stata dura e brutale la disciplina dello sfruttamento in fabbrica per tutti gli anni 1950-60. Denunce e scritti che il più delle volte incolpavano il temporaneo sconfitto Liu e inneggiavano al temporaneo vincitore Mao. E la pioggia di denunce operaie faceva crescere rigogliosa la diffidenza dei lavoratori nei confronti delle giovani Guardie Rosse, la classe lavoratrice presagiva che la Rivoluzione Culturale avrebbe voluto costringerla a maggiori fatiche e maggiore austerità, visto che ai “liuisti” ed ai “denghisti” veniva rimproverato una politica di interesse e di incentivi materiali che, più o meno segretamente, approvava.

I larghi ventagli salariali, cottimi o premi più o meno sostanziosi, rischiavano di essere soppressi o decurtati senza nessuna contropartita, per cui dalle denunce del duro e brutale regime di fabbrica del passato la classe lavoratrice incominciò, ora in questa ora in quella località, Liu o non Liu, Mao o non Mao, sì a processare gli anni Cinquanta ma ad esigere nel contempo un immediato risarcimento delle angherie e delle sofferenze subite; risarcimento materiale per l’appunto, che i ragazzoni maoisti non trovarono di meglio che bollarlo come il risultato di mestatori e provocatori.

Dirà, nel gennaio 1967, un comunicato dei “ribelli” rivoluzionari (etichetta dei gruppi operai studenti che seguivano le direttive della Rivoluzione Culturale) della città di Fuzhou della Provincia del Fujian:

«Attualmente le nuove manovre dei nemici di classe sono di questo tipo: 1) Essi tramutano la severa lotta politica di massa in una lotta economica, cercando così di portare il movimento degli operai rivoluzionari sulla deviazione del tradeunionismo; 2) Essi mandano gruppi di operai a Pechino per sabotare la produzione e le comunicazioni. Incitano le unità delle Guardie Rosse operaie che loro controllano a interrompere il lavoro e a scioperare e attualmente hanno persino ideato un grande sciopero cittadino e l’arresto dei trasporti (…) In questi giorni, in certe imprese e in certe unità, incitati da alcuni dirigenti, un pugno di aborti e di mostri ha ingannato i membri confusi delle unità delle Guardie Rosse operaie e alcuni elementi delle masse lavoratrici per far loro chiedere maggiori salari e altre rivendicazioni agli Uffici Amministrativi e direttivi degli stabilimenti (…) I dirigenti ed i capi, accogliendo queste rivendicazioni, non considerano se sono conformi alla politica statale, firmano con i loro nomi la concessione generosa di molti fondi statali (…) un pugno di aborti e di mostri ha ottenuto un mucchio di cose illegalmente. Essi tentano di comprare i rivoluzionari con biglietti e denaro. Attualmente è loro la responsabilità di questa situazione. Questa è una nuova corrente avversa, un nuovo ostacolo per la Grande Rivoluzione Culturale Proletaria».

E che questo ostacolo non si presentasse soltanto nella città di Fuzhou lo si poteva dedurre dalla circolare inviata, l’11 gennaio, dal CC a tutti i livelli del Partito e dello Stato e che riprendeva in ogni punto l’ “Appello urgente” che le organizzazioni maoiste avevano indirizzato contro gli scioperanti di Shanghai, due giorni prima.

Gli avversari della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria, diceva il documento, cercano di distruggere l’economia collettiva dello Stato a beneficio di pochi, incitano le masse a rivendicare aumenti di salari e incoraggiano i contadini a reclamare beni che non gli appartengono. Operai e contadini erano invitati ad aumentare la lorovigilanza” in difesa dell’economia collettiva, mentre alle banche e alle Aziende di Stato veniva ingiunto di rifiutarsi di pagare ed accettare quelle spese non previste dai normali regolamenti amministrativi, redatti, a suo tempo, dai burocrati degli esecrati Liu Shaoqi e Deng Xiaoping !

Per non urtare il moto ascendente delle richieste si ammetteva che «certe situazioni irragionevoli del passato» avrebbero potuto essere emendate (dopo la proverbiale inchiesta tra le masse, naturalmente), ma il finale grido di battaglia: «Abbasso la linea borghese, abbasso l’economicismo» era il migliore viatico per l’abbraccio che dietro le quinte si aveva fra maoismo e liuismo, sostanzialmente e indissolubilmente uniti nello sforzo di costruzione di una potente e borghese nazione cinese, costruzione che presupponeva e, presuppone, la subordinazione degli interessi materiali della classe lavoratrice a quella dello Stato nazionale, anonimo agente dell’accumulazione capitalistica. Con o senza burocrazia niente cambia !

Gli avvenimenti di Shanghai e l’intervento dell’esercito

Abbiamo visto l’importante ruolo, giocato a più riprese, dall’EPL nella Rivoluzione Culturale, sia quando si trattò di favorirne la partenza sia per la vittoria, nelle istanze più alte del Partito e dello Stato, della frazione maoista.

Abbiamo anche visto la discrezione di questa azione e come con l’evolversi della lotta politica, la caparbia resistenza dei Comitati di Partito locali alle Guardie Rosse, l’entrata in scena del proletariato che intraprese una strada autonoma, tutto richiedeva che l’EPL si assumesse ogni responsabilità di conduzione del movimento, visto che questo non riusciva ad imporsi con la sola azione delle Guardie Rosse e degli “elementi di sinistra” di quadri, impiegati ed operai.

Se quindi, ancora il 5 ottobre 1966, le istruzioni della Commissione Militare del CC e del Dipartimento Politico dell’EPL precisavano che era essenziale dar corso alla Rivoluzione Culturale fra le truppe ma che «non bisognava intervenire né immischiarsi nella Rivoluzione Culturale», modo super elegante per prendere tempo, gli avvenimenti di Shanghai costrinsero il regime a fare infine appello all’Esercito, decisione che i fautori della Rivoluzione Culturale non presero certo a cuor leggero.

Se infatti nel passato l’EPL era considerato un organismo fortemente centralizzato in cui la lealtà di ogni unità al Centro era sicura, cosa ne sarebbe stato di questa lealtà adesso che la lotta politica stava praticamente decimando gli organi centrali del Partito e dello Stato, dai quali dipendevano le più alte strutture dell’EPL ?

Sarebbe bastato il carisma di Mao Zedong, in chiaro declino fisico ed intellettivo, e la costruita ed artificiosa autorità di Lin Biao a mantenere unito l’EPL e ad assicurarne la fedeltà a Pechino, o, invece, le unità periferiche dell’EPLComandi Militari Provincialinon avrebbero subìto i tradizionali legami con i locali Comitati di Partito che la Rivoluzione Culturale voleva umiliare e sconfiggere ?

Durante l’estate e l’autunno 1966, Shanghai, come le altre principali città cinesi, seguì frettolosamente le orme di Pechino, organizzando giganteschi raduni di Guardie Rosse, a favore della Rivoluzione Culturale e contro gli intellettuali di “destra”; alla fine dell’agosto le Guardie Rosse pechinesi incominciarono una campagna di accuse contro Cao Diqiu, Sindaco della grande città, e gli altri maggiori dirigenti, tutti bollati di “antimaoismo nero”, il che diede il là ai primi scontri fra Guardie Rosse pechinesi e quelle di altre città e di Shanghai, tra Guardie Rosse (composte da studenti) e operai, e, infine, fra Guardie Rosse e responsabili dell’Amministrazione cittadina, tanto che, almeno una volta, gruppi di Guardie Rosse invasero la locale sede di Partito devastando l’immobile e picchiando i presenti.

A metà di settembre, già un milione e mezzo di Guardie Rosse erano arrivate dalle altre città nella grande metropoli industriale e portuaria, acquartierandosi in 1.500 centri approvvigionati da ben 150 mila lavoratori. I gruppi di Guardie Rosse, anche in concorrenza fra loro, requisivano edifici pubblici e trasporti, giornalmente terrorizzando ogni oppositore.

Ai primi di novembre, dopo mesi di questa situazione, l’autorità del locale Comitato di Partito e del Governo municipale si era come liquefatta. Il 6 novembre, si costituì, per opera di alcune organizzazioni operaie di 18 officine, il “Quartier generale della rivolta rivoluzionaria degli operai di Shanghai” (Xi-ghuoliaoyuan) che, tre giorni dopo, indisse un’assemblea nella Piazza della Cultura nel corso della quale gli organizzatori posero al Sindaco 3 rivendicazioni: 1) di riconoscere il Xighuoliaoyuan come “organizzazione legale sotto la dittatura del proletariato”; 2) di venire a rispondere del suo operato all’assemblea; 3) di fornire al Xighuoliaoyuan i fondi necessari per la propaganda e per l’organizzazione in tutte le fabbriche.

Il comizio iniziò alle 14, in pieno orario di lavori e vi parteciparono, stipate nella piccola piazza, 40 mila persone in grande maggioranza operai. Il comizio proseguì fino alle 21 quando si sparse la voce che il Sindaco aveva accettato di venire all’assemblea, arrivo che fu inutilmente atteso fino all’alba da 2-3.000 irriducibili. Fu allora che i rimasti decisero di recarsi a Pechino, dividendosi in tre gruppi: il primo occupò alcune vetture del treno ShanghaiPechino; il secondo ottenne dai ferrovieri un treno speciale; il terzo formò un “corpo di spedizione del Nord” che, con mezzi di fortuna, cercò di raggiungere la città di Suzhou per poi proseguire a piedi verso la lontana capitale.

Il Gruppo Centrale della Rivoluzione Culturale, venuto a conoscenza delle iniziative, ordinò di bloccare le tre distinte marce: i treni furono infatti fatti fermare a Nanchino ed a Anting, ed uguale sorte toccò alla colonna di appiedati; gli operai rifiutarono però di tornare a Shanghai.

Il 14 novembre, Zhang Chunqiao accettò ad Anting le rivendicazioni del Xighuoliaoyuan che fu riconosciuto come “una associazione legale”; sempre Zhang accettò le rivendicazioni degliaccampati” a Suzhou che costituirono il “Il corpo di Armata degli operai di Shanghai”.

La grande città aveva quindi due organizzazioni operaie autonome se non contrapposte; una settimana dopo furono affiancate da altre due nuove organizzazioni, il “III Quartier Generale” e i “Corpi rossi di difesa operaia”, questi ultimi successivamente accusati di essere appoggiati dal locale Comitato di Partito.

Anche se la stampa ufficiale ignorò tutti gli avvenimenti succedutisi nelle due convulse settimane, limitandosi a lodare lo spirito degli operai a “fare la rivoluzione ed a promuovere la produzione”, prudentemente il Governo Municipale invitò le aziende a non multare gli operai che non si erano presentati alla produzione.

Il reclutamento delle organizzazioni operaie fu oltremodo rapido: il “II Corpo d’Armata” che il 14 novembre era composto da 500 persone, dopo una settimana ne dichiarava 521 mila; i “Corpi rossi di difesa operaia” vantavano ben 800 mila militanti, mentre il Xighuoliaoyuan ne contava solo 400 mila. Leader di questa ultima organizzazione era Wang Hongwen, appoggiato direttamente da Zhang Chunqiao.