L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato Pt.33
Categorie: China, CPC, Fossil fuels, History of China, Steel production
Articolo genitore: L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato
Questo articolo è stato pubblicato in:
La panacea del lavoro manuale “antirevisionismo”, fu sfruttata appieno per l’invio nelle campagne di giovani, di Guardie Rosse e di quadri del Partito e dello Stato in sovrappiù per il passaggio di molti posti dell’Amministrazione civile nelle mani dei militari. Le direttive di Mao furono per questo puntuali e subito pomposamente riprese dalla stampa che quotidianamente riportava i progressi della parziale ruralizzazione della popolazione urbana. Il 5 ottobre, il “Jenmin Jihpao” riporta un articolo sulle scuole “7 maggio”, con i quadri del Partito e dello Stato che avevano accettato la loro “rieducazione” e si sottoponevano a lavori agricoli e semi-artigianali, fra una seduta e l’altra dei corsi di studio del pensiero di Mao; della loro vecchia posizione (e non era certamente poco !) avevano mantenuto però il loro stipendio, ben superiore a quello dei rurali tout court !
L’esodo ebbe il suo massimo nella seconda quindicina del dicembre 1968 che era stata mobilitata da un’altra direttiva di Mao. Non si trattò solamente ed unicamente di un soggiorno temporaneo, seppure senza un preciso termine di scadenza, come era stato per il passato e come era stato anche promesso alle Guardie Rosse in procinto di partire; ma di un vero e proprio tentativo di insediare interi nuclei familiari in zone e province, tipo il Gansu, scarsamente popolate ed in massima parte inospitali per mancanza di infrastrutture. Generalmente furono gli studenti (dai 15 anni in su), gli insegnanti, i medici, i quadri, i disoccupati, gli “indipendenti” (cioè coloro che si ostinavano ad esercitare piccoli mestieri artigianali nelle città), i “controrivoluzionari” e gli ultimi elementi di estrazione borghese, a prendere, volenti o no, le loro scarse carabattole ed a sfidare le dure condizioni di vita delle campagne. Motivazioni sociali ed economiche: risolvere il problema della disoccupazione urbana e quello del rifornimento delle città di prodotti agricoli diminuendo il numero dei consumatori urbani non produttivi, trasformati in lavoratori agricoli; e politiche insieme: frazionare e disperdere i possibili focolai di tensioni sociali, di opposizione e di disordini; concorsero alla grande migrazione che, in pochi mesi, interessò qualche milione di persone, cifra rispettabile anche per la popolatissima Cina.
I primi due mesi del nuovo anno 1969, videro ormai placata la scena politica, i protagonisti di tante battaglie stancamente aspettavano la convocazione del IX Congresso del PCC i cui preparativi fervevano mentre gli appelli alla calma e alla riabilitazione dei quadri si alternavano alla denuncia della “deviazione corrotta del policentrismo”. Timidamente, riapparì, dopo anni ed anni in cui le questioni economiche di “pianificazione” erano viste con sommo sospetto, nell’editoriale del 21 febbraio del “Jenmin Jihpao”: “Fare la rivoluzione, stimolare la produzione e riportare nuove vittorie sul fronte dell’industria”, una chiara allusione ad un Piano Nazionale Unico in cui la priorità veniva data all’industria mineraria, seguita dall’agricoltura, dai trasporti e dalle comunicazioni.
Il mese di marzo vide i sanguinosi scontri fra truppe confinarie russe e cinesi sul corso medio dell’Ussuri. Il 2 marzo 1969, un’imboscata cinese causò 38 morti e 60 feriti ad una pattuglia russa che si era spinta sull’isolotto Zhenbao sull’Ussuri, in quella stagione completamente gelato. L’immediata controffensiva russa, con artiglieria e mezzi corazzati, causerà perdite più o meno simili nel campo avversario.
L’isolotto era incontestabilmente territorio cinese, ma al di là del diritto, l’incidente fu cercato e voluto dai cinesi che lo sfruttarono magnificamente per la preparazione del IX Congresso; servì infatti a rievocare fatti storici dolorosi per l’orgoglio nazionale di Pechino – dal saccheggio russo della Manciuria dopo la disfatta giapponese al brusco ritiro degli aiuti economici nel 1960 fino ai trattati “ineguali” del lontano 1858 con cui la Cina aveva perso a favore di Mosca i territori situati a nord dell’Amur e ad oriente dell’Ussuri, che giustificavano un’estrema lotta ideologica contro i “revisionisti interni” (Liu Shaoqi e soci) e quelli “esterni” soprannominati i “nuovi Zar”.
Il patriottismo – si ebbero immediate manifestazioni in tutte le città cinesi con centinaia di milioni di partecipanti – adornò l’Esercito di una aureola di gloria che lo rendeva praticamente invulnerabile di fronte a qualsiasi critica, proprio in un momento in cui il suo capillare intervento in tutti gli aspetti della vita nazionale stava incominciando a provocare le prime impopolarità. Il patriottismo era poi posto al servizio del pensiero di Mao Zedong di fronte al quale era obbligo inginocchiarsi, il cui “comando unificato” doveva dettare su tutti gli strati sociali, in tutte le province e regioni; giustificava altresì una nuova mobilitazione industriale ed agraria, infatti i contadini e gli operai furono invitati a raddoppiare i loro sforzi lavorativi per la difesa della Patria in pericolo !
Tutto questo prezioso consenso patriottico fu, per Mao e, per il regime, la migliore preparazione possibile che si potesse desiderare per il IX Congresso, ormai prossimo.
Con finalità opposte, cioè il tentativo di aprire crepe e contraddizioni nel regime di Pechino chiaramente indebolito da tutto il procedere della Rivoluzione Culturale, fu invece lo scontro armato del 15 marzo, sfruttato dai russi per scoraggiare qualsiasi futura iniziativa cinese. Ben preparata, un’offensiva russa, nella stessa zona degli scontri precedenti, causò circa 800 morti fra i cinesi e solo 60 perdite fra gli attaccanti, offensiva che rivelò al mondo ed a Pechino la relativa potenza militare della Repubblica Popolare Cinese.
I risultati del IX Congresso del PCC
Dopo tredici anni dallo svolgimento dell’VIIl Congresso che aveva visto un Partito tronfio dei successi economici che il regime aveva conseguito, forte e sicuro del proprio luminoso avvenire, un Partito che dispiegò allora tutta la propria forza, dal 1° al 24 aprile 1969 si tenne a Pechino il IX Congresso del PCC che, nell’assoluta segretezza (solo il rapporto politico di Lin Biao del 1° aprile ed il nuovo Statuto del Partito furono ufficialmente resi noti), tirò le conseguenze della Rivoluzione Culturale che si rispecchiarono impietosamente nella composizione del CC e, soprattutto, in quella del Politburo.
I 1512 delegati scelti non per la normale via della “consultazione” dell’apparato, praticamente distrutto, ma dall’alto, nei Comitati Rivoluzionari e con larghezza anche fra individui non iscritti particolarmente meritevoli, elessero un pletorico CC composto da ben 170 titolari e 109 supplenti; un totale quindi di 279 membri contro i 200 circa dell’VIII Congresso, di cui ben 116 non erano riconfermati.
I militari di carriera vi facevano la parte del leone con il 45% degli eletti, percentuale che corrispondeva perfettamente alla situazione politica ed amministrativa che si era determinata nei mesi passati. Le Guardie Rosse contavano appena per l’1%, segno che il tanto declamato “afflusso di sangue proletario” non era stato fornito dai giovani alfieri della Rivoluzione Culturale, ma dalle serie divise dei militari.
Ancora più significativa fu la composizione del Politburo eletto dal I Plenum del CC, il 28 aprile: Mao Zedong, Lin Biao, Chen Boda, Zhou Enlai e Kang Sheng costituivano il Comitato permanente.
Eccezione fatta per Zhou Enlai, sempre abile ad adattarsi alle circostanze, il Comitato permanente del Politburo raccoglieva i teorici ed i grandi protagonisti e beneficiari della Rivoluzione Culturale, mentre il rimanente Politburo era percorso da diverse sottili tendenze. Gli anziani Dong Biwu e Maresciallo Zhu De, ambedue vicepresidenti della Repubblica, erano le due illustri comparse; Jiang Qing, Zhang Chunqiao e Yao Wenyuan, diventato nel frattempo genero di Mao, erano i soli rimasti, insieme a Chen Boda, del Gruppo Centrale per la Rivoluzione Culturale, senz’altro voluti ed appoggiati direttamente da Mao che contava ciecamente, oltre che sui tre, anche sul suo ex-gorilla, il Generale Wang Dongxing, comandante della Guardia Presidenziale; il Generale Wu Faxian (comandante dell’Aviazione), Li Zuopeng (primo Commissario politico della Marina) e Qiu Huizuo (intendenza generale dell’EPL) erano i fedelissimi del Maresciallo Lin Biao che aveva portato con sé anche la moglie Ye Qun; al Maresciallo Liu Bocheng facevano invece riferimento i Generali Xu Shiyou, Chen Xilian e Li Desheng, tutti e tre a capo di importanti Regioni e Distretti militari; Zhou Enlai contava sicuramente su Li Xiannian e sul Maresciallo Ye Jianying, mentre Xie Fuzhi (il Generale Ministro della Pubblica Sicurezza), l’altro Generale Huang Yongsheng (Capo di Stato Maggiore), Li Xuefeng e Ji Dengkui fluttuavano fra le correnti principali.
Le forti personalità di un tempo: Liu Shaoqi, Deng Xiaoping, Peng Zhen, Peng Dehuai, He Long, Tan Zhenlin, Chen Yi, Chen Yun, Xu Xiangqian, Li Fuzhun, Li Jingquan, Nie Rongzhen e Tao Zhu, molte delle quali evocavano 30 e più anni di storia del PCC, erano relegate nell’affollatissimo CC o del tutto scomparse, sostituite da un gruppo di figure che, nell’arco di pochi anni, salderanno spietatamente i conti fra di loro.
Aveva voglia il nuovo Statuto di scandire che il pensiero di Mao Zedong era l’unica unitaria base teorica ed ideologica del PCC, «è il marxismo leninismo dell’epoca in cui l’imperialismo sta avviandosi al crollo totale»; aveva voglia di proclamare che il programma del PCC era il «rovesciamento completo di tutta la borghesia e di tutte le altre classi sfruttatrici» e che il suo «obiettivo ultimo è la realizzazione del comunismo»; più modestamente gli Statuti precedenti parlavano di «sviluppare l’economia nazionale in maniera pianificata», di «soddisfare nella più larga misura i bisogni materiali e culturali del popolo», specchio della chiarezza dell’VIII Congresso sui compiti del programma borghese che la Rivoluzione Cinese assolveva.
Undici anni dopo, tali nozioni furono clamorosamente smarrite, la lotta politica aveva dovuto rialzare il simulacro vuoto del pensiero di Mao Zedong come versione nazionale del marxismo-leninismo con il corollario di tutte le illusioni, le demagogie ed i tradimenti propri della stalinista costruzione di capitalismo nazionale, spacciato come dittatura del proletariato e “costruzione” del socialismo; ma i fatti, mai compresi dal praticismo e dal concretismo maoista, i fatti che avevano determinato all’inizio degli anni Sessanta il prevalere del pragmatismo di Liu e di Deng, i fatti si sbarazzeranno dei clamori romantici del IX Congresso. Nell’arco di pochi anni, salterà la base teorica unitaria del pensiero di Mao Zedong, salterà persino il successore di Mao designato dagli Statuti del 1969, verranno riposte le proposizioni di “internazionalismo proletario” e di “rivoluzione continua”. I bisogni materiali non del popolo cinese ma del capitalismo cinese costringeranno il regime ad aprirsi al Mercato mondiale che era, ed è, il Mercato di Sua Maestà il Dollaro; lo sviluppo, pianificato o libero poco importava, dell’economia nazionale lo imponeva e gli uomini dovettero adattarsi a queste superiori esigenze che, come imponevano verso l’esterno l’apertura di Pechino, all’interno richiedevano il ritorno alla centralizzazione statale che vigeva ai tempi di Liu e Deng, con il Partito e lo Stato che dittavano sulla struttura militare.
La Rivoluzione Culturale aveva invece rovesciato questo rapporto, aveva anche favorito, come ultima carta giocata per evitare la disintegrazione della unità statale, un certo “regionalismo” e “localismo”, affidandosi totalmente ai militari; scampato il pericolo, Pechino doveva ricostruire il Partito e lo Stato, riallineare i potenti generali usando, alternativamente, il bastone e la carota.
Il IX Congresso, se concludeva quindi la Rivoluzione Culturale per quanto riguardava la lotta politica all’interno della leadership, apriva contemporaneamente ed automaticamente un altro drammatico capitolo dell’evoluzione borghese della Rivoluzione Cinese.
Il rapporto politico di Lin Biao
Il rapporto di Lin Biao, approvato all’unanimità il 14 agosto 1969 e puntigliosamente studiato frase dopo frase dai 1512 delegati, considerato oggi, insieme a tutti gli altri atti del IX Congresso, “del tutto erroneo” dalla dirigenza dengxiaopiana, fu proprio l’espressione di un uomo capace e deciso nell’azione quanto scialbo e confuso come teorico.
La prima parte del rapporto: “Preparazione della grande Rivoluzione Culturale proletaria”, cercava di spiegare la continua lotta fra le due “linee”, la lotta del rivoluzionario Mao contro il revisionismo che rinasceva senza interruzioni, allevato e coccolato da Liu Shaoqi; con violenza l’ex-presidente della Repubblica veniva attaccato, Lin Biao cercò di dimostrare come fin dal 1939 Liu Shaoqi aveva costituito una “cricca” che costantemente aveva contrastato la la linea di Mao riguardo “l’edificazione economica del socialismo”, dissidio che aveva invece riguardato il problema ben più prosaico di come favorire lo sviluppo delle basi di un moderno capitalismo agrario ed industriale, questione che aveva anche visto significative concordanze fra l’indirizzo economico di Mao e quello di Liu.
La parte seconda, “Il corso della grande Rivoluzione Culturale proletaria”, ripercorreva con tono mitico ed epico insieme gli episodi più importanti del ritorno di Mao alla guida del Partito e dello Stato con la sconfitta della “cricca di Liu”; “influssi e riflussi” del movimento, la grave crisi della primavera 1967 e dell’estate 1968 erano velocemente ricordate, più che altro per magnificare la “direzione chiaroveggente di Mao” che tutto sventava.
La parte terza, “Condurre coscientemente a buon fine la lotta-critica-trasformazione”, avvertiva che la riconquista del potere da parte del “Quartier Generale di Mao Zedong” non aveva esaurito la marcia della Rivoluzione Culturale che avrebbe dovuto «proseguire fino in fondo la rivoluzione socialista nel campo della sovrastruttura», individualismo, “policentrismo”, burocratismo, erano indicati come i mostri da combattere per far sì che non rinascesse il potere borghese dei liuisti, in verità mai teneri nei confronti di quei mali non fosse altro perché consci di come l’efficienza e probità dell’apparato del Partito e dello Stato formassero il fattore indispensabile, insieme ad una salda centralizzazione politica ed economica, per il processo di riproduzione ed accumulazione del capitale nazionale cinese, Dio di Liu Shaoqi quanto di Mao Zedong e di Lin Biao.
La parte sei sul “Consolidamento e l’edificazione del Partito”, mostrava come la Rivoluzione Culturale era stata un grande movimento di epurazione ed un deciso tentativo per sconfiggere quei quadri imborghesiti e seguaci di Liu. La successiva parte sulle “Relazioni della Cina con i paesi stranieri” conteneva ancora un attacco simultaneo all’imperialismo di Washington e di Mosca contro i quali veniva invocato un fronte unito di tutti i paesi e popoli vittime del loro intervento e della loro vessazione.
Metallicamente, l’uomo d’azione Lin Biao scandì: «Armati del pensiero di Mao Zedong e temprati dalla grande Rivoluzione Culturale proletaria, il popolo cinese di centinaia di milioni e l’Esercito Popolare di Liberazione, pieni di fiducia nella vittoria, sono decisi a liberare Taiwan, loro sacro territorio e a distruggere risolutamente, radicalmente, integralmente e totalmente ogni aggressore che osasse attaccarci !».
Il grido di battaglia, ingenuo e possente insieme, di Lin Biao, significava che la Cina aveva ancora un giovanile furore borghese giacobino che la portava a proclamare a viva voce la sua intenzione di risolvere, armi alla mano, il problema della completa unificazione nazionale che però, oltre a Taiwan, riguardava anche Macao portoghese e Hong Kong inglese, nemmeno nominate dal guerresco Lin Biao.
Certo, nel periodo 1960-65, sotto il prudente Liu Shaoqi non ci furono di questi ammonimenti anche se, mai come nel ”quinquennio nero”, la Cina fu capace di fare maoisticamente da sé, contando solamente sulle sue forze e trovando il coraggio di accettare la rottura dei rapporti con la Russia e gli altri paesi del blocco sovietico, rottura che ebbe come immediata conseguenza la rapida contrazione dello scambio di materie prime e prodotti agricoli cinesi contro macchinari e prodotti industriali sovietici. Il fatto era che Liu Shaoqi non aveva bisogno di evocare invano passati spiriti guerrieri preso come era a salvare dalla catastrofe economica la Repubblica prostrata dagli effetti del Grande Balzo in Avanti, mentre invece Lin Biao, la cui posizione privilegiata nel regime si basava soprattutto sul mantenimento del ruolo predominante dell’EPL in tutti i settori della vita pubblica, aveva mille e una ragione per mostrare al mondo, bluffando spudoratamente, i fucili e le baionette, digrignando i denti contro Taiwan, contro Mosca e Washington, per ragioni interne più che per intima convinzione.
Lin Biao terminò il suo rapporto inneggiando alla raggiunta unità del ricostruito Partito, ammettendo che, nonostante quel glorioso congresso di “Unità e di vittoria”, la Rivoluzione Culturale, seppure in altre forme, avrebbe continuato a manifestarsi.
Il 24 aprile, il Comunicato finale del IX Congresso del PCC, dovette inscrivere fra i compiti futuri della attività di Partito «liquidare definitivamente l’influenza della linea revisionista e controrivoluzionaria di Liu Shaoqi», «rieducare gli intellettuali», «lottare contro, le tendenze errate di “sinistra” e di “destra”»; dopo tre anni di Rivoluzione Culturale lo scandire questi compiti era un chiarissimo ed inequivocabile segnale che la crisi politica del regime di Pechino, manifestatasi apertamente nel maggio-giugno 1966, era ben lungi dall’essersi risolta ma prometteva anzi nuovi clamorosi ed inattesi avvenimenti.
L’economia nel periodo 1966-69
A commento e conferma del senso da noi dato degli avvenimenti politici, trattati nelle passate puntate della serie che hanno riguardato l’intero corso della Rivoluzione Culturale, aggiorniamo adesso il nostro solito quadro statistico con le produzioni annue di determinati prodotti industriali ed agricoli, con gli aumenti medi annui riguardo i diversi periodi già presi in considerazione.
Questa volta una novità: la serie dell’acciaio, del cemento, dei cereali, del cotone, della popolazione e della disponibilità pro-capite dei cereali è ufficiale per gli anni 1966-69 e sono una anticipazione degli ”Annali delle statistiche della Cina”, apparsa su ”Beijing Information” del 19 marzo u.s.
| Anni | Aumento medio % annuo | |||||||||||||||
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| Max ante 1949 | 1949 | 1952 | 1957 | 1960 | 1965 | 1966 | 1967 | 1968 | 1969 | 1949-52 | 1952-57 | 1957-60 | 1960-65 | 1965-69 | 1957-69 | |
| Acciaio (mil. t.) | 0,923 | 0,158 | 1,349 | 5,35 | 13,67 | 12,5 | 15,3 | 10,3 | 9,0 | 13,3 | 104,4 | 31,7 | 36,7 | -1,8 | 1,5 | 7,9 |
| Ghisa (mil. t.) | 1,801 | 0,252 | 1,923 | 5,936 | 15,0 | 13,0 | 15,5 | 10,5 | 9,0 | 13,5 | 97,0 | 25,2 | 36,2 | -2,8 | 0,9 | 7,1 |
| Carbone (mil. t.) | 61,88 | 32,4 | 66,4 | 130,0 | 350,0 | 252,0 | 190,0 | 205,0 | 285,0 | 27,0 | 14,4 | 39,1 | -8,0 | 5,5 | 6,7 | |
| Energia elettrica (mld kWh) | 5,96 | 4,31 | 7,26 | 19,34 | 47,0 | 42,0 | 55,0 | 50,0 | 55,0 | 65,0 | 19,0 | 21,6 | 34,4 | -2,2 | 11,5 | 10,6 |
| Petrolio (mil. t.) | 0,321 | 0,121 | 0,436 | 1,458 | 5,50 | 10,8 | 14,5 | 14,5 | 15,2 | 20,3 | 53,3 | 27,3 | 55,6 | 14,4 | 17,1 | 24,5 |
| Cemento (mil. t.) | 2,29 | 0,66 | 2,86 | 6,86 | 16,0 | 12,0 | 20,1 | 14,6 | 12,6 | 18,3 | 63,0 | 19,1 | 32,6 | -5,6 | 11,1 | 8,5 |
| Acido solforico (mil. t.) | 0,18 | 0,04 | 0,19 | 0,632 | 1,50 | 68,1 | 27,2 | 33,4 | ||||||||
| Macchine utensili (migliaia) | 5,39 | 1,58 | 13,73 | 28,0 | 90,0 | 48,0 | 50,0 | 40,0 | 45,0 | 55,0 | 105,5 | 15,3 | 47,6 | -11,8 | 3,5 | 5,8 |
| Tessuti di cotone (mld. mt.) | 2,79 | 1,89 | 3,83 | 5,05 | 4,90 | 5,3 | 5,9 | 3,8 | 4,9 | 5,6 | 26,5 | 5,6 | -1,0 | 1,6 | 1,4 | 0,8 |
| Cereali (mil. t.) | 150,0 | 113,2 | 163,9 | 195,0 | 156,0 | 200,0 | 214,0 | 217,8 | 209,1 | 211,0 | 13,1 | 3,6 | -7,2 | 5,1 | 1,3 | 0,66 |
| Cotone (mil. t.) | 0,8 | 0,445 | 1,304 | 1,604 | 0,9 | 1,6 | 2,34 | 2,35 | 2,35 | 2,80 | 43,1 | 4,2 | -17,4 | 12,2 | 6,8 | 2,2 |
| Popolazione (mil.) | 541,7 | 574,8 | 646,5 | 682,5,4 | 725,4 | 745,4 | 763,7 | 785,3 | 806,7 | 2,0 | 2,4 | 1,82 | 1,23 | 2,7 | 1,9 | |
| Dispon. pro capite cereali (kg) | 209 | 285 | 302 | 229 | 276 | 287 | 285 | 266 | 261 | 10,9 | 1,2 | -8,8 | 3,8 | -1,4 | -1,2 | |
Come abbiamo già visto, trattando del periodo 1961-65, la politica economica “liberista” di Liu Shaoqi poggiava sull’uso discreto di incentivi e cottimi nel settore industriale e sul permettere una certa estensione dei liberi mercati e di libero commercio dei prodotti agricoli (grano e cotone esclusi) ed era riuscita ad invertire l’inabissarsi economico seguito alla disorganizzazione del Grande Balzo in Avanti, caratterizzato dalla pressoché totale assenza di pianificazione e da forsennati ritmi di lavoro che logorarono uomini e mezzi di produzione. Le produzioni del 1965 (che pure in genere non riuscirono a raggiungere nel settore industriale, petrolio escluso, i massimi dell’anno 1960) erano un buon trampolino di lancio per il 3° piano quinquennale iniziato senza clamore il 1° gennaio 1966 e che prevedeva un incremento medio annuo dell’11% per l’industria e del 4% per l’agricoltura.
Vediamo prima di tutto gli effetti della Rivoluzione Culturale sull’industria facendo riferimento alle nostre caratteristiche produzioni. L’anno 1966 ha per tutte le produzioni industriali, significativi aumenti, dal petrolio (+34,3% rispetto all’anno precedente) alle macchine utensili (+4,1%); probabilmente, l’insieme dell’industria cinese rispetta la propria tabella di marcia, ma, come già visto con la cronaca della Rivoluzione Culturale, nell’estate-autunno l’immensa migrazione di Guardie Rosse sconvolse la già insufficiente rete dei trasporti ferroviari. Con l’autunno 1966, e in special modo nei primi mesi del 1967, la classe operaia iniziò la sua “particolare” partecipazione alla Rivoluzione Culturale. Scontri fra operai e Guardie Rosse, scontro fra gruppi di operai e fra gruppi di Guardie Rosse delle diverse tendenze, scontri fra tutti questi e le milizie dell’EPL, dettero il via ad una strabiliante girandola di scioperi, rivendicazioni salariali ispirate all’ “economicismo”, assenteismo, ridotta produttività, danneggiamenti degli impianti e delle installazioni. Infranta la ferrea disciplina di fabbrica, il potere decisionale dei quadri, tecnici e direttori di azienda divenne zero e neanche l’inizio dell’intervento dell’EPL, nella primavera 1967, riuscì ad impedire il brusco rinculo di tutte le produzioni industriali che energia e petrolio a parte, produzioni particolarmente protette, scesero sotto le quote del 1965.
L’intera produzione industriale scese nell’anno 1967, secondo le attuali statistiche ufficiali, del 14,9% dall’anno precedente, diminuzione che fu di gran lunga più marcata nel settore dell’industria pesante (-21,6% rispetto a quello della industria leggera (-7,9%).
L’azione di Zhou Enlai con i suoi e l’intervento capillare dell’EPL, che direttamente si assunse la responsabilità di settori chiave: acciaio, trasporti, petrolio, energia elettrica, e delle più importanti aziende, riuscirono faticosamente a “frenare” il disastroso corso delle principali produzioni industriali. Ufficialmente nel 1968 la produzione dell’industria leggera indietreggiò del 5,9% e quella pesante dell’8,3%, un buon risultato rispetto all’inabissamento dell’anno precedente..
L’acciaio scese ancora del 12,6%, ritornando a quote della fine degli anni Cinquanta; stessa sorte per la ghisa che presentò un negativo 14,3%; il carbone ebbe un eccellente +8% ma non riuscì ad avvicinare le produzioni degli anni passati; l’energia elettrica con un aumento del 10% ritornò alla quota del 1966; il petrolio superò invece, eccezione, del 4,8% la quota del 1966 e del 1967, vera produzione in possente ascesa. Il cemento, sicuramente scese del 13, 7% ritornando alla quota del 1965, distantissima da quella del 1966. Infine, dati non ufficiali, le macchine utensili ed i tessuti di cotone: le prime aumentarono del 12,5%, ma, anch’esse, non riuscirono a raggiungere né il 1966 né il 1960; i secondi balzarono in avanti con un +55%, exploìt che non bastò per ritornare al 1965-66, solo eguagliato il lontano 1960.
L’anno 1969, con la normalizzazione della situazione nelle principali fabbriche e nei principali settori industriali, fu caratterizzato dal delinearsi di una significativa ripresa dell’intera produzione industriale che rimaneva, nel suo complesso, ancora ben al di sotto della prevista marcia in avanti dell’11% annuo medio.
Secondo gli ultimi dati, infatti, nel 1969 la produzione dell’industria pesante aumentò del 13,9% ed in generale ritornò al livello produttivo del 1966, per l’industria leggera si ebbe invece un aumento del 21,3% rispetto all’anno precedente, con un +5,1% sul 1966.
I quattro anni 1966–1969, videro l’acciaio aumentare dell’1,5% l’anno; la ghisa di un impercettibile +0,9%, il carbone del 5,5%; l’energia elettrica rispettare la tabella di marcia con l’11,5%; il petrolio avanzare con il buon ritmo del 17,1%; il cemento migliorarsi con un +11,1%; le macchine utensili attestarsi ad un modesto +3,5%; i tessuti di cotone accontentarsi del +1,4% medio annuo. Tutte cifre che ben fanno apprezzare il fallimento di quello che doveva essere il 3° piano quinquennale, spazzato via insieme alla burocrazia di Liu Shaoqi e Deng Xiaoping dall’incedere della Rivoluzione Culturale, cifre che sconfessano altresì una sciocca ed ingenua interpretazione degli accadimenti sociali in Cina, visti unicamente come determinati dallo Stato centrale che per favorire l’industrializzazione avrebbe scientemente scelto di alternare una politica economica con un’altra, opposta riguardo molti aspetti.
Ora, questa interpretazione che si potrebbe dire accademica ed evoluzionista insieme, non ha potuto apprezzare (né lo potrà nel futuro) i moti sociali che si sono avuti e che si hanno nella lontana Repubblica Popolare, interpretazione che finisce per attribuire agli uomini ed anche allo Stato un’intelligenza ed una coscienza che non possono possedere. Abbiamo infatti mostrato come le politiche che, per semplificare, chiamiamo di Liu Shaoqi e di Mao Zedong poggiassero su reali considerazioni economiche e sociali, e come lo Stato della Repubblica Popolare Cinese non scelse freddamente e coscientemente di alternare ora quella ora l’altra politica allo scopo di sviluppare meglio le forze produttive e far procedere l’industrializzazione; sono invece le intime contraddizioni di quel determinato processo di industrializzazione che danno il là a lotte sociali e politiche che, del tutto incoscienti e del tutto “passionali”, pesarono per l’adozione di un indirizzo economico invece di un altro, adozione che non sempre ha corrisposto alle intime necessità del processo di industrializzazione dell’intera Cina. Tesi questa nostra che trova un’indiscutibile conferma nelle cifre dell’ultima colonna del quadro, quella dell’incremento medio annuo per l’intero periodo 1958-69 che fu ben fallimentare rispetto ai risultati del I Piano quinquennale, anni 1953-57.
L’agricoltura
Lo sterminato e disperso mondo contadino fu quello che meno risentì degli avvenimenti della Rivoluzione Culturale anche se, lo abbiamo mostrato, furono proprio i progressi della produzione agricola, favorita dalle concessioni del 1961-65, a porre nuovamente di fronte al Partito e allo Stato il problema di come drenare plusvalore e plusprodotti dalle campagne per indirizzarli agli investimenti industriali.
Già il Movimento di Educazione Socialista aveva rivelato la decisa inerzia dei contadini rispetto agli appelli maoisti per la lotta di classe e la loro chiara simpatia per le misure “liberali”, introdotte per favorire sia la produzione sia il commercio di certi prodotti agricoli e di allevamento. Il reale fallimento della Rivoluzione Culturale si rivelò, pertanto, fin dall’inizio, quando il Programma in sedici punti previde, ipocritamente, che il Movimento di Educazione Socialista continuasse imperterrito la propria marcia, quando mai era partito !
Poco numerose rispetto alla sterminata popolazione contadina, le Guardie Rosse si guardarono bene dall’attaccare, frontalmente ed in maniera generalizzata, le “tendenze” capitalistiche dei contadini che, per tutto il 1966, continuarono ad attestarsi sulle loro piccole ma significative proprietà. La fondamentale produzione di cereali dai 200 milioni di tonnellate del 1965 passò ai 214 del 1966, aumento che riuscì a ben migliorare la disponibilità pro-capite di cereali (287 Kg).
L’anno successivo, le condizioni atmosferiche furono favorevoli come in nessun altro anno dopo la proclamazione della Repubblica Popolare, il raccolto dei cereali arrivò a 217,8 milioni di tonnellate e la disponibilità pro-capite annua a 285 kg., sempre inferiore alla razione (302 kg.) del 1957, uguale a quella del lontano 1952.
Per questo risultato, invero non del tutto negativo, senz’altro influì il fatto che, anche nell’anno più turbolento della Rivoluzione Culturale, le Guardie Rosse riuscirono solo in maniera minimissima, interessando con la loro azione solamente le zone limitrofe alle principali città, a scuotere dal loro torpore le campagne, per un raggio di circa 50 km.
In alcune regioni, si ebbe anzi che i contadini approfittarono dell’alleggerimento del controllo politico ed amministrativo per dividersi le riserve collettive dei cereali e le semenze accantonate per le terre collettive; per assaltare i depositi statali degli ammassi e dedicare più tempo ai terreni individuali o ad altre attività familiari (dall’allevamento al piccolo artigianato). La Direttiva del 4 dicembre 1967 riconosceva questa difficile situazione e non potette portare niente di nuovo a quelli che furono gli iniziali atteggiamenti della Rivoluzione Culturale rispetto al mondo contadino: proibiva di nuovo “le prese di potere” nelle esistenti Comuni e Brigate; proibiva i conflitti fra le masse e usava la massima prudenza nei confronti dei quadri rurali, immobili e silenziosi. La Direttiva si proponeva, modestamente, di frenare i fenomeni sempre più ricorrenti di “decollettivizzazione” e “privatizzazione” delle terre; le “sei buone tattiche” di Mao Zedong, riprese dallo scritto: “Buona produzione, buon raccolto, buona selezione delle semenze, buon approvvigionamento, buona divisione dei prodotti, buon ammasso”, sensatamente glissavano sulla lotta di classe e sugli appelli alla mobilitazione tipici degli anni Cinquanta, durante la “collettivizzazione”.
Poiché il raccolto era sempre soggetto ai capricci della natura, l’anno 1968 vide retrocedere la produzione cerealicola di ben 8,7 mil. di t. e la quota pro-capite scendere fino a 266 kg, inferiore agli anni precedenti ed anche alla quota del 1957 e del 1952, solo superiore a quella del disastroso anno I960. Le cattive condizioni atmosferiche non furono favorevoli al raccolto invernale dei cereali (in genere la quinta parte della produzione cerealicola totale annua), le inondazioni che colpirono molte regioni rurali nel giugno, danneggiarono il primo raccolto di riso e causarono anche una diminuzione di molti suoli ritardando il trapianto del riso tardivo.
Il 1969 vide aumentare la produzione cerealicola di 1,9 mil. di t., incremento che nemmeno pareggiava l’accresciuta popolazione.
Prendendo in considerazione l’intero periodo dei 4 anni, la produzione cerealicola crebbe dell’1,3% l’anno, aumento che non manteneva il passo della popolazione (+2,7%); la disponibilità annua pro-capite aveva quindi una nuova flessione (-1,4%), diminuzione che vanificava il miglioramento degli anni precedenti la Rivoluzione Culturale, anni che avevano marginalmente influito sulla organizzazione del lavoro agricolo.
L’altra fondamentale produzione agricola, il cotone, presentava un buon incremento annuo nel 1966 (+6,2%), la cui quota fu mantenuta nel 1967 e nel 1968, mentre nel 1969 indietreggiò del 13% arrivando a 2,08 milioni di tonnellate. Nei 4 anni, la produzione di cotone aumentò annualmente del 6,8%, tasso superiore al 4% richiesto dal 3° piano quinquennale per il settore dell’agricoltura.
In generale, il mondo contadino continuò nella sua inerzia ed il valore della produzione agricola aumentò, ufficialmente, del 4,2% rispetto a quello del 1966, aumento inferiore anche nei confronti dell’industria leggera. Anche se i maoisti accusarono a ragione i liuisti di aver ristabilito la produzione agricola con misure liberali (dal considerare la squadra, grosso modo il villaggio, come “unità di base” autonoma finanziariamente e responsabile di vendite, acquisti ed eventuali perdite, alla concessione di terreni privati, all’apertura di liberi mercati per determinati prodotti; dalla concessione delle terre dissodate ai “privati” alla ripartizione delle consegne dei cereali agli ammassi statali per famiglia), né il Movimento di Educazione Socialista né la Rivoluzione Culturale ebbero il coraggio di mettersi contro al mondo rurale il quale, detenendo la chiave magica del possesso dei cereali, aveva la possibilità di affamare le città non consegnandoli, occultandoli o non seminandoli.
I contadini, vera espressione delle tendenze capitalistiche dello Stato cinese, che furono semplicemente invitati a “scambiarsi esperienze”, mantennero tutte le loro conquiste, ed il regime si limitò, durante la primavera 1967, ad inviare le truppe nelle Comuni e nelle Brigate per aiutare i contadini, eufemismo con il quale si nascondeva l’imperiosa necessità di non turbare l’ordine nelle campagne, di modo che i contadini non approfittassero troppo della debolezza dello Stato centrale per dividersi i prodotti e per ridurre le consegne obbligatorie e le imposte.
I terreni privati (fra il 5 ed il 10% delle terre collettive) continuarono ad essere tollerati come anche i “liberi mercati”, il cui numero rimaneva abbastanza limitato e nei quali i contadini vendevano i prodotti agricoli dei terreni privati e dell’allevamento familiare di volatili e suini, permissività che la diceva lunga sulla vittoria tanto strombazzata della Rivoluzione Culturale e del maoismo.
Considerando l’intero periodo 1958-69 gli incrementi medi annui sono ancora più negativi per il regime di Pechino e per la sua progettata industrializzazione. La produzione cerealicola avanzò con il ritmo asfittico dell’0,66% l’anno, ben inferiore al ritmo della popolazione (+2,2% l’anno); la disponibilità pro-capite scese alla media dell’1,2% l’anno, dato tragico che trova conferma nelle continue importazioni di cereali: 5,6 mil. di t. nel 1966; 4,1 ml. di t, nel 1967; 4,4 mil. di t. nel 1968; 3,9 mil. di t. nel 1969, che rappresentarono per il regime di Pechino una perdita considerevole di valuta pregiata altrimenti utilizzabile.
L’impasse della produzione agricola fu, d’altra parte, un formidabile ammonimento nei confronti di qualsiasi romanticismo; chiunque detenesse il potere centrale di Pechino e ne determinasse la politica economica, doveva prosaicamente fare i conti con quella realtà e scendere a patti con gli appetiti contadini; altra strada non esisteva per lo Stato della Repubblica Popolare Cinese: volente o nolente doveva far dipendere le sorti dell’industria dal mondo rurale che, anziché essere sventrato e proletarizzato dal procedere dell’industrializzazione, fu rimpolpato nei suoi già sterminati effetti e rassicurato sulla sacralità delle sue piccole proprietà e dei suoi miseri appetiti, propri di un mondo da millenni curvo sotto inenarrabili fatiche.