L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato Pt.30
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“Controcorrente di Febbraio”
Da parte dell’EPL, l’ordine del 28 gennaio, che ne disponeva l’intervento per “sostenere gli elementi di sinistra”, fu compreso ed applicato secondo le circostanze. In un primo momento l’EPL si limitò a cercare di limitare i disordini ed anche ad evitare la sconfitta dei sostenitori della Rivoluzione Culturale, spesso incalzati dalla popolazione e dagli operai; ma successivamente, con il moltiplicarsi delle tendenze e fazioni locali, con l’incrudirsi delle lotte fra queste, con il crollo delle amministrazioni civili, l’esercito diverrà prima arbitro delle divergenze, poi unico tramite della capitale Pechino con le province, poi ancora dovette assumere di fatto ogni potere sotto la copertura dei Comitati Rivoluzionari, primo ramoscello di olivo alla burocrazia di Partito.
Questo passaggio di autorità nelle mani dei militari fu relativamente rapido nelle regioni di frontiera popolate da minoranze nazionali (Xinjiang, Tibet e Mongolia Interna) per evidenti ragioni di sovranità nazionale e di sicurezza esterna, mentre in genere nelle altre province e regioni avvenne alla fine di un processo lungo e complesso, sia per il proliferare di organizzazioni di “massa” (a fine gennaio, Shanghai ne contava ben 111; la città di Wuhan arrivava a 54 e la provincia dello Jiangxi solo 87 !), sia perché l’allentamento del potere centrale di Pechino aveva dato la stura a mille problemi economici e politici e militari locali che rendevano difficile scegliere degli elementi fedeli (ma a chi ?) ed accettati dalle varie classi e strati sociali, rotta irrimediabilmente ogni solidarietà comune e nazionale.
Il primo Comitato Rivoluzionario fu costituito nella provincia di frontiera dell’Heilongjiang ed era presieduto da Pan Fusheng primo segretario del PCC locale, la vice presidenza era toccata al comandante militare del Distretto, Wang Jiadao, mentre le “masse” erano rappresentate dai delegati del “Quartiere generale congiunto dei ribelli rossi di Harbin” che aveva battuto le organizzazioni concorrenti. Il 3 febbraio fu la volta del Comitato Rivoluzionario della provincia dello Shandong ed anche qui i posti di presidente e primo vice furono appannaggio della struttura dell’EPL: Wang Xiao-yu, primo commissario politico della regione militare dell’Jinan, era il capofila mentre il secondo era Yang De-Zhi, comandante della stessa regione militare. Il 13 febbraio si costituì invece il Comitato Rivoluzionario della provincia del Guizhou che seguì ad un deciso intervento dell’EPL a favore di una organizzazione di Guardie Rosse e contro le sue concorrenti; il 24 febbraio, tocca invece alla Municipalità di Shanghai; il 18 marzo, si costituisce il Comitato Rivoluzionario della provincia dello Shanxi, ed il 20 aprile quello della capitale Pechino che sarà presieduto dal Ministro di Pubblica Sicurezza, generale Xie Fuzhi, il quale già dall’11 febbraio era responsabile dell’ “ordine” nella grande città posta sotto il diretto controllo dell’EPL.
Tutti questi Comitati rivoluzionari nella loro direzione contavano forti percentuali di ufficiali e commissari politici dell’esercito, un po’ poco come risultato di un anno di Rivoluzione Culturale che avrebbe dovuto “sburocratizzare” l’amministrazione, lo Stato ed il Partito, e nel contempo restituire alle masse l’antico vigore ed entusiasmo !
La situazione nelle campagne
Il “Programma in 16 punti” dell’8 agosto 1966 prevedeva che le Guardie Rosse non intervenissero nelle campagne dove doveva invece continuare il Movimento di Educazione Socialista, da anni assolutamente fallimentare in tutti i suoi scopi. Del resto, immobili e sordi agli appelli i contadini, le Guardie Rosse erano troppo scarse numericamente per poter svolgere un’azione estesa e profonda nel disperso ed immenso mondo contadino, la cui preoccupazione principale rimaneva quella di produrre per le proprie elementari necessità e per il miglioramento delle durissime condizioni di esistenza. L’uomo dei campi rimaneva più che mai legato al suolo, suo unico e pretenzioso rifugio.
Solo dopo il buon raccolto dell’autunno 1966, e soprattutto a partire dal dicembre, i disordini incominciarono a interessare certe zone rurali, in special modo quelle limitrofe alle grandi città industriali. In generale si ebbe che i contadini approfittarono della maggior libertà, derivante dall’indebolimento dell’autorità centrale e dallo smarrimento dei quadri locali, per mollare gli obblighi collettivi, tornando ad una conduzione familiare dei terreni con l’uso privato di strumenti e bestiame, aumentando, a discapito dei mercati delle città, i propri prelievi sui raccolti, prima ripartiti a fine anno. In alcune zone, i contadini si divisero capitali e riserve, reclamarono i pochi depositi bancari, altri abbandonarono le campagne e, unitisi agli studenti inviati anni prima d’imperio nelle campagne, si diressero nelle vicine e lontane città.
Si aveva infatti che, per l’allentamento del controllo statale, i giovani “volontari” a migliaia ripresero la strada di casa lasciando alle spalle la dura vita dei campi alla quale poco si erano adattati. La migrazione, che di migrazione si trattò (lo Xinjiang nel mese di dicembre contò 60 mila partenze), toccò il culmine dopo il fatidico raccolto dell’autunno ed alla fine del 1966 cominciò a preoccupare gli stessi maoisti: il 25 dicembre, una circolare del CC annunciava che il Centro stava studiando il fenomeno, che presto sarebbero state varate delle precise direttive e che nel frattempo le autorità locali dovevano dissuadere i giovani dall’intraprendere il ritorno alle città d’origine.
Questi differenti fatti concorsero senz’altro ad una prima generica dichiarazione che la Rivoluzione Culturale avrebbe toccato le campagne, era l’editoriale del “Jenmin Jihpao” del 1° gennaio 1967 che coincise beffardamente con un’accresciuta migrazione dei giovani dalle campagne alle città e con i primi numerosi disordini fra contadini e Guardie Rosse.
Era un’altra dimostrazione del fallimento della Rivoluzione Culturale rispetto alle tendenze “individuali e private” non di Liu o di Deng, ma proprie della famiglia-azienda contadina.
Agli occhi dei contadini infatti la Rivoluzione Culturale appariva unicamente come la distruttrice delle tavolette ancestrali, di altri oggetti sacri, di credenze e pratiche antiche, per poi passare, in caso di successo, all’attacco dei pilastri portanti della povera e misera proprietà familiare, gli appezzamenti privati, i volatili, i maiali, pericoli questi che provocarono la più aspra possibile resistenza, crescente quasi di giorno in giorno, con la creazione spontanea di milizie contadine che si scontravano con le Guardie Rosse, impedivano l’ammassamento delle tasse e delle vendite obbligatorie, saccheggiavano talvolta i silos governativi di granaglie.
Nel gennaio-febbraio, i continui scontri e disordini, particolarmente gravi nella provincia dell’Heilongjiang in cui la Commissione Militare del CC decise di inviare nelle campagne le truppe per ristabilire l’ordine e salvare il prossimo raccolto di primavera, fecero sì che la manutenzione delle opere di irrigazione, di drenaggio e gli altri tradizionali lavori invernali fossero trascurati o del tutto abbandonati, sorte che ugualmente toccò alle piccole fabbriche delle Comuni, chiuse per mancanza di materie prime o per quella – straordinaria per la Cina – di mano d’opera, in tutt’altre faccende occupata.
Mentre i maoisti continuarono ad incolpare i “destri economicisti” di suscitare la rivolta dei contadini contro le “proprietà ed i beni collettivi” di Comuni, Brigate e Squadre, nel febbraio-marzo, con l’avvicinarsi dei raccolti primaverili, il regime di Pechino cercò di far ritornare l’ordine nelle campagne. Il 20 febbraio il CC fece pubblicare un suo “Messaggio ai contadini poveri e contadini medio poveri”, esortandoli a «mobilitare tutte le forze e a lavorare immediatamente per portare a buon fine i lavori di primavera»; l’EPL veniva inviato, per difendere la Rivoluzione Culturale e soprattutto per sostenere l’indispensabile produzione agricola, ad aiutare il lavoro necessario ai raccolti primaverili, il cui richiamo ebbe come risultato di far diminuire prima e placare poi l’irosa resistenza dei contadini nei confronti delle Guardie Rosse; non più molestati i rurali bonariamente ritornarono ai loro irrimandabili lavori stagionali.
Di più difficile risoluzione fu invece il problema dei giovani che avevano abbandonato le campagne e che erano clandestinamente ritornati nelle città; la circolare dell’11 gennaio del CC contro l’ “economicismo”, accusava i destri di questa fuga verso le zone urbane e del fatto che i fuggitivi avanzavano “rivendicazioni economiche irragionevoli”, quando dovevano invece essere «paghi del lavoro agricolo prendendo parte alla Rivoluzione Culturale nelle campagne senza pretendere nessuna elargizione non prevista dalle norme».
La circolare,come anche altri appelli futuri, rimase allo stato delle buone intenzioni: infatti, il 17 febbraio, il CC stilò un “appello urgente” che chiedeva ai giovani di “rientrare immediatamente” nelle loro sedi di campagna e di sciogliere, senza eccezione, “gli organi di collegamento” fra i vari organismi di fuggiaschi presenti in quasi tutte le principali città, minacciando i “cattivi elementi” che provocavano danno allo Stato, agivano illegalmente e turbavano la pace sociale, di incorrere nei rigori della legge. Minacce perfettamente uguali a quelle indirizzate verso gli operai scioperanti e che corrispondevano al reale spirito della Rivoluzione Culturale, movimento interessante la sfera “politica” e “culturale” e non quella quotidiana e volgare dell’ “economia” !
La Rivoluzione Culturale con il fiato corto
I tre mesi seguenti il tumultuoso gennaio con gli avvenimenti di Shanghai che furono la più pura dimostrazione di quanto indebolitosi fosse il potere centrale di Pechino e nel contempo, del rifiuto delle classi contadina e operaia a farsi manovrare da una qualsiasi delle fazioni dell’apparato in lotta, videro, come risultato del grande spavento, il regime cercare di disciplinare, arginare e controllare i laceranti contrasti di classe ormai alla luce del sole.
Abbiamo già visto gli appelli di Pechino nei confronti dell’iroso mondo contadino e quelli altrettanto “urgenti” per l’anarchismo e l’economicismo che stava dilagando nelle aziende e nelle fabbriche, e anche come il regime dovette, nel tentativo di ristabilire l’ordine, giocare la sua ultima e pericolosa carta, l’EPL, la cui gerarchia aveva piano piano allentato buona parte degli originari stretti vincoli con la capitale e cominciava ad osservare con un certo sospetto i dirigenti fedeli a Mao perché la Rivoluzione Culturale aveva via via messo alla berlina Peng Dehuai, Luo Ruiqing e, ultimo, He Long, due Marescialli e un Generale popolari ed influenti; soprattutto le gerarchie militari erano oltremodo risentite per gli eccessi delle Guardie Rosse e dei loro avversari che avevano a più riprese invaso le caserme e saccheggiato gli arsenali.
Per queste ragioni, l’EPL, l’unica àncora di Pechino, presentò un conto salato per il suo deciso e capillare intervento; colmò sì il vuoto creatosi con la frantumazione della struttura del Partito rimpiazzando la sua mastodontica burocrazia, assunse sì l’amministrazione e il controllo delle fabbriche (per prevenire sabotaggi, sprechi o saccheggi e soprattutto per costringere gli operai a tornare al loro posto di lavoro) supervisionando i trasporti e gli organi di propaganda, ma, d’altra parte, pretese ed ottenne i posti più importanti nei nascituri Comitati Rivoluzionari, pretese ed ottenne che fossero fatti tutti i possibili tentativi per mettere al passo le Guardie Rosse ed i loro avversari.
I tentativi di “normalizzazione” non si fecero attendere. Il 3 febbraio, il Gruppo Centrale della Rivoluzione Culturale invitava i giovani ad interrompere le lunghe marce verso i luoghi storici della Rivoluzione ed a ritornare alle loro scuole e alle loro fabbriche; il 4 febbraio, fu annunciata la riapertura delle scuole per il 1° marzo precisando che tutti gli insegnanti, sia i criticati sia i buoni, erano tenuti ad essere ai loro posti; nello stesso giorno, una direttiva poneva fine agli “scambi di esperienza” in tutte le fabbriche di interesse nazionale; il 12, si ammonì masse e Guardie Rosse che «non hanno il diritto di bruciare le tessere dei membri del Partito, essendo la disciplina del Partito di competenza del Partito stesso»; il 17, stesso mese, il CC stilava una “direttiva” che ordinava lo scioglimento di tutte le organizzazioni con estensione nazionale, di qualunque tendenza fossero, in particolare quelle dei soldati congedati e degli apprendisti; il 18 febbraio si ha uno dei primi provvedimenti del Comitato Rivoluzionario dello Shandong che mette fuori legge otto organizzazioni di Guardie Rosse fra le quali spiccano organizzazioni di operai, contadini e ex-soldati; il 19, il CC ordina la riapertura delle scuole medie per il 1° marzo che avviene invece il 6, salutata da radio e stampa; il 7 marzo, infine, nuovo ordine del CC: gli studenti universitari sono invitati a ritornare ai propri istituti entro due settimane; le “esperienze viaggianti”, uno dei primi cavalli di battaglia della Rivoluzione Culturale, erano chiuse.
Fu in questa opera di normalizzazione che nuovamente primeggiò il diplomatico Zhou Enlai. È il Primo Ministro infatti a presiedere il 22 febbraio, un’assemblea di Guardie Rosse della capitale nella cui dichiarazione finale si può leggere: «Noi Guardie Rosse siamo le riserve risolute e fidate dell’EPL», già leit motiv dei suoi discorsi nel settembre passato; è Zhou ad ammonire, il 24 febbraio, le Guardie Rosse che per “prendere il potere” nei Ministeri era necessaria l’approvazione del CC:
«Non tutti i Ministeri sono nelle mani di coloro che hanno imboccato la via capitalistica, i ribelli possono “controllare” i funzionari ministeriali, ma non sono in grado di svolgere i compiti dei funzionari»; è sempre lui a presiedere le riunioni preparatorie per la costituzione del Comitato Rivoluzionario di Pechino, con i delegati dei contadini poveri e medio poveri (19 marzo), degli operai (22 marzo) e delle Guardie Rosse delle scuole medie inferiori (26 marzo).
Ed era ancora l’infaticabile formica Zhou Enlai ad assumersi la responsabilità di una importante direttiva che, era la fine di febbraio, aveva lo scopo di porre fine ai crescenti disordini e scontri armati nella provincia dell’Henan, direttiva che istituzionalmente avrebbe dovuto essere di competenza del Ministro della difesa, maresciallo Lin Biao, e che costituì un’ennesima importante investitura al ruolo di arbitro all’EPL. La direttiva ordinava infatti: 1) di far intervenire l’EPL a dirimere i conflitti fra i diversi gruppi di Guardie Rosse; 2) di affidare all’EPL la direzione del giornale “Il Quotidiano dell’Henan”; 3) di sospendere momentaneamente l’uscita del giornale; 4) di convocare i rappresentanti dei gruppi di Guardie Rosse a Pechino.
Fu in questo clima di ricerca della moderazione che, il 18 marzo, il CC indirizzava una lettera ai quadri rivoluzionari e agli operai delle fabbriche delle miniere per ritornare al lavoro:
«Dovete, secondo le raccomandazioni del CC, continuare a lavorare otto ore giornalmente ed a dedicare alla Rivoluzione Culturale il tempo che eccede le ore di lavoro. Non è permesso abbandonare la produzione e i posti di lavoro su propria iniziativa durante le otto ore. Si deve combattere contro qualsiasi pericolosa tendenza all’assenteismo e ad un atteggiamento superficiale verso il lavoro (…) Si deve combattere contro qualsiasi pericolosa tendenza a non badare alla qualità del prodotto e a sprecare i fondi pubblici ed i materiali. Tutto il personale delle fabbriche e delle miniere deve, durante la grande Rivoluzione Culturale proletaria, studiare l’esperienza della riduzione delle spese e dell’amministrazione semplificata. È necessario sia ridurre di molto il personale eccedente che aumentare l’efficienza nel lavoro. Bisogna fare attenzione a economizzare nella realizzazione della Rivoluzione Culturale».
Lettera conciliante, seppure piena di consigli e di attenzioni, la classica carota che seguiva l’altrettanto classico bastone: tre giorni prima un articolo del giornale di Shanghai, “Wenhui Bao”, titolato “Screditiamo il corporativismo” annunciava lo scioglimento, nella grande città proletaria, delle “associazioni professionali” che si erano spontaneamente formate dopo lo scioglimento, nel dicembre, dei Sindacati.
Il giornale scriveva: «La tendenza feudale di queste associazioni, formate non sulla base di classi ma di mestieri, è rivelata dai loro obbiettivi di lotta parziali ed immediati, propri degli operai che esercitano questi mestieri», giudizio che riprende pari pari l’atteggiamento della Rivoluzione francese del 1791, la rivoluzione borghese per eccellenza, sulle prime organizzazioni sindacali operaie e che serve magnificamente a demistificare il carattere socialista del regime di Pechino !
Nel mese di aprile, il regime raccolse i frutti degli appelli alla moderazione e normalizzazione dei mesi precedenti, infatti proprio mentre divampava nuovamente una artificiosa e costruita virulenta campagna contro Liu Shaoqi, rifacendosi addirittura ad un film di 18 anni prima (“Storia segreta della corte dei Qing”) che probabilmente il buon Liu non aveva neanche visto, ed al suo libro “Per essere un buon comunista” del 1939 (!), diminuirono e si placarono gli scioperi nelle fabbriche e anche se continuarono i contrasti fra gruppi di Guardie Rosse quasi mai questi richiesero l’intervento risolutore dell’EPL. Tutti i vari protagonisti, classi, apparati e uomini, tirarono il fiato dopo lo svolgersi tumultuoso degli accadimenti nei primi mesi dell’anno, prima di quello ancor più caotico e drammatico della prossima estate.
Il regime maoista, sfruttando il momento di calma, si permise quindi una clamorosa iniziativa ad effetto propagandistico, organizzando all’Università Qinghua, il 10 aprile, un’assemblea pubblica: le fabbriche furono chiuse e circa 200 mila lavoratori furono irreggimentati ad assistere all’umiliazione ed al processo del “Quartier Generale» borghese, Wang Guangmei, Jiang Nanxiang, Lu Dingyi, Peng Zhen e Bo Yibo.
Ma ormai, a parte le iniziative folcloristiche contro la sconfitta “banda nera” e contro i seguaci più sfortunati di Liu Shaoqi e Deng Xiaoping, il cui schieramento si era vieppiù indebolito dopo l’estromissione di Tao Zhu nel gennaio dalle sue funzioni al vertice del Partito e dello Stato, erano i difficili rapporti fra EPL e Guardie Rosse e quindi fra EPL e Pechino ad essere il punto critico dell’intera Rivoluzione Culturale.
Il 10 aprile, un articolo del “Quotidiano dell’Esercito” cercava di chiarire i ricorrenti dubbi delle gerarchie militari di fronte al pullulare di organizzazioni ed al vero e proprio caos regnante nelle fabbriche e che, imperativo nazionale, doveva in un modo o nell’altro avere termine.
«Fra le organizzazioni rivoluzionarie non dovremo arbitrariamente appoggiare una sezione nel reprimerne un’altra. Per quanto riguarda la loro differenza di opinione, dobbiamo aiutarli ad unificarsi sulla base di un orientamento comune generale attraverso la rettifica, l’autorettifica, e discussioni e dibattiti normali. (…) Quanto a noi, EPL, ci muoviamo in appoggio alla sinistra (…) Ci impegniamo a unirci alle grandi masse della sinistra ed a combattere e a vincere le battaglie insieme con loro».
L’articolo faceva seguito ad un dazibao della Commissione Militare del CC in cui, era il 6 aprile, si avvertiva che l’EPL non doveva reprimere le organizzazioni di Guardie Rosse senza il permesso del CC, non doveva procedere ad arresti di massa né infliggere pene fisiche agli arrestati né costringerli a confessare, tutte azioni che in abbondanza si erano avute nei mesi passati e che adesso il regime cercava di minimizzare sforzandosi di ricostruire quel blocco di classi e di apparati che era stato alla base delle fortune iniziali della Repubblica Popolare.
Questo sforzo continuò per tutto l’aprile 1967 e fu suggellato dalla stessa rivista teorica “Bandiera Rossa” che nel suo editoriale della fine del mese:
«Rispondiamo calorosamente all’appello “Sostenere l’EPL e amare il popolo”» doveva prima ribadire che «L’EPL è il pilastro della dittatura del proletariato e le masse rivoluzionarie devono avere contatti diretti con l’EPL prestandoci il proprio appoggio», per poi concludere che le masse dovevano mettersi con modestia alla sua scuola: «In nessuna occasione o circostanza, la punta avanzata della lotta deve essere diretta contro l’EPL». Il conciliante editoriale si auspicava, con uno sbotto di ottimismo fuori luogo, che: «Per quanto riguarda alcune delle manchevolezze ed errori compiuti dalle masse rivoluzionarie in questo movimento, i Comandanti ed i soldati dell’EPL dovrebbero aiutarli entusiasticamente a superarli e correggerli».
L’auspicio fu clamorosamente sconfessato dagli avvenimenti a venire che si sbarazzarono totalmente delle speranze di normalizzazione che il regime aveva frettolosamente coltivato nell’aprile, l’intera Nazione, ancor più che nel gennaio, piomberà nel caos più completo minacciata ad un certo punto la stessa unità statale, risultato questo non voluto né previsto dagli epuratori maoisti come dagli epurati liuisti.
Schieramenti e personaggi illustri saranno trascinati da una impetuosa corrente di eventi che vedranno nuovamente masse enormi di uomini, dimentichi dei consigli sciocchi di critica ed autocritica, che si muoveranno e lotteranno ubbidendo a determinazioni proprie.
Si impone una marxistica riflessione: se giusto l’anarchismo ed il maoismo, le masse possono assurgere ad azione e coscienza di classe, ebbene nessun palcoscenico né circostanza è stata e probabilmente sarà più favorevole della Rivoluzione Culturale cinese, ma questa è, lo vediamo continuamente con lo svolgersi del lavoro, infine aperta sconfessione di tali teorie e tesi in quanto si ha che, nonostante il movimento e l’azione di masse sterminate di uomini, l’assenza di una pur minima sedimentazione di coscienza di classe: classi e uomini, grandi e piccoli, rimangono abbagliati e confusi dalle loro stesse illusioni e dai loro stessi partiti fantastici che ad un certo punto li dominano.
Nettamente si scaglia all’orizzonte la controtesi nostra: non le masse, non la classe, non l’uomo è capace di teoria e coscienza ma l’impersonale ed anonimo Partito, grande o piccolo che sia niente importa !
Il regime allo sbando
Le celebrazioni nell’immensa Piazza Tian’anmen di Pechino del maggio 1967 furono il naturale epilogo della politica conciliatrice della “triplice alleanza” che il regime aveva tenuto nei mesi precedenti. In ordine rigorosamente gerarchico, alla cerimonia con fuochi d’artificio assistevano dirigenti in auge spalla a spalla con quelli contestati e criticati dalle Guardie Rosse. Oltre a Mao Zedong e Lin Biao, coppia ormai deificata, l’Agenzia Nuova Cina allineava Zhou Enlai, Chen Boda, Kang Sheng, Zhu De, Li Fuzhun, Chen Yun, Dong Biwu, Chen Yi, Li Xiannian, Tan Zhenlin, Xu Xiangqian, Nie Rongzhen, Ye Jianying, Liu Ningyi, Xiao Hua, Yang Chengwu, Su Yu e Jiang Qing; ed era soprattutto la presenza scocciante di Chen Yun e Chen Yi, più che l’assenza di Peng Zhen, Liu Shaoqi e Deng Xiaoping, a mostrare come i maoisti cominciavano a scontare l’entità stessa dell’epurazione: i grandi sconfitti ed i loro più stretti collaboratori avevano lasciato nella struttura statale un vuoto difficilmente colmabile e i resti del CC e del Politburo erano stritolati dall’ancora efficiente struttura militare che i fatti chiamavano sempre più ad entrare in scena.
Il mese di maggio vide infatti di nuovo divampare gravissimi disordini nelle Province, tanto gravi che la nuova politica della “triplice alleanza” precocemente invecchiò, per niente adatta alla bisogna. Gli scontri più prolungati e cruenti delle prime settimane di maggio furono nella Provincia del Sichuan, dove, come abbiamo visto negli altri casi, la lotta fra sostenitori ed avversari della Rivoluzione Culturale si sommava e si sovrapponeva a quella che contemporaneamente vedeva operai e contadini, un po’ contro gli uni, un po’ contro gli altri.
L’avversario primo della Rivoluzione Culturale era il segretario del Partito della Regione del Sud-Ovest e membro del Politburo dopo il Plenum di Lushun, Li Jingquan, che era direttamente appoggiato dall’EPL della Regione Militare di Chengdu (comandante il generale Huang Xinting e commissario politico Guo Lin-xiang, ambedue riabilitati) e soprattutto dalla LIV Armata.
Operai, Guardie Rosse e militari si scontrarono ripetutamente e sanguinosamente in battaglie ancora oggi avvolte da molti misteri. I giornali delle Guardie Rosse riferirono, il 9 maggio, di 100 morti e 200 feriti a Chengdu durante la prima settimana del mese; altri rapporti delle Guardie Rosse si limitavano invece a contare in 2500 i feriti di cui 700 gravi. Lo studioso Guillermaz nei suoi scritti ricostruisce una cronologia ben più drammatica: 1.000 fra morti e feriti negli incidenti fra Guardie Rosse e gli operai dello stabilimento tessile n. 1 di Chengdu, il 4 maggio, e scontri ancora più feroci sempre fra Guardie Rosse e operai tessili.
Concordanti le varie fonti, i militari nei loro interventi usarono bombe e mitragliatrici, mentre solo Guillermaz riporta la notizia che, il 19 maggio, il raggruppamento operaio “Esercito industriale”, rifugiatosi nelle campagne dopo essersi impadronito di 400 fucili ed armi automatiche, fa prigioniere 1800 Guardie Rosse e ne decapita 34.
A Li Jingquan verranno revocate le cariche da un ordine del CC che lo accuserà di aver voluto trasformare la Provincia del Sichuan in un “regno indipendente”, accusa che rivelava non tanto le reali intenzioni di Li, ma come l’originario centralismo di Pechino fosse alla fine dei suoi giorni. Lo sostituì un militare, il generale Zhang Guohua, fino ad allora comandante della Regione Militare del Tibet che con decisione aveva impedito alle Guardie Rosse di turbare la tranquillità dell’ascetica regione. Mutamento si ebbe anche per il comando militare che passò da Huang Xinting a Liang Xiangchu, un commissario politico della Regione Militare di Canton. Perso ogni appoggio da parte dell’EPL, Li Jingquan dovette fuggire precipitosamente per essere arrestato mesi dopo.
Il rimpasto al vertice del governo della Provincia, non impedì nuovi gravi disordini, questa volta a Chongqing, il 5 ed il 7 giugno, con un raggruppamento maoista che ebbe 170 morti. Il mese di maggio fu oltremodo burrascoso per la Provincia dell’Henan dove da mesi si fronteggiavano avversari e partigiani della Rivoluzione Culturale, i primi organizzati nella “Comune di Sicurezza Pubblica” ed i secondi nella “Comune 7 febbraio”, con l’EPL neutrale di fronte alla contesa.
I due gruppi, forti di circa 100 mila effettivi reclutati sia fra gli operai sia fra gli studenti, si affrontarono dai primi di maggio in una vera lotta armata. La capitale della Provincia, Zhengzhou, le città di Kaifeng e Luoyang furono teatro di continui scontri, particolarmente feroci negli ultimi giorni del mese, e che culminarono nell’assalto delle truppe della “Comune di Sicurezza Pubblica” alla Filatura di Stato n. 6 di Zhengzhou con episodi di antica crudeltà tipica delle guerre contadine (decapitazioni, mutilazioni terribili, arsi vivi).
Secondo le tragiche cronache, sembra che nell’Henan, al contrario di tante altre Provincie, la lotta contro l’economicismo, costantemente evocata da Pechino, avrebbe avuto nelle Guardie Rosse i più tenaci oppositori, ed invece nei gruppi che sostenevano il vecchio locale Comitato di Partito i fedeli esecutori dei voleri della Capitale.
Fu la stessa Stazione radio di Zhengzhou, il 26 maggio, quando maggiormente estesi si facevano i disordini, ad avvertire gli operai dell’Henan a non assentarsi dal lavoro senza ragione, di non seguire quel pugno di persone che istigavano a scioperare rendendo parzialmente inattivo l’importante nodo ferroviario di Zhengzhou, a saccheggiare e distruggere. Giudizio che, passata per un attimo la bufera, sarà ripreso negli stessi termini, il 6 giugno, dal “Quotidiano dell’Henan” che denunciò “una minoranza di teppisti controrivoluzionari”, la quale «colpiva furiosamente le persone, saccheggiava e distruggeva le proprietà» ed aveva instaurato una atmosfera di terrore causando infine scioperi ed interruzioni di lavoro.
Questa diversa configurazione della lotta contro l’economicismo (nelle altre Provincie come abbiamo visto era stata appannaggio sicuro dei maoisti e delle loro Guardie Rosse) non deve sorprenderci perché, come stiamo vedendo, i due schieramenti, uniti nell’aspirazione di un vigoroso e giovanile nazionalismo, non si erano mai sostanzialmente differenziati di fronte al problema del miglioramento delle condizioni materiali di lavoro e di esistenza della classe lavoratrice che tutti e due gli schieramenti volevano subordinata alle superiori esigenze dello Stato e dell’economia nazionale: il malcontento accumulato nei decenni nella classe lavoratrice vagava senza meta fra i due schieramenti avversi. Solo particolarissime ragioni dello svolgersi dei fatti faceva si che questo minaccioso malcontento fosse attratto dall’uno anziché dall’altro schieramento, che questo anziché quello fosse costretto ad appoggiare il naturale “tradunionismo” della classe lavoratrice, mentre l’altro automaticamente si assumeva il compito di contrastarlo e di combatterlo.
Classe operaia senza coscienza ? Certo, nel senso che mai automaticamente dalla sua azione di difesa economica scaturisce coscienza e programma comunista, visione questa populista, anarchica e maoista insieme. Da marxisti ci basta rilevare la potenza delle determinazioni materiali, le sole che spingono la classe lavoratrice a scendere in lotta usando, insieme alle illusioni che ronzano nell’aria, le tradizionali armi della lotta di classe; ecco tutta la coscienza possibile, ecco l’inizio dell’arduo cammino che vedrà un giorno il ricongiungimento della classe proletaria, cinese e no, con il suo Partito !
Gravi disordini avevano interessato anche le Provincie del Nord-Est: la capitale del Jilin, Changchun, vide lo sciopero dei 20.000 operai delle fabbriche automobilistiche e duri scontri fra gli scioperanti e le Guardie Rosse; nel vicino Heilongjiang che aveva visto costituirsi il primo Comitato Rivoluzionario, Radio Harbin riferì che Pan Fusheng dovette arringare, il 9 maggio, 200 mila persone per metterle in guardia contro una minoranza che «fa del suo meglio» per suscitare scontri armati, «disintegrare i ranghi dei rivoluzionari e minare la politica di stimolare la produzione». L’arringa di Pan Fusheng seguì duri scontri, con vere battaglie campali, fra operai, contadini e Guardie Rosse maoiste più volte sconfitte, scontri che, con gli stessi protagonisti e gli stessi risultati, si ebbero nuovamente dall’11 al 14 agosto.
Scendendo verso il Sud, la stessa Provincia dello Shandong, una roccaforte delle Guardie Rosse pechinesi, vide il nuovo potere del Comitato Rivoluzionario traballare vistosamente: l’11 maggio, Radio Jinan annunciava infatti che un furioso contrattacco da parte delle minoranze era stato stroncato dopo due giorni di violenta lotta con un fermo intervento delle unità dell’EPL; repressione che, 13 anni dopo, è una delle poche ad essere stata citata nel processo alla Banda dei Quattro come prova dei crimini di Zhang Chunqiao e Yao Wenyuan contro le masse, per il loro appoggio a Wang Xiao Yu, l’allora Presidente del Comitato Rivoluzionario locale e responsabile diretto degli incidenti.
Altre battaglie campali si ebbero presso la città di Guiyang nel Guizhou (seconda quindicina di aprile); nella città di Kunming nello Yunnan (fine maggio-inizio giugno) dove, il 3 luglio, si recarono in una missione pacificatrice, Xie Fuzhi e Wang Li, riuscendo a far cessare gli scontri fra le Guardie Rosse; nella città di Changsha nell’Hunan con decine di morti, l’8 giugno; ancora sommosse e scontri si estendevano un po’ in tutta la Mongolia Interna dopo la destituzione dai suoi incarichi del Primo Segretario e membro del Politburo, Ulanhu.
Estremisti e militari si fronteggiano
Questa nuova ondata di scontri e di disordini nelle Province stava determinando nuovamente il sanguinoso intervento dell’EPL e dette come risultato,oltre naturalmente un grande numero di morti e feriti, di raffreddare di molto l’entusiasmo dei quadri per la politica della “triplice alleanza”. Nel mese di maggio infatti non si ebbe nessuna costituzione di nuovi Comitati Rivoluzionari, tutto pesava sull’EPL, tanto che il “Jenmin Jihpao” poteva tranquillamente scrivere, il 12 maggio, che il destino della Rivoluzione Culturale era interamente nelle mani dell’Esercito, fatto innegabile che significava il tramonto delle speranze di “normalizzazione» dal regime precipitosamente coltivate nei due mesi precedenti.
La stessa capitale Pechino era di nuovo nell’occhio del ciclone, con l’azione delle Guardie Rosse che aveva ripreso vigore. All’inizio del mese di maggio, mentre proliferavano dazibao contro Zhou Enlai, si riebbero spedizioni di Guardie Rosse al saccheggio degli archivi segreti dei vari Ministeri (il 13 maggio le Guardie Rosse entrarono nel Ministero degli Esteri ma furono subito sgombrate dall’EPL) e soprattutto nuovi violenti scontri fra i diversi gruppi; nei primi dieci giorni del mese, secondo il discorso del Ministro di Pubblica Sicurezza, Xie Fuzhi, tenuto il 14 maggio al Comitato Rivoluzionario, si ebbero in Pechino ben 113 fra battaglie ed incidenti con circa 63.000 fra morti e feriti più o meno gravi..
Fu due giorni dopo il discorso di Xie che comparve a Pechino il gruppo di Guardie Rosse denominato “Corpo d’armata 16 maggio” il quale, riprendendo tutti gli slogan della “Circolare del CC” di un anno prima, avrebbe attaccato tutti i responsabili sostenendo che il presidente Mao aveva parlato di “individui del genere Kruscev” al plurale e che conseguentemente la Rivoluzione Culturale non poteva limitarsi “alla sola persona del più alto responsabile impegnato nella via capitalistica”; la frecciata di quei maoisti della prima ora era certamente diretta al coriaceo Zhou Enlai ed a tutti quei dirigenti e funzionari che lo sostenevano nel suo sforzo di circoscrivere l’epurazione, di modo che a questa non ne seguisse la rovina dell’intero edificio statale quanto mai traballante.
L’estremista “Corpo d’armata 16 maggio” che diresse il 29 maggio l’assalto e l’occupazione delle Guardie Rosse al Ministero degli Esteri che in quella occasione portarono via tutto quello che gli capitava sotto mano, era forse un raggruppamento marxista ? Il quesito vale anche per tanti altri gruppi, anche più “radicali”, successivamente accusati di trotskismo dai dirigenti di Pechino quando, fra pochi mesi, se ne sbarazzeranno in maniera brutale. I documenti giunti in occidente non autorizzano a dare una risposta positiva alla domanda, i fatti conosciuti mostrano come nessuno di questi gruppi riuscì a rigettare totalmente il patrimonio maoista della Repubblica Popolare, né a rintracciare, nel passato della storia del PCC, quando e come avvenne la rottura del filo rosso del comunismo internazionale, neanche quando i più decisi estesero le loro critiche a Lin Biao, a Jiang Qing ed allo stesso Mao Zedong.
Sia i disordini nelle Province, sia quelli in Pechino, allarmarono il regime, infatti, il “Jenmin Jihpao” pubblicò, in data 22 maggio, un accalorato editoriale dal titolo “Cessare immediatamente la lotta”, in cui fra l’altro si affermava:
«Di recente, un soffio di vento sinistro, l’uso della forza nella lotta, si è diffuso in alcune aree fra unità ed organizzazioni di massa. Interferisce con il grande movimento della lotta, ostacola il progresso della grande democrazia che si trova nella condizione di dittatura del proletariato, colpisce e distrugge la produzione, sconvolge l’ordinato processo della rivoluzione, distrugge la proprietà dello Stato e minaccia la sicurezza della vita del popolo. Dobbiamo essere decisi a fermare questa pazzia. L’uso della coercizione e della forza nella lotta fra organizzazioni di massa non è in nessun caso un atto rivoluzionario o un’impresa eroica, ma un segno di degenerazione (…) anche su questioni di principio, si deve cercare di raggiungere una soluzione sulla base della verità e della ragione attraverso la procedura normale della discussione e del dibattito. In nessuna circostanza si può permettere ad una parte di insistere nei suoi attacchi, insistere in una guerra civile, creare antagonismi e aumentare l’uso della forza nella lotta».
E ad ulteriore conferma della drammaticità degli avvenimenti, si aveva, il 6 giugno 1967, una “Circolare in 7 punti” estremamente energica dalla firma congiunta del CC, del Consiglio di Stato, del Comitato Militare e del Gruppo Centrale della Rivoluzione Culturale. La Circolare ribadiva che soltanto gli organi statali avevano l’autorità per effettuare arresti e per procedere a perquisizioni, processi e sentenze; la proprietà statale andava protetta nei confronti di chiunque l’attentasse; la violenza era proibita.
Unici garanti e responsabili per l’applicazione di queste misure erano i militari, ai quali quindi non veniva solamente chiesto di “sostenere la sinistra anche se minoritaria” (come nei mesi passati), ma di più: su tutto, contro tutto e tutti, l’unità statale della grande Nazione, ormai precipitata nel caos, andava preservata.
Anche il mese di giugno, che pure rispetto al mese precedente vide diminuiti gli scontri e le battaglie, non portò “nessuna nuova” costituzione di Comitati Rivoluzionari; la propagandata forma di potere della Rivoluzione Culturale segnava il passo.
Mentre la Rivoluzione Culturale stava per entrare nella sua decisiva crisi, il 17 giugno, Pechino annunciò lo scoppio della prima bomba H cinese, nella Regione del Xinjiang.
La propaganda presenterà il notevole exploit scientifico come una vittoria della Rivoluzione Culturale e l’ennesima conferma dell’infallibilità del pensiero di Mao Zedong; poche ciance: il “Programma in sedici punti” della Rivoluzione Culturale esentava, specificatamente, gli specialisti scientifici dal partecipare alla Rivoluzione Culturale, anzi questi erano invitati a continuare tranquillamente a studiare per ogni possibile sviluppo tecnico e militare della Repubblica, alla portata della scienza e della tecnica borghese tanto vituperata allora dalle Guardie Rosse ma non del pensiero dell’idolo Mao !
L’insurrezione di Wuhan
L’insurrezione di Wuhan possiamo ben dire che fu l’avvenimento decisivo dell’anno 1967, anche per il solo fatto che Wuhan, un agglomerato di tre città: Wuchang, Hankou e Hanyang, con una popolazione complessiva di circa 2 milioni e mezzo di persone, occupa una posizione di vitale importanza sia dal punto di vista economico sia da quello strategico per il regime, cerniera fra il Nord ed il Sud dell’immensa Nazione.
Wuhan era stata potente roccaforte di Tao Zhu, Segretario della Regione del Centro sud, prima della sua rapida ed effimera carriera al vertice della gerarchia quando, nel giugno 1966, aveva sostituito Liu Dingyi al Dipartimento Propaganda, posto che detenne fino alla sua epurazione nel gennaio 1967. Il secondo, Wang Renzhong, da sempre Sindaco di Wuhan e primo Segretario per l’Hubei, aveva sostituito Tao Zhu come Segretario per il Centro sud ed era stato, appena un anno prima, il compagno nuotatore di Mao nella propagandata impresa sportiva.
Con l’epurazione di Tao Zhu anche Wang Renzhong fu oggetto di primi violentissimi attacchi da parte delle Guardie Rosse e, richiamato a Pechino, lasciò la grande vitale città nelle mani dell’unica forza organizzata: l’EPL agli ordini del generale Chen Zaidao. Questi dirigeva fin dal 1955 l’importante Regione Militare di Wuhan che comprendeva le Province dell’Hubei e dell’Henan, e, secondo i sinologhi più seri, faceva parte di quei potenti capi militari regionali (i generali Wang Enmao, Qin Jiwei e Huang Xinting) che per solidarietà con i loro antichi superiori, i Marescialli Peng Dehuai, He Long, Liu Bocheng e Xu Xiangqian, mai erano entrati nella corte del delfino, il Maresciallo Lin Biao, la cui salita era anzi vista con sospetto e rancore.
Dai primi dell’anno 1967, la triplice città era divenuta il teatro di continui scontri fra i 54 ruppi di “ribelli” e di Guardie Rosse locali. Uno di questi, denominato “Il milione di eroi” era appoggiato direttamente dall’EPL, e sembra fosse composto essenzialmente da operai (2 mila stabilimenti e miniere scesero in sciopero il 29-30 aprile ed ingrossarono le sue file), ferrovieri e contadini, più volte scontratisi con le Guardie Rosse maoiste. Dopo i primi cruenti scontri del marzo e dell’aprile (300 morti e più di 1000 arresti) la lotta fra questa milizia operaia e le Guardie Rosse raggiunse il culmine nella seconda quindicina di giugno in cui, oltre al blocco del ponte ferroviario sullo Yangtze, del 14 e del 15, si ebbe una vera battaglia nelle strade della città con un bilancio di 350 morti e 1500 feriti.
Dopo una prima fallimentare visita di Zhou Enlai, il 14 luglio, Pechino inviò, due giorni dopo, tre suoi prestigiosi dirigenti: si trattava di Xie Fuzhi (Ministro di Pubblica Sicurezza e Presidente del Comitato Rivoluzionario di Pechino), di Wang Li (membro del Gruppo Centrale della Rivoluzione Culturale) e di Yu Lijin (Commissario politico dell’Aviazione) per cercare di far cessare gli scontri che vedevano soccombere le Guardie Rosse maoiste. La missione mediatrice dei tre emissari iniziò subito in malo modo: il 17 una manifestazione di maoisti battagliò con una contromanifestazione indetta dal “Milione di eroi”. La notte fra il 19 ed il 20 fu il culmine della crisi: l’unità militare 8.210 (divisione delle forze di sicurezza) appoggiata dalle milizie del “Milione di eroi” occupò l’aeroporto, le stazioni radio televisive, le sponde dello Yangtze ed i principali punti della città, mentre una folla inferocita assaltava la dimora dei tre delegati di Pechino, uccise le guardie del corpo, e Xie, Wang e Yu furono fatti prigionieri: mentre a Xie Fuzhi veniva riservato un trattamento di riguardo, gli altri due furono duramente malmenati dalla folla.
Con la solita prudenza, dirà poi la “Lettera alle autorità della Regione Centrale”:
«Individui responsabili del Distretto Militare di Wuhan, resistendo apertamente alla linea proletaria di Mao Zedong e alle corrette direttive del Comitato Militare del CC, hanno spinto le masse ignoranti a opporsi al CC ed al Gruppo Centrale della Rivoluzione Culturale. Facendo questo, non hanno esitato a mettere in atto procedimenti fascisti e barbari, attacchi, rapimenti e brutalità contro i rappresentanti del CC».
Lo svolgersi degli avvenimenti vide il precipitoso ritorno a Wuhan di Zhou Enlai per negoziarvi, probabilmente con lo stesso Chen Zaidao, un’onorevole via di uscita per tutti; il 21 ed il 22, Guardie Rosse e distaccamenti militari sfilarono per Pechino al grido di “Abbasso Chen Zaidao e Wang Renzhong ! Libertà per l’Hubei !”; sempre il 22 luglio sembra che si ha il rilascio dei tre delegati frettolosamente inviati a Pechino; il giorno dopo il “Jenmin Jihpao” poteva celebrare il ritorno della delegazione, il comunicato ufficiale ostentatamente si limitava a dire che i tre «erano gloriosamente ritornati da Wuhan, dove si erano recati per risolvere alcuni problemi della Rivoluzione Culturale».
Il 24 luglio, Chen Zaidao ed i suoi principali subalterni prendevano la strada di Pechino dove però non subiranno nessuna punizione per l’aperta insubordinazione al potere centrale. Lo stesso giorno, truppe paracadutate disarmavano l’Unità 8.201 e le milizie del “Milione di eroi”, occupavano i principali punti strategici di Wuhan sotto controllo anche da parte di alcune unità navali da guerra che avevano risalito lo Yangtze.
Il 25 luglio, si ebbero organizzate ed imponenti manifestazioni in tutte le principali città per festeggiare lo scampato pericolo e la “liberazione dell’Hubei”; la più importante si svolse naturalmente a Pechino dove, nella solita Piazza Tien’anmen, Guardie Rosse, milizie e soldati (un milione circa di persone) sfilarono di fronte alle autorità ed alle gerarchie militari presiedute da Lin Biao. Una manifestazione quella di Pechino che, secondo gli osservatori, non ebbe niente della baldanza di quelle passate ma che invece, anche negli slogan scanditi tipo: “Difenderemo il presidente Mao, a costo del nostro sangue e della nostra vita”, esprimeva tutta l’inquietudine di chi vede arrivare la resa dei conti e cerca disperatamente di serrare le proprie file, ormai sulla difensiva.
La Rivoluzione Culturale ad un bivio
Qual’era infatti il significato profondo dell’intero “incidente di Wuhan” ? Se inizialmente, in blocco, l’EPL aveva favorito la Rivoluzione Culturale dando esempio unico di fedeltà ai dettami ed ai pronunciamenti di Mao Zedong, il procedere della Rivoluzione Culturale l’avevano più volte ed in significative occasioni fatto scontrare con le Guardie Rosse maoiste la cui indisciplinata azione aveva allarmato più di un capo militare. A conclusione di un processo tormentato, l’EPL aveva scelto l’ordine e si era avuto l’aperta sfida ed insurrezione di Wuhan, un’insurrezione che da Pechino non si poté sciogliere con la forza ma attraverso la sottile diplomazia di Zhou Enlai, in questo caso sintomo dell’estrema debolezza del potere centrale. Furono gli accordi di Zhou Enlai a liberare i tre delegati della Capitale ed a prevedere l’impunità del generale Chen Zaidao sostituito con un altro generale (Zeng Siyu, comandante aggiunto della Regione Militare del Zhejiang) nel comando dell’importante piazza di Wuhan e, infine, a permettere, senza colpo ferire, il disarmo degli insorti. Se Chen Zaidao a questo si piegò ricevendo un così magnanimo trattamento, cosa pretese in cambio da parte del debole potere centrale, lui e gli altri capi militari che certo lo appoggiavano, più o meno apertamente ? La cosiddetta ultra-sinistra della Rivoluzione Culturale (Chen Boda, Jiang Qing, Zhang Chunqiao, Yao Wenyuan, Wang Li, Qi Benyu, ecc.) certo ebbe il sentore di essere stata sacrificata sull’altare della risoluzione di quella difficile crisi, tanto che nell’agosto 1967 crebbe la sua diffidenza e la sua ostilità nei confronti dei militari e si ebbe un suo estremo tentativo di invertire, a proprio favore, il disastroso rapporto di forza che si stava delineando.
Il 26 luglio, si era avuto il primo di questi tentativi. Sullo stesso “Quotidiano dell’Esercito” l’editoriale rilevava la fine dell’incondizionata fiducia della Rivoluzione Culturale nei confronti dell’EPL, fino ad allora al di sopra di ogni sospetto:
«Proteggere il presidente Mao, il vicepresidente Lin, il Quartier Generale supremo del presidente Mao ed il Gruppo per la Rivoluzione Culturale del CC del PCC e appoggiare i rivoluzionari proletari, è il dovere e la responsabilità più sacra del nostro EPL. Chiunque si opponga al presidente Mao, al vicepresidente Lin Biao ed al CC ed opprime i rivoluzionari proletari è un nostro nemico giurato e non potremo mai vivere con lui sotto lo stesso cielo. Lo abbatteremo risolutamente senza alcun riguardo alla sua posizione e alla sua anzianità (…) Facciamo appello alle masse ingannate perché si sollevino e si ribellino. Essere ingannati non è un crimine. Restituire i colpi è un merito (…) Quanto al piccolo gruppo di persone che, stando al vertice del Partito e dell’Esercito, hanno preso la via del capitalismo, dobbiamo trascinarle allo scoperto e screditarle totalmente, cosicché non possano più risollevarsi»,
L’originario aforisma: “il pugno di revisionisti che detengono il potere all’interno del Partito” si estendeva adesso anche all’EPL che sempre più incuteva timore e rispetto, a Mao ed ai suoi stessi partigiani, come unica forza statale organizzata che nessuno osava prendere di petto.
La Rivoluzione Culturale aveva ormai gli artigli spuntati e, significativamente, il “Jenmin Jihpao” del 31 luglio, nell’editoriale “Il proletariato deve tenere fermamente il fucile in mano”, doveva contraddittoriamente sottolineare: «La situazione della Rivoluzione Culturale proletaria in Cina è eccellente, ma la lotta di classe diventa più difficile».