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L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato Pt.29

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Cruenti scontri nelle province e intervento dell’esercito


Come abbiamo già visto per gli avvenimenti significativi e clamorosi di Shanghai, anche nella maggior parte delle altre principali città sarà l’EPL a giocare un ruolo essenziale nella “presa del potere” da parte dei maoisti. La catena dei fatti lo mostra a chiare lettere.

Proprio mentre aveva inizio la virulenta campagna contro l’economicismo, l’11 gennaio 1967, l’EPL si assumeva il compito di presidiare tutte le banche e le stazioni radio dell’immensa nazione, e se per le prime si faceva riferimento a dettami schiettamente economici (impedire il ritiro di denari che potevano servire a corrompere i lavoratori con “proiettili cosparsi di zucchero”), per le seconde lo scopo era chiaramente militare: impedire la diffusione di ordini e comunicati che non fossero di stretta osservanza maoista. Nello stesso giorno si ebbe anche la riorganizzazione del Gruppo della Rivoluzione Culturale nell’EPL: il maresciallo Xu Xiangqian sostituiva Liu Wenzhen, e Jiang Qing entrava a far parte dei 16 consiglieri fra i quali spiccavano i generali Xiao Hua e Chengwu, stelle che fra breve subiranno una impietosa caduta e che saranno ambedue riabilitate pur avendo contribuito notevolmente alle fortune iniziali della Rivoluzione Culturale.

La riorganizzazione di questo gruppo, dette il là a tutta una serie di misure che militarizzarono ulteriormente l’intera nazione unita ormai solo dai fucili delle truppe. Tre giorni dopo, infatti, il CC emise un nuovo importante regolamento di 6 punti per il rafforzamento del regime di pubblica sicurezza, misure che erano il termometro di quanto cruda e senza esclusione di colpi si facesse la lotta fra le diverse fazioni:

«1) Coloro che commettono crimini come assassinio, furto, incendio doloso, confusione nei trasporti, informazioni a paesi stranieri, sottrazione di segreti di Stato e coloro che commettono atti distruttivi saranno severamente puniti in base alla legge;
«2) Coloro che affiggono giornali murali che attaccano o offendono il presidente Mao e il Ministro della Difesa Lin, saranno puniti in base alla legge;
«3) Le masse rivoluzionarie e le loro organizzazioni saranno protette e la lotta armata sarà bandita. Atti come quelli di attaccare le organizzazioni rivoluzionarie e le masse saranno considerati come violazione della legge e le persone che commettono questi atti saranno severamente punite;
«5) Coloro che fanno osservazioni reazionarie approfittando del fatto che con la Rivoluzione Culturale tutti possono criticare, saranno messi a confronto con le masse;
«6) Se coloro che lavorano nel partito, nel Governo, negli organismi militari e nella Pubblica Sicurezza ricorrono ad azioni oppressive contro le masse rivoluzionarie, distorcendo le regole e i fatti, saranno puniti in base alla legge».

Come se non bastasse, queste vere e proprie misure da stato d’assedio erano accompagnate da una direttiva del CC che invitava l’EPL ad istituire corsi di addestramento politico militare per gli studenti, nei mesi a venire.

Con un vero e proprio crescendo, il 23 gennaio, i giornali murali riportavano l’ordine di Mao all’EPL di intervenire nella Rivoluzione Culturale laddove le necessità lo imponevano, l’episodio di Shanghai doveva essere generalizzato:

«È necessario mandare l’esercito ad aiutare l’ala sinistra e le masse rivoluzionarie. L’esercito deve dare il suo aiuto dovunque ci siano veri rivoluzionari qualsiasi cosa essi chiedano. La cosiddetta non ingerenza è in realtà una falsa non ingerenza, da tempo essa è diventata una vera e propria ingerenza. Perciò io chiedo che venga emanato un nuovo ordine che annulli il precedente (…) le misure più importanti emanate sono:
«a) l’ordine che l’esercito non debba prendere parte alle manifestazioni rivoluzionarie è revocato;
«b) l’esercito deve inviare truppe per aiutare ogni organizzazione rivoluzionaria che ne abbia bisogno;
«c) l’esercito deve attaccare ogni elemento controrivoluzionario che ricorra alle armi;
«d) l’esercito non deve diventare “scudo” per questi elementi controrivoluzionari
».

L’ordine di Mao veniva prontamente e pienamente ripreso dal “Quotidiano dell’Esercito” che, due giorni dopo, con l’editoriale: “L’EPL sostiene fermamente i rivoluzionari proletari” affermava che i militari dovevano non solo intervenire ma nettamente schierarsi contro i conservatori, i destri e le organizzazioni controrivoluzionarie, sostenendo con entusiasmo e senza ambiguità alcuna i “ribelli rivoluzionari” sebbene questi possano essere tutt’ora una minoranza.

Il 26 gennaio, un’ordinanza del Consiglio di Stato e della Commissione Militare del CC enunciava che l’EPL aveva assunto il controllo di tutte le linee aeree civili, sia interne che esterne, che proteggeva aeroporti, uffici e scuole di aviazione. Il quadro fu completato il 28 gennaio, sempre la Commissione Militare emanava una importante direttiva in otto punti che ufficializzava la fine della non ingerenza dell’EPL nello svolgersi della Rivoluzione Culturale; l’importante primo punto scandiva:

«L’esercito deve sostenere i veri rivoluzionari proletari, impadronirsi della maggioranza, unirsi ad essa, opporsi ai destri, prendere un atteggiamento dittatoriale nei confronti delle organizzazioni e degli elementi controrivoluzionari».

Ma ormai anche questa decisa intromissione dell’EPL nella Rivoluzione Culturale non poteva risolvere la contesa perché non si trattava solamente di antagonismi fra il Centro di Pechino ed i vari governi locali, fra i partigiani di Mao e di Lin Biao e quelli di Liu e Deng, ma – la stessa cronaca, lacunosa quanto istruttiva dei disordini e degli scontri, lo rivela chiaramente – di antagonismi e scontri sociali.

Nello Shanxi, il 12 gennaio, un comando locale diribelli” si impadronì degli organismi locali del Partito e dell’Amministrazione ed il suo primo problema che dovette affrontare fu quello di convincere gli operai, i contadini ed i quadri a “fare la rivoluzione e a sostenere la produzione”; battuti i “destri” controrivoluzionari si ordinò la ripresa delle regolari attività produttive e fu bloccato il prelevamento da parte delle imprese dei fondi di riserva, rivendicati a viva forza dagli scioperanti. Gli scontri fra quest’ultimi ed iribelli” maoisti, affrontati e impegnati seriamente da 10.000 operai armati alla meglio, ebbero fine con l’intervento dell’EPL, unica autorità funzionante ed in grado di far ritornare l’ordine.

Nella città industriale di Harbin, nella provincia dell’Heilongjiang, si era formata invece una “organizzazione reazionaria” chiamata Esercito degli Inabili e degli Smobilitati che più volte si scontrò con milizie maoiste. Questi continui scontri, la sparizione di notevoli quantità di derrate dai magazzini statali, la distribuzione di terre e la formazione spontanea di milizie Contadine nelle campagne, spinse infine l’EPL ad intervenire con determinazione il 23 gennaio e ad assumersi l’onere di reggere un nuovo governo civile locale.

Nella povera provincia del Guizhou invece, il 25 gennaio, il “Comando generale della rivolta proletaria” si impadronì di tutti gli organismi locali, fino ad allora in mano ai “destri” che permettevano la restaurazione dell’economia individuale nelle campagne (tendenza questa che, come abbiamo visto, era in tutta la Cina e che non dipendeva dai voleri di nessuno) ed incoraggiavano l’ “economicismo”. La “presa del potere” fu preceduta dall’intervento della ferma mano dell’EPL che si prese la briga di arrestare e castigare come “controrivoluzionari attivi» i vecchi quadri locali del PCC e del Governo.

Nello Shandong fu innanzitutto il grande porto di Qingdao a vedere la “presa del potere” dei ribelli maoisti, il 22 gennaio, esempio che fu prontamente imitato a Tianjin.

Ma se questi fatti furono fragorosamente pubblicizzati come vittorie contro i “revisionisti” ed i “controrivoluzionari”, la lunga catena dei disordinicon crude e feroci cronache, poco o niente si prestava ai ditirambi propagandistici inneggianti all’infallibilità ed invincibilità del pensiero e dei sostenitori di Mao; l’entrata in scena degli operai ebbe anche questo compito, di costringere la colorita Rivoluzione Culturale sul prosaico terreno degli scontri di classe.

Negli ultimi giorni del mese (23-26 gennaio) violenti scontri si ebbero nelle provincie del Kirin e dell’Anhui (le truppe alfine non esitarono ad aprire il fuoco su gruppi di Guardie Rosse, comportamento sconfessato da Pechino ben due mesi dopo !); in tutta la provincia dello Shandong (20-30 gennaio); nel porto di Qingdao il 28 gennaio; nelle provincie del Xinjiang, della Mongolia Interna, dell’Henan e dell’Hunan nelle capitali Zhengzhou e Changsha; all’inizio di febbraio nella capitale del Tibet, Lhasa, con un deciso intervento delle truppe (comandate dal generale Zhang Guohua pure primo segretario del PCC locale) contro i tanti gruppi di Guardie Rosse; infine, nella grande città di Canton, il 27 febbraio ed il 13 marzo.

Particolarmente cruenti e brutali furono gli incidenti della Mongolia Interna e del Xinjiang, a Shilhotze dove su ordine del satrapo locale, il riabilitato generale Wang Enmao, come il collega Zhang Guohua era comandante della regione militare e primo segretario del PCC, un reggimento di artiglieria si servì di armi pesanti e di bombe a mano per sedare gli scontri fra Guardie Rosse, con decine di morti e centinaia di dispersi. La gravità di questi incidenti, che ebbero come proseguimento lo scioglimento e la repressione da parte delle autorità militari di un organismo schiettamente maoista, “Il Quartiere Generale della Unione insurrezionale rivoluzionaria” appoggiato dal vice segretario Chen Weida, non impedì alla capitale Pechino, per evidenti ragioni di superiori interessi nazionali, di far buon viso a cattiva sorte lasciando al loro destino le malcapitate Guardie Rosse. Infatti, nonostante le continue denunce delle Guardie Rosse di Pechino contro il generale Wang Enmao, l’11 febbraio, il CC, il Consiglio di Stato e la Commissione Militare, ordinavano che nella Regione del Xinjiang la Rivoluzione Culturale doveva svolgersi sotto lo stretto controllo dei militari, il che stava perfettamente a dimostrare come lo svolgersi del “grande movimento di critica” stava cominciando a determinare un chiaro allentamento della autorità di Pechino capitale e del decimato CC fedele a Mao ed a Lin Biao, e che le provincie e le regioni, con i loro potenti capi militari, non erano più disposte a seguire, subito e senza discutere, i voleri ed i desideri della lontana Capitale.

Eppure, questi incidenti non erano altro che un assaggio, rispetto a quelli, ben più gravi, dell’estate.

I primi Comitati Rivoluzionari

Come abbiamo già visto, il disegno dei sostenitori della Rivoluzione Culturale aveva come punto fermo quello di epurare dai loro numerosi ed importanti posti di responsabilità, i “destri” ed i “controrivoluzionari”, cioè coloro i quali si rifacevano alle direttive di indirizzo politico, sociale e economico di quello schieramento di massimi dirigenti che andava da Liu Shaoqi a Deng Xiaoping. Ora, questo “bombardamento degli Stati maggiori”, che avrebbe dovuto limitarsi ad una semplice epurazione interna, non si svolse secondo le previsioni dei maoisti.

Se per i maoisti era stato relativamente facile abbattere il sindaco di Pechino, Peng Zhen, ed i suoi più stretti collaboratori, come anche battere nel CC sia Liu Shaoqi e Deng Xiaoping, la struttura del Partito e dello Stato aveva risposto con vigore alle Guardie Rosse, gettandosi a corpo morto nello scontro.

Il carisma dell’ascetico e modesto Shaoqi era quindi pari a quello del sanguigno ed arrogante Mao ? Se così fosse l’unico sconfitto sarebbe il materialismo storico e dialettico, nostro metodo di indagine ! Il carisma di Mao, che era il carisma di una rivoluzione nazionale trionfatrice e con il fucile ancora caldo nelle mani, valeva cento volte il carisma del fedele esecutore Shaoqi espressione della prosaica e non romantica accumulazione di capitale nazionale, ma altri fattori determinarono la reazione dell’apparato burocratico contro le Guardie Rosse il cui incedere minacciava oggettivamente di indebolire il Partito-Stato già scottato dalle esperienze dei Cento fiori e del Balzo in Avanti, ambedue volute e insistentemente difese da Mao; l’apparato, con evidente istinto di classe, di difesa dei compiti borghesi a cui era votato, era pronto a proteggere il ricostruito centralismo su cui solo poteva poggiare il futuro progresso borghese della Cina.

Questa reazione e l’entrata in scena della classe lavoratrice, su posizione alfine autonoma dai due schieramenti politici, fece precipitare la difficile situazione della nazione cinese che vide la propria unità statale quasi sgretolarsi per la sparizione di ogni reale potere centrale, salvo quello importantissimo della struttura militare, un EPL fra l’altro legato a filo doppio alla vita interna del Partito, non fosse altro perché il Commissario politico di una Regione o di un Distretto militare era nello stesso tempo il Segretario di Partito locale.

Se questa particolare situazione dei rapporti fra il Partito-Stato e l’Esercito aveva originariamente determinato una relativa “non ingerenza” dell’EPL nei primi disordini della Rivoluzione Culturale, nel gennaio ormai l’unica carta che il regime poteva giocare, per mantenere integra la stessa unità statale, era quella dei militari.

Fu infatti sui militari che Pechino fece affidamento per la creazione e l’affermarsi dei Comitati Rivoluzionari che avrebbero dovuto assumere nelle loro mani le funzioni degli antichi Governi e Comitati di Partito Regionali e Provinciali e Distrettuali. I Comitati Rivoluzionari dovevano essere l’espressione della “triplice alleanza” fra Esercito, quadri e masse e segnarono il primo tentativo di Pechino diistituzionalizzare” le Guardie Rosse, mesi prima suscitate ed incoraggiate ma che ora, con i disordini estesi agli operai di fabbrica, andavano limitate nel loro agire, perlomeno in molti dei loro eccessi passati.

Così la rivista teorica “Bandiera Rossa”, il 30 gennaio 1967, segnava l’aggiustamento, lanciando significativi segnali alle “masse” perché la anarchia non dilagasse:

«Deve essere data sufficiente importanza al ruolo dei quadri rivoluzionari nella lotta per la presa del potere. I quadri dirigenti che hanno appoggiato la linea proletaria sono la ricchezza del Partito (…) È sbagliato non credere in tutti solo perché hanno autorità (…) Quando i quadri dirigenti rivoluzionari si pongono a fianco delle masse nella lotta per la presa del potere dalle mani di coloro che hanno autorità all’interno del Partito e che hanno imboccato la via capitalistica, le organizzazioni di massa rivoluzionarie devono appoggiarle () L’esperienza ha dimostrato che nel corso della lotta per la presa del potere,i responsabili delle organizzazioni rivoluzionarie di massa, i dirigenti delle locali unità militari e i quadri dirigenti rivoluzionari devono, attraverso studi e consultazioni, creare un organo di potere provvisorio che diriga la lotta per la presa del potere. L’organo del potere provvisorio deve fare la rivoluzione con fermezza, incrementare la produzione, fare in modo che il sistema produttivo funzioni normalmente».

Ma il fatto era che l’esperienza non aveva dimostrato un bel niente di quello che era enunciato nell’articolo dell’allora famosa rivista, nella realtà le tre componenti della “triplice alleanza” tiravano ognuna per conto proprio, guardando con sospetto le altre, la produzione crollava per gli scioperi e più che lo studio poteva il fucile rimettere in riga classi e strati sociali, la forza non il ragionamento era chiamata alla risoluzione della difficile situazione !

Dopo gli avvenimenti di Shanghai, i “quadri” guardavano con sospetto e malumore crescenti l’incedere della Rivoluzione Culturale, ed anche quelli che avevano inizialmente appoggiato Mao e Lin Biao ebbero ingenui moti di protesta per la vastità dell’epurazione. Se ne fece portavoce lo stesso Tan Zhenlin che, nel gennaio, disse ad una riunione del Politburo:

«Avete ancora bisogno della direzione del Partito ? Volete distruggere tutti i vecchi quadri ? Parlo qui in nome di tutti i veterani della rivoluzione, e preferisco essere decapitato o gettato in prigione piuttosto che assistere impassibile all’umiliazione di tanti nostri vecchi compagni !»,

Il deciso intervento dell’anziano Tan Zhenlin ebbe un immediato riscontro nella cooptazionesotto l’ala protettrice dei militaridi molti quadri di primissimo piano e più volte contestati, nei nascenti Comitati Rivoluzionari nei quali i navigati burocrati si destreggiavano abilmente con i giovani rappresentanti delle “masse”. Tan Zhenlin sarà successivamente accusato di essere il responsabile di questa puntata a “destra” della Rivoluzione Culturale chiamata coloritamente “controcorrente di febbraio” e che ebbe l’imprimatur dal CC con la direttiva del 1° marzo:

«Si deve ammettere che la maggior parte dei quadri sono buoni, e che i nemici di classe infiltratisi nelle file dei quadri sono molto pochi (…) Rifiutarsi di fare un’analisi di classe delle persone che detengono il potere, e invece sospettarle, rinnegarle e abbatterle indiscriminatamente è una posizione anarchica».

Lasciamo perdere l’anarchia, cosa seria in dati tempi e luoghi, in Cina anno 1967 mese di gennaio, si aveva ben altro: i contrasti politici erano sfociati in lotte sociali e di classe, pericolose e condannate da tutti, ed ecco che i maoisti devono porgere, al fine di neutralizzare quelle lotte e quei moti, la mano ai loroavversari” politici, i burocrati di Liu e Deng nei quali riconoscevano, in fondo, i propri fratelli di classe con i quali già avevano condiviso interessi e speranze !