L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato Pt.39
Categorie: China, CPC, History of China
Articolo genitore: L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato
Questo articolo è stato pubblicato in:
Breve storia del commercio estero cinese
Prima di affrontare l’andamento dell’economia in generale e prima di stilare le conclusioni di questo lavoro, invero spesso difficoltoso e niente affatto sintetico, tratteremo del commercio estero cinese, settore trascurato dalla nostra indagine e che avrebbe meritato ben altro spazio ed approfondimento. Se così fosse stato sarebbe risultato, fin dall’inizio, una complementarietà della politica seguita nel campo del commercio estero dal regime di Pechino e l’intero corso delle lotte politiche e sociali succedutesi nell’immenso paese, questo anche se le grandezze dell’intero commercio estero cinese sono sempre state relativamente modeste, infatti, dal 1949 in nessun anno ha superato il 5-6% del PNL, né è mai stato superiore al 2% del totale delle esportazioni mondiali. Il capitoletto darà pertanto un’ulteriore prova della giustezza delle tesi fin qui sostenute dal lavoro.
Un passo indietro. Nel XIX secolo il Celeste Impero dovette subire il vittorioso assalto dei fucili, dei cannoni, delle navi europee e nordamericane che violentemente aprirono alle merci occidentali quel nuovo immenso mercato.
Il trattato di Nanchino del 1842, nonché tutta una serie di altri trattati imposero il diktat occidentale sui porti commerciali, privarono la Cina dei diritti sovrani in campo doganale e di tutto quello che aveva attinenza con il commercio estero: le banche, i controlli statali delle merci, le assicurazioni, il trasporto marittimo, i depositi. Insomma, impossibilitate da evidenti ragioni materiali a conquistare l’interno dell’immenso paese, fino al 1949, le potenze occidentali monopolizzarono il commercio estero cinese.
L’orgogliosa civilizzazione “unica” ed “avanzata” della società cinese fu infranta dall’imperialismo che sviluppò commerci e ruberie e anche enclave industriali in cui si formò un giovane, concentrato e combattivo proletariato industriale ancora piccola minoranza rispetto all’immenso mondo rurale. Per determinate ragioni, la cui indagine esula dalla nostra già lunga trattazione, non si ebbe però un processo di accelerata modernizzazione produttiva-industriale come, ad esempio, si svolse nel Giappone col “governo illuminato” del regno del Meiji.
L’incapacità del decadente regno dei Manciù, l’impotenza della prima Repubblica del 1912, la corruzione del regime di Jiang Jieshi, tutto concorse non solo ad impedire lo svilupparsi di moderni ed estesi rapporti di produzione borghesi e mercantili che erano ben lungi da conquistare l’arretratissima e popolatissima regione rurale con un’economia chiusa in sé, ma anche a determinare una vera diaspora dei giovani dell’intelligenza che, fin dai primi del Novecento si recarono nell’occidente capitalistico (Francia, Germania, Inghilterra) ed in Giappone a studiare discipline scientifiche, ingegneria e medicina in testa, per appropriarsi della “tecnica” occidentale che, da strumento di sottomissione della Nazione Cina, doveva diventare, per quei giovani borghesi, una potente arma per la sua redenzione.
Lo stesso Sun Yat-sen non a caso compì questa esperienza e, sincero quanto ingenuo borghese, iscrisse nel suo programma di sviluppo e crescita capitalistica del decadente Impero di Mezzo precisi riferimenti al «capitalismo estero”, da utilizzare da parte di un’integerrima macchina statale che, non impaurita di fronte ai moderni ritrovati della scienza e della tecnica, sarebbe riuscita a fare della Cina una grande potenza.
Solamente con il 1950, immediatamente dopo la proclamazione della Repubblica Popolare, il nuovo governo cinese abolì gli enormi privilegi concessi alle potenze occidentali e riprese il completo controllo sul commercio estero, monopolio statale, che inevitabilmente si diresse quasi totalmente verso la Russia stalinista. La strombazzata “amicizia russo-cinese” risolse temporaneamente il quesito sull’apporto esterno da utilizzare per la costruzione di una Cina moderna ed industriale; l’apporto esterno fu quello del fratello di Mosca.
La rottura ed il ritiro dei tecnici da parte di Mosca nel 1960, fu per il regime di Pechino uno shock che dette ulteriore fiato a tutte le motivazioni e le componenti, del resto giustificate, di autosufficienza e mobilitazione pressoché esclusiva delle risorse interne, posizioni queste che ebbero allora nel mite Liu Shaoqi un gran bel campione che seppe accettare quel duro isolamento senza battere ciglio, avendo la forza, in piena coesistenza pacifica, di tenere l’enorme paese, affamato di merci e capitali, in silenziosa disparte.
Certo fu la rottura con Mosca a convincere i dirigenti cinesi, temporaneamente obbligati ad erigere lo slogan: “contare sulle proprie forze”, a mai più affidarsi ad un unico partner commerciale per il reperimento di macchinari e tecnologia avanzata, unico modo per sanare la terribile arretratezza delle campagne e dell’industria cinese.
Un commento alla nostra tabella. Dal 1950 al 1960 le importazioni aumentarono in media il 14,7% l’anno, le esportazioni un po’ meno, il 13,6% l’anno; l’intero periodo vide quindi un deficit di ben 640 milioni di dollari che andava a sommarsi ai forti prestiti da restituire a Mosca. La rottura dei rapporti russo-cinesi vide crollare il commercio fra i due paesi ed anche l’intero commercio estero di Pechino: da 4.290 milioni di dollari del 1959 si scese nel 1960 a 3.990, a 3.015 nel 1961, a 2.675 nel 1962, minimo dell’intero decennio.
Una stretta autarchica permise alla Cina di accumulare, dal 1961 al 1970 (anno in cui il totale del commercio raggiunse il valore del lontano 1959 e anno anche di deficit dopo l’eccezione del disastroso 1967) un saldo positivo di ben 1.555 milioni di dollari.
| Anno | Export | Import | Saldo |
|---|---|---|---|
| 1950 | 620 | 590 | +30 |
| 1951 | 780 | 1.120 | -340 |
| 1952 | 875 | 1.015 | -140 |
| 1953 | 1.040 | 1.255 | -215 |
| 1954 | 1.060 | 1.290 | -230 |
| 1955 | 1.375 | 1.660 | -285 |
| 1956 | 1.635 | 1.485 | +150 |
| 1957 | 1.615 | 1.440 | +175 |
| 1958 | 1.940 | 1.825 | +115 |
| 1959 | 2.230 | 2.060 | +170 |
| 1960 | 1.960 | 2.030 | -70 |
| 1961 | 1.525 | 1.490 | +35 |
| 1962 | 1.525 | 1.150 | +375 |
| 1963 | 1.570 | 1.200 | +370 |
| 1964 | 1.750 | 1.470 | +280 |
| 1965 | 2.035 | 1.845 | +190 |
| 1966 | 2.210 | 2.035 | +175 |
| 1967 | 1.945 | 1.950 | -5 |
| 1968 | 1.945 | 1.820 | +125 |
| 1969 | 2.030 | 1.830 | +200 |
| 1970 | 2.050 | 2.240 | -190 |
| 1971 | 2.405 | 2.315 | +90 |
| 1972 | 3.085 | 2.835 | +250 |
| 1973 | 4.895 | 4.975 | -80 |
| 1974 | 5.635 | 7.260 | -1.625 |
| 1975 | 6.055 | 7.040 | -985 |
| 1976 | 6.000 | 5.925 | +75 |
| 1977 | 7.955 | 7.100 | +855 |
Senza nessun debito con la Russia, orgogliosamente onorati da Pechino fin dal 1965, il regime cinese aveva accumulato un piccolo gruzzolo da spendere sul mercato internazionale. Una prima svolta si ebbe bruscamente con i primissimi anni Settanta quando il nuovo boom dell’economia cinese, uscita dai rivolgimenti della Rivoluzione Culturale cominciò a trovare disponibili, in accanita concorrenza, tutta una schiera di partner commerciali, di paesi che decidevano di stabilire con la Repubblica Popolare normali rapporti politici ed economici.
Con il fioccare dei riconoscimenti diplomatici, ebbero come momento culminante l’ingresso della Cina nelle Nazioni Unite, l’annoso problema “contare sulle proprie forze”, utilizzare l’apporto esterno, ridivenne da questione astrattamente teorica questione reale d’indirizzo di politica esterna ed interna che, pur rimanendo fisso lo zenit di fare della Cina una grande potenza, ammetteva variegati atteggiamenti e soluzioni la cui definitiva risoluzione avrebbe demandato nuove lotte politiche.
L’apertura cinese ebbe come suggello il viaggio, febbraio 1972,di Nixon in Cina e il comunicato cino-americano di Shanghai che pur essendo ancora lontano dal pieno ristabilimento diplomatico dei rapporti fra i due paesi, stabiliva che:
«Entrambe le parti considerano il commercio bilaterale come un’area dalla quale possono essere tratti reciproci benefici, e concordano che le relazioni economiche basate sull’eguaglianza e sul mutuo beneficio sono nell’interesse dei popoli dei due paesi».
Fu un indubbio successo diplomatico di Zhou Enlai il quale approfittando di rapporti internazionali oramai propizi, inseriva la Cina nell’immensa ed insidiosa palude del mercato mondiale; la Cina, dopo poco più di venti anni dalla proclamazione della Repubblica Popolare, in cui con certosina pazienza aveva accumulato forze e capitali, si apprestava a nuovi “balzi in avanti”, meno romantici di quelli del passato maoista ma certo più “redditizi”, con il chiaro scopo di migliorare ed incrementare tutto il suo sistema produttivo, in particolare, inizialmente quello industriale.
Il “contare sulle proprie forze” incominciava ad essere sinonimo di commercio con l’estero e la Cina tentava di rompere il bipolarismo imperante presentandosi come solido partner commerciale e decisa figura politica e militare.
Come possiamo vedere dalla tabella riportata, l’intero commercio estero cinese dai 4.290 milioni di dollari del 1970 passò ai 9.870 del 1973 e ai 15.055 del 1977, una salita vertiginosa che travalicò l’aspro scontro politico di quegli anni, scontro che avrebbe infine raccordato tutte le prese di posizione teoriche con l’intera evoluzione commerciale del grande paese, irreversibile.
Si è detto raccordare, infatti, l’apertura internazionale della Cina a partire dal 1970 e lo sviluppo sempre più rapido delle sue relazioni commerciali con l’esterno non poteva andare di pari passo, all’unisono, con la generalità delle posizioni dei vertici molti dei quali, rifacendosi a motivazioni di “mobilitazione sociale” sulle quali tante volte ci siamo soffermati, insistevano nel voler mantenere circoscritto l’impatto del commercio estero sullo sviluppo dell’economia e continuavano a ribadire la necessità della sua autosufficienza.
Se da un lato i responsabili del commercio estero (che altro non facevano che applicare le direttive politiche del Governo, cioè di Zhou Enlai e, dall’aprile 1973, del suo vice, Deng Xiaoping) si adoperavano per incrementare tanto le importazioni quanto le esportazioni, determinando nel quadriennio 1970-73 una crescita dell’interscambio del 53% di fronte ad un aumento del 21% del PNL, dall’altro, contemporaneamente, prese di posizione di organi ufficiali di informazione continuavano a mettere in guardia il regime contro questo fenomeno, plaudivano sì al commercio ma aggiungevano subito che doveva «permettere di essere più autonomi, di contare soprattutto sulle proprie forze nella costruzione del socialismo».
Nonostante questi allarmi, l’anno 1973 vide notevoli cambiamenti nel settore del commercio estero: non solo la Cina firmò contratti per impianti completi per un valore sei volte superiore al totale degli acquisti fino ad allora fatti dal 1960 in poi, ma anche le stesse modalità di pagamento registravano delle novità. La Cina che nel 1973 firmò ben 22 contratti di impianti completi per un valore di 1.246 milioni di dollari, accettò di pagarne una parte, per un valore di 815 milioni, nelle forme di pagamento dilazionato in un periodo di 5 anni e, infine, accettò il ricorso ad alcune forme di credito interbancario.
In piena espansione dell’interscambio commerciale della Cina con il resto del mondo, Deng Xiaoping dette altri colpi alle tesi di autosufficienza e di autarchia intervenendo alla sessione straordinaria dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dedicata ai problemi delle materie prime e dello sviluppo, il 10 aprile 1974.
Deng, non intimorito dall’ancora vasta influenza dei fautori della Rivoluzione Culturale e della mobilitazione sociale, dopo aver indicato nel peggioramento delle ragioni di scambio, nell’indebitamento, nel neocapitalismo, i motivi del sottosviluppo di gran parte del mondo, fenomeni nella loro sostanza e con altra chiarezza già indagati dal marxismo classico, propose la creazione di accordi politico-economici quali quello, additato ad esempio, sul petrolio per stabilire prezzi “razionali” delle materie prime, in una soluzione che non ha certo scalfito l’enorme corazza dell’imperialismo occidentale sotto cui gemeva e geme buona parte dell’umanità.
Ma tant’è; dopo una scoccata a Mosca:«Questa ha l’abitudine di vendere impianti tecnologicamente superati e armamenti di scarto a prezzi enormi, in cambio di materie prime di importanza strategica e di prodotti agricoli», Deng presentò il suo piano: «Contare sulle proprie forze non significa affatto “ripiegarsi su se stessi” e rifiutare l’aiuto esterno. Noi riteniamo da sempre che è benefico e necessario per lo sviluppo dell’economia nazionale dei diversi paesi di procedere – sulla base del rispetto della sovranità di ciascuno Stato, dell’eguaglianza e dei vantaggi reciproci come pure in funzione dei bisogni di ciascuno – a degli scambi economici e tecnici allo scopo di completarsi reciprocamente».
Deng passò poi ad elencare quali dovevano essere le pre-condizioni politiche dell’aiuto: il rispetto dei “cinque principi della coesistenza pacifica” (enunciati da Zhou Enlai alla Conferenza afro-asiatica di Bandung nel 1955) e la rinuncia a collegare all’apporto esterno “alcuna condizione politica e militare”, cosa relativamente facile da realizzare per la vasta e popolosa Cina ed invece altamente difficile per, mettiamo, il minuscolo Stato africano del Burundi !
Sul problema dei debiti Deng chiese una proroga od un annullamento e che i nuovi crediti fossero concessi senza interesse o a bassissimo tasso, insomma Deng chiedeva al capitalismo occidentale “buona volontà” e metodi umani nel condurre i propri commerci. Lasciando però da parte la facile critica al suo utopismo propagandistico, il fatto importante era un altro: la Cina nel mercato mondiale ci stava e non aveva intenzione di lasciarlo per cui tentava in ogni maniera di ottenere migliori condizioni di esportazione e migliori condizioni di pagamento delle importazioni !
L’anno 1974, come per l’anno precedente, vide le importazioni aumentare sensibilmente più delle esportazioni e dal deficit di 80 milioni di dollari del 1973 si passò a quello ben più consistente di 1.625, deficit che fu mantenuto anche nell’anno successivo con un meno 985 milioni. Il minore deficit del 1975 fu soprattutto per la forte crescita delle esportazioni di petrolio che, indirettamente, beneficiarono della crisi petrolifera internazionale (il Giappone, principale acquirente, ne importò per un miliardo di dollari). Seppure in misura minore rispetto all’anno 1973, nel biennio 1974-75 continuarono gli acquisti di impianti industriali completi: 12 per 747 milioni nel 1974 e 11 per 824 nell’anno successivo. Le fabbriche di urea (fertilizzante essenziale) acquistate nei tre decisivi anni furono ben tredici, altro smacco per la passata e condannata politica di voler dotare ogni Comune Popolare di una piccola e propria fabbrica di fertilizzanti.
Questi tre anni di forte espansione dell’interscambio commerciale con il resto del mondo, anni in cui il Giappone diventò il principale partner commerciale di Pechino, furono anche tre anni di continuo deficit commerciale e posero il problema di come aumentare le esportazioni, di come cioè Pechino poteva finanziare l’acquisto degli indispensabili macchinari ed impianti, indispensabili per realizzare le “quattro modernizzazioni” annunciate da Zhou Enlai alla IV Assemblea Nazionale Popolare del gennaio 1975.
Fu Deng Xiaoping ad affrontare direttamente anche questo problema. Il suo documento: “Alcuni problemi riguardanti l’accelerazione dello sviluppo industriale”, preparato e discusso tra l’agosto ed il settembre 1975, forniva le direttive dei “moderati” per realizzare il programma delle “quattro modernizzazioni”: «Per accrescere le importazioni di tecnologie avanzate straniere, le esportazioni devono essere aumentate e in particolare dobbiamo aumentare al più presto la percentuale di prodotti industriali e minerari esportati».
Deng intendeva quindi ridurre la percentuale di prodotti alimentari nel totale delle esportazioni che erano il 25% nel 1966 e il 20% nel 1974 e erano altresì indispensabili per elevare il bassissimo livello di vita delle popolazioni. Continuava il documento: «Ogni Ministero dell’Industria deve studiare la domanda del mercato internazionale e ricercare attivamente di accrescere la produzione dei prodotti che possono assicurare valuta straniera (…) Per accelerare lo sfruttamento dei giacimenti di carbone e di petrolio possiamo, a condizioni di vantaggio reciproco, considerare l’adozione di certe procedure correnti nelle transazioni internazionali, quali i crediti a lungo termine e contratti, sempre a lungo termine. In certi settori produttivi possiamo importare da paesi stranieri impianti completi da ripagare con la nostra produzione di petrolio e carbone» (come del resto accadde dal 1978 in poi).
La proposta di Deng era chiara e non sciocca, al capitalismo occidentale, Giappone compreso, chiedeva capitali e macchinari moderni e non disponendo di divise a sufficienza né accettando un cronico indebitamento, prometteva in pagamento futuri prodotti da estrarre proprio con quegl’impianti e quei macchinari da importare. La potente Cina, con la sua rete di protezione del monopolio statale del commercio estero, poteva borghesemente e mercantilmente proporre al capitalismo mondiale la sua proposta che la crisi produttiva e commerciale, che allora si stava già delineando, rendeva molto appetibile, e qui il furbo Deng mostrava di aver, a suo tempo, masticato materialismo e marxismo in misura maggiore di Mao e dei suoi. Lo Stato cinese aveva ed ha come compito di sviluppare capitalismo, tappa storica in quella parte dell’Asia, Deng Xiaoping di questo ne era cosciente, il suo tradimento del marxismo rivoluzionario era già avvenuto e si era consumato in altri campi che in quello “economico”.
Altro rilievo. Deng Xiaoping, come nella tradizione della Repubblica Popolare, per il reperimento delle divise necessarie al finanziamento delle importazioni puntò sempre all’espansione delle esportazioni, considerando il ricorso alle varie forme di credito (di fornitori o di banche) come uno strumento meramente congiunturale, favorito in questo dalle dimensioni relativamente modeste dell’intero commercio cinese.
Dopo la morte di Zhou Enlai e la nuova destituzione di Deng Xiaoping, le pubblicazioni dei Quattro si fecero alfiere e paladine di una pretesa sovranità nazionale offesa. Una per tutte: la rivista di Shanghai “Studio e critica”, giugno 1976, così argomentava per mezzo di un ipotetico “gruppo operaio”: «Per elemosinare dai capitalisti stranieri tecnologie avanzate e impianti, Deng Xiaoping non esita a offrire in cambio le preziose risorse del nostro paese; è un atteggiamento spregevole di servilismo, una perdita di sovranità e un’onta per il paese, noi operai eravamo sul punto di esplodere dalla collera (…) Attenendosi a questa “grande politica” avremmo dovuto importare senza limiti le cose che possiamo produrre, e viceversa esportare a tutto spiano le cose di cui abbiamo bisogno. Di questo passo, il nostro paese non sarebbe forse diventato, per l’imperialismo, un mercato di sbocco, un fornitore di materie prime, un’officina di riparazione e montaggio, una sede di investimenti di capitale ? E noi operai non saremmo forse diventati lavoratori salariati dei capitalisti stranieri ?».
Concludeva la rivista: «I capitalisti stranieri forniscono le tecnologie e gli impianti, utilizzando le risorse minerarie e manodopera cinese, si fanno arricchire i padroni stranieri (…) Quella che ha visto i padroni stranieri arricchirsi col sangue e il sudore di noialtri operai è una pagina di storia che non dimenticheremo mai. Perduta l’indipendenza sul piano economico, non si può essere autonomi su quello politico. Questa “grande politica” di Deng in realtà voleva dire una grande capitolazione di fronte all’imperialismo e al socialimperialismo, una grande svendita della sovranità nazionale. Noi della classe operaia non possiamo assolutamente permettere questo !».
Gli ultimi sussulti dei quattro ebbero bellicose dichiarazioni: «Riponendo fiducia nella saggezza delle masse tutti i miracoli sono possibili. Molte cose che nel passato erano considerate impossibili, senza servirsi degli impianti stranieri, sono state realizzate dalle masse contando soltanto sulle proprie forze, le masse operaie della Cina percorreranno nuove strade sconosciute allo stesso proletariato occidentale» (“Bandiera Rossa”, aprile 1976).
Ma l’apertura cinese non poteva certo essere arrestata da articoli e da appelli. Risultato di vere forze economiche e sociali continuò imperterrita nonostante la nuova tornata di scontri politici del 1976-77, anni che nuovamente videro ritornare attiva la bilancia commerciale (di 75 mil. di dollari il primo anno, di 855 il secondo), risultato che si ebbe non certo per il ritorno a tesi di autosufficienza e di “contare sulle proprie forze” ma per un semplice rallentamento delle importazioni e per la massiccia esportazione di petrolio verso il Giappone. Il commercio cinese prendeva solamente fiato, ricostruite sufficientemente le riserve granarie e quindi bloccate le importazioni alimentari, il sistema economico produttivo doveva inserire “redditivamente” nel proprio tessuto, i costanti e notevoli acquisti di impianti e macchinari fatti dal 1973 al 1975, la strada dell’apertura era senza ritorno !
Gli stessi “interessi nazionali” che erano invocati dai Quattro, pretendevano questa apertura, richiedendo oltre a capitali per l’industria e l’agricoltura, una modernizzazione del pletorico EPL, capace baluardo interno della centralizzazione statale, ma meno che niente nei confronti dei potenti eserciti russi ed americani ed anche nord vietnamiti. La potente gerarchia militare pretendeva un esercito moderno ed efficiente (fattore indispensabile per il ristabilimento della tradizionale influenza cinese in tutto il sud-est asiatico) ed i suoi desideri combaciavano con quelli di coloro che propugnavano una accelerazione del processo di modernizzazione dell’intera economia.
Questi fattori si sommavano all’atteggiamento della classe operaia, che per vent’anni era chiamata alla realizzazione di “miracoli” ed a percorrere “nuove strade”, che in realtà altro non erano che l’estensione gratuita dello sforzo lavorativo, con una continua estorsione di sangue e sudore proletario per innalzare, con l’impiego di macchie spesse volte tanto “rivoluzionarie” quanto inutili, il vuoto simulacro di una potente Cina borghese. A parte i sussulti della rivista di Shanghai, gli operai cinesi non furono percorsi da fremiti di collera per le proposte di Deng né si strapparono i capelli per il carbone ed il petrolio offerti in cambio di investimenti esteri; la classe operaia, abituata a inenarrabili fatiche durante i venti e più anni di autarchia ed autosufficienza, si aspettava anzi con l’arrivo di capitali esteri di migliorare, seppur di poco, le proprie dure condizioni di esistenza e di fronte a questo materialissimo fatto, niente potevano le diane nazionaliste di coloro i quali, durante la Rivoluzione Culturale, si erano battuti con inusitata energia contro l’ “economicismo” e le rivendicazioni operaie.
Giunta alla fine del loro ciclo che era il ciclo dell’originario maoismo e che ha dato tutto quello che borghesemente prometteva, i Quattro si ritrovarono soli, sospesi in aria, ed il loro sempre più accentuato radicale verbalismo non riuscì ad impedire il netto crollo.
Significativamente, l’anno 1977, primo anno del dopo Mao, vide un nuovo “balzo in avanti” del commercio cinese con un più 26% rispetto all’anno precedente, per il record delle esportazioni (7.955 milioni di dollari, +32% rispetto al 1976) e per la risalita delle importazioni (7.100 milioni di dollari, +18,1%).
La strada del mercato mondiale, una strada che porterà il giovane capitalismo cinese ad una sempre maggiore vulnerabilità alle periodiche crisi economiche mondiali, e quindi ad un suo completo coinvolgimento in tutti gli eventi del capitalismo internazionale, richiesta imperiosamente dalla forza sociale del giovane capitalismo cinese una volta imboccata doveva essere percorsa fino in fondo, senza ripensamenti e tentennamenti.
Questo complesso processo, di cui abbiamo dato le caratteristiche fondamentali, doveva sbarazzarsi del libretto rosso delle Guardie Rosse, del volontarismo di Mao e dell’enfasi verbale dei Quattro, e lo faceva stritolando figure un momento prima situate nell’olimpo degli eroi spingendo sulla scena nei ruoli dei protagonisti nuovi-vecchi attori, grandi fessi quando pretendono di esporre personali tesi, ed anonimi agenti dell’accumulazione capitalistica quando ripongono nel cassetto la propria personalità e accettano di fare da semplici amplificatori delle potenti forze sociali che agiscono nel sottosuolo economico.
Ci sia concesso dire che, in questo anonimato, Liu Shaoqi, Zhou Enlai e Deng Xiaoping sopravanzano di una spanna Mao Zedong e avanzare un augurio: che dopo questi potenti campioni di forze sociali borghesi, anche il proletariato cinese si ridia il proprio campione, il Partito Comunista Rivoluzionario, rintracciando nelle sue tradizioni di lotte il filo rosso del marxismo, aprendo, dopo il ciclo borghese glorioso e tragico insieme, il ciclo proletario che finirà con il comunismo, certezza di scienza !