L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato Pt.28
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Sciopero generale a Shanghai
Il 9 dicembre, sotto la spinta dell’estensione dei disordini e degli scioperi nelle fabbriche delle principali città, il Gruppo Centrale della Rivoluzione Culturale redasse le norme che dovevano valere per le fabbriche: si insisteva sulla necessità di mantenere ferme ad ogni costo le otto ore di lavoro, di garantire quantità e qualità della produzione; di risolvere le “contraddizioni” attraverso “consultazioni azienda per azienda”, precisando che solo in casi eccezionali «gli operai possono ricorrere alle organizzazioni superiori e inviare qualche delegazione nella capitale, ma senza grandi partenze di delegazioni dalle fabbriche o dalle miniere». Più oltre, veniva riconosciuto il diritto di costituire organizzazioni operaie, fatto però che ormai si svolgeva irresistibilmente senza bisogno di nessuna etichetta di ufficialità.
La diga si era rotta ! A Shanghai i gruppi operai incominciarono a denunciare le loro penose condizioni di lavoro, richiedendo immediati rimedi: giornata di otto ore e riposo settimanale rispettati, aumento dei salari dei premi, delle assicurazioni sociali, costruzione di alloggi, abolizione delle categorie dei lavoratori “a contratto” e temporanei che costituivano a Shanghai una classe a parte di lumpenproletariat.
Le manifestazioni operaie – pur con molteplici e variopinti aspetti – presentarono un denominatore comune: avere come obbiettivo immediato e nella maggior parte esclusivo, il soddisfacimento di rivendicazioni di ordine sociale ed economico, questo anche se le rivendicazioni erano state innescate dalla licenza totale che il regime aveva dato agli studenti e alle Guardie Rosse, i cui atteggiamenti da intoccabili avevano finito per irritare il resto della popolazione; questo anche se il più delle volte gli operai ammantavano le loro rivendicazioni di fraseologia chiaramente maoista.
I gruppi maoisti cercarono di porre un freno, di far accettare la direttiva di “fare la rivoluzione e promuovere la produzione”, ma loro stessi furono sommersi dalla ondata di scioperi e di disordini che interessavano ormai i principali stabilimenti industriali.
Dalla metà di dicembre le autorità municipali cedettero di schianto alla pressione delle categorie, alle parole d’ordine minacciose e agli aperti appelli alla ribellione: oralmente o per scritto promisero miglioramenti a certe categorie, ad altre concessero permessi di circolazione ferroviaria e somme di denaro per recarsi a Pechino a “lamentarsi delle loro condizioni».
I cedimenti delle autorità scatenarono però un processo di reazione a catena, in cui le esigenze degli operai si fecero via via più assillanti e minacciose, l’agitazione rabbiosamente si estese, si amplificò con una tale rapidità che assunse la proporzione di uno sciopero generale.
Pochi giorni prima di Natale lo sciopero partì dal porto dove, secondo un resoconto ufficiale, scaturì per le “irragionevoli condizioni di lavoro”; i portuali furono imitati dai ferrovieri e le due maggiori linee che collegavano Shanghai con Nanchino e Hangzhou furono paralizzate, nessun treno partì dalla grande città con gli scioperanti che bloccarono parecchi treni viaggiatori e merci sulle due linee. Gli scioperi coinvolsero poi i trasporti fluviali, preziosi per l’approvvigionamento di materie prime e di derrate indispensabili alla vita della grande città di 10 milioni di abitanti; l’interruzione di acqua ed elettricità successivamente fermò ogni vita produttiva. Era l’inizio del nuovo anno, il 1967.
Tre fattori rendevano ancora più drammatica la situazione: 1) Le casse della municipalità, delle imprese, delle Banche erano vuote per i sussidi estorti dagli spazientiti operai, per le somme spese per alloggiare le Guardie Rosse, per le somme concesse agli operai e agli studenti per recarsi a Pechino, per il ritiro precipitoso dei depositi privati bancari; 2) I contadini della regione avevano interrotto gli invii di derrate nelle città, se le tenevano, si spartivano le quote e le risorse comunali collettive, si recavano in città per rivendicare, pure loro, condizioni migliori di vita; 3) La popolazione era smisuratamente aumentata per il milione e passa di Guardie Rosse ospitate, per i contadini della regione in città, per il ritorno di quegli studenti inviati, dopo gli studi, dalle autorità nel Xinjiang. Il 27 dicembre infatti, ben 116 organizzazioni composte da giovani ritornati dalla campagna tennero a Shanghai una manifestazione di massa nella Piazza del Popolo, affermando di rappresentare le province e le più grandi città della Cina Orientale e chiedendo di essere autorizzati a far ritorno in maniera definitiva nelle città di origine.
Penuria cronica di alloggi, di derrate, cattive e brutali condizioni di lavoro, tutto aveva concorso allo sciopero rivolta con le folle irritate ed inquiete che assediavano negozi e sedi di Partito.
Niente era più degli appelli morali, delle epurazioni clamorose, dei proclami ampollosi della Rivoluzione Culturale nei suoi primi giorni gloriosi, istintivamente il proletariato dalle mani callose si era attestato caparbiamente sui suoi interessi materiali ed il suo incedere aveva fatto alzare i tacchi ai campioni dell’ugualitarismo e dell’austerità, conferma ulteriore della potenza della teoria marxista e nuova ennesima sconfessione di tutte le altre scuole di pensiero, maoismo incluso.
I maoisti sconfiggono lo sciopero
In questo clima caotico ed anarchico, in cui il Comitato Municipale e le autorità non avevano più nessun potere, in cui non vi era ordine pubblico perché nessuna direzione dell’ordine pubblico era funzionante, si ebbe la “grande tempesta della rivoluzione di gennaio a Shanghai”.
I “ribelli maoisti” non avevano nessun nemico di fronte ma solo il vuoto, con una città paralizzata da uno sciopero che coinvolgeva tutte le categorie lavorative. Una minoranza disciplinata e risoluta, in più appoggiata dalla lontana capitale Pechino e dall’EPL per suo tramite, poteva e doveva tentare di ristabilire ordine e disciplina.
Annunciata il 3 gennaio ad un’assemblea di operai e impiegati, la requisizione del giornale “Wenhui Bao” avvenne il giorno successivo ad opera del Xighuoliaoyuan, punta di diamante del Gruppo Centrale della Rivoluzione Culturale. Il 5 gennaio sul giornale requisito comparve un importante “Appello al popolo di Shanghai” firmato, oltre che dallo stesso Xighuoliaoyuan, da altre 10 organizzazioni di Guardie Rosse. Degli undici firmatari solo il Xighuoliaoyuan era una “organizzazione operaia”, mentre le altre erano invece studentesche e di queste, oltre la metà, di altre città.
L’Appello, significativamente titolato “Fare la rivoluzione e promuovere la produzione, stroncare radicalmente il nuovo contratto della linea reazionaria borghese”, riassumeva bene le concezioni “insurrezionali” dei maoisti; nella presentazione si cercava infatti di blandire gli scioperanti a ritornare al loro posto di lavoro:
«Noi, compagni partigiani della rivolta rivoluzionaria, accoglieremo calorosamente il vostro ritorno per proseguire insieme la rivoluzione, per condurre a buon termine insieme la produzione. Non vi biasimeremo perché siamo tutti fratelli di classe, perché nella vostra schiacciante maggioranza, voi siete vittime della linea reazionaria borghese, delle masse rivoluzionarie e ingannate da coloro che, detenendo dei posti di direzione, si incamminano, pur appartenendo al Partito, sulla strada del capitalismo, e da coloro che si arroccano ostinatamente sulla linea reazionaria borghese».
Il testo dell’Appello ribadiva ancora una volta l’attaccamento maoista per l’innalzamento della produzione: «Solo se la Grande Rivoluzione Culturale Proletaria è condotta bene la produzione industriale può essere ulteriormente sviluppata. I punti di vista che contrappongono la Rivoluzione Culturale sono errati»; incolpava degli scioperi il pugno di autorità borghesi e ammoniva gli organizzatori degli scioperi: «Essi allora sono ricorsi a una nuova astuzia. Fingendo di appartenere all’estrema sinistra, servendosi di un linguaggio rivoluzionario fiorito, cercano di sabotare la produzione, i trasporti e le comunicazioni inducendo numerosi membri dei Corpi rossi di difesa operaia, che sono riusciti a gabbare, ad andare a “sporgere denuncia” (per modo di dire) a Pechino, con l’intento di sabotare la Grande Rivoluzione Culturale Proletaria e la dittatura del proletariato. Inoltre, da qualche tempo in qua, un pugno di elementi reazionari sta complottando di tagliare l’acqua, la corrente elettrica e le comunicazioni. Noi dobbiamo mettere le mani su di essi, applicare contro di loro le leggi della dittatura del proletariato e punirli severamente. Non è possibile per noi tollerare i loro complotti criminali»; ed infine chiariva il ruolo di crumiraggio svolto durante lo sciopero dai gruppi maoisti capeggiati dal “sinistro” Wang Hongwen, due anni fa processato e condannato insieme ai membri della banda Lin Biao-Jiang Qing: «Tenendo bene a mente gli insegnamenti del presidente Mao, i nostri operai della rivolta rivoluzionaria hanno auto prova di possedere un alto grado di spirito rivoluzionario di responsabilità affrontando questa corrente contraria e assicurando la produzione di tutte le fabbriche pur in condizioni di estrema difficoltà (…) hanno smascherato la loro grande cospirazione mirante a combattere la rivoluzione mediante il sabotaggio della produzione. Hanno avuto ragione di agire così: hanno fatto bene. Tutti i compagni della rivolta rivoluzionaria devono ispirarsi al loro esempio».
Il giorno 6 gennaio si aveva l’occupazione dell’altro giornale di Shanghai, il “Jiefang Ribao” organo locale del PCC, con nuovi sanguinosi scontri nella città; lo stesso giorno i “ribelli” maoisti trascinavano prigionieri ad un comizio il Sindaco Cao Diqiu ed il Segretario locale del Partito, Chen Pixian (oggi ambedue pienamente riabilitati). E siccome nemmeno questa ultima messinscena riuscì a ristabilire l’ordine pubblico nelle piazze e nelle fabbriche, i gruppi maoisti si rimboccarono le mani e, l’8 gennaio, gruppi studenteschi incominciarono ad organizzarsi per rimpiazzare, non senza difficoltà, gli scioperanti portuali cercando di scaricare le tante navi alla fonda. Il 9 gennaio, sotto l’egida degli inviati di Pechino, Zhang Chunqiao e Yao Wenyuan, fu pubblicato su due giornali di Shanghai un Avviso Urgente che, riposta ogni comprensione e diplomazia, usava infine un tono categorico per far ritornare al lavoro gli scioperanti e far cessare i disordini. L’Avviso era firmato da 32 organizzazioni di cui 10 “operaie”: il Xighuoliaoyuan, il II Corpo d’Armata degli operai di Shanghai ed il III Quartier Generale quelle principali. Ma l’Appello, benché urgente, non convinse minimamente gli operai ad interrompere lo sciopero che continuò insieme alle manifestazioni di piazza, sempre contro le cattive condizioni di lavoro e di esistenza, particolarmente dure per i numerosi lavoratori a contratto e temporanei.
Avevano voglia i maoisti di incolpare i “destri” delle condizioni di lavoro, come loro stessi talvolta erano costretti a riconoscere, era da 17 anni (dal 1949 quindi) che questa situazione si perpetuava, 17 anni che avevano visto il regime di Pechino sperimentare ogni indirizzo economico, di “destra” come di “sinistra”, sempre però mantenendo schiacciata l’intera classe lavoratrice subordinata ad un avvenire di grande potenza industriale.
L’Appello urgente era accompagnato da due note editoriali, sia del “Wenhui Bao” che del “Jiefang Ribao”, che bollavano violentemente l’economicismo cioè il soddisfacimento delle condizioni materiali di esistenza, come “paccottiglia revisionista controrivoluzionaria”, astutamente usata per “corrompere la volontà rivoluzionaria delle masse”.
Più esaustivamente, l’Avviso urgente senza ombra di equivoci spiegava l’atteggiamento della Rivoluzione Culturale nei confronti delle agitazioni, degli scioperi e delle rivendicazioni operaie. Già la premessa indicava nel “pugno di persone incamminate nella via capitalistica” i responsabili delle agitazioni, tesi che automaticamente intendeva relegare fra i sabotatori dell’economia e del prestigio internazionale della Cina tutti coloro che richiedessero qualsivoglia “vantaggio materiale”, dagli aumenti salariali ai sussidi ecc. Sabotaggi della produzione ed in genere ogni danno all’economia nazionale avevano quindi come unico fine quello di minare la Grande Rivoluzione Culturale Proletaria, per questo andavano senza indugio circoscritti e scongiurati.
I “ribelli” maoisti si impegnavano «a restare a piè fermo al loro posto di produzione e di edificazione» (insomma a fare i crumiri), «a mantenere il sistema delle 8 ore» (segno questo che gli altri gruppi operai pretendevano una giornata lavorativa più breve), a «portare a termine e superare i piani di produzione e fabbricare dei prodotti di qualità», leit motiv di tutta la politica economica cinese, da 17 anni appunto !
L’Appello urgente era poi congegnato in 10 sintetici e inappellabili punti: 1) Agli operai era ingiunto di «rimanere senza esitazione al loro posto di produzione», per «dare l’esempio nel “fare la rivoluzione e promuovere la produzione”»; 2) I “ribelli” rivoluzionari di tutto il paese dovevano fare in modo che le delegazioni di Shanghai ritornassero immediatamente nella propria città per condurre lì la Rivoluzione Culturale e, soprattutto, per superare il piano di produzione per il 1967; 3) Erano dichiarate nulle e non valide tutte le autorizzazioni per spostarsi da Shanghai, a meno che non fossero emesse dai fedeli gruppi maoisti; 4) Venivano bloccati i fondi di dotazione di tutti gli organismi governativi, associazioni ed imprese, eccettuati quelli necessari alla produzione, al pagamento dei salari e ad altre indispensabili spese.
I “ribelli” dovevano garantire assolutamente che l’economia dello Stato non subisse perdite; 5) Il riaggiustamento dei salari e tutte le altre questioni che riguardavano il “benessere” dei lavoratori venivano demandati ai futuri tempi migliori, “per evitare delle deviazioni nell’orientamento generale della lotta”; 6) Veniva assolutamente proibito il versamento di qualsiasi salario agli studenti, fatto che aveva suscitato un “vivo malcontento” fra gli operai; 7) Si ricordava che a nessuno era permesso di appropriarsi con la forza di edifici statali, che simili azioni sarebbero state punite dagli uffici di Sicurezza Pubblica, e che coloro i quali incitavano i cittadini ad impadronirsi degli edifici pubblici sarebbero incorsi nei rigori della legge. Infine, veniva ingiunto a quanti si erano installati con la forza in case non a loro assegnate, di ritornare, entro il termine di una settimana, al loro domicilio iniziale; problema questo particolarmente sentito a Shanghai, con i tanti illegali ritorni di studenti dalle campagne; 8) Finale enunciazione di provvedimenti punitivi:
«I sabotatori della Grande Rivoluzione Culturale e della produzione devono essere immediatamente arrestati dall’Ufficio di Sicurezza Pubblica in conformità della legge. Tutti coloro che, nel corso del movimento, minano l’ordine sociale, picchiano delle persone, commettono dei crimini, saccheggiano e rubano i beni altrui, sono passibili delle sanzioni stabilite dalla legge a seconda della gravità dei casi; gli oggetti rubati devono essere immediatamente restituiti; coloro i quali commettono dei crimini o dei delitti simili e che non si correggeranno dopo diverse successive rieducazioni, dovranno essere puniti severamente»; 9) le organizzazioni dei “ribelli” venivano invitate all’applicazione immediata dei punti prima riportati e ad educare le masse al loro rispetto; 10) Infine stesso invito era rivolto al Comunicato Municipale del Partito di Shanghai ed all’Ufficio di Sicurezza Pubblica.
Fu l’inizio della lotta contro l’economicismo, un’ondata di scioperi infatti si ripercuoteva in tutta la Cina, il “vento nero” delle richieste materiali soffiava a Wuhan come in Manciuria ed a Pechino, tanto che il regime fece blocco intorno all’Appello Urgente delle organizzazioni maoiste, trasmesso immediatamente alle varie radio locali e, era l’11 gennaio 1967, pubblicato interamente sul “Jenmin Jihpao” con sotto le felicitazioni del CC, del Consiglio di Stato, della Commissione Militare del CC, del Gruppo Centrale della Rivoluzione Culturale, appoggio che spiazzava definitivamente la opposizione del vecchio Comitato di Partito e le vecchie autorità di Shanghai.
Nella grande metropoli, intanto, il 10 gennaio Il “Wenhui Bao” pubblicò un nuovo ammonimento contro la “reviviscenza” dell’ondata economicista, mentre si faceva più serrato l’invio dei gruppi di “ribelli” a sostituire gli scioperanti, il lavoro fu infatti parzialmente ripreso a bordo del rimorchiatore e dei battelli di navigazione fluviale. Il 13 gennaio, Radio Shanghai dovette però ancora annunciare che la metà dei battelli continuava lo sciopero e solo 10 giorni dopo la radio poteva gracchiare che la maggior parte delle navi avevano ripreso la navigazione, rifornendo la città di derrate e materie prime.
Verso la metà del mese veniva soffocato pure lo sciopero dei ferrovieri, con il ricorso massiccio alle Guardie Rosse e all’EPL; anche nelle fabbriche gli operai erano ritornati alla produzione, lo sciopero era finito, e le emittenti radiotelevisive (sotto il controllo diretto dei maoisti) potevano ben rallegrarsi per la sconfitta del “pugno di individui incamminati sulla via del capitalismo” !