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L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato Pt.38

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Tentativi di politica agraria

La prima importante questione che il nuovo vertice si preoccupò di affrontare, fu la politica agricola che, dopo il burrascoso fallimento della “I Conferenza Nazionale Agricola: Imparare da Dazhai” su cui ci siamo velocemente soffermati, non era stata più riaffrontata e che, pertanto, era una ghiotta occasione per incensare il nuovo capo Hua Guofeng. Ed è appunto poco più di un anno dopo (dal 10 al 27 dicembre 1976), passati appena due mesi dall’arresto dei Quattro, che il “nuovo” gruppo dirigente convocò una “II Conferenza nazionale agraria: Imparare da Dazhai” il cui scopo era appunto quello di dare un “quadro di riferimento politico-programmatico univoco”, intenzione parecchio pretenziosa; alla ribalta furono soprattutto, e non a caso, lo stesso Hua e Chen Yonggui, cioè i due veri mattatori della I Conferenza.

La relazione di Hua si limitò a fare un richiamo conclusivo al rapporto, presentato a nome del CC, da Chen Yonggui e si soffermò a lungo sulla necessità di “esporre i crimini” e portare avanti la critica alla Banda dei Quattro; lo scopo principale sul quale insistette fu l’appello a ricostruire l’unità del Partito intorno al proprio gruppo, secondo i principi enunciati da Mao al tempo della “deviazione” di Zhang Guotao: «Dobbiamo riaffermare la disciplina del partito e particolarmente: 1) L’individuo è subordinato all’organizzazione; 2) La minoranza è subordinata alla maggioranza; 3) L’istanza inferiore è subordinata a quella superiore; 4) Tutti i membri sono subordinati al CC».

Dopo questa premessa, la cui durezza burocratica era perentoria quanto brutale, Hua fece alcune affermazioni di buone intenzioni riguardo la spinosa questione della politica agraria del regime, questione molto più difficile da definire rispetto al fare l’elenco dei “crimini dei Quattro”: «I quadri dirigenti a tutti i livelli devono continuare a prendere parte al lavoro produttivo e mangiare, vivere e lavorare insieme ai lavoratori e ai contadini. Dobbiamo prestare attenzione al benessere delle masse e innalzare il tenore di vita del popolo passo a passo sulla base dell’aumentata produzione».

Più strettamente incentrato sulla situazione nelle campagne e sulle possibili politiche del regime, fu il rapporto di Chen Yonggui che, prima di tutto, dovette descrivere precisi fenomeni in atto nelle campagne cinesi attribuiti, del tutto convenzionalmente, all’“influenza della Banda dei Quattro”: «È riemersa la polarizzazione tra contadini ricchi e poveri, in alcune province il mercato nero fiorisce e l’economia collettiva è polverizzata (…) I quadri sono attaccati come coloro che perseguono la via capitalistica».

Tra i fenomeni, Chen segnalò che: «Fino a tutto il 1975, il 90% delle Comuni e il 60% delle Brigate ha edificato imprese ausiliarie e di trasformazione, per il numero complessivo di 800 mila, contando sulle proprie forze (…) Tranne il caso di eccezionali calamità naturali, dobbiamo constatare che, in presenza dell’accresciuta produzione, il 90% dei membri delle cooperative ha avuto un qualche incremento di reddito».

Chen Yonggui tentò anche di spiegare le posizioni dei Quattro sulla politica agraria, cercando di mantenere le distanze dalle tesi dichiaratamente “produttivistiche” ed “economiste di Deng”, contro il quale da quasi un anno venivano dirette infamanti accuse: «Essi ponevano la politica contro l’economia, la rivoluzione contro la produzione, le relazioni contro le forze produttive e la sovrastruttura contro la base economica, in completa violazione del pensiero di Mao Zedong. Il presidente Mao ha precisato: “Non c’è assolutamente dubbio intorno all’unità di politica ed economia, l’unità di politica e tecnica. Ciò è vero adesso e sarà vero sempre (…) Il lavoro ideologico e il lavoro politico sono la garanzia per compiere il lavoro economico e quello tecnico, e servono la base economica. L’ideologia e la politica sono il comando, l’anima”».

Chen così proseguiva: «Noi critichiamo la tendenza erronea di non affermare la lotta di classe, di non preoccuparsi della politica e di non prendere la via socialista. Certamente, non critichiamo gli sforzi volti ad aumentare la produzione socialista».

Questo tentativo di posizione “mediana” da parte di Chen Yonggui, portavoce in questo caso anche di Hua Guofeng, se momentaneamente ebbe gli onori della cronaca era chiaramente destinato ad un rapido e definitivo insuccesso; aveva voglia Chen di sottolineare la necessità di mantenere un “giusto equilibrio tra consumo ed accumulazione” e che i membri delle Comuni Popolari avrebbero ubbidito all’eterna triade: “Lo Stato, il collettivo e l’individuo” in questo ordine; la meccanizzazione, tanto invocata da Zhou Enlai e contro cui nessuno osava apertamente scagliarsi contro, stava letteralmente minando Dazhai che piano piano, con l’introduzione di macchine da lavoro vedeva saltare i terrazzamenti costruiti con immensi sacrifici per spianare le superfici e renderle adatte all’impiego delle macchine, fatto che doveva contribuire a logorare lo «spirito di sacrificio” e le tante virtù morali maoiste per sostituirle con dichiarati criteri mercantili e produttivi.

Lo Stato, il collettivo di Chen Yonggui, dovevano finalmente totalmente dipendere dalle leggi imperiose ed indiscutibili del modo di produzione capitalistico, dipendenza che per il mondo rurale cinese è enorme passo in avanti rivoluzionario.

Il finale del rapporto di Chen Yonggui merita di essere rilevato: come nella precedente Conferenza, il “ruolo dirigente” dell’intero processo di meccanizzazione veniva affidato ai Comitati di Partito ed ai loro Segretari, altro sgarbo alle tanto blandite masse; in più, minacciosamente, venivapromesso” che la purga di vertice si sarebbe estesa ai quadri periferici minori, promessa che fu pienamente mantenuta.

Il riaggiustamento nel settore industriale

Ben più complesso fu il procedere del nuovo vertice per quanto riguardava la “politica industriale”. Il problema primo era quello delle fabbriche che, dopo anni e anni di lotte politiche e di purghe che avevano interessato gran parte dei quadri di partito, dei dirigenti e dei tecnici, avevano totalmente infranto la disciplina, ed insubordinazione e assenteismo erano divenuti efficaci armi dei lavoratori per non farsi schiacciare dalle esigenze dell’accumulazione capitalistica. Già nel 1975, l’importantissimo settore dei trasporti ferroviari aveva visto un’estesa azione rivendicativa e conflittuale i cui effetti a catena si ripercossero in altri importanti settori industriali, tipo la siderurgia, che, per la sua dipendenza dai trasporti ferroviari e per un certo contagio rivendicativo, vide prima ristagnare poi rinculare l’importantissima produzione di acciaio. Nell’agosto 1975, ci furono i violenti scioperi dei ferrovieri di Hankou (una delle tre parti della città di Wuhan) che, in rispetto dell’assioma maoista Produzione=Socialismo, assioma mille volte ribadito anche dalla Rivoluzione Culturale, furono decisamente repressi dall’EPL sotto l’attenta direzione di Deng Xiaoping e di Wang Hongwen, un super destro ed un super sinistro che in quel frangente si trovarono insieme a battersi contro l’ “epidemia anarchica”. Ancor più estesi furono le agitazioni e gli scioperi dei ferrovieri di Zhengzhou, nodo sulla linea Pechino-Wuhan-Canton (ottobre 1976); anche in questo caso ci fu l’intervento risolutore dell’EPL che, pur tuttavia, ebbe bisogno di diversi mesi per arginare prima e soffocare poi la “contestazione” operaia, operazione ben più dura dell’epurazione a “palazzo” compiuta contro i Quattro, accusati, a torto, di essere gli ispiratori degli scioperi e delle agitazioni.

Dopo la caduta dei Quattro, il regime di Hua Guofeng, riprendendo senza nominarle le richieste di Deng Xiaoping sul ritorno a precisi “regolamenti”, disciplina e responsabilità nelle fabbriche, cominciò a moltiplicare sempre più pressanti richiami all’ordine e alla disciplina. Il “Jenmin Jihpao” ed il “Quotidiano dell’Esercito” dal novembre iniziarono la pubblicazione di parole d’ordine produttivistiche e ad annunciare la decisione di ristabilire nelle fabbriche “regole e regolamenti razionali”, tutto condito con accuse sempre più puerili contro il sabotaggio della Banda dei Quattro.

Il mese del gennaio 1977 iniziò subito con manifestazioni e dazibao che reclamavano il ritorno di Deng. L’8 gennaio, primo anniversario della morte di Zhou Enlai, decine di migliaia di persone invasero di nuovo la piazza Tian’anmen e inneggiando allo scomparso Zhou finirono per richiedere il ritiro dell’epurazione di Deng, firmata da Mao nell’aprile 1976 e controfirmata dall’incolpevole Hua Guofeng. Nel febbraio altro importante segnale: il 7 riapparve in pubblico la figura minore di Deng Ken, fratello del tenace Deng Xiaoping, che aveva seguito il suo più focoso consanguineo dietro le quinte della turbolenta scena politica.

Già il 17 marzo, secondo indiscrezioni ufficiose, una riunione del Politburo allargata a molti membri del CC, dirigenti statali e alti ufficiali dell’EPL, decise un rapido ritorno a tutte le sue cariche di Deng, a favore del quale giocavano, potenti forze sociali.

Due giorni dopo, il 19, dazibao affissi a Pechino annunciarono la liberazione dei manifestanti arrestati durante gli incidenti del 5-6 aprile di un anno prima, proprio mentre altri dazibao scandivano il ritmo feroce di esecuzioni pubbliche di partigiani dell’esecrata Banda dei Quattro.

Il marzo vide pure dispiegarsi una capillare campagna per l’ “emulazione socialista” nella produzione e l’intensificarsi di Conferenze nazionali dei settori industriali, tutte incentrate sulla lotta contro il “sabotaggio dei Quattro” e con il dichiarato proposito di aumentare l’efficienza e la produzione. Per tutte, la risoluzione finale della Conferenza ferroviaria, tenutasi a Pechino a fine febbraio:

«Per riportare il grande ordine in tutto il paese e accelerare la produzione industriale e agricola, dobbiamo assicurare che i treni trasportino di più e più velocemente, in sicurezza e in orario, sviluppando la propria funzione di avanguardia. Soltanto incrementando il trasporto ferroviario si può espandere velocemente l’insieme dell’economia nazionale. Perciò l’intero partito deve essere mobilitato e il partito, il governo, l’esercito e il popolo devono coordinare i propri sforzi e fare tutto ciò che è in loro potere per migliorare il trasporto ferroviario e recuperare le perdite causate dall’interferenza e dal sabotaggio della Banda dei Quattro».

In queste Conferenze settoriali cominciarono a delinearsi due posizioni non propriamente identiche, l’una impersonata da dirigenti vicini a Deng Xiaoping quali Li Xiannian e Yu Qiuli, l’altra con a capo il super presidente Hua Guofeng. La prima introdusse cautamente (soprattutto nelle riunioni preparatorie della Conferenza finale ed in particolare nella Conferenza dedicata all’Amministrazione Contabile e Finanziaria) “nuovi” concetti di autonomia delle imprese per spingerle a “investimenti produttivi”, ritornando così a concetti già svolti all’inizio degli anni Sessanta dall’economista Sun Yehfang; l’altra apparve invece più preoccupata di mantenere e conservare certi aspetti di continuità: tipico nei discorsi di Hua era infatti il liturgico richiamo alle «acute lotte tra due classi, due vie e due linee”. L’una e l’altra si ricomponevano su due questioni centrali; ristabilire la disciplina di fabbrica e rilanciare la produzione drasticamente calata durante tutto il 1976.

Per la prima questione, cioè l’organizzazione del lavoro in fabbrica, la Conferenza finale: «Imparare da Daqing”, l’importantissimo campo petrolifero della Manciuria che per lunghi anni ed in parte anche dopo la messa in opera dei pozzi è stato un campo di lavoro forzato, tutti gli oratori insistettero sulla necessità di reintrodurre “regolamenti razionali”, da osservare scrupolosamente.

Ma il problema dei regolamenti, che era poi quello di domare completamente la classe operaia cinese, non poteva certo essere risolto da una Conferenza che al più lo poteva mostrare ed esorcizzare. Si trattava di ben altro, si trattava di rapporti di forza, della capacità materiale del regime di usare sapientemente carota e bastone, unico modo di sconfiggere “anarchia e insubordinazione”.

Scriverà il “Jenmin Jihpao” del 19 luglio 1977, nell’articolo: “Ancora sul cosiddetto controllo e repressione”: «Bisogna non solo opporsi all’anarchismo diffuso dalla Banda dei Quattro, ma anche alla linea revisionista di Liu Shaoqi (…) È erroneo parlare indiscriminatamente di “controllo e repressione” ma ciò non vuol dire che la posizione di Liu Shaoqi era corretta. I regolamenti razionali devono essere rispettati e quelli irrazionali devono essere trasformati. Liu Shaoqi legava mani e piedi agli operai, la Banda dei Quattro voleva abolire tutti i regolamenti, ma noi dobbiamo avere mani e piedi degli operai liberi entro i limiti della legge, o, in altre parole, dobbiamo far sì che mani e piedi della gente siano liberi nei limiti dei regolamenti».

L’articolo, più in là, continuava: «Quando si passa alla grande produzione, che è quella in cui il piccolo produttore diventa classe operaia, è necessaria l’organizzazione e la disciplina. Parallelamente allo sviluppo del movimento per imparare da Daqing nell’industria, sorgerà una nuova generazione di figli e figlie eroiche di Daqing. Senza alcuna sottomissione servile, essi non si piegano davanti a nessun mito. Nei confronti dei nemici di classe, come la Banda dei Quattro, la gente di Daqing ha osato sempre tener loro testa e non si è mai sottomessa. D’altra parte hanno potuto, malgrado l’interferenza dell’anarchismo, mantenersi nei limiti rigorosi della disciplina rivoluzionaria e sottomettersi coscienziosamente all’autorità proletaria. Gli operai di Daqing servano da esempio alla classe operaia».

Come si legge, ogni ragionamento finiva in gloria, cioè in un assillante appello all’ordine e alla disciplina, etichettato come anarchismo ogni opposizione, ogni tentativo della classe operaia cinese di non cedere alle interne necessità dell’accumulazione capitalistica, opposizione e tentativi che dovevano adesso cozzare con il mito del campo petrolifero di Daqing, cresciuto 5 volte dal 1956 al 1977 ma al prezzo di spaventosi sacrifici umani in una delle plaghe più desolate dell’intera Cina. Eppure, era con la disciplina, con l’ordine, con i regolamenti, con l’emulazione socialista che tutti gli ispirati oratori della Conferenza dell’industria intendevano finalmente arrivare ad un aumento spettacolare della produzione industriale, giusta la consegna testamentaria di Zhou Enlai sulle “quattro modernizzazioni”.

Velocissima e facile nostra chiusa: Emulazione ed esaltazione produttiva = confesso capitalismo !

Il Congresso dell’« Ordine ! »

Possiamo ben dire che la breve opera di Hua Guofeng al vertice del PCC e dello Stato cinese ebbe come unico risultato, non poteva del resto essere altrimenti, di rimettere in moto forze sociali che si riconoscevano non in lui ma in Deng Xiaoping, unico dirigente in grado di proseguire senza tentennamenti sulla strada delle “modernizzazioni” indicate da Zhou Enlai, e che certamente poteva contare anche su vasti favori nella potente struttura dell’EPL.

Con il III Plenum del X CC (16-21 luglio 1977), Deng Xiaoping fu reinsediato in tutte le sue passate cariche, all’unanimità così come all’unanimità il Politburo di 15 mesi prima l’aveva esonerato. Il Plenum sanzionò pure la conferma di Hua Guofeng alla presidenza del CC e, soprattutto, ribadì la totale eclissi dell’insultata Banda dei Quattro, estromessa dalle sue cariche ed espulsa dal PCC. Il Plenum infine annunciò l’imminente convocazione dell’XI Congresso del PCC che, come per i due precedenti, si sarebbe svolto con il massimo organo dirigente, il Politburo, quasi dimezzato dei suoi effettivi. Dall’agosto 1973, mese di svolgimento del X Congresso, erano infatti deceduti Mao Zedong, Zhou Enlai, Kang Sheng, Zhu De e Dong Biwu, tutti e cinque membri del Comitato permanente del Politburo, organo che aveva perso anche gli sconfitti Wang Hongwen e Zhang Chunqiao; oltre a questi la lotta politica aveva determinato il tramonto di Jiang Qing e Yao Wenyuan per cui il totale dei membri del Politburo «bruciati” nei quattro anni era di ben 9 su 22 effettivi e 4 supplenti di partenza. Questa situazione necessitava pertanto di un rimpasto altrettanto vasto come quello operato dal IX e dal X Congresso, il primo che seguiva la Rivoluzione Culturale, il secondo l’epurazione di Lin Biao.

L’XI Congresso del PCC si svolse a Pechino dal 12 al 18 agosto 1977 ed ebbe l’evidente funzione di “normalizzare il Partito” e di ratificare i nuovi equilibri determinatisi. Il Congresso ruotò intorno a due scarni e freddi documenti: la relazione di Hua Guofeng, in cui fu ricostruita nella solita maniera agiografica la “vittoriosa lotta contro l’undicesima deviazione in seno al partito”, ed il rapporto per la revisione dello Statuto del Partito, presentato da Ye Jianying.

La relazione di Hua Guofeng quasi per la sua metà si preoccupò di rovesciare sui “Quattro” insolenti accuse: «I Quattro formavano una banda sinistra di controrivoluzionari, di vecchio e nuovo tipo, che si erano infiltrati nel nostro partito. Erano i tipici rappresentanti dei proprietari fondiari, dei contadini ricchi, dei controrivoluzionari e dei cattivi elementi ed elementi borghesi vecchi e nuovi, essi incarnavano l’aspirazione dei nemici di classe dell’interno e dell’esterno di restaurare il capitalismo nel nostro paese».

La lista dei loro crimini fu spropositatamente lunga: Hua Guofeng dopo averli definiti di “estrema destra” (i veri cinesi si sono sempre burlati delle facili etichettature, al contrario dei filocinesi occidentali, oggi quasi del tutto scomparsi), così riassunse la loro azione: «Pretendendo di opporsi alla “teoria delle forze produttive”, i Quattro hanno attaccato i quadri dirigenti che persistevano nel fare la rivoluzione e sviluppare la produzione tacciandoli di “responsabili avviati sulla via capitalistica”. Hanno accusato i quadri, gli operai e i contadini che, rimasti al loro posto, si dedicavano alla produzione per l’edificazione socialista, di “sostenere i responsabili avviati sulla via capitalistica” incitando così ad arrestare il lavoro e la produzione, a sabotare l’economia nazionale. I Quattro tentavano, ma invano, di dirigere la punta di lancia degli organi di dittatura del proletariato contro il Partito, gridando che bisognava “reprimere” e “fucilare” coloro che venivano qualificati come “democratici” o “responsabili avviati sulla via capitalistica”. Inoltre predicavano apertamente la soppressione del nostro partito per sostituirvi le loro “organizzazioni di massa”. Brandendo le bandiere della lotta contro i responsabili avviati sulla via capitalistica tramavano complotti, lavoravano per la scissione e si opponevano al Partito e all’Esercito, nella vana speranza di gettare il paese nel caos».

Ora, a parte le declamazioni di Hua Guofeng, era dal 1966 che l’immenso paese era nel caos, con interi gruppi dei massimi dirigenti che scomparivano e che in parte riapparivano, per l’effetto di immense lotte sociali sulle quali si dispiegava una spietata quanto bugiarda lotta politica. Se i Quattroerano contro la “teoria delle forze produttive” (abbiamo già ampiamente mostrato cosa intendessero i massimi dirigenti della Repubblica con questa espressione), Hua clamorosamente glissava sul fatto che il primo ispiratore di questa avversione era stato lo stesso defunto Mao Zedong. Altro falso era che i Quattro volevano il sabotaggio dell’economia nazionale, anzi erano i genuini interpreti dell’imperativo economico: “fare la rivoluzione e promuovere la produzione” che volevano vedere impazientemente crescere per il duro e gratuito lavoro delle masse operaie e contadine, masse che andavano convinte che così facendo avrebbero raggiunto un «integrale comunismo”. Falso che mirassero alla scissione del Partito e dello Stato, pure loro erano per un potente Partito ed un potente Stato centralizzato solo che, naturalmente, erano convinti dei loro disegni (anche Deng lo era !) e per una Cina potente e borghesemente ugualitaria erano pronti ad affossare i loro avversari con i loro programmi, avversari che erano nel Partito e nello Stato. Sconfitti da immense forze sociali che inevitabilmente, deterministicamente si indirizzarono verso l’economicismo, cioè verso la formazione di capitali e di differenziazioni sodali in tutta la società cinese, i Quattro subirono la sorte che avevano riservato ai loro primi avversari Liu Shaoqi e gli altri, lotta che va descritta per quella che è e che dimostra come per la stessa borghesia, quando si predispone alla realizzazione di vere tappe storiche, il mito dell’Unità sia vuoto simulacro a cui si inneggia ma di cui non si tiene conto, lezione che il proletariato di tutti i continenti dovrà finalmente apprendere.

Nel finale di questa parte della relazione, Hua Guofeng si lasciò sfuggire tre brevi espressioni che molto peseranno sul suo oscuro futuro destino: «L’annientamento della Banda dei Quattro è stato una nuova splendida vittoria della grande Rivoluzione Culturale proletaria (…) Con l’annientamento della Banda dei Quattro, è proclamata la fine vittoriosa della prima grande Rivoluzione Culturale proletaria del nostro paese che è durata undici anni (…) Una grande rivoluzione politica del tipo della grande Rivoluzione Culturale proletaria sarà condotta a più riprese».

Zhou Enlai, quattro anni prima, non si era pronunciato sulla fine della Rivoluzione Culturale ma, nemmeno, aveva proclamato che futuri sconvolgimenti (che di sconvolgimenti si trattava !) avrebbero interessato la macchina del Partito-Stato. Il capitalismo cinese, per spiccare il volo nel mercato mondiale aveva bisogno di “calma” interna, una “calma” che Hua Guofeng, pur proclamando la fine della prima Rivoluzione Culturale, non promise. Il grigissimo burocrate non reggerà all’urto delle forze di Deng Xiaoping che erano poi le forze di Liu Shaoqi e di Chen Yun che pretendevano la sconfessione aperta e dichiarata della Rivoluzione Culturale che aveva avuto come principali protagonisti Chen Boda, Lin Biao, i Quattro e Mao Zedong stesso. Hua Guofeng questo non lo comprese ed insieme alla condanna senza appello della Rivoluzione Culturale verrà anche la sua veloce eclisse.

La relazione di Hua aveva poi una seconda parte titolata: “La situazione e i nostri compiti”, parte che non presentava novità, né piccole né grandi. La politica estera rimaneva immutata con Russia e Stati Uniti come imperialismi appaiati e pericolosi (ci sarebbe voluto ancora un anno perché l’estate e autunno 1978 segnassero una vera e propria offensiva diplomatica cinese: Hua in Jugoslavia, Romania e Iran e Deng in Giappone, Thailandia e Nepal); la politica interna era invece confermata nelle direttive tracciate dalle due Conferenze nazionali, quella agricola “Imparare da Dazhai” e quella della industria “Imparare da Daqing”.

Hua Guofeng ripresentò cose note: «Dare un grande slancio all’economia nazionale significa applicare coscienziosamente la linea generale che consiste nell’edificare il socialismo secondo i principi: adoperare appieno tutte le energie; mirare in alto; quantità, rapidità, qualità ed economia, come la serie di misure politiche per camminare su due gambe significa avviare l’insieme dell’economia nazionale sulla via socialista di uno sviluppo pianificato, proporzionale e rapido; significa prendere l’agricoltura come base e l’industria come fattore guida; significa assicurare uno sviluppo armonioso dell’agricoltura, dell’industria leggera, di quella pesante e degli altri settori dell’economia; significa realizzare un grande balzo in avanti in tutti i campi».

Hua, presentando questi principi andava sul sicuro perché dagli anni Sessanta tutti vi giuravano sopra per poi non trovare un accordo su come praticamente percorrere la difficile strada della riproduzione ed accumulazione capitalistica dell’intera Cina, strada che doveva superare il difficilissimo ostacolo di una sterminata popolazione dedita a lavori agricoli.

Hua riconosceva la vecchia tesi di Deng che “le forze produttive costituiscono il fattore più rivoluzionario che ci sia”, verità del materialismo per l’arretrato mondo contadino cinese, ma per troppa prudenza enunciò il problema senza nemmeno tentare di dare la soluzione, incapacità grave dopo gli undici anni di Rivoluzione Culturale che avevano portato all’XI Congresso del PCC, undici anni in cui vinti e vincitori si erano scontrati proprio alla ricerca della risoluzione di questi difficili quesiti: come introdurre capitalismo nelle campagne senza che le città scoppino travolgendo Partito e Stato ?

Hua Guofeng fece una sola affermazione positiva quando constatò che: «La ricerca scientifica deve guidare l’edificazione economica. Ciò nonostante, essa è oggi in arretrato, essendo stata gravemente colpita dal sabotaggio della Banda dei Quattro. Bisogna risolvere con la serietà dovuta questo problema che implica l’insieme dell’edificazione socialista, per annunciare una prossima conferenza su “scienza e tecnologia”».

Questa seconda parte della relazione di Hua aveva anche altri capitoletti, sul “consolidamento del Partito e dello Stato”. Inchieste, rettifiche, epurazioni tutto doveva servire a disciplinare il numeroso PCC che aveva visto le sue tradizionali e principali caratteristiche di probità, fedeltà e senso delle gerarchie sgretolarsi di fronte agli avvenimenti. Ricompattato il Partito sarebbe poi toccato allo Stato centrale il cui apparato, oltre che disciplinato e reso più efficiente, andava potenziato ed esteso soprattutto per quanto riguardava il suo braccio armato, l’Esercito, questioni queste che erano la struttura del rapporto di Ye Jianying sulla revisione dello Statuto del PCC.

Il vecchio Maresciallo, ancora oggi uno dei massimi dirigenti della Repubblica Popolare Cinese, dovette anche lui iniziare con un rude attacco alle posizioni dei Quattro: «La Banda dei Quattro e i suoi accoliti proclamavano rumorosamente che bisognava “sostituire al partito delle organizzazioni di massa”; in altri termini bisognava sostituire il partito con la loro fazione. Se il loro complotto fosse interamente riuscito il nostro partito avrebbe completamente cambiato colore, sarebbe diventato un partito borghese, fascista, la Cina avrebbe conosciuto una profonda scissione e il caos più assoluto, e sarebbe stata riportata allo stato di paese semi-coloniale e semi-feudale».

Ma a parte le proclamazioni ad effetto per la platea, a parte gli sperticati elogi al defunto Mao, ripresi ed inseriti nello Statuto, Ye presentò tutta una serie di modifiche statutarie per rinsaldare la scassata organizzazione del Partito che doveva riprendere il ruolo che gli competeva nella struttura statale. La denuncia delle “attività settarie e scissioniste”, gli appelli contro gli “intriganti e i cospiratori” che “calpestano l’unità del Partito e attentano la causa rivoluzionaria del proletariato”, ogni singola questione convergeva in precise norme organizzative in cui, per battere “faziosità e anarchismo” si codificava la regoletta super-burocratica e super… democratica già in parte enunciata da Hua Guofeng: «tutto il partito deve sottomettersi alle regole di disciplina del centralismo democratico: l’individuo è sottomesso all’organizzazione, la minoranza alla maggioranza, il livello inferiore al livello superiore, l’insieme del partito al CC», regoletta che, nonostante i tanti elogi che ancora la Rivoluzione Culturale suscitava, mirava proprio ad impedire simili rivolgimenti.

Ye fece approvare l’istituzione di commissioni di controllo e di disciplina, dal CC alle sezioni locali del PCC, ma, soprattutto, per fronteggiare «il serio grado di impurità sul piano ideologico, organizzativo e dello stile di lavoro» determinato dall’ «azione di reclutamento di traditori e di rinnegati» da parte dei Quattro, non ebbe paura a lanciare direttive di «espulsione dei cattivi dementi infiltrati», sull’educazione dei rimasti e per l’introduzione di norme più severe per l’iscrizione ad un Partito che contava allora ben 35 milioni di membri, dei quali quasi la metà iscritti durante la Rivoluzione Culturale e con più di 7 milioni dopo il X Congresso nell’agosto 1973.

Le correzioni di Ye Jianying programmaticamente non apportavano novità sostanziali, era solo una manifestazione importantissima del rinsaldarsi dell’organizzazione del PCC e quindi dello Stato, riorganizzazione che andava nel senso delle “modernizzazioni” a suo tempo evocate dal malato Zhou Enlai.

Non fu quindi un caso che l’allocuzione di chiusura del Congresso, il 18 agosto, fosse affidata al redivivo Deng Xiaoping che in una breve comunicazione diede altri colpi agli sconfitti. Deng accusò che il “buon stile di lavoro del partito” era completamente saltato e dette semplici ricette per ristabilirlo: «Dobbiamo avere realmente fiducia nelle masse e appoggiarci senza riserve su di esse, prestare molta attenzione alle loro voci, preoccuparci delle loro difficoltà e mai rompere con esse, nemmeno per un istante (…) Comportarsi onestamente negli atti come nelle parole, è il requisito minimo di un comunista. Dobbiamo far concordare i nostri atti con le parole, lottare contro il falso splendore e ogni sorta di millanteria, dire meno parole vuote e lavorare di più, con serietà e tenacia».

Le semplici ricette di Deng accusavano che gli undici anni di Rivoluzione Culturale avevano perlomeno incrinato i legami del grande Partito con la massa ancora più enorme dei contadini e degli operai, era un grido di allarme che si concluse con queste parole, quasi letteralmente mutuate dal rapporto di Zhou Enlai alla IV Assemblea del 1975: «Tutto il Partito, tutto l’Esercito e il popolo di tutte le nostre nazionalità (…) mobiliteranno tutti i fattori positivi nel seno del Partito e fuori di esso, all’interno del paese e all’esterno, lotteranno per applicare questa politica d’importanza strategica, basare tutto il lavoro sulla lotta di classe perché l’ordine regni nel paese, consolidare la dittatura del proletariato, fare del nostro paese, prima della fine del secolo, un grande Stato socialista potente e moderno, apportando così un grande contributo all’umanità».

Un rilievo si impone: l’ordine di Deng dell’agosto 1977 “Fare della Cina una nazione socialista potente e moderna” non riprendeva solo quello lanciato da Zhou Enlai nel gennaio 1975, ma riandava ancora più indietro e precisamente al lontano e quasi dimenticato VIII Congresso del settembre 1956. Allora il Congresso terminò con la parola d’ordine: “Edificare la potenza economica cinese” ed aveva avuto come principali relatori Zhou Enlai e Deng Xiaoping appunto. I due congressi pertanto si ricongiungevano, dopo venti anni di virate, di inabissate e risalite, venti anni che pure avevano visto l’economia cinese crescere e svilupparsi, nonostante tutto; il ricongiungimento non era degli uomini anche se molti di allora ressero al tempo e agli eventi ma, di più, il ricongiungimento era di metodi e programmi. L’VIII Congresso aveva avuto la chiarezza di iniziare ad affrontare i difficili quesiti dell’introduzione di capitale nelle campagne e dei ritmi di sviluppo dell’industria, quesiti che negli anni lacerarono però il PCC e lo Stato cinese che subirono i contraccolpi di giganteschi antagonismi economici e sociali. Dopo un lungo arco di lotte sociali, economiche e politiche che ebbero come risultato di scremare il PCC e lo Stato di gran parte dell’originario maoismo, adatto alla formazione dello Stato e ad una primordiale accumulazione primitiva ma non all’industrializzazione dell’immenso paese, si ritornò pertanto agli imperativi dell’VIII Congresso che questa volta vedevano un Partito ed uno Stato decisi a procedere sulla strada di una moderna industrializzazione senza tema di far sviluppare nella società cinese aperte e chiare differenziazioni sociali.

Da questo storico risultato oramai la Cina non poteva più tornare indietro, oramai doveva sviluppare il moderno rapporto di antagonismo fra lavoro salariato e capitale senza mistificarlo con il catechismo maoista.

I 1.510 delegati del Congresso elessero un CC numerosissimo di ben 333 membri di cui 201 effettivi e 132 supplenti che, riunitisi nel loro 1° Plenum il 9 agosto, elessero il Politburo che raccoglieva la difficile eredità di 11 anni di sconvolgimenti sociali e politici.

Membri del Comitato Permanente erano designati Hua Guofeng, Ye Jianying, Deng Xiaoping, Li Xiannian e Wang Dongxing. I cinque erano affiancati da oltre 18 membri effettivi. Il potente gruppo dei militari comprendeva i due Marescialli Liu Bocheng e Xu Xiangqian (quest’ultimo ex Ministro della Difesa e ripescato dal Politburo dell’VIII Congresso); i Generali Xu Shiyou, Chen Xilian, Li Desheng, Wei Guoqing e Su Zhenhua (già eletti nel passato Politburo) erano affiancati da Zhang Tingfa, Generale e comandante dell’Aviazione; i confermati Ji Dengkui, Chen Yonggui e Ni Zhifu venivano affiancati da Yu Qiuli (vice primo ministro e direttore della “Commissione di Piano di Stato”), Fang Yi (presidente dell’Accademia delle Scienze e Ministro delle Relazioni economiche con l’estero), Geng Biao (specialista delle relazioni cino-giapponesi e direttore del dipartimento Affari Esteri del CC), Ulanhu (membro del Politburo dell’VIII Congresso e una delle grandi vittime della Rivoluzione Culturale), Wu De (Sindaco di Pechino) e Peng Chong (segretario del Comitato di Partito di Shanghai). Fra i supplenti, il confermato Seypidin aveva come colleghi Zhao Ziyang (Segretario della Provincia del Sichuan e Commissario politico della Regione Militare di Chengdu) e la signora Chen Muhua (una vice di Fang Yi).

I cinque anni a venire che porteranno al XII Congresso del PCC (settembre 1982) naturalmente vedranno una parte di questi uomini retrocedere (Hua Guofeng e Wang Dongxing) o anche sparire (Chen Yonggui e Ni Zhifu, i due contadini modello) mentre altri manterranno e miglioreranno le proprie posizioni, ma, particolare importante, il vertice dell’XI Congresso non conoscerà brutali cadute con infamanti accuse né improvvise risalite.

Come già detto, con l’XI Congresso si chiude un ciclo e se ne apre un altro in cui non potevano accadere clamorosi avvenimenti ma in cui prosaicamente il regime avrebbe più che altro tirato le lezioni, borghesi s’intende, di tutto il burrascoso periodo precedente.

Saranno anni di aggiustamenti e di rettifiche, lievi rispetto ai bruschi salti degli anni Sessanta e di buona parte di quelli settanta, anni in cui il vero padrino della potenza borghese della Cina, Deng Xiaoping, non avrà bisogno di gesti clamorosi per dar via libera allo sferragliante convoglio dell’accumulazione e industrializzazione capitalistica.